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Discussione: Il grande parassita

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    Arrow Il grande parassita

    AFIMO, Abbacco FIlosofico della MOneta
    http://digilander.libero.it/afimo/sinarchia01.htm

    Dal 1500 ad oggi le istituzioni sociali, economiche e politiche del mondo hanno subito un sovvertimento totale. Le tappe fondamentali di tale sovvertimento sono state: la rivoluzione protestante, la rivoluzione inglese, la rivoluzione americana, la rivoluzione francese, la rivoluzione russa, la 1ª e la 2ª guerra mondiale, e il patto di Yalta.
    Oggi "viviamo in una delle più decisive epoche della storia e nessuno se ne rende conto, nessuno lo comprende... La rivoluzione mondiale avanza inarrestabile verso i suoi ultimi risultati... Chi predica la sua fine o crede addirittura di averla sconfitta non l'ha compresa... La lotta si combatte anche nell'interiorità del singolo uomo, sebbene egli non lo sappia affatto. Per questo così pochi giungono a vedere chiaramente da quale parte essi veramente si trovano"; sono parole di Oswald Spengler(1), l'insigne studioso dei cicli storici. Esse esprimono esattamente la tragedia dell'uomo contemporaneo, convinto di essere libero, ed arbitro del proprio destino, senza avvedersi del grande parassita, che tende reti di sfruttamento e di dominio sull'umanità intera.

    In verità, di questo parassita non si parla in alcun libro. Nessun giornale, nessuna radio, nessuna televisione lo menziona mai. La gente di ogni parte della terra, nella sua compatta generalità, ne ignora l'esistenza. Eppure esiste. E celato nell'ombra, occultamente trae la sua linfa vitale dal sudore, dalle fatiche, e dalle sofferenze dell'umanità intera.
    Fuori di metafora, il grande parassita dell'umanità è il potere economico mondiale. Il potere economico mondiale è il padrone del Mondo.
    "Autorizzato ad emettere moneta, e a controllare il sistema monetario di un paese, non mi preoccupo di certo di chi fa le leggi!", era solito affermare Mayer Amschel Rothschild, iniziatore nel XVIII secolo della maggiore dinastia di banchieri mai apparsa fra gli uomini.
    Sulla medesima falsariga concettuale si esprimeva William Paterson, fondatore nel 1694 della Banca d'Inghilterra: " La Banca guadagna grazie agli interessi maturati su denaro creato dal nulla".

    Ecco, queste due frasi, accuratamente omesse dalle pagine di tutti i libri "ufficiali" di storia oggi esistenti, sono già in grado, pure nella loro estrema concisione e stringatezza, di dare bene il senso della trama d'inganni, nella quale il grande parassita avviluppa il mondo intero, grazie ad un abilissimo e paziente lavoro di sovvertimento del modo di pensare e di vivere degli esseri umani(2), giornalmente condotto innanzi negli ultimi cinque secoli con un coerente processo rivoluzionario, iniziatosi con la pubblicazione delle 95 tesi di Lutero e giunto alla sua fase più avanzata e significativa con la "spartizione del mondo" orchestrata da Roosevelt e da Stalin.
    Occorre a questo punto precisare, per una esigenza di chiarezza propedeutica nell'esposizione, che il potere economico mondiale non è un soggetto indeterminabile e quindi generico. È reale e concreto.

    Il potere economico mondiale è costituito dai manipolatori di capitali, ossia dai grandi speculatori internazionali, i quali formano tutti insieme l'usurocrazia mondiale, vale a dire la tirannia dell'usura su tutti i popoli del mondo.
    Il potere economico mondiale agisce prevalentemente per mezzo delle società anonime di capitali.
    Queste ultime sono strumenti per dare vita alle banche ed alle multinazionali di produzione e di commercio, che sono le strutture operative nelle quali si sostanzia l'impero mondiale del capitale.
    È attraverso di esse, infatti, che il potere economico mondiale si procaccia parassitariamente le ricchezze, sfruttando il lavoro e l'ingegnosità altrui.

    Nell'opinione pubblica è generalizzato l'equivoco che le strutture anzidette operino soltanto in quella parte del mondo oggi organizzata secondo gli schemi economico-politico-sociali del liberalcapitalismo.
    Ciò non è assolutamente vero. Le medesime strutture di dominio sono compiutamente operanti anche nella restante parte del mondo, ossia in quella attualmente di pertinenza del socialcomunismo.
    Il libro intitolato "Vodka-Cola", di Charles Levinson(3), è una buona fonte d'informazioni al riguardo. In particolare, esso documenta:

    a) che le principali banche dell'area liberalcapitalista, prime fra tutte quelle targate Morgan(4) e Rockefeller, hanno proprie filiali nei paesi socialcomunisti, e che le banche dell'area socialcomunista hanno anch'esse filiali proprie nei paesi liberalcapitalisti;

    b) che i governi del sistema socialcomunista affittano i loro lavoratori, a basso salario e senza diritto di sciopero, alle multinazionali del sistema liberalcapitalista;

    c) che l'economia liberalcapitalista sorregge quella socialcomunista con un flusso continuo di credito agevolato.

    Un dossier pubblicato dal periodico OP Nuovo nel maggio 1982 ha reso noto inoltre che la Gosbank , cioè la banca centrale sovietica, è una società per azioni, con partecipazione di capitali privati stranieri. Luigi d'Amato, docente universitario e giornalista, scriveva sul "Giornale d'Italia" del 21 giugno 1982: "La storia del grande capitale finanziario è quella di un potere demoniaco; essa gronda sangue". Questa frase lapidaria condensa molto bene i tre millenni di storia che è necessario prendere in considerazione, qualora si voglia avere una visione chiara, inclusiva di ogni nesso causale, circa l'origine e l'evoluzione del sistema di potere dei manipolatori di capitali. Insegna infatti Giacinto Auriti(5) che la radice originaria del lunghissimo processo storico, che in epoca moderna ha condotto all'avvento tra i popoli dell'usurocrazia mondiale, è situata appunto tre millenni addietro nel tempo; per l'esattezza, al 1250 a .C., momento presunto dell'esodo degli ebrei dall'Egitto.

