Chi l'ha detto che l'intervento israeliano in Libano è motivato dalla lotta al "terrorismo internazionale"!? Tre articoli (e due riflessioni personali) per riflettere...
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Scaduto l’ultimatum, l’Iran si avvia a essere potenza nucleare
Il negoziato, apparentemente senza fine, tra i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu più la Germania e l’Iran passa per l’ennesima scadenza, l’ennesimo ultimatum. Il 22 agosto, infatti, è scaduto il tempo concesso dai cinque grandi e dalla Germania a Teheran per accettare la proposta di aiuti economici in cambio della sospensione di ogni attività di arricchimento dell’uranio. Sullo sfondo incombe la data del 31 agosto indicata nella risoluzione 1696 del Consiglio di sicurezza, data entro la quale l’Iran dovrà sospendere ogni attività nucleare.
La proposta prevedeva la collaborazione a lungo termine con l’Iran nel settore nucleare, economico e della sicurezza regionale. Una proposta immediatamente definita da Ali Larijani, negoziatore capo di Teheran per le questioni nucleari, assai ambigua poiché a suo dire era stata formulata senza tener conto di alcuni articoli fondamentali del Trattato di non proliferazione (Tnp) a cui l’Iran aderisce. Tra questi articoli, in particolare il quarto menziona esplicitamente diritto per i Paesi aderenti di accedere alla tecnologia nucleare sviluppandola in proprio o importandola dall’estero. Una posizione, quella di Larijani, condivisa in pieno da un altro pezzo grosso della sua delegazione, Mohammad Sa'eedi, vice presidente della Agenzia Iraniana per l’Energia Atomica (Iaea).
La risposta iraniana alla proposta internazionale è arrivata entro la data prefissata del 22 agosto ed è attualmente allo studio dei negoziatori, essendo assai articolata. Finora si sa che, nella sostanza, si tratta dell’ennesimo no. È certo, però, che non si tratta di una controproposta come ha esplicitamente dichiarato Sa’eedi, convinto che non spetta all’Iran risolvere la questione dato che Teheran non sta violando alcun trattato o accordo internazionale e ha il diritto di portare avanti il suo programma nucleare.
Le reazioni internazionali al rifiuto iraniano sono arrivate immediatamente e rispecchiano la politica seguita finora dai vari Paesi riguardo al caso del nucleare iraniano. La Cina sta quasi a guardare, facendo rilasciare a un proprio diplomatico (e non a un ministro o a un politico) un assai generico auspicio che si torni al tavolo per negoziare una soluzione pacifica. Pechino non ha di certo alcuna intenzione di infastidire uno dei suoi maggiori fornitori di prodotti energetici.
La Russia si spinge poco oltre, con il portavoce del ministero degli Esteri Mikhail Kamynin che si dichiara fiducioso in una soluzione pacifica tenendo in conto l’affidabilità della Iaea, agenzia con cui Mosca fa grandi affari. Nel frattempo Putin e Ahmadinejad continuano a chiacchierare al telefono come buoni amici sulla situazione in Medio Oriente. Javier Solana, Alto rappresentante Ue per la politica estera e di Difesa comune, ha dichiarato che sta vagliando la risposta di Teheran, una risposta articolata che merita attenzione. L’Europa, neanche a dirlo, prende tempo. Dagli Usa, invece, ancora nessun commento: Bush punta certamente sulla data del 31 agosto per alzare, eventualmente, i termini dello scontro.
La Repubblica islamica, quindi, continuerà ad arricchire in proprio l’uranio e porterà avanti la costruzione delle proprie centrali nucleari, prima tra tutte quella di Bushehr ormai giunta al 93 per cento dei lavori. Per di più, proprio in questi giorni, Sa’eedi è in Russia ospite della Jsc Atomstroiexport per visitare la centrale nucleare di Kalinin, che non è altro che la centrale di cui Bushehr sarà la gemella. La Atomstroiexport, per la cronaca, è la società russa (parte del capitale della quale è detenuto da Gazprom tramite la controllata Gazprombank) che svolge il ruolo di ‘contractor’ negli appalti per la costruzione di centrali nucleari all’estero. Mosca continua quindi ad appoggiare palesemente i progetti nucleari di Teheran, nonostante quest’ultima abbia rifiutato la proposta russa di arricchire l’uranio da utilizzare nelle centrali iraniane. Una proposta farsa, avanzata per calmare le acque e le ire degli Stati Uniti, come i fatti ormai dimostrano senza timore di smentite.
Come se ciò non bastasse, fonti informali affermano che l’Iran starebbe continuando a negare l’accesso alle strutture sotterranee della centrale di Natanz agli ispettori dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea, in questo articolo, per non confonderla con l’omologa e omonima agenzia iraniana). Lo avrebbe dichiarato un anonimo funzionario dell’agenzia all’Associated Press.
