[...] «Voi giornalisti avete spiegato la fine della Liga con le solite baruffe chiozzotte, ma sono balle» spiega
Rocchetta «La verità è che Bossi, con alle spalle le teorie di Miglio, vate della Lombardia come Prussia del Nord, ha tramato fin dal principio per prendersi l’egemonia del movimento. E se l’è preso manovrando i soldi del partito, esattamente come aveva fatto prima Craxi nel Psi. La Lega Lombarda era appena nata e già intascava duecento milioni di tangenti Enimont. Poi hanno dato la colpa al “pirla”
Patelli, come ora cercano di fare con
Belsito. Ma uno che dà la cassa di partito a uno come Belsito, perché lo fa? Non mi stupisce neppure la debolezza di Bossi nei confronti dell’amica Rosi Mauro. E’ lo stesso tipo di debolezza che lo portò a nominare la ragazzotta, in seguito show girl, Irene Pivetti alla terza carica dello Stato».
Marilena Marin rincara la dose: «Nel ‘94 Berlusconi, che ha i suoi lati comici, ci chiese che cos’era questo famoso federalismo e di fargli avere una memoria sulla faccenda. Malafede? Non credo. A lui interessava scampare ai processi e salvare le tv, per il resto era disposto a tutto, al federalismo, alla riforma fiscale, perfino al ritorno della Serenissima. In ogni caso, noi gli portammo il dossier, Bossi mai». Conclusione di Rocchetta: «A Bossi del federalismo non è mai fregato niente. E’ stato al governo dieci anni e le uniche riforme federaliste le ha fatte l’Ulivo con i decreti Bassanini e la riforma del titolo V della Costituzione, soltanto che sono troppo stupidi per rivendicarla e anzi se ne vergognano. Bossi ha replicato con la devolution, che è una solenne pagliacciata».
Papà e mamma Liga avranno i loro rancori da mettere in conto, ma nel grande Nord Est i tamburi della rivolta autonomista hanno ricominciato a battere da Verona a Belluno. Se le elezioni di primavera andranno come si prevede, un crollo della Lega romanizzata in Lombardia e la tenuta della Lega dei sindaci in Veneto, anche grazie alle liste civiche che Bossi aveva proibito, Roberto Maroni dovrà tornare nella culla del leghismo a firmare un nuovo patto fra lombardi e veneti.