    Note
    (1) O. Spengier, "Anni decisivi", Edizioni del Borghese, Milano 1973.
    (2) A. Bonatesta, "Il sovvertimento intellettuale come premessa delle rivoluzioni politiche del mondo moderno", in "L'uomo libero" n°9 del gennaio 1982, Milano.
    (3) C. Levinson, "Vodka-Cola", Ed. Vallecchi, Firenze 1978.
    (4) MORGAN GUARANTY TRUST, è il nome della famosa banca dell'oppio: agli inizi del diciottesimo secolo, i Morgan divennero i principali banchieri per tutte le famiglie di mercanti di Boston, e con la mediazione della First National Bank of Boston, si impadronirono di una discreta fetta del traffico dell'oppio con l'Estremo Oriente, coprendo l'operazione col mettere a disposizione la maggior parte dei fondi per l'università di Harvard. Ma le loro operazioni in Estremo Oriente servivano agli inglesi come canale ufficiale per i traffici d'oppio. Le famiglie dell'oppio del secolo scorso sono infatti le stesse che siedono nei consigli di amministrazione delle grandi centrali finanziarie di oggi. "La polizia ed il governo federale americani dovrebbero investigare attentamente sul caso dei Morgan per la stretta associazione esistente tra la banca Morgan Guaranty Trust e quella che è stata identificata come la direzione delle banche inglesi coinvolte nel traffico della droga" (Kalimtgis - Goldman - Seunberg, "Droga S.p.A. La guerra dell'oppio", Ed. Logos, Roma, 1980). Polizia e governo italiani dovrebbero anch'essi allora investigare attentamente sull'attività di Ciampi in merito ai suoi rapporti con la Morgan Guaranty Trust: "Gazzetta Ufficiale n. 284 del 04 -12-1998: [...] Art. 4: Alla Morgan Guaranty Trust Company of New York, in qualita' di Fiscal Agent, cosi' come previsto dagli accordi, in premessa menzionati, e' affidata l'esecuzione delle operazioni relative all'annullamento dei certificati rappresentativi dei titoli spettanti agli aventi diritto, di cui all'art. 4 del citato decreto del 10 aprile 1995. Di dette operazioni il Fiscal Agent dara' comunicazione al Tesoro, entro e non oltre la prevista data di rimborso, e provvedera' alla restituzione dei predetti titoli e cedole, debitamente annullati. Il presente decreto sara' trasmesso all'ufficio centrale di ragioneria per i servizi del debito pubblico e sara' pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana. Roma, 25 novembre 1998. Il Ministro: Ciampi" (cfr. http://gazzette.comune.jesi.an.it/284/8.htm).
    (5) G. Auriti, "L 'ordinamento internazionale del sistema monetario, Ed. Solfanelli, Chieti, 1981.

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    ALFREDO BONATESTA





    LA NASCITA DEGLI STATI UNITI

    D"AMERICA





    1) La formazione della Nuova Inghilterra

    La scoperta del Nuovo Mondo, avvenuta nel 1492 ad opera di Cristoforo Colombo, giunse puntuale a soddisfare talune esigenze emergenti nella società europea dell'epoca:

    I)quella dei governanti spagnoli, portoghesi, olandesi, francesi ed inglesi di rimpinguare con nuove ricchezze finanze quasi sempre esangui e di modificare con nuove conquiste gli equilibri politici in atto nel Vecchio Continente;

    2)quella della nascente classe borghese, protesa ad affermare una nuova concezione di vita ed a ricercare per sé condizioni ambientali più favorevoli;

    3) quella della diaspora ebraica di trovare nuovi e più validi spazi di praticabilità alle proprie attese messianiche fino ad allora sempre deluse e tuttavia mai abbandonate.

    I primi ad avventurarsi verso il continente americano furono gli Spagnoli, i quali colonizzarono dapprima Portorico e Cuba ed in appresso il Messico, il Perù e parte della Bolivia. Non meno tempestivi furono i Portoghesi, i quali rivolsero le loro mire principali sul Brasile. Anche la diaspora ebraica non esitò ad avventurarsi al di là dell'Atlantico. Informa Werner Sombart (6/67) che nei primi centocinquanta anni dalla scoperta dell'America furono soprattutto un enorme numero di Ebrei ad affluirvi in quantità. Una delle loro mete preferite fu il Brasile, dove diventarono in pochi decenni la classe dominante. Intorno alla metà del XVII secolo quasi unicamente di Ebrei era composta la popolazione delle Barbados. La Giamaica, Surinam, St. Thomas, la Martinica, la Guadalupa ed infine Santo Domingo furono le altre località dell'America Centrale e dell'America del Sud scelte inizialmente dagli Ebrei per edificarvi le proprie fortune. In tutti questi luoghi essi divennero i principali piantatori di canna da zucchero, in un periodo in cui la produzione zuccheriera, oltre al commercio delle pietre preziose, fu la colonna vertebrale dell'intera economia coloniale (6/69).

    Nello stesso periodo, ossia fino a tutto il 1650, appena 50.000 persone, per la maggior parte addensate nel Massachusetts e nella Virginia, avevano popolata l'America del Nord (18/XXV). Ciò si spiega col fatto che l'élite traente della nascente classe borghese aveva preferito fino a quel momento puntare con tutte le sue forze - intellettuali e materiali - al sovvertimento delle tradizionali strutture di vita dell'Europa, mirando ad acquisire nelle proprie mani il potere politico, fin lì riservato alle monarchie d'ispirazione teocratica formatesi durante il Medio Evo. E, soltanto dopo che la Rivoluzione Protestante e la conseguente Rivoluzione Britannica ebbero suscitati gli " anticorpi " rispettivamente della Controriforma e della Restaurazione, la via del Nuovo Mondo assunse per innumerevoli mercanti, speculatori, affaristi, usurai e rivoluzionari in genere l'aspetto invitante di una " scorciatoia " per giungere a primeggiare nel consorzio umano.

