Oreste Sartore
22/08/2006

Le fede reale e concreta di una persona, quella che plasma il suo spirito, che informa i suoi pensieri, parole ed azioni, quella per cui uno è disposto a dare il proprio sangue, non coincide necessariamente con la pratica religiosa esteriormente professata.
La fede vera che un uomo ha è quella che corrisponde all’ente che l’uomo colloca al primo posto, sia esso Dio, un’ideologia, una persona, una passione o un bene materiale.
Chi si fosse allontanato dalla pratica religiosa negli anni del Concilio e fosse rientrato nel gregge di Cristo anni dopo, non avrebbe potuto evitare di imbattersi in una tipologia di nuovi «cristiani», in precedenza mai vista.
Trattasi di gente con una cultura sopra la media, appassionata di studi biblici, lo sguardo orientato verso Tubinga, nostalgica del cristianesimo delle origini, politicamente schierata a sinistra. (1)
Biblisti ed evangelici radicali (tali si definiscono i nostalgici) hanno in comune l’ossessione di ricondurre il cristianesimo alla purezza delle origini, alla città di Gerusalemme, liberandolo dalle incrostazioni di Atene e dalle sovrastrutture di Roma. (2)
Lotta culturale contro le sedimentazioni, lotta concreta contro la filosofia greca e contro il Papato (i due veri nemici).



A queste due solide costruzioni della nostra civiltà, filosofia greca e Papato, vengono contrapposte la regressione al giudaismo e l’utopia del profetismo (di profetismo sono pregni tutti i loro leader, a sentir loro).
Fanno parte della congrega i monaci neo-ghibellini, i quali, come ha osservato don Gianni Baget Bozzo, intendono «lo stato monastico come intrinsecamente profetico e quindi vivono i propri pensieri come storicamente e politicamente antipapali».
Si battono per una chiesa non gerarchica e, ovviamente, collegiale e «democratica».
Abbattono la mannaia giacobina su tutta la storia della Chiesa, sulle sue elaborazioni dottrinari e sulle pratiche religiose e opere d’arte ad essa ispirate.
Su tutti questi fenomeni è stata gettata una torbida coltre intrisa di sospetti, a causa di essi (presunti peccati della Chiesa) occorre cospargersi il capo di cenere.



I santi, quei pochi che sono stati risparmiati dal ludibrio antifideistico, sono divisi in buoni e cattivi.
Da una parte il poverello di Assisi, mai così strumentalizzato e, naturalmente, il Papa buono (Giovanni XXIII); dall’altra Domenico, Bellarmino, Marco d’Aviano.
Nel loro paradiso fittizio trovano un posto d’onore gli eresiarchi classici e perfino quelli antinomici, come fra’ Dolcino.
Dell’allora cardinale Ratzinger parlavano digrignando i denti e nemmeno Giovanni Paolo II, almeno quello d’inizio pontificato, andava loro a genio.
Neo-gioachimiti, vedevano nel Concilio Vaticano II l’inizio della tanto sospirata riforma, sempre minacciata nella sua stessa esistenza.
Vagano in cerca di preti a loro fratelli, preti che celebrano a giorni alterni le colpe della Chiesa vecchia e la gioia di quella risorta, preti che, commossi dalla propria bontà, assolvono in modo comunitario adulteri e omosessuali, preti che comprendono il ricorso al preservativo, all'aborto, all'eutanasia.
La missionarietà è stata privata di significato, trattandosi di un proselitismo che fa violenza ai miti (?) di popoli primitivi e che crea angosce a quelli avanzati.
Chi vede come negativo lo stato presente del mondo (e della Chiesa) con le sue tendenze anticattoliche è bollato come «profeta di sventura».
Modelli ideali per l’edificio di culto sono le spoglie chiesette in legno della ex-luterana Scandinavia (per gli iconoclasti i dipinti e le statue nelle chiese sarebbero sintomi di neo-paganesimo); il manierismo è visto come decadente, il barocco è aborrito.
Grande considerazione hanno invece per gli artefatti totemici, di qualsiasi provenienza.
Il santo Rosario, le litanie, i pellegrinaggi mariani sono derisi come devozionismo controriformista, da sostituire con discussioni democratiche sugli errori della Chiesa e sulle vera interpretazione delle Scritture.
Biblisti e radical-cattolici sono uniti nel tentare di espungere dal cristianesimo la grecità, si sono dati il compito di procedere ad una de-ellenizzazione delle Scritture, dei riti e delle prassi.



