Gli Stati Uniti d’America fra Wojtyla e Ratzinger:


Stars and Stripes
and Jesus



di Marco Respinti

Percorsi di cultura politica, a. IV, n°3,
maggio-giugno 2005, pp.41-50


Gli Stati Uniti d’America sono un Paese strano. Addirittura indecifrabile, contraddittorio, eccentrico. Così almeno per la maggior parte degli intellettuali europei – amici o nemici che siano dell’ultima superpotenza occidentale rimasta -, e per questo in ragione di un’altezzosa (e sempre presente anche quando dissimulata e inconsapevole) pretesa di superiorità culturale da parte del raffinato Vecchio Continente rispetto al rozzo Nuovo Mondo. In realtà è l’Europa che oggi rischia di apparire molto vecchia e assai poco antica, laddove gli Stati Uniti si caratterizzano sempre più come un Paese dal futuro antico. Se c’è un luogo, infatti, in cui l’Occidente mostra segni di senescenza, di decadimento, di smarrimento culturale e di crisi d’identità questo è proprio l’Europa.. E spesso gli Stati Uniti non le sono poi molto diversi, questo è anzitutto da imputare ancora all’Europa, incapace di esportare nel Nuovo Mondo il meglio di sé, e in secondo luogo in palese stridore con quei segni di giovinezza e di vitalità distintamente statunitensi e altrove sconosciuti almeno nella misura e nelle forme assunte in America Settentrionale.
Evidentemente, la metafora della dicotomia tra vecchiezza e gioventù è solo suggestiva. A dirla tutta, l’America (nord e sud) non sarebbe alcunché senza l’Europa che l’ha scoperta, fondata, civilizzata, cristianizzata e per certi versi avviata anche alla decadenza. Così come forse – anche se è certo azzardato avventurarsi in ucronie di questo tipo – l’Europa sarebbe implosa su se stessa, e molto tempo fa, se non avesse, nel corso della propria storia, scoperto quell’impeto missionario (che in gran parte la costituisce in essenza) capace di trasformarla in faro di Civiltà per il mondo intero. Ma la questione importante è un’altra, almeno per i limiti che volontariamente chi scrive ha posto alla presente riflessione. Rispetto all’Europa, gli Stati Uniti d’America mostrano maggiore interesse per le proprie radici storiche, più affezione per il sistema valoriale e principale che ne costituisce l’identità etica e culturale, più disincanto rispetto alle sirene della Modernità filosofica, più legami strutturali con la Religione. Sono – me ne rendo conto – affermazioni che a tutta prima potrebbero apparire infondate, addirittura provocatorie, persino eterodosse. Eppure si tratta di dati di fatto che, a ben guardare, tutti in qualche misura conoscono. E’ solo cioè quando – spessissimo – ci lasciamo andare al luogo comune, indugiamo nella mentalità dominante, paghiamo pegno all’opinione corrente che crediamo di sapere il contrario, di credere cioè che gli Stati Uniti siano la patria del relativismo, della secolarizzazione e dell’homo homini lupus più spietato. Appunto, però, non è così.
Si potrebbero citare decine d’indagini sociologiche, di documenti ufficiali, di resoconti giornalistici, di expertise scientifiche, ma la freddezza (cioè anche il rigore e l’incontrovertibilità) di queste analisi non rincuorerebbe affatto. Scelgo allora solo qualche esempio evocatore, anzitutto della «stranezza» edificante di quel Paese che tutti credono di conoscere
quando di penetrarne lo specifico e di cui in realtà, alla resa dei conti, nessuno sa invece offrire con soddisfazione la cifra adeguata [Ottimo Marco!!!!!!!!!!!!!!!!!!!! Non avrei saputo dire meglio N.d.R.]