    L'afflusso meditato e sistematico di Europei verso l'America del Nord ebbe dunque inizio soltanto nel corso del XVII secolo, determinandovi il sorgere di un vasto sistema di colonie per conto delle varie potenze del tempo: maggiormente per l'Inghilterra e la Francia, episodicamente per l'Olanda, marginalmente per la Spagna. Tuttavia, mentre la colonizzazione francese e spagnola si andò attuando prevalentemente ad opera di modesti lavoratori manuali, di uomini d'arme e di funzionari governativi, tradizionalmente rispettosi della Chiesa Cattolica e delle patrie monarchie, in altre parole tranquillamente e lealmente sottomessi all'ordine costituito, non altrettanto accadde per la colonizzazione inglese. " Le colonie inglesi ", ha sottolineato G. M. Trevelyan (24-11-372), " nacquero non da leggi dello Stato ma dall'intraprendenza di società anonime o di proprietari individuali ".

    In effetti dall'Inghilterra fu specialmente una spregiudicata borghesia ad alimentare disordinatamente e convulsamente il flusso migratorio. Scrive Richard Hofstadter (53/8): " Nel Nordamerica la Corona ed i proprietari coloniali erano andati via via distribuendo una superficie grande parecchie volte quella dell'Inghilterra, dell'Irlanda e del Galles. Per trarre utili ulteriori, era necessario l' af flusso continuo di nuovi coloni ".

    Ed i nuovi coloni furono fatti affluire con le buone o con le cattive maniere, più spesso con queste ultime. "La soluzione iniziale del problema", è ancora Hofstadter che narra (53/31), "venne dagli sforzi combinati di mercanti, capitani di navi, sensali ed incalliti agenti reclutatori di varia specie, coalizzati allo scopo di mettere insieme grossi carichi di bianchi, che - spontaneamente o controvoglia - si pagavano la traversata fornendo un temporaneo periodo di servitù personale".

    "Esistevano nelle colonie inglesi d'America", chiarisce ulteriormente Leo Huberman (19/13), " due gruppi di servi sotto vincolo contrattuale. Il primo era composto da coloro che si erano venduti volontariamente per un periodo dai quattro ai sette anni semplicemente per pagare il prezzo della traversata. Nel secondo c'erano coloro ch'erano stati condotti via contro la loro volontà, caricati a forza a bordo delle navi, trasportati dall'altra parte dell'oceano e venduti in servitù. Le strade di Londra erano piene di rapitori, denominati "spiriti" dal popolino: nessuno tra i passanti era al sicuro e perfino i mendicanti avevano paura di parlare con chiunque menzionasse la terrificante parola "America". Genitori venivano strappati dalle famiglie, mariti dalle mogli, per sparire per sempre come se fossero stati inghiottiti dalla morte. Bambini venivano venduti da padri indegni, orfani dai tutori, parenti a carico o indesiderabili da famiglie stanche di mantenerli". Ma la popolazione delle colonie britanniche d'oltre Atlantico fu inizialmente incrementata anche mediante l'invio coatto sul posto di gruppi di "indesiderabili" dall'Inghilterra: quest'ultima cioè approfittò della necessità di braccia lavorative da parte delle sue colonie americane per liberarsi a più riprese di centinaia di poveri d'infimo livello e di condannati per crimini (19/13).

    Poiché non ebbe a realizzarsi mai un adeguato flusso d'immigranti volontari, gli speculatori e gli affaristi fecero ben presto ricorso, oltre che all'utilizzo dei deportati e dei servi a contratto, denominati questi ultimi " redemptioners ", anche all'importazione di schiavi negri dall'Africa. Si andò formando dunque nell'America del Nord un eterogeneo insieme di bianchi e di negri, di liberi,semiliberi e schiavi. Né vi era maggiore omogeneità sul piano etnico. Specifica infatti Hofstadter (53/14): "Se si elencano i vari

    gruppi etnici,scozzesi, gallesi e irlandesi, francesi, tedeschi, svizzeri ed ebrei,il pluralismo etnico dell'America di fine Seicento appare impressionante. Ma, se si contano le singole persone piuttosto che le varietà nazionali e si dà il dovuto peso alle cifre, emerge subito il fondamentale carattere inglese delle colonie nordatlantiche d'inizio Settecento ".

    Nell'ambito del ceppo etnico inglese, avviato a dare la caratterizzazione di base all'intero complesso delle colonie inglesi d'America, una collocazione di particolare rilievo fu assunta tuttavia dalla Setta dei Puritani, la cui base originaria d'insediamento e quindi d'irradiazione culturale fu costituita dalla Nuova Inghilterra, ossia dal territorio comprendente le colonie del Connecticut, del Rhode Island, del New Hampshire e del Massachusetts.

    E' dunque indispensabile analizzare la weltanschauung, della quale i Puritani si fecero portatori.

    Come ha sostenuto convincentemente Max Weber in uno dei suoi libri più noti, L'etica protestante e lo spirito del capitalismo, la Rivoluzione Protestante ebbe, fra i vari altri, anche un rilevante effetto di stimolo nella genesi di quella " mentalità affaristico-speculativa", che sarebbe stata in appresso la causa efficiente della moderna "civiltà capitalistica".

    I princìpi di base del Protestantesimo, enunciati da Lutero nella prima metà del 1500, determinarono infatti, negli sviluppi che agli stessi furono dati da Calvino, il formarsi di una singolare concezione mistico-economica: quella dell'arricchimento come " segno " terreno della benevolenza di Dio verso il singolo essere umano. Un simile principio, gradualmente estremizzandosi, fece venire meno ogni esigenza di " eticità " della vita economica: dapprima dunque decadde il plurisecolare divieto della Chiesa Cristiana verso la pratica dell'usura e successivamente finì col trovare " giustificazione " qualsiasi pratica speculativa, anche la più abietta, purché fosse produttiva di lucro.