Per quanto riguarda l’Antico Testamento, gli intellettuali clericali aborriscono la traduzione in greco dei Settanta dotti ebrei, stilata tra il III e il II secolo avanti Cristo nell’isola di Faro (Alessandria d’Egitto). Quella versione aveva lo scopo di venire incontro alle esigenze dei giudei della diaspora, gente che non comprendeva più l’ebraico.
Una versione dei savi del vero Israele, voluta dalla Provvidenza a sigillo dell’Antica Alleanza, in previsione dell’annuncio del Regno a tutti i popoli.
Indegna di considerazione è la versione in latino di san Girolamo, «incrostata di teologumeni cristiani».
Il loro testo di riferimento è quello masoretico, scritto in ebraico (quindi privo di consonanti), la prima copia del quale è il Codex Leningradensis, redatto nel 1008 dopo Cristo.
Solo chi conosce l’ebraico è un interlocutore degno di essere ascoltato dai biblisti: l’interpretazione è riservata agli esegeti, i quali seguono ovinamente il completamento talmudico del testo, attuato nel corso di diversi secoli e che comprende, tra l’altro, l’aggiunta delle vocali (quelle decise dai rabbini a loro discrezione).
Faceva notare Gilson come l’esegesi, la scienza nuova dei protestanti, sia «la versione dotta del libero esame, dove la fiducia nell’oggettività e nel rigore delle conclusioni serve a dare alle verità rivelate quelle garanzie che esse non possono più avere dal Magistero della Chiesa e dalla Tradizione». (3)



Quanto al Nuovo Testamento, gli esegeti sono seguaci della scuola di demitizzazione nella Scrittura, il cui capostipite è stato Bultmann.
Questo professore di Marburgo vedeva nel cristianesimo solo una dottrina: tutto il resto non sarebbe altro che un rivestimento mitico, forse un tempo giustificabile, come strumento didattico per i semplici (far capire loro le alte verità atemporali e le norme di azione del cristianesimo).
L’uomo moderno non necessita di queste aggiunte.
Anzi ne verrebbe svilita la sua dignità.
Di qui discende il dovere di demitizzare tutti i passi della Scrittura in cui faccia capolino il soprannaturale, come le guarigioni e i miracoli («se si intendono come infrazioni all’ordine naturale, non sono possibili», ha scritto il bultmanniano Adolf von Harnack) e la Resurrezione (farina del sacco di fantasiosi scrittori popolari).



La Resurrezione e i miracoli sono infatti episodi troppo grossolani, che ripugnano alle candide orecchie del pensatore illuminato.
Leva di Bultmann, per sostenere le sue tesi, era la post-datazione delle scritture neo-testamentali.
Questo permetteva di diminuirne il valore storico, se non addirittura di negarlo e di catalogare quelle descrizioni come creazioni delle prime comunità, divenute incandescenti all’ascolto dell’inaudita buona novella.
E’ da sottolineare che Bultmann, per sostenere la sua immaginaria tesi, avrebbe dovuto corroborarla con prove concrete.
Ma egli era un pensatore puro.
Non si recò mai in Terra Santa, né i suoi seguaci mai si curarono delle scoperte archeologiche e papirologiche che si sono susseguite e che smentivano le loro tesi, salvo denunciarle come pie interpretazioni di devoti inesperti (ne riparleremo).
I teologi italiani, anche se non hanno seguito integralmente la lezione di Bultmann, sono combattivi nella loro battaglia volta a purificare i Vangeli dalle influenze ellenistiche per ricondurli al loro originario nucleo semitico.
L’allora vescovo di Rottemburg-Stuttgartm e docente a Tubinga, Walter Kasper (ora cardinale e presidente del pontificio consiglio per l’unità dei cristiani), queste teorie le ha fatte proprie .
Egli ha con acribia annotato «una tendenza nei Vangeli ad amplificare e moltiplicare i miracoli... per arricchire la figura di Gesù di numerosi motivi extra cristiani, per sottolinearne la grandezza e l’autorità».
Per il dotto vescovo il risveglio della figlia di Giairo, del giovanetto di Naim e di Lazzaro sono teologumeni che «mirano a presentare Gesù come Signore sulla vita e sulla morte» [perché, per il monsignore, non è così?].
Per questo vescovo della Chiesa di Roma «molte storie miracolose riferiteci dai Vangeli debbono essere considerate leggendarie... il racconto della Resurrezione, almeno nella forma in cui ci si presenta [squisito, ndr], non è un racconto storico». (4)