Un Paese diverso

Gli Stati Uniti sono, infatti, il luogo dove più combattivo e vitale è il movimento, popolare e colto, di difesa della Vita umana, quello che nel corso degli anni è divenuto il luogo più efficace e fecondo di ecumenismo autentico: ovvero quello che produce non il parler paludato, ma le conversioni. Conversioni dal protestantesimo al cattolicesimo e addirittura dall’ebraismo al cattolicesimo, spesso coinvolgendo nomi clamorosi.
Gli Stati Uniti sono, poi, il luogo dove vige un’intelligente e ferrea separazione tra Chiesa e Stato federale la quale ha generato, a fronte del pluralismo religioso vigente di fatto ( e non di principio) nel Paese, una laicità assolutamente intrisa di senso del sacro come invece non è accaduto altrove. Il problema vero, infatti, non è tanto quello della Chiesa di Stato, ma quello di una Chiesa di Stato autocefala che finisce per definire autoreferenziale [Come purtroppo accade a certe “sette” ortodosse N. d. R.]. L’esempio più tipico è quello del Regno Unito, dove la Chiesa di Stato, essendo anglicana, è autocefala e dove alla fine la distinzione fra britishness e adesione alla Chiesa è divenuto tutt’uno a ovvio detrimento della seconda. La Gran Bretagna, infatti, e non gli Stati Uniti, è semmai il paese dove di fatto si è instaurata una religione civile per la quale l’essere britannico e l’essere anglicano sono sinonimi. Gli Stati Uniti sono, quindi, il luogo in cui, da almeno mezzo secolo, la riflessione di quelle forze culturali che rivendicano a sé la rappresentanza del sensus Nationis autentico s’incentra sul diritto naturale. Gli Stati Uniti sono ancora il luogo dove, dal milieu di quelle forze culturali, è scaturita un’estremizzazione del pensiero liberale che, invece di teorizzare il relativismo utilitarista più radicale come ci si potrebbe aspettare (e dove altrove è successo), si è sostanzialmente

fatta reazione in nome di un revisionismo profondo che ha prodotto la riscoperta della pre-Modernità.


Gli Stati Uniti sono, dunque, il luogo in cui si pensa che i cattolici siano da sempre la maggioranza del mondo conservatore, ma non è vero: ne sono stati e ne sono guide così sapide da generare involontariamente tale illusione, ma soprattutto leaders capaci dell’autorità morale necessaria a decidere quali siano i limiti e l’oggetto del discorso. Gli Stati Uniti sono, del resto, il luogo dove quel conservatorismo che è stato ritenuto un’articolazione stessa della cultura cattolica ha in realtà costituito una grandiosa e fondamentale reazione interconfessionale rispetto ai canoni della Modernità e quindi uno strumento di apologetica d’incomparabile valore esattamente per la propria inattaccabilità sul piano confessionale. Un mondo che ha stretto alleanze inedite e irripetute fra protestanti, anglicani, cattolici, ortodossi ed ebrei, concretizzando de visu il concetto – culturale, non teologico – di giudeo-cristianesimo e creando quello di “ Orthodox Christinaity”: la ricerca vitale dei “fondamenti” di unità, pure problematica sul piano dottrinale ma assolutamente preziosa sul piano culturale e addirittura politico.
Gli Stati Uniti sono, infine, quel Paese in cui si può – anzi per certuni si deve [E a pensarla così sono sempre più persone, non solo negli USA N.d.R] – fare politica con la Religione: non politicizzare la fede, cioè, ma illuminare la propria azione pratica con i princìpi e la morale del proprio credo.


Insomma gli Stati Uniti sono un Paese assai meno secolarizzato di quel che consuetamente si ritiene. Anzi: sono un Paese più intriso di religiosità della media dei Paesi europei.

Tanto da configurare una sorta di oasi pre-moderna, se a “Modernità” si dà il senso filosofico di “disincanto dal mondo” anzitutto e soprattutto religioso. Battuta temeraria? Può darsi. [Analisi verissimo, caro Marco. Nessuna temerarietà N.d.R]. Ma proprio questo è ciò che sembra interessare e molto il Successore di Pietro.