Ciliegina sulla torta: sempre da Sa’eedi proviene l’annuncio ufficiale che il reattore da 40 megawatt ad acqua pesante di Arak è quasi ultimato. Da tale reattore i tecnici internazionali ipotizzano che potrà essere realizzata una quantità di plutonio sufficiente per creare una bomba nucleare ogni anno. Molto poco in realtà, ma abbastanza per preoccuparsi. Per due motivi: il primo è che ormai è ufficiale che l’Iran padroneggia anche questo tassello della tecnologia nucleare, e quindi potrà realizzare facilmente altri reattori di questo tipo; il secondo è che l’Iran ha sempre negato l’esistenza di un reattore ad acqua pesante sul proprio territorio finché una foto scattata da un satellite commerciale americano non ha provato il contrario (e l’Unione Europea aveva scelto di credere alle rassicuranti dichiarazioni di Teheran). Niente di strano, quindi, che nei prossimi mesi altri satelliti riescano a scovare altri siti del genere.
Il panorama è dunque assai chiaro: l’Iran continua senza sosta a sviluppare il proprio programma nucleare, ufficialmente per scopi civili, rifiutando ogni proposta alternativa, mentre Russia, Cina ed Europa stanno a guardare e gli Stati Uniti alzano la voce senza essere realmente in grado di prendere iniziative efficaci, privi come sono dell’appoggio degli altri grandi della terra. Teheran lentamente costruisce il suo ruolo di potenza regionale accanto a India e Pakistan, entrambe potenze nucleari. Un ruolo di potenza che, grazie all’inattaccabilità del suo territorio derivante dal possesso di armamenti nucleari, potrà giocare anche sul fronte globale, seppur con metodi e mezzi assolutamente differenti.
Un Iran nucleare sarà inattaccabile dai propri vicini grazie alle armi atomiche e ai vettori di cui è già in possesso: oltre agli ormai noti missili strategici Shahab in grado di colpire fino a 2.000 chilometri di distanza (2.500 con il prossimo step, Shaab 4), proprio in questi giorni vengono presentati i missili tattici Saegheh, vettori terra-terra da 250 chilometri di gittata. La presentazione è avvenuta durante alcune esercitazioni militari effettuate in pubblico come dimostrazione di forza nella provincia di Sistan-Baluchestan, a circa 200 km a sud dalla capitale e sta attualmente facendo il giro delle restanti 15 provincie, come se fosse un circo. Lo scorso aprile, invece, durante un’esercitazione dello stesso tipo nelle acque del Golfo Persico, era stata presentata al popolo una vasta gamma di armamenti comprendente missili a testata multipla e missili antinave torpedo a prova di radar. Adam Ereli, vice portavoce del Dipartimento di Stato americano, già il 4 aprile si mostrava assai preoccupato per queste esercitazioni.
Sul fronte globale, invece, l’Iran proseguirà assai probabilmente con la strategia finora portata avanti: essere il santuario del terrorismo islamico internazionale. Per quanto dotato di armamento nucleare, non potrà ancora a lungo sfidare a viso aperto il suo nemico di sempre: Israele, che ha da decenni un ricco arsenale nucleare. Israele, quindi, da solo o con l’aiuto americano avrebbe certamente una capacità nucleare di secondo colpo in grado di annichilire le postazioni iraniane. Il terrorismo internazionale, invece, è una strategia molto più efficace: costi bassissimi, capacità d’azione quasi immediata e decisamente più nascosta di qualunque armamento militare, efficacia nel lungo termine dimostrata (almeno agli occhi di Teheran) dalle ultime vicende in Iraq e Libano.
La dottrina militare, però, da sempre afferma che il terrorismo non è una strategia, bensì una tattica: le guerre, in pratica, non si vincono col terrorismo, strumento utile al massimo per conquistare qualche obbiettivo. Una distinzione, quest’ultima, probabilmente non apprezzata e condivisa da Teheran, che si immagina un futuro in cui potrà spedire terroristi in tutto il mondo, forte delle sue difese nucleari.
http://www.paginedidifesa.it/2006/croce_060824.html
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L’Onu: comando militare al Palazzo di vetro
NEW YORK. Una cellula militare al Palazzo di Vetro per guidare la missone Unifil in Libano. E' questa la raccomandazione che il Segretario generale del'Onu, Kofi Annan, ha incluso nel «Rapporto sull'applicazione della risoluzione 1701» al fine di andare incontro alle richieste di creare una efficiente catena di comando.
