dal quotidiano IL CORRIERE DELLA SERA di oggi

"Il ricatto di Gheddafi

di Magdi Allam

In questa tragedia preannunciata e infinita dei clandestini travolti e sepolti dalle acque del Mediterraneo, hanno ragione tutti fintantoché denunciano la colpa ma si astengono dal fare il nome del colpevole. Ha ragione Franco Marini quando condanna lo «sfruttamento vergognoso». Ha ragione Giuliano Amato quando chiama in causa la magistratura per debellare «il crimine».
Ha ragione Giuseppe Gennaro (Anm) quando rinvia la responsabilità ai politici perché «abbiamo le mani legate». Ha ragione la maggioranza governativa quando sostiene l'inadeguatezza della legge Bossi-Fini.
Ha ragione l'opposizione quando afferma che la percezione di un'Italia buonista dalle frontiere spalancate incentiva l'attività delle mafie dedite alla tratta dei clandestini. Ma dato che quest'orrore non si arresterà né scaricando la responsabilità sugli avversari politici né con parole di circostanza a beneficio dei mass media, proprio perché ho a cuore la vita di tanti disperati, offro il mio contributo alla soluzione del problema facendo il nome del colpevole: Gheddafi.
Credo che nessuno cadrà dalle nuvole. Il bacino di oltre un milione di clandestini si trova in Libia, il loro viaggio inizia dalle coste libiche di Al Zuwara, gli equipaggi delle carrette del mare sono libici o al soldo dei libici, i milioni di dollari estorti ai clandestini vengono versati in Libia. Per chi conosce anche minimamente la realtà interna al regime poliziesco libico, sa bene che tutto ciò non potrebbe avvenire se non ci fosse quantomeno il tacito assenso di Gheddafi.
E per chi ha avuto la fortuna di non conoscere quella realtà, può ugualmente comprendere la responsabilità di Gheddafi analizzando l'altra realtà relativa ai rapporti bilaterali tra l'Italia e la Libia. Non ci vuole molto a intuire che Gheddafi sta cinicamente utilizzando i clandestini come arma di ricatto per condizionare la politica del nostro Paese, all'insegna della ormai trentennale rivendicazione di un indennizzo per i danni coloniali. Mentre lo stesso Gheddafi si è finora rifiutato di risarcire le migliaia di italiani cacciati dalla Libia nel 1970, le cui proprietà e attività furono confiscate, così come non ha finora onorato i debiti contratti con le aziende italiane che ammontano a oltre 600 milioni di dollari.
In aggiunta l'Italia si è prestata a un ignobile gioco al rialzo del costo dell'indennizzo per i danni coloniali. In realtà Roma aveva del tutto saldato il conto con la Libia nel 1951, versando 5 milioni di sterline e cedendo tutte le strutture pubbliche alla monarchia di re Idris. Ma Gheddafi sconfessò quell'accordo internazionale e chiese un «gesto simbolico» riparatore. Nel 1984 non si trovò l'accordo sui posti letto di un ospedale: 1.200 ne chiedeva Gheddafi, 100 ne offriva Andreotti. Nel 2002 Berlusconi offrì 63 milioni di euro per la costruzione dell'ospedale o di un'autostrada tra Tripoli e Bengasi. Ma dopo l'attacco, il saccheggio e la distruzione del nostro consolato a Bengasi il 17 febbraio scorso (anche qui ci siamo distinti per aver chiesto noi scusa ai libici), Gheddafi ha alzato la posta: l'autostrada la vuole lunga circa 1.700 chilometri, dalla frontiera tunisina a quella egiziana, con un costo stimato in 3,5 miliardi di euro. Il 31 marzo scorso Berlusconi, pur di calmare le acque alla vigilia delle elezioni che lo davano perdente, accettò pubblicamente la nuova esorbitante richiesta libica. E ora Prodi si ritrova con una bella grana da risolvere in tempi di austerità economica.L'Italia spera che la vicenda dei clandestini potrà essere risolta in un ambito europeo, in modo da svincolarla dall'annosa questione dell'indennizzo per i danni coloniali. Ma Gheddafi ha tutto l'interesse a tenere unite le due tematiche, perché il suo obiettivo è di tenerci sotto scacco. Ebbene l'Italia potrà riscattarsi da questo odioso ricatto solo se la classe politica saprà far prevalere il senso e l'interesse dello Stato."

Saluti liberali