    Di un tale modo d'intendere l'attività economica si fecero appunto portatori soprattutto i Puritani, protestanti ad orientamento calvinista, i cui primi nuclei, consegnati alla storia col nome di " Padri Pellegrini ", approdarono alle coste atlantiche dell'America del Nord nel 1620, circa 36 anni dopo che Walter Raleigh vi aveva fondata, per conto dell'Inghilterra, la colonia della Virginia.

    Alcuni di questi Puritani, guidati da John Endicott, fondarono Salem, nella Baia del Massachusetts: altri, condotti da John Winthrop, capitalista di Suffolk, fondarono ancora nel Massachusetts altre otto città, fra cui Boston, propagandosi poi nel Connecticut. Altri ancora, presso i quali la motivazione economicistica cedeva il passo ad una preminente aspirazione libertaria, si riconobbero nelle concezioni di pensiero di Roger Williams, col quale dettero vita alla colonia del Rhode Island, fondando Providence. Tutti questi gruppi furono invariabilmente egemonizzati da manipolatori di capitali costituiti in élites terriere e commerciali, tanto che lo stesso Roger Williams fu amaramente costretto ad ammettere, in un suo scritto del 1664, che divinità locali stavano diventando: Profitto, Privilegio, Piacere (23/91). Gruppi molto attivi di capitalisti, in parte Puritani inglesi, in parte Calvinisti olandesi, s'installarono infine nella zona di New York e nel New Jersey.

    In realtà, la "vocazione" dei Puritani all'attività economica non era - già vi si è fatto cenno - che una componente, anzi un modo di estrinsecarsi della loro complessa "ideologia" religiosa, ricca d'influssi veterotestamentari ed orientata ad intransigente fanatismo.

    Circa l'incidenza del Vecchio Testamento nella weltanschauung del Puritanesimo, è incontestabile il fatto che la Riforma Protestante pose in primo piano nel mondo cristiano i testi sacri della tradizione ebraica (12/193) a tutto detrimento di quelli della tradízione cattolica. "La Chiesa Cattolica", ha scritto Bertrand Russell (13/19), "aveva tre sorgenti: a) la sua storia sacra era ebrea; b) la sua teologia era greca; c) il suo governo e la sua legge canonica, almeno indirettamente, erano romani. La Riforma respingeva gli elementi romani, attutiva gli elementi greci ed insisteva fortemente sugli elementi giudaici ". C'è da osservare che il punto massimo nel processo d'identificazione del Protestantesimo con l'Ebraismo fu raggiunto proprio dalla Setta dei Puritani, i cui membri giunsero a considerarsi, ripercorrendo le orme dell'antico Popolo d'Israele, quale " nuovo popolo eletto ", legato a Dio da un " nuovo patto ", ben più preciso e particolareggiato di quello ch'era intercorso fra Jahvè ed Abramo.

    " E' piaciuto al grande Dio stipulare con noi, sue povere creature, un trattato ed un accordo, i cui articoli sono qui compresi. Dio, per parte sua, c'impegna a provvedere a tutto ciò che riguarda la nostra felicità, purché noi accettiamo quegli articoli, credendo in lui... ", così scriveva Richard Sibbes, teologo puritano (15/472).

    In definitiva, non pochi protestanti si erano fatti circoncidere, nel mentre guardavano al viaggio verso il Nuovo Mondo come ad una seconda fase dell'antica ricerca della Terra Promessa (14/60).

    Accanto al Protestantesimo, nelle sue varie espressioni, una delle forze ch'ebbe un ruolo di protagonista di spicco nella " formazione politica " della società nordamericana fu la Massoneria. Ma di essa ci occuperemo più a fondo tra breve, in connessione col distacco delle colonie dalla madrepatria. Per ora, facendo sinteticamente il punto sulla situazione in atto nella seconda metà del 1700, occorre rilevare che le colonie inglesi d'America presentavano evidenti le seguenti connotazioni:

    I) per derivazione quacchero-puritana, come reazione al centralismo autoritario lasciato in patria, uno spiccato spirito libertario ed autonomistico, fatalmente destinato a tradursi in spirito indipendentistico;

    II) per derivazione ebraico-calvinista, un'attitudine alle pratiche economiche più spregiudicate;

    III) per influenza massonica, una crescente " politicizzazione " in senso esasperatamente rivoluzionario;

    IV) infine, come risultante dell'incontro di gruppi tanto diversi ed estranei fra loro, sradicati da terre lontane e protesi ad affermarsi per sopravvivere in condizioni ambientali di sfida e di anarchia, una terribile carica di violenza.

    L'avidità e la violenza, caratteristiche degli individui che in eterogenei gruppi andavano a costituire le nuove popolazioni, ebbero inizialmente a manifestarsi attraverso una duplice valvola di sfogo: contro le colonie francesi e contro gl'indigeni Pellirosse. Le colonie francesi infatti, dal 1689 al 1764, furono spazzate via quasi totalmente e la bandiera inglese salì a sventolare dal Labrador alla Florida, dall'Atlantico al Mississippi. Nel contempo, avviando un processo che si sarebbe poi concluso nell'arco di oltre un secolo e mezzo, fu intrapreso col ferro e col fuoco il sistematico genocidio dei Pellirosse, allo scopo di appropriarsi delle loro terre.

    E su questa pagina di storia, triste come poche, è necessario soffermare per qualche istante l'attenzione.