Il cardinale Walter Kasper



Come apparirà meglio da quanto segue, l’elemento centrale della costellazione mentale di questi intellettuali è l’ebraismo.
Non l’ebraismo reale, rabbinico-talmudico, bensì uno del tutto immaginario, ricco di tutta la saggezza del popolo di Mosé e dei Profeti, ma depurato delle nefandezze, degli omicidi politici e dei massacri di cui si è macchiato il popolo eletto, a partire dalla strage perpetrata da Simeone e Levi contro gli abitanti della città di Camor l’Eveo (5), fino allo sterminio delle popolazioni loro preesistenti, stanziali come i Cananei, o nomadi quali gli Amorrei, gli Amaleciti e i Madianiti.
Orgogliosi di aver riscoperto le radici semitiche del cristianesimo, i teologi noachiti considerano come «incrostazione ellenistica» anche tutto ciò che nel Nuovo Testamento non trova corrispondenza nell’Antico. La meravigliosa sintesi dei Padri - e di san Tommaso in particolare - tra Rivelazione e filosofia greca è rigettata come spuria.
Secondo loro, i testi cristiani, a partire dai Vangeli stessi, sono zeppi di filosofemi greci che non appartengono al nucleo originale, il quale era, quanto a concetti, secondo loro, totalmente giudaico.
Gli esegeti neo-talmudici, ad esempio, ripudiano la parola greca αλήθεια (che significa verità), così frequente nei Vangeli, in quanto concetto non biblico.
I passi in cui se ne parla sarebbero derivati dalla cultura pagana degli evangelisti, in quanto verità sarebbe un’invenzione dei greci, sconosciuta agli ebrei.
Bollano le molte espressioni riguardanti la nozione di verità contenute nel Nuovo Testamento come aggiunte fatte dalle comunità cristiane di stirpe ellenico-pagana (non male come spregio razzista).
I cristiani talmudizzati argomentano che la pura fede giudaica dell’Antico Testamento è centrata sull’Alleanza e non sulla Verità.
Dimenticano che i Settanta hanno tradotto la Bibbia in greco, dimostrando che non esiste opposizione tra i due modi di esprimersi.
Dimenticano altresì che è proprio quella dei Settanta la versione che Gesù e gli Apostoli citavano ai loro contemporanei.



Si scagliano contro una immaginaria ellenizzazione del cristianesimo, quando ciò che è avvenuto è esattamente il contrario, la cristianizzazione della filosofia greca.
Sapienti esperti nell’arte della comunicazione e, ad un tempo, intrisi di manicheismo sin nel profondo, utilizzano il linguaggio per demonizzare i loro nemici concettuali e fisici: orpelli, incrostazioni, indebite influenze, sedimentazioni, concrezioni, rivestimenti è tutto ciò che è a loro sgradito.
Ripulito, puro, reso integro, è ciò che a loro piace.
Dal punto di vista delle credenze, hanno accantonato il Limbo come congettura, reputano il Purgatorio una costruzione posteriore.
A livello di comuni credenti, la loro messa in ombra del soprannaturale cristiano si è tradotta in una religione immateriale, in una deriva di stampo moralistico, che lascia il popolo alla mercé del potere di questo mondo e che «riporta il cristianesimo in seno all’ebraismo».
Dal punto di vista del sacerdozio, i teologi giudaizzanti, emotivamente coinvolti e convinti dagli ebrei sull’unicità della shoah, hanno elaborato una falsa teologia del Sacrificio, quella cosiddetta del «dopo Auschwitz», in cui la Vittima Santa non è più Gesù Cristo, ma il popolo israelita.
Furibonda è la loro negazione della logica.
Per questi spiriti eletti, a seconda dei casi e degli avvenimenti, il mondo ora è tutto perduto ora tutto è già salvato dalla presenza immanente di Cristo.
La loro logica è bicamerale e, ad un tempo, funzionale: nei due casi fa lo stesso, che lo si benedica o lo si maledica, il mondo può restare così com’è (nessuno era mai riuscito a difendere meglio lo stato di cose presente, né dare completo mandato al potere di dominare totalmente i popoli).