Il «Papa polacco» e gli States

Ora sarebbe evidentemente temerario attribuire la Santa Sede un «trattamento di favore» verso gli Stati Uniti, che di per sé davvero non esiste. Né è qui possibile entrare nei dettagli di una questione – quella dei rapporti fra Chiesa cattolica e cultura statunitense – vasta, profonda e piuttosto complessa. Ma è nondimeno interessante cimentarsi con qualche considerazione generale – che in primis vorrebbe essere non generica, in secundis non così estemporanea o astrusa da apparire un volo pindarico – circa se non altro quelle possibilità di rapporto fecondo fra appunto Chiesa Cattolica da un lato e superpotenza “protestante” dall’altro che alcuni dati di fatto e alcune valutazioni di principio consentono, se non altro come approfondimento di quella composizione di luogo che vede significativamente apparire sullo scenario degli ultimo anni di post-guerra fredda un biografo statunitense di Giovanni Paolo II a cui sono stati messi a disposizione materiali forse fino ad allora poco frequentati - è il caso di George Weigel, autore di Testimone della speranza (Witness to Hope: The Bioggrafy of Pope John Paul II, 1999; trad. it., Milano, Mondadori, 1999) – e il nuovo Prefetto della Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede, scelto da papa Benedetto XVI nella persona del card. Joseph Levada, già arcivescovo di San Francisco.
E queste considerazioni prendono il via da un fatto: il fatto che negli Stati Uniti i protestanti sono la maggioranza assoluta dei cittadini, ma tanto e così profondamente divisi fra loro da non riuscire a fare numero a favore – con grande evidenza – proprio dei cattolici. Per poi proseguire con la considerazione di un secondo fatto. Quello che dice che questi Stati Uniti , in cui all’alba della Repubblica, i cattolici erano una minoranza ridottissima, e che oggi (anche grazie ad un sistema costituzionale che ne ha garantito libertà di movimento) sono, invece, maggioranza relativa rispetto alle molte e divise comunità protestanti del Paese, hanno imparato a coltivare sintonie e affinità con Giovanni Paolo II del tutto inaspettate. Con la persona carismatica e accattivante di quel pontefice, certo: ma sicuramente anche con il suo Magistero, fattispecie dell’insegnamento del Vicario di Pietro sempre nuovo e sempre fedele a se stesso da duemila anni. La promulgazione il 1° maggio 1991 dell’Enciclica Centesimus annus , a cent’anni esatti dalla Rerum novarum di papa Leone XIII, venne per esempio significativamente registrata negli Stati Uniti come un evento di fondamentale importanza. Si trattava, infatti, di un documento di dottrina sociale in cui il papa operai venuto dall’Est, tanto anticomunista quanto antinazionalsocialista, e allo stesso tempo non certo prono a quelle caricature di quella economia di mercato che si trasformano in oligopoli spersonalizzanti e schiavizzanti, riconosceva nettamente il fallimento pratico, l’improponibilità teoretica e l’immoralità radicale di ogni sistema collettivistico che deresponsabilizza la persona e che economicizza, ossia matematizza, tutti gli aspetti del reale. Non si trattava – come in malafede si potrebbe dire – del tripudio del mondo del lassez faire di fronte alla benedizione papale del proprio impianto economico.

Il Pontefice non risparmiava, infatti, le critiche alle storture del sistema, ma affermava con scienza e coscienza un principio basilare: abusum non tollit usum.

Laddove il comunismo che si fonda sul collettivismo resta intrinsecamente perverso, le mancanze dei sistemi ad economia libera non negano la superiorità, anzi la bontà dei loro assunti sulla cui applicazione concreta bisogna sempre vigilare, e a maggior ragione ribadisce che essi soli possono garantire misure atte ad instaurare una società a misura di uomo. Di più: a misura di uomo e secondo il piano di Dio., giacché quella dimensione teologica non era e non è – per usare un understatement – estranea né agli Stati Uniti né tantomeno al Pontefice. Non era nemmeno l’imprimatur sul liberalismo, anche perché cosa sia “liberalismo” e se esso permei di sé gli Stati Uniti è questione tutta da stabilire. Il perno della Centesimus annus, infatti, come l’intero Magistero sociale cattolico, ha il suo cuore altrove: nella persona umana. E usa dell’occasione fornita dalla riflessione in campo per esempio economico per avanzare e per difendere il “caso della persona umana” quanto al quel specifico aspetto del reale. Nel caso di Giovanni Paolo II, poi, la dimensione personalistica dell’insegnamento ex Cathedra ha proverbialmente assunto dimensioni tanto rilevanti da divenirne un tratto distintivo. E proprio la dimensione personalistica ha innescato la scintilla fra Stati Uniti e Papato cattolico. Giacché la cultura statunitense, poco propensa a elaborazioni di tipo filosofico, s’incentra tutta sull’uomo, individuo e comunità in tensione dinamica, e solo in seconda battuta (riflettendo cioè sulla «questione-uomo» in quanto tale) da essa astrae.