    2) La distruzione del mondo dei pellirosse


    ,,Allorché gli Europei posero piede per la prima volta nell'America del Nord ", osserva Wilcomb E. Washburn (54/29), " i Pellirosse conducevano in quegli immensi spazi una vita in rapporto stretto ed intimo con la natura, dalla quale dipendevano per la loro sopravvivenza. Essi non possedevano tecnologie, né scrittura, né armi da fuoco: la loro mente era tutta rivolta all'ambiente naturale, nel quale s'identificavano - con paura, rispetto ed amore come semplici parti componenti. La preghiera che il cacciatore Pellerossa recitava sull'animale ucciso, per giustificare la necessità della sua morte ed il bisogno umano che l'aveva resa necessaria, esprimeva il senso d'identificazione totale tra il cacciatore e la sua preda. D'altra parte, connotazione abituale del Pellerossa adulto era un atteggiamento di dignità e di riserbo: egli cercava meditatamente di evitare i conflitti con i propri simili". Ben traumatico fu dunque per i Pellirosse l'impatto con gl'invasori " visi pallidi ", subito irrispettosi e violentatosi di tutto ciò che costituiva il tradizionale " universo mentale " del mondo indigeno americano. " La caratteristica del Pellerossa 'incontaminato' ", osserva ancora W. E. Washburn (54/33), " era la fedeltà alla parola data. Il termine "amico" non era per lui un vocabolo vago e quasi indefinito: esso comportava invece la volontà precisa di aiutare in tutte le occasioni la persona indicata con quell'appellativo, nel mentre suonava come minaccia per chi avesse osato muovere a quella persona ". In contrapposto a tale modo " rettilineo " di sentire e di vivere, l'avidità di guadagno dell'invasore bianco sconvolse quel mondo dalle fondamenta. A cominciare dal tempo dei primi insediamenti coloniali, gli indigeni nordamericani furono assoggettati a sistematiche spoliazioni delle loro terre. " Sia i Padri Pellegrini che sbarcarono a Plymouth nel 1620, sia i Puritani arrivati nella Baia del Massachusetts nel 1630 ", narra W. E. Washburn (54/100), " si insediarono in territori occasionalmente sgombrati dagli abitanti indigeni. Sulla base dei precedenti biblici e del diritto naturale, i capi della Nuova Inghilterra negarono ai Pellirosse il diritto di affermare il loro dominio sulle terre che "non occupavano" ". Ma questo non fu che l'inizio: il peggio accadde in seguito. Tanto per cominciare, i coloni europei ebbero a constatare con disappunto di non essere in grado di fare prevalere la propria dialettica oratoria nelle discussioni con i Pellirosse: questi infatti erano capaci di un'eloquenza assolutamente fuori del comune. " La loro tecnica oratoria ", spiega W. E. Washburn (54/116), " era degna di paragone con quella insegnata dai maestri dell'antichità, essendo essi particolarmente abili nel fare ricorso alle classiche esortazioni fondate su ethos, pathos e logos ". I coloni per ciò ripiegarono sempre più spesso, nei loro confronti, sul raggiro e l'inganno. Ad esempio, col pretesto di proteggere gl'indigeni da ipotetici aggressori, incominciarono a costruire fortini nei loro territori. Qualunque fosse lo scopo dichiarato, quello ottenuto era di portare la presenza e la forza dei militari nel cuore delle zone di stanziamento dei Pellirosse, intimidendoli con la supremazia numerica e ponendo i presupposti giuridici per le rivendicazioni europee su aree sempre più vaste dell'" habitat " nordamericano (54/107). In realtà, lo scontro che andava crudamente delineandosi nell'America del Nord fra gli indigeni " pellirosse " e gl'invasori " visipallidi " era, al di là di ogni pur innegabile motivazione contingente, il confrontarsi di due civiltà, che sempre più chiaramente andavano disvelandosi antitetiche fra loro.

    La vita del Pellerossa nelle immense pianure dell'America Settentrionale era costantemente sospesa fra la realtà ed il sogno, come in ascolto ininterrotto di voci arcane. Particolarmente pervasa di motivi esoterici era la Danza del Sole, celebrata annualmente da tutte le tribù della prateria.

    " Durante questa ricorrenza ", narra Luraghi (23/392), " gli indiani si riunivano a migliaia. Nella Danza del Sole venivano rivissuti i quattro momenti fondamentali della condizione umana: a) la cattura, ossia la nascita, che rinchiude in un essere limitato nello spazio e nel tempo una scintilla dell'eterno; b) il dolore; c) la prigionía; d) la liberazione, attraverso l'acquisizione della saggezza e la serena accettazione della morte. Nella Danza del Sole venivano anche simboleggiate le funzioni del gruppo tribale: a) l'acquisizione della maturità da parte dei bambini; b) il perpetuarsi della vita attraverso la fecondità delle donne; c) la protezione di tutto il gruppo mediante il valore del guerriero. Infine, l'esercizio del dolore fisico aveva la profonda funzione di educare ad affrontare stoicamente la sofferenza, quale parte ineliminabile della condizione umana". Tutte le cerimonie venivano compiute danzando ed al suono di musiche ritmiche: e ciò aiutava i partecipanti a raggiungere una specie di "trance", a stabilire il contatto con l'arcano. La percezione dell'arcano, specialmente attraverso l'interpretazione del sogno, era per l'indiano una cosa d'importanza assolutamente basilare: e così pure il canto. " Il canto di guerra, di gioia o di morte ", spiega Luraghi (23/392), " esprimeva una serena e forte accettazione del destino umano. Ciò aiutava l'indiano a superare nel modo giusto le 'quattro colline' della vita:, infanzia, giovinezza, maturità e vecchiaia. Questo era per lui il fine vero dell'esistenza: non già l'accumulazione di beni materiali. L' indiano considerava tali beni come strumenti, non mai come fini: se un uomo acquisiva una grande ricchezza, era suo dovere morale - presto o tardi - di spogliarsene completamente, nel corso di una grande festa, mediante munifici doni a tutti gli intervenuti. Egli sapeva che mai sarebbe stato ridotto all'indigenza perché nessuno si sarebbe rifiutato di donare a sua volta ogni cosa ad un uomo così generoso. Il vero fine della vita era acquisire un virile coraggio, una profonda capacità di soffrire e di pazientare, una serena ed incrollabile fermezza generatrice di un carattere forte ed indomito, l'accettazione della morte come un momento dell'equilibrio universale ".