Valga ad esempio questo episodio: un collega, membro di un gruppo di cattolici «avanzati», ragionava sul mondo, a seconda degli avvenimenti, seguendo a piacere uno dei due schemi.
Sino a che, un giorno, spazientito, non potei trattenermi dal chiedergli: «ma tu ci credi al principio di non contraddizione?».
Poiché esitava, gli chiarii in cosa il principio consiste (è impossibile che la medesima cosa sia e non sia nello stesso soggetto, nello stesso tempo e nello stesso rapporto).
Allora venne la risposta: «se è questo, non mi interessa».
Il giorno dopo l’amico arrivò in ufficio ansante carico con una pila di libri alta un metro, libri di esegeti e di teologi.
Li posò sulla scrivania e, in tono di sfida, esclamò: «sono questi i miei principi!».
Non osai più tediarlo con quisquilie come l’opposizione tra A e non-A.
Il loro eloquio è giocoforza circolare, secondo la lezione dello psicanalista neognostico Carl Gustav Jung, figlio di un pastore protestante (nonché membro della massoneria). (6)
Essi parlano al mondo essoterico con allusioni ed immagini, girano e girano attorno al nocciolo, sospirando per l’impossibilità di svelarlo esplicitamente (i tempi non sono ancora maturi per l’abominio disvelato).
Le loro prediche sono logorroiche (7), la loro produzione di testi sterminata.
Per gli iniziati scrivono invece piccoli libri, che passano sotto silenzio. (8)



Perché dunque chiamarli neo-marrani?
Il marranesimo classico è un fenomeno che risale al 1492, quando Isabella la Grande cacciò dalla Spagna gli ebrei, ameno che non si convertissero alla fede cristiana.
Si trattò di un evento epocale: nel museo di Tel Aviv, l’ebreo sosta meditando davanti al dipinto (che occupa un’intera parete) raffigurante il momento doloroso dell’imbarco dei propri correligionari sulle navi dell’esilio. (9)
In quel tempo molti israeliti, mentre esteriormente professavano il cristianesimo, continuarono in cuor loro a rimanere fedeli al giudaismo talmudico. (10)
Centovent’anni dopo, il principe Federico V del Palatinato perseguì una politica opposta, chiamando alla sua corte uno stuolo di cabalisti. (11)
Mal gliene incolse.
L’incauto principe venne trascinato, in odio agli Asburgo, in una guerra che insanguinò l’Europa e lasciò la terra tedesca nella desolazione (la guerra dei Trent’Anni).
Questo per il marranesimo vero e proprio.



Con il termine neo-marranesimo intendo designare il fenomeno che riguarda non gli ebrei, ma i cristiani e che ho descritto più sopra.
Esso è analogo a quello antico: c’è una fede di fatto, che vede il giudaismo come la vera guida dello spirito dei giusti, ed una professione e pratica esteriore del cattolicesimo.
Non che si siano segretamente convertiti all’ebraismo; sono i loro atti e le loro parole che parlano di una subordinazione culturale e di una latria religiosa per il popolo eletto, o meglio per la sua deformata e neo-edomita (12) versione attuale.
Antepongono alla fede in Gesù Cristo la umana convinzione che la luce vera del mondo sia Israele.
Forse è ancora più appropriato indicarli con un altro nome, quello di Monopanti (Uno-Tutto).
Nel 1600 Horacio Quevedo ha denunciato con toni biblici l’abominio ora in atto.
Nel racconto dal titolo «L’isola dei Monopanti», sei rappresentanti dell’isola dei Monopanti (l’Inghilterra?) sono presenti ad un convegno degli ebrei europei.
E’ presente anche un rappresentante dei marrani.
Chi sono dunque i Monopanti?
Non dunque gli ebrei e neppure i marrani, ma «uomini di quadruplice malizia, di perfetta ipocrisia, di straordinaria dissimulazione».
Ecco come li presenta ai convenuti il rabbino Saadìas: «essi sono gli ebrei nel Nuovo Testamento, come noi lo siamo dell’Antico».
I cristiani giudaizzati sono la versione noachita del rabbinismo talmudico.
Non è che, come i loro «fratelli maggiori» essi odino la persona di Gesù di Nazareth; si limitano a negare la sua vita come mitica.
L’odio furibondo è rivolto contro ciò che di Cristo è reale e storico (le sue parole, i suoi atti, le sue invettive, i suoi miracoli), per farne una figura spettrale («Risorto» è il tipico e quasi unico appellativo con cui indicano il nostro Maestro e Redentore, il Signore del Cielo e della Terra).
Non credono quasi più a niente, ma non hanno il coraggio di negare la fede in maniera esplicita.