Un’eredità feconda, questa, della cultura platonico-aristotelica così come tramandata dalla Tradizione cristiana che sola spiega il presunto «liberismo» statunitense, quello per cui oggi si viene scoprendo, e proprio negli Stati Uniti, come le istituzioni di libero mercato s’incentrino sull’idea di persona umana tipica della “seconda” scolastica iberica, sull’introspezione tomista, sul retaggio medioevale e così via risalendo.
Del resto, i sette viaggi compiuti negli Stati Uniti da Giovanni Paolo II fra il 1979 e il 1999 si sono trasformati in grandiose occasioni d’incontro con il popolo nord-americano, ricambiati poi dalle visite nella Città del Vaticano dei presidenti Ronald W. Reagan, Jmmy Carter, Bill Clinton e George Bush padre e figlio. Gli Stati Uniti hanno, pertanto, offerto al Pontefice una tribuna privilegiata da cui rivolgersi al mondo intero. Il Papa lo dimostrò prestissimo quando nel 1979, l’anno dopo la propria elezione al Soglio di Pietro, il 2 ottobre parlò alle Nazioni Unite, che certo non sono gli Stati Uniti, ma che pure hanno sede privilegiata a New York. Il pontefice parlò della pace e la definì come la difesa di quei beni a cui corrisponde al dimensione spirituale dell’esistenza dell’uomo e quindi la distinse raffinatamente dalla semplice assenza di guerra. A Washington, poi, davanti al Campidoglio disse che

«la Vita umana non è soltanto un’idea o un’astrazione», ma «la realtà concreta di un essere che è capace di amore e
di servizio all’umanità».


Con poche, lucide parole, il pontefice indicava insomma agli Stati Uniti un compito forte:

essere apostoli della Libertà autentica dell’uomo e non solo poliziotti del mondo.

Nel 1984 Giovanni Paolo II incontrò Reagan. Si dice che siano stati loro due a vincere la Guerra Fredda con il concorso di Margaret Tatcher. Certo è che il futuro lo aveva divinato, all’inizio degli anni Ottanta, addirittura il KGB. E certo è che Reagan si legò a quel papa slavo come nessun altro presidente nord-americano ha mai fatto con alcun altro pontefice romano. Negli States si è sempre detto che, dopo l’incontro con Karol Wojtyla, Reagan abbia preso in considerazione sempre più seria il messaggio di Fatima. Per meri motivi politici, dicono le malelingue. Forse…..
Il quarto viaggio papa Wojtyla lo compì dal 10 al 19 settembre 1987: Miami, New Orleans, Los Angeles, San Francisco e Detroit. L’America dei fermenti culturali alternativi e l’America della grande industria.. In Louisiania fu un bagno di folla enorme. E, come anni dopo a Denver, non solo composta da cattolici. Giovanni Paolo II è sempre riuscito, in modo concretissimo, su di sé e attorno a sé, cioè alla sua fisicità e alla sua mediaticità, a far quello che mille convegni di teoria ecumenica non sono mai riusciti nemmeno lontanamente a sfiorare. E’ così che negli Stati Uniti “protestanti” il Papa è divenuto, oltre gli steccati confessionali, un’autorità morale. Calpestando la piazza, dopo averla baciata. Fu alla McNichols Arena di Denver che, nell’agosto del 1993, il Colorado divenne la capitale morale della gioventù, della giovinezza. Che non è mai solo, e il Papa lo ha sempre saputo bene, una condizione fisica, esteriore, passeggera. L’VIII Giornata Mondiale della Gioventù divenne un inno vivente alla Vita.

Il tema era America, difendi la Vita!!!!!!

In quel momento gli Stati Uniti si fecero capitale dell’Occidente, capitale di un mondo in cui la vita umana viene calpestata con disinvoltura, ma dove pure è difesa da una sanior pars, credente e non, a cui il Pontefice ha affidato, per sempre, un mandato. Nel mondo del dopo-ideologia, non c’è più Rivoluzione politica, economica o sociale che possa sperare di ammaliare l’uomo. Resta, però, la minaccia più grave di tutte. L’idea della «buona morte», dall’embrione «grumo di cellule» al malato terminale che pesa sulla pubblica [Dottrina hitleriana docet!!!!! N. d. R]. L’espressione «cultura della morte» il pontefice la coniò in quella occasione. «Il Papa – disse allora – non ha parlato contro la libertà, specialmente contro la libertà americana. Ha, invece parlato a favore della libertà, in favore di un buon uso della libertà. Solo l’uso corretto della libertà è vera libertà».
Nel 1995 il Pontefice tornò all’ONU. La Cortina di Ferro non c’era più. Però c’era stata la ex Jugoslavia e ci saranno in un futuro che ancora nessuno poteva prevedere, ben altre guerre, l’Undici Settembre, il terrorismo internazionale. Il Papa disse che la legge morale universale, inscritta nel cuore stesso dell’uomo, è una sorta di “grammatica” indispensabile al mondo per affrontare il proprio futuro. Quanta ragione ebbe il pontefice quel dì, in quella vetrina mondale posta nel cuore degli Stati Uniti, la si può palpare quasi fisicamente anche in queste ore.