    La smania dell'Europeo per l'acquisizione delle ricchezze sembrava al Pellerossa cosa sciocca ed empia: perché consumare la propria vita e distruggere la vita altrui per ottenere beni che presto la morte avrebbe strappato?

    Una tale concezione di vita, così ricca d'interiorità ed aliena da ogni tentazione di arricchimento o di sopraffazione, era la negazione pura e semplice di quella che sospingeva un numero sempre crescente di Europei a varcare l'Atlantico. Ed ora gl'invasori " visipallidi " volevano strappare brutalmente ai Pellirosse quelle terre che appartenevano loro dalla notte dei tempi. Ma per quelle terre i guerrieri della prateria erano pronti a battersi ed a morire.

    Tuttavia, per infliggere le prime pesantissime perdite in vite umane agli indiani, non fu neanche necessario che i coloni impugnassero le armi. I Pellirosse non erano biologicamente " attrezzati " per resistere alle malattie importate dagli invasori bianchi ed, aggrediti dal contagio, caddero come le mosche al sopraggiungere dei primi freddi invernali. "Nessun elemento introdotto dagli Europei ", conferma W. E. Washburn (54/122), " fu più devastante delle malattie, contro le quali gli'indiani non avevano praticamente sviluppata alcuna immunità. Gli effetti delle epidemie portate dall'uomo bianco, di cui la peggiore era il vaiolo, furono catastrofiche ed amplissime. Negli anni 1630 e 1640 più della metà della Confederazione degli Uroni e della Confederazione degli Irochesi fu vittima di epidemie. Nel 1781 più di metà della tribù Piegan dei Piedineri morì di vaiolo. Lo stesso male provocò una strage di Shoshoni. Nel 1848 furono decimati da un'epidemia i Sioux ed i Pawnee. Le malattie importate dai bianchi distrussero letteralmente gran parte della popolazione indigena dell'America".


    Ad eliminare ed a mettere fuori combattimento i Pellirosse che uscivano salvi dalle ricorrenti epidemie provvidero direttamente i coloni. Uno degli strumenti più subdoli e nel contempo più micidiali, dei quali si servirono allo scopo, fu l'alcool. I Pellirosse avevano infatti un trasporto sfrenato per l'ebbrezza alcoolica, quasi costituisse una soglia di facile accesso all'arcano. "Il bere", spiega Washburn (54/125), "era sempre socializzato, non si beveva mai da soli. Si beveva finché duravano le scorte, di solito usando la stessa tazza o mestolo, che passava da una persona all'altra. Il desiderio generale era di ubriacarsi il più in fretta possibile. Tale pratica procurava a molti di loro danni assai gravi o addirittura la morte". Dal canto loro, i coloni non lesinarono mai nelle forniture di alcool agli indiani.


    In effetti, fra tutte le aree occupate nel Continente Americano dagli immigrati europei, era specialmente la civiltà capitalistica anglosassone generata nella Nuova Inghilterra quella che maggiormente aveva in odio la cultura pellerossa. Per la mentalità calvinista delle colonie inglesi dell'America del Nord tutti i valori perseguiti dagli indiani erano anatema. "Prima ancora che un ostacolo da rimuovere", dice Luraghi (23/394), "gli indiani erano un'aberrazione da distruggere ". Dunque non può fare meraviglia se i manipolatori di capitali dell'America del Nord dettero il via, ad un certo momento, ad un vero e proprio linciaggio morale contro gl'indiani, avvalendosi a piene mani delle pagine dei giornali, delle tribune delle assemblee, delle dichiarazioni degli uomini politici. Il " retroterra ideologico " delle tesi che venivano addotte contro il modo di vita dei Pellirosse era dato dall'intolleranza puritana contro i dissenzienti religiosi, ovvero contro i " figli del Demonio ", che altro non meritavano se non la distruzione (23/395).


    A partire dalla seconda metà del XVIII secolo fu creata una serie poderosa di organizzazioni, aventi lo scopo di devitalizzare la tradizionale cultura pellerossa attraverso la conversione degl'indigeni al Protestantesimo: la " Socíety for propagating the Gospel among Indians and others in North America ", la " Society of the United Brethren for propagating the Gospel among the Heathen ", la " American Board of Commissioners for Foreign Missions ", la " United Foreign Missionary Society ", la " Missionary and Bible Society of the Methodist Episcopal Church in America ", le società missionarie di New York, del Connecticut, del Massachusetts, ed altre ancora. Nulla insomma fu lasciato d'intentato per riformare la weltanschauung dei Pellirosse in modo funzionale alla civiltà capitalistica, che i manipolatori di capitali andavano edificando nel Nuovo Mondo. Ma le parole del capo-tribù Giacca Rossa valgono molto bene a farci intendere quale fu l'atteggiamento prevalente degli indiani, a fronte di coloro che intendevano modificare le loro forme del sacro: " Se il Grande Spirito avesse voluto dare il Vangelo agli indiani, oltre che ai bianchi, ne avrebbe dato loro una conoscenza diretta. Voi bianchi non sapete neanche mettervi d'accordo fra di voi, sul modo corretto di adorare il Grande Spirito. D'altra parte, noi sappiamo soltanto quello che ci raccontate voi: come possiamo credervi, dopo essere stati ingannati così spesso dalla gente bianca? " (54/141).