Utilizzando un linguaggio fumoso non scoprono del tutto le loro carte, e così possono rimanere dentro la Chiesa, come mitili che divorano la flora degli scogli, come parassiti che rodono il corpo dell’uomo.
Per l’inerzia e perfino la connivenza di molti pastori, stanno proseguendo indisturbati la loro opera di demolizione delle Scritture, dei riti, delle pratiche religiose e dei canti liturgici (aboliti quelli in latino, ne sono stati introdotti di ebraici in lingua originale). (15)
In compenso siedono come invitati d’onore nei banchetti imbanditi dai padroni dell’oro.
E’ proprio vero che «molti che si dicono dentro sono fuori, molti che sembrano fuori sono dentro».



Molti i personaggi di spicco che hanno abbracciato questo modo di sentire.
Se il dotto Ravasi (che pure molto ha prodotto di buono) è uno degli esponenti più illustri, il servita Turoldo è stato il vate, profeta e guida politica del movimento.
La tomba di Turoldo è meta di pellegrinaggi per i colti ed anche per quella parte del popolino che si è fatta sviare.
Lui il derisore del rosario e dell’azione dello Spirito Santo, lui il cantore della luce nuova entrata nel mondo, Michail Gorbaciov (so quel che dico). (13)
A Radio Maria imperversa un tal Sorbi, la cui trasmissione non deraglia mai dall’unico tema, l’esaltazione acritica degli ebrei, del mosaismo, della cultura giudaica, dello Stato di Israele.
L’ex-ciellino, Antonio Socci, ha scritto un articolo delirante sulla doppia elezione di Israele e della Chiesa, con conseguente doppia e parallela alleanza. (14)
I sostenitori dell’equivicinanza cristiano-giudaica raramente sono stati sanzionati, spesso hanno ricevuto incarichi e prebende.
Uno come Küng, che fa parte del consiglio per la redazione della Nuova Religione Universale, è stato di recente ricevuto cordialmente da Benedetto XVI.
Molti anche gli effetti della loro predicazione.
La revisione della dottrina cattolica tradizionale sul giudaismo è stata portata a termine con l’enciclica paolina Nostra Aetate.
La preghiera del Venerdì Santo «pro perfidis judaeis» è stata cancellata (figurarsi, se ne auspicava la conversione).
I politici non vanno più a Compostela, ma ad Auschwitz e a Yad Vashem.
Si fanno timbrare dai giudei il passaporto verso i lidi «democratici», ove il potere è più saldo.


Padre David Maria Turoldo



In una trasmissione di SAT2000 di quest’anno, a rispondere ad una presentatrice che chiedeva ossessivamente se ci fosse un pericolo di rigurgiti di antisemitismo vi erano: una famigliola Lubavitscher, altri 7 ebrei, il notorio George Israel ed un giornalista «cristiano», convocato grazie ai propri meriti filoguidaici.
In collegamento interveniva la nota «giornalista» Fiamma Nirenstein.
Un esempio di come saranno condotti gli equi processi nel bel mondo futuro.
L’ebreo Alphonse Tobia de Ratisbonne doveva aver preso un abbaglio, quando, dopo aver visto in visione la Santa Vergine in Sant’ Andrea delle Fratte, uscì dalla Chiesa inorridito per la sua condizione di non battezzato, condizione di persona ancora macchiata dal peccato originale?
Forse de Ratisbonne ha sbagliato a farsi cattolico.
Per i Monopanti poteva e doveva continuare nella via parallela di salvezza seguita dai suoi padri.
Il Concilio Vaticano I prevedeva la scomunica per chi avesse sostenuto le tesi che oggi sono proprie
dei neo-talmudici.
Leone XIII nel 1893 le condannò, quando ancora erano embrionali, come errori mostruosi.