Giovanni Paolo II, che ribadì con forza la dottrina tradizionale della Chiesa su questioni spinose quali la guerra (parlando di guerra giusta) e l’ammissibilità entro certi limiti della pena di morte (che negli Stati Uniti esiste), è stato il Papa che ha autorizzato sul piano morale, l’ingerenza umanitaria.


Eppure è stato il Papa che sull’Iraq, per ben due volte, ha apertamente disapprovato l’intervento armato voluto dai due presidenti Bush.

Sul Medioriente, infatti, il confronto fra i vertici politici statunitensi e Santa Sede è divenuto serrato senza però farsi mai teso. In modi diversi, ma con ragioni pressoché identiche, il Papa da un lato e l’Imperator dall’altro hanno creduto di agire per il meglio e al meglio [Altro che l’idiozia neomodernista di G.P.II vs G.W. Bush!!!!!!!!! N. d. R].

E se il primo non ha mai perso occasione per dirlo chiaramente al secondo, quest’ultimo ha opportunamente – umilmente, devotamente – sempre evitato la risposta diretta, scegliendo di agire secondo coscienza senza polemizzare. Così si fa tra uomini di convinzione, tra uomini di forte convinzione morale.
Che il presidente Bush jr. sia un uomo di fede al centro della cui visione anche politica sta il diritto alla Vita e che una certa attenzione qualificata alla Chiesa Cattolica egli abbia cominciato a prestarla, non è infatti un mistero per nessuno.


In questo, lo zampino del “Papa polacco” è peraltro più che evidente, e la ragione è che Wojtyla ha sempre preferito affrontare realisticamente le situazioni e gli uomini invece di prenderli di petto con il solo ausilio di una dottrina pur sacrosanta. Come fanno gli statunitensi, insomma.

Bush jr., del resto, rompendo ogni indugio e ogni precedente, ha scritto e detto parole in morte di Giovanni Paolo II come mai era accaduto nella storia degli Stati Uniti [Come sempre lodi incommensurabili al cristiano-texano G.W. Bush!!!!!!! N. d. R.]. E quella sua annunciata, vistosa presenza alle esequie del pontefice in Piazza S. Pietro è un gesto che si spinge ben oltre il cerimoniale.

Papa Bendetto XVI, infatti, se ne è accorto. E da tempo
.


La battaglia contro il relativismo

Da tempo, infatti, la battaglia che Joseph Ratzinger, ieri cardinale prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, oggi Pontefice della Chiesa Universale col nome di Benedetto XVI, combatte contro il relativismo avvelenatore dell’anima umana ha assunto il volto di una strenua lotta per la salvezza dell’identità occidentale.

E’ L’Occidente, infatti, segnatamente l’Europa, la più affetta dal morbo relativista foriero del più cupo nichilismo suicida.


Tutte le pubblicazioni, tutti i discorsi più recenti di Ratzinger, cardinale e Papa, portano questo sigillo. Ne è grande, anzi grandiosa testimonianza il dialogo intessuto su queste tematiche con il presidente del Senato italiano Marcello Pera: un dialogo evidentemente importante di suo, ma anche emblematico dell’itinerario che Ratzinger ha intrapreso incontro, ma senza sconti, a quella cultura liberale che nei suoi lati migliori (cioè nei suoi vertici) concorda pienamente con alcune questioni fondanti l’atteggiamento cristiano.
Ebbene, quanto oggi Ratzinger dice a Pera illumina profondamente l’atteggiamento del nuovo Vicario di Pietro nei confronti di quella parte dell’Occidente che Robert Conquest definisce «anglosfera» e in essa specificamente gli Stati Uniti. Sarebbe presuntuoso provare ad indovinare (ancor più mettersi a dettare) la prossima «geopolitica culturale» di Papa Benedetto XVI. Eppure sarebbe palese cecità il non accorgersi che le decise denunce proferite dal Ratzinger prime teologo e poi pontefice contro quel relativismo che parrebbe trovare tra i paladini più estremi proprio gli USA,

è esattamente negli Stati Uniti che trova il terreno più fertile di reazione.