    Fatalmente l'ideologia di denigrazione e di odio contro i Pellirosse, irradiantesi ovunque dai centri mercantili dell'America del Nord, finì con l'innescare il meccanismo del genocidio. Le terre furono strappate agli indiani con vere e proprie campagne militari, che ne facevano strage. Invalse l'uso della deportazione d'intere tribù. Un numero sempre crescente di popolazioni indigene venne ristretto in una serie di " riserve ", l'arcipelago Gulag dell'epoca. Infine prese il via il massacro indiscriminato e generalizzato. " La degradazione e l'annientamento degli indiani della California ", esemplifica Washburn (54/219), " rappresentano una delle pagine più vergognose della storia americana, un'onta incancellabile per l'onore e l'intelligenza degli Stati Uniti. Non si trattò di una guerra ma di una sorta di sport popolare. Laddove gli indiani non vennero uccisi o asserviti dai singoli, furono confinati in riserve, organizzate in fretta e male dai commissari federali, e ben presto privati anche di questo rifugio, quando il Congresso rifiutò di ratificare i vari trattati con cui si stabilivano le riserve ". E di una sorta di sport popolare dovette trattarsi anche nello Stato dell'Indiana: tanto che i bianchi si giustificavano dicendo, come dicevano tutti, che " uccidere un indiano era come uccidere un animale selvaggio ".

    " Si realizzò così ", conclude Washburn (54/220), " attraverso

    guerre, deportazioni, stragi, il più grande affare immobiliare della

    storia ".

    Ma è tempo di tornare a considerare come le colonie inglesi d'America, nel mentre spogliavano i Pellirosse delle loro terre e ne travolgevano il modo di esistere, andavano intanto evolvendosi verso la nazione.


    3) Il regno degli speculatori e dei banchieri


    Verso il 1750 tali colonie erano già una potenza industriale capace d'impensierire seriamente la stessa Inghilterra. I capitali investiti dalle Compagnie e quelli ricavati dalla tratta dei negri avevano infatti fruttificato al nord del Continente Americano un'industria metallurgica di prim'ordine, agevolata dalla possibilità di disporre delle immense foreste sottratte agli indigeni. Tali foreste consentivano un'economicissima produzione d'immense quantità di carbone di legna: e la ghisa migliore, a quei tempi, era proprio quella prodotta con carbone di legna, che in Inghilterra viceversa raggiungeva prezzi proibitivi. Così, mentre la Pennsylvania s'avviava a diventare rapidamente la principale produttrice di ghisa del mondo, il Massachusetts dal canto suo altrettanto celermente si accingeva ad assumere il predominio nell'ambito delle costruzioni navali. Introiti colossali inoltre erano realizzati, grazie alla produzione di rhum, nel Connecticut, nel Rhode Island ed altrove. Infine s'ingigantiva sempre più la produzione alimentare. Di pari passo con una tale fioritura industriale, nelle colonie del Nord assumeva sempre più chiaro rilievo una classe capitalista, via via più intollerante del legame di sudditanza con la madrepatria.

    Contemporaneamente tendevano a deteriorarsi anche i rapporti fra le colonie del Sud e l'Inghilterra.

    Le colonie del Sud non avevano operata una scelta capitalistica. Il loro modello di vita era completamente diverso. La mentalità mercantile, anche se non estranea, non era predominante. La loro ideologia sociale, intessuta d'ideali arcadici, era basata sull'agricoltura. Ma tutto ciò rendeva fatale che queste colonie s'indebitassero sempre più con gli avidi speculatori d'Inghilterra, fornitori di tutti i necessari manufatti nonché, attraverso la tratta degli schiavi, della necessaria forza-lavoro.

    Fra le colonie del Nord e quelle del Sud si creò quindi, per forza di necessità, una sorta di fronte comune contro l'Inghilterra. Benjamin Franklin, nel 1754, operò i primi tentativi di organizzare tale malcontento su di un piano operativo. L'Inghilterra reagì con misure di repressione economica. I coloni si diedero allora alla pratica intensiva del contrabbando. Ciò provocò un ulteriore giro di vite da parte dell'Inghilterra, che sguinzagliò le proprie navi in una caccia spietata ai contrabbandieri.

    A questo punto la Massoneria assunse con decisione il ruolo di " forza politica traente " nel processo rivoluzionario che ormai ineluttabilmente si andava evidenziando nel Nuovo Mondo. La Massoneria infatti era presente in forze nell'America del Nord.