Siamo tornati ai tempi di Ario, o a quelli di Avignone?
Ai tempi terribili e gloriosi di Atanasio e Caterina?
Nei «Racconti dell’Anticristo» di Solov’ev, il protagonista, l’Anticristo, è un teologo, professore a Tubinga. Solov’ev, vissuto nella temperie russa pre-rivoluzionaria, quando gli atei sovversivi di stampo populista o marxista imperversavano, si accorse che i veri nemici del cristianesimo non erano costoro, palesemente contro, ma coloro che lo falsificavano dall’interno.
Per il futuro c’è da temere per la stessa sorte di gran parte della Chiesa.
Giace in Vaticano la richiesta presentata da Jules Isaac a Pio XII, quella di espungere dai Vangeli i passi che gli ebrei ritengono antisemiti.
Le istanze giudaiche, già benevolmente accolte da Papa Roncalli, hanno trovato nei biblisti pseudo-cattolici una sponda inattesa, giustificata teoreticamente dalle presunte incrostazioni ellenistiche o psicologicamente dalla chiusura della primitiva comunità cristiana.
Di eliminazione (dei miracoli) in eliminazione (dei teologumeni), perché non accontentare anche i nostri fratelli maggiori?



Che fine faranno tutte le frasi della Scrittura che parlano dell’incompatibilità tra la fede in Cristo e il fariseismo?
Le cancelleremo perché sono antisemite?
C’è ancora qualcuno che crede in Gesù Cristo, che è disposto ad annunciare senza tremori la Sua di pretesa, quella di essere il Figlio di Dio?
Tutta una nuova narrativa della ex Storia Sacra è lì che attende di essere portata alla luce da futuri premi Ignobel.
Il massone spretato Roca, nel suo piano del 1860 volto ad annientare la Chiesa, aveva scritto: «Quando verrà il momento di distruggere definitivamente la corte papale, il dito di una mano invisibile mostrerà al popolo questa corte. Ma quando i popoli l’assaliranno, noi appariremo come i suoi difensori. Con questa diversione penetreremo nell’interno e non ne usciremo finché non l’avremo completamente rovinata. Il re dei Giudei sarà il vero papa dell’universo, il patriarca della chiesa universale». (16)



Lasciamo una prima conclusione ad un ebreo, Y. Leibovitz: «Il dialogo tra l’ebraismo e il cristianesimo... non è possibile a meno che i portavoce dell’ebraismo siano ebrei pervenuti ad un tale grado
di ‘de-ebraicizzazione’ da aver perso il significato stesso della Torah e dei mizvoth (le prescrizioni talmudiche), e che quelli del cristianesimo, per parte loro, siano scristianizzati al punto da aver perso la nozione dell’Uomo-Dio, redentore dell’umanità». (17)
Come secondo parere ascoltiamo l’allora cardinale Pacelli, il futuro Pio XII, Pastor Angelicus: «Sono assillato dalle confidenze della Vergine alla piccola Lucia a Fatima. Questa ostinazione della Buona Signora davanti al pericolo che minaccia la Chiesa è un avvertimento divino contro il suicidio che rappresenterebbe l’alterazione della fede, nella sua liturgia, nella sua teologia e nella sua anima… Sento intorno a me dei novatori che vogliono smantellare la Sacra Cappella, distruggere la fiamma universale della Chiesa, rigettare i suoi ornamenti, procurarle il rimorso per il suo passato storico». (18)
Per il giudizio finale è opportuno vagliare con serietà una rivelazione privata.



Negli anni ‘70 Gesù ha rivelato ad una terziaria francescana, di nome Filiola, lo stato della Chiesa e il male interno che la corrodeva come un tumore maligno.
A questo male Gesù dà il nome di «spirito di mescolanza», spirito che vuole unire ciò che è inconciliabile (19), e che si manifesta vuoi nella tiepidezza (neutralità tra Cristo e il Nemico) vuoi nell’ipocrisia del cristianesimo di facciata (i nuovi marrani).
Gesù mostra la nuova mentalità penetrata tra sacerdoti e religiosi: essi amano il nuovo spirito, che è più comodo, mentre rifiutano quello di Gesù Cristo considerato ormai antiquato.
Per i portatori della mescolanza Gesù mostra un ribrezzo maggiore che non per i peccatori, del tutto in linea col Vangelo e con l’Apocalisse (20).
Nostro Signore continua la sua rivelazione a Filiola con queste parole: «Sì, mia figlia. Si è assalito Dio in tutta la sua Grandezza, in tutta la sua Potenza di Potenza. Il Cielo intero ne è indignato... lo spirito ingannatore si è infiltrato per la debolezza di quelli ai quali ho affidato la mia Chiesa... Si è voluto rinnovarmi. Sono Colui che E’! Il mio Spirito conduce alla vera Vita, lo spirito ingannatore conduce a questo mondo senza uscita». (21)