«Lo scopo e la complessità dei compiti militari dell'Unifil richiedono un rafforzamento della divisione militare del Dipartimento delle Operazioni di Peacekeeping» si legge al punto 39 del Rapporto, suggerendo la creazione di una «cellula militare dedicata all'Unifil» creata con «ufficiali dei Paesi-chiave del contingente» e incaricata di «garantire comando militare a livello strategico». Proprio i dubbi sull'efficacia della catena di comando sollevati da nazioni come la Francia hanno finora ritardato il varo del contingente. Se la proposta di Annan dovesse realizzarsi il comandante delle truppe Unifil in Libano - che fino a febbraio sarà il francese Alain Pellegrini - risponderà all'ufficiale alla guida della «cellula militare» al Palazzo di Vetro, che secondo fonti diplomatiche a New York potrebbe spettare all'Italia in qualità di nazione che invia il maggior numero di truppe. A conferma dell'attenzione italiana per la catena di comando ci sono le indiscrezioni rimbalzate da fonti della Difesa a Roma sulla richiesta di creare un «centro di comando intermedio» fra New York ed il Libano. Questa ed altre osservazioni dei comandi italiani sono state recapitate ieri all'Onu in risposta al documento di 21 pagine sulle «regole di ingaggio provvisorie» redatto dal vicesegretaro generale Mark Malloch Brown e consegnato il 18 agosto ai Paesi che potrebbero partecipare al contingente. E' stato il quotidiano francese «Le Monde» a svelare alcuni dei passaggi del documento ed in particolare il fatto che i caschi blu potranno aprire il fuoco in tre limitate circostanze: difendersi, proteggere i civili e disarmare i miliziani che si troveranno di fronte. Tali caratteristiche fanno della «forza Unifil rafforzata» un contingente di «natura principalmente difensiva» ma autorizzata ad un «uso della forza appropriato e credibile se necesario». Si tratta di una formulazione che mira a rassicurare i comandi francesi che avevano fatto trapelare il timore che i propri soldati non avessero il diritto all'autodifesa. Da qui il fatto che l'«uso della forza» viene previsto nella «zona cuscinetto compresa fra il fiume Litani e la linea blu» al fine di «impedire attività ostili, proteggere i civili» oppure affrontare situazioni in cui si frappongano «ostacoli all'attività del contingente».
Sebbene la raccomandazione è di un uso «proporzionale» della forza il «concetto operativo» è che dovrà servire a consentire alle forze libanesi a «prendere il controllo della zona cuscinetto» ed a «disarmare gli Hezbollah», come previsto dalla risoluzione 1701. Da ciò si deduce che il contingente «non andrà attivamente a cercare gli Hezbollah» ma interverrà se «durante una perquisizone verranno trovati depositi di razzi» in case o camion. «In tali casi sarà chiesto ai libanesi di intervenire ma se il camion tenterà di passare con la forza il contingente userà armi letali» contribuendo così a far rispettare l'embargo alle forniture di armi agli Hezbollah. Per il resto ai caschi blu toccherà «pattugliare le strade, di giorno e di notte, ed essere presenti». Mentre in caso di scontri fra Hezbollah ed Israele non è previsto alcun intervento: se saranno i guerriglieri filo-iraniani a muoversi l'Unifil dovrà avvertire i libanesi, se sarà Israele a compiere un raid verrano usati mezzi «non militari» per fermarlo in quanto i caschi blu restano una «forza di interposizione».
http://www.lastampa.it/redazione/cms...9445girata.asp
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La denuncia di Amnesty: crimini contro i civili libanesi
Una vera e propria strategia militare di distruzione delle infrastrutture civili libanesi. Con la palese e deliberata intenzione di colpire la popolazione civile. Il rapporto stilato da Amnesty International al termine di una missione dei suoi ricercatori in Israele e Libano lancia un´accusa chiarissima all´esercito israeliano: le violazioni del diritto internazionale compiute nel corso dell´offensiva contro hezbollah sono crimini di guerra.
Il rapporto di Amnesty International raccoglie prove della distruzione di interi insediamenti civili e villaggi nel sud del Libano, dei bombardamenti di ponti in zone apparentemente prive di importanza strategica per le operazioni militari, di attacchi contro centrali di pompaggio dell´acqua, impianti per il trattamento delle acque e supermercati. Tutte prove confermate anche attraverso le interviste a decine di vittime, funzionari delle Nazioni Unite e a responsabili dell´esercito israeliano e del governo libanese. Il rapporto cita inoltre le dichiarazioni di rappresentanti dell´esercito israeliano che, incuranti della proibizione di colpire obiettivi indispensabili alla sopravvivenza della popolazione, rivelavano, proprio nelle giornate più dure del conflitto, la precisa intenzione di colpire le infrastrutture civili per spingere i libanesi a ribellarsi contro Hezbollah e logorare il prestigio dei guerriglieri del Partito di Dio.
Di fronte alla quantità e all´intensità degli attacchi compiuti dagli israeliani contro obiettivi civili cade, secondo gli osservatori di Amnesty Intenational, la possibilità di giustificare le distruzioni compiute come "danni collaterali" derivanti da legittimi attacchi contro obiettivi militari. Né appare credibile la tesi secondo cui la distruzione delle infrastrutture civili sia soltanto il risultato della strategia di Hezbollah di utilizzare la popolazione come "scudo umano".
Quello che emerge è un modello di offensiva militare frutto di una precisa scelta politica. Per questo l´organizzazione internazione chiede «un´inchiesta urgente, esaustiva e indipendente da parte delle Nazioni Unite» sulle violazioni del diritto umanitario commesse da Hezbollah e Israele nel corso del conflitto, al termine della quale i responsabili dei crimini di guerra siano chiamati a rispondere delle proprie azioni e le vittime ottengano un risarcimento per i danni subiti.
http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=59027
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Solo coincidenze!? Io credo di no...
http://fedalmor.altervista.org/blog/...cidentali.html
http://fedalmor.altervista.org/blog/...chi-muore.html


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