Del resto, la pluriennale attenzione che Ratzinger – sempre senza facili sconti – rivolge al mondo della Comunione anglicana e all’ecumene luterano vanno anch’essi nella direzione nella ricerca di interlocutori attenti per la battaglia contro il relativismo. Oggi come ai tempi di Giovanni Paolo II, infatti,

nelle battaglie a difesa della dignità della persona e del diritto alla Vita, la Chiesa Cattolica trova sempre più spesso alleati validi e pressoché unici proprio negli Stati Uniti [Chi ha occhi per vedere, veda e orecchi per intendere, intenda!!!! N. d. R.].


E questo perché, a differenza dell’Europa, gli Stati Uniti mantengono ancora viva quella certa ispirazione non prona alle ideologie della Modernità che ne costituisce il proprium fin dalla Fondazione. E’ di questa consapevolezza storco-culturale che esiste traccia forte proprio nel Magistero ratzingeriano.

Occidente: delusione e speranza.

Il pensiero di Papa Benedetto XVI vive per esempio dell’importante semantizzazione in «Europa allargata» del concetto di Occidente, la quale ricorda da presso quella di «Magna Europa» elaborata mezzo secolo fa esatto dallo storico olandese della cultura Hendrik Brugmans. Vale a dire l’idea di una Grand’Europa come mondo umano nato dall’espansione degli europei non solo in quel subcontinente dell’Asia che è l’Europa, ma anche nelle Americhe, in Africa e in Oceania, così come la Magna Graecia è stata anzitutto “la Grecia di fuori”, ma, in ultima analisi, la Grecia in tutta la propria maturazione. Quindi, anche il rapporto fra «l’Europa fuori dell’Europa» e «l’Europa in Europa», la prima essendo l’uscita dell’Europa dai suoi confini geografici proprio a partire dalla scoperta dell’America.

Dell’Occidente così inteso, Ratzinger ripercorre, dunque, a grandi tappe gli sviluppi storici.

L’incontro con il Cristianesimo (l’embrione dell’idea europea è, infatti, precristiano) e la nascita di una nuova Civiltà, l’avvento dirompente della Riforma, quindi quello dell’Illuminismo e della Rivoluzione Francese; poi, l’epoca della crisi contemporanea, duplice come duplice è l’attacco subito dalla Civiltà Cristiana occidentale. All’interno l’aggressione del relativismo, all’esterno l’assalto organizzato di nemici stranieri alla cultura che appunto ha fatto e fa l’Occidente ciò che è stato ed è.
Una delle dimensioni più feconde del pensiero dell’attuale pontefice è, però, quella che ravvisa una netta e profonda differenza di sviluppi fra l’Europa continentale e «l’Europa di fuori» nordamericana, quell’America forgiata in profondità dalle proprie origini europee, e questo a partire dal momento in cui sorse un pensiero moderno autonomo rispetto alla riflessione cristiana. Se in Europa, insomma, il giacobinismo ha reso la laicità sinonimo e veicolo di laicismo, per Ratzinger cardinale teologo ieri e pontefice oggi, in America Settentrionale (che subisce la Rivoluzione protestante, ma non la «pensée française») no. Al punto da rendere apprezzabile quella distinzione Stato-Chiesa che vige negli Stati Uniti e che ha premesso cose inaudite. Per esempio che, di fatto, il più grande sponsor del cattolicesimo siano i “protestanti” Stati Uniti d’America. Del resto, la chiave di volta dell’atteggiamento della Santa Sede verso gli Stati Uniti sono quelle parole pronunciate da Papa Pio XII nel discorso ai partecipanti al Congresso Mondiale dell’Apostolato dei laici, del 14 ottobre 1951, le quali esprimono – sintomaticamente, ma assai lucidamente – l’ermeneutica di tutto l’atteggiamento culturale tenuto dal Magistero nei confronti della questione Occidente/Modernità.

«Alla fine del secolo diciottesimo – disse, infatti, in quella occasione papa Pio XII – entra in gioco un fattore nuovo. Da una parte, la Costituzione degli Stati Uniti dell’America Settentrionale, che si svilupparono in modo straordinariamente rapido e ove la Chiesa doveva presto crescere considerevolmente in vitalità e vigore, e, d’altra parte, la Rivoluzione Francese, con le sue conseguenze tanto in Europa quanto Oltremare, che finirà per staccare la Chiesa dallo Stato».


God Bless America!!!!!!!!!!!!!!!!!