Oreste Sartore




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Note
1) In particolare le cose che da me personalmente conosciute risalgono ai contatti negli anni ‘80 e ‘90 con un gruppo di bravi cristiani, collaboratori della Curia di Novara. Li guidava un noto sacerdote a mezzo di periodici workshop in cui tenevano lezione illustri biblisti, quale monsignor Ravasi. Dai meeting gli accoliti tornavano illuminati, inebriati di sacro furore (molto restava da fare per riformare dalle radici il cattolicesimo), pieni di sussiego per le luci ricevute e di disprezzo per lo stolto popolino.
2) Questa azione di separazione, «dia-ballein», è indicativa del nome dell’ispiratore di tali fisime.
3) Etienne Gilson, «Introduzione alla filosofia cristiana», Massimo, 1982.
4) In Antonio Socci, «Il Sabato», 25 maggio 1991.
5) «Genesi» 34-35.
6) Vedi «L’uomo e i suoi simboli», scritto dai collaboratori di Jung.
7) Una delle scenette più gustose cui ho assistito è stato quando un giovane ascoltatore di Vittorio Veneto ha telefonato a Radio Maria dicendo all’incirca così: «ma questo Ravasi sembra sempre che abbia da dire chissà che cosa, ti tiene in sospeso per una fine che non arriva mai…».
8) Vedi «Ricordi, sogni e riflessioni», testo in cui Jung palesa esplicitamente la sua dottrina.
9) Fermate il passo, anime belle, prima di stracciarvi le vesti: gli ebrei erano giunti in Spagna come fedeli funzionari degli emiri arabi, tanto che in premio fu loro concessa una intera città, Lucena, abitata da soli giudei ed interdetta ai cristiani. Per chi non avesse chiaro lo stretto collegamento degli ebrei con i musulmani, valga quanto disse un collega ebreo ad un cristiano che cercava alleanze e convergenze col giudaismo. Disse l’amico, che si era formato nei corsi condotti dai Servizi Segreti britannici in Palestina ed in Inghilterra: «guarda che al tempo delle crociate noi combattevamo con i maomettani contro di voi».
10) La Spagna ha pagato a caro prezzo il provvedimento di Isabella. L’Inghilterra massonica lottò con ogni mezzo, inclusa la pirateria, per distruggere l’impero spagnolo, i cui ultimi possedimenti caddero sotto i colpi dell’altra potenza massonica, gli Stati Uniti. Ridotta ad insignificante regno, venne poi colpita dalla feroce rivoluzione anarco-comunista, infine è capitolata del tutto consegnandosi alle orde radicali di Zapatero.
11) Confronta i testi di Frances Yates, «L’Illuminismo dei Rosa-Croce», «Cabbala e occultismo nell’età elisabettiana», «Giordano Bruno e la tradizione ermetica», «Giordano Bruno e la cultura europea del Rinascimento».
12) Edom è il regno di Esaù, il «fratello maggiore» di Giacobbe, colui che barattò la primogenitura, che pure era sua di diritto, per il piatto di lenticchie.
13) Una commemorazione solenne del servita è stata condotta da monsignor Ravasi in San Carlo a Milano.
14) Come già più volte notato, la doppiezza è un monotono segno di molte deviazioni della fede e della ragione.
15) Il latino era stato tolto perché, secondo i dotti, era ormai incomprensibile ai più…
16) «Vers Demani», 8 ottobre 1969, vedi «L’ultima battaglia», Ildebrando Santangelo, Comunità Editrice, 1985.
17) Y. Leibovitz, «Judaisme, peuple juif et État d’Israel».
18) Roche e German, «Pie XII devant l’histoire».
19) Vedi la già citata conjunctio oppositorum dei cabalisti e degli gnostici.
20) All’angelo della Chiesa di Laodicea lo Spirito dice: «Tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, sto per vomitarti dalla mia bocca» (Apocalisse, 3, 16).
21) «Filiola, appels de Jesus aux hommes de bonne volonté», Editions Saint-Michel.









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