    Narra Bernard Fay (29/162) che già prima del 1717 essa aveva preso ad operare a Filadelfia ed a Boston e che, nei decenni successivi, si andò estendendo in tutte quelle colonie come un'autentica ragnatela. Può sorgere un dubbio: com'era possibile che una organizzazione avente un fondamento rabbiosamente anti-cristiano quale la Massoneria potesse operare ed avere successo nella Nuova Inghilterra, senza collidere col fanatismo religioso dei coloni? Ma la risposta è semplice: Calvinismo e Massoneria puntavano ad introdurre nella società modi di vita sostanzialmente analoghi: individualismo esasperato, attivismo capitalista, spregiudicatezza affaristica, idolatria del successo economico. Da ambedue promanava inoltre un fanatico anelito libertario ed una implacabile avversione nei confronti dell'intero mondo della tradizione europea. Un banalissimo esempio può forse illustrare con efficacia "visiva" questo asserito parallelismo esistenziale tra la weltanschauung calvinista e quella massonica: mentre nella Nuova Inghilterra i frequentatori delle Università e delle Chiese venivano assegnati ad ordini differenti di posti, a seconda che fossero abbienti o indigenti (19/ 36), la Massoneria diramava in Francia una serie di circolari, con le quali raccomandava alle logge di limitare l'ammissione dei profani di modeste condizioni (33/150). Il " trait d'union " fra la Massoneria d'America e quella d'Europa era diventato Benjamin Franklin, il quale aveva creata una perfetta sintonia di pensiero fra i rivoluzionari del Vecchio e del Nuovo Mondo. " Quando, nel 1789, scoppiò la Rivoluzione Francese ", ha constatato Daniel Mornet (39/ 409), " coloro che su di essa agirono più potentemente furono proprio quelli ch'erano stati maggiormente penetrati dalle lezioni dell'esperienza americana ". Lo stesso autore riporta la testimonianza di una delle nobildonne più in vista della Parigi dell'epoca, la viscontessa de Fars-Fausselandry (39/408): " La causa degli Americani ci sembrava la nostra. Eravamo fiere della loro vittoria, piangevamo delle loro disfatte. Ci si strappava di mano i bollettini, li si leggeva in tutte le case ". E rimarca Jacques Godechot nel suo libro " La grande Nazione " (40/10): " Gli storici americani, analizzando le cause della Rivoluzione degli Stati Uniti e paragonandole alle cause della Rivoluzione Francese, hanno anch'essi concluso che alla fine del secolo XVIII ed all'inizio del secolo XIX vi fu non già una serie di rivoluzioni isolate e scarsamente collegate fra loro ma una grande rivoluzione occidentale o atlantica, nella quale si possono distinguere una "fase americana' ed una "fase francese" ". Così, in stretta connessione ideologica ed operativa con le logge d'Europa, le logge d'America andarono preparando la " loro " rivoluzione. A Benjamin Franklin si affiancarono altri massoni di rango, quali Thomas Jefferson, George Washington, il marchese de la Fayette e John Adams, coadiuvati da altri uomini di prim'ordine, quali Sames Otis, Alexander Hamilton, Thomas Paine ed altri ancora, tutti imbevuti d'idee massonico-illuministiche. Grazie a tutti costoro, una vera e propria ondata d'ideologismo rivoluzionario si abbatté su tutte le colonie inglesi d'America. Tale opera di " sovvertimento ideologico " fu così profonda e pregnante che John Adams, a cose fatte, non si peritò di ammettere: " La rivoluzione ebbe luogo nella mente del popolo prima che fosse versata una sola goccia di sangue presso Lexington " (21/25). L'intensa propaganda valse a dissimulare, almeno inizialmente, le motivazioni meramente economicistiche dei manipolatori di capitali del Nord, le cui istanze sarebbero entrate più tardi in drastica collisione con la classicheggiante concezione di vita della società agraria del Sud.

    La sera del 16 dicembre 1773 la prima azione provocatoria dei massoni d'America partì dalla Taverna del Dragone Verde, in Boston, ove la Loggia di Sant'Andrea usava tenere le proprie riunioni. Gruppetti d'uomini travestiti da, Pellerossa raggiunsero in scialuppa tre navi inglesi cariche di thé, che stavano ancorate nel porto, e buttarono a mare l'intero carico. Fu la scintilla destinata ad accendere le polveri della sfida e della rivolta anti-inglese, sfruttando il malcontento dei coloni per una tassa imposta da Londra sulle importazioni del thé in America. La desiderata rappresaglia inglese scattò puntuale, mettendo in moto la spirale dell'ostilità e dell'odio, ch'è tipica della strategia di tutte le cospirazioni rivoluzionarie. La lotta armata fra le colonie inglesi d'America e l'Inghilterra, dopo una lunga serie di mosse e contromosse politiche ed economiche, ebbe inizio il 19 aprile 1775. Sulla piana erbosa di Lexington, piccolo villaggio situato fra Boston e Concord, si trovarono a fronteggiarsi truppe britanniche, agli ordini del generale Thomas Gage, ed una variopinta moltitudine d'insorti. Fu quello il momento preciso in cui il processo rivoluzionario scandì il suo primo decisivo rintocco sul quadrante della storia mondiale. Erano due mondi antitetici e guardarsi in faccia, l'uno irriducibile all'altro. Contro il vecchio ordine sociale, simbolizzato dai fanti d'Inghilterra, irrompeva la Rivoluzione Armata: sul momento quella Americana, in appresso quella Francese, più tardi quella Russa.

    Qui non interessa l'esame particolareggiato delle varie vicende della lotta in armi, che poi segui per oltre un anno a quel primo scontro di Lexington. E' sufficiente dire ch'essa ebbe il suo epilogo con la nascita degli Stati Uniti d'America.

    Il 4 luglio 1776 infatti tredici colonie (Maryland, Delaware, Virginia, North Carolina, South Carolina, Georgia, New Jersey, Pennsylvania, New York, Massachusetts, Rhode Island, New Hampshire, Connecticut) si costituirono in Stati Uniti e, con ciò, proclamarono la propria indipendenza. Ben 50 dei 56 uomini che firmarono la dichiarazione d'indipendenza degli Stati Americani erano massoni (30/276). A dire il vero, anche un quattordicesimo territorio, il Maine, avendo i suoi abitanti partecipato alla lotta, avrebbe avuto buon titolo ad essere, sino dall'inizio, uno degli Stati "uniti". Ma coloro che, da dietro le quinte, avevano diuturnamente alimentato la rivoluzione, non lo permisero: essi vollero invece che la nascita degli Stati Uniti d'America risultasse consegnata alla Storia in perenne simbiosi con una precisa simbologia illuminatico-massonica. Il Maine, per ciò, dovette attendere ancora del tempo, prima di essere proclamato Stato, in modo che il numero " 13 " rimanesse legato all'origine della sorgente Nazione. Perché proprio il numero " 13 "? Per due motivi: in primo luogo, perché al grado tredicesimo della scala massonica corrisponde, come parola sacra, il nome di Jehova (61/62); ma anche perché tredici erano i gradi d'iniziazione dell'Ordine degli Illuminati, fondato pochi mesi prima da Weishaupt (37/134). E ciò è confermato dal fatto che simbolismi della medesima specie furono poi ripresi ed enfatizzati in modo addirittura sfacciato negli anni seguenti: dapprima attraverso il Gran Sigillo di Stato, in ultimo attraverso il biglietto da un dollaro.

    L'incarico d'ideare un Sigillo fu dato dal Congresso a Benjamin Franklin, a Thomas Jefferson ed a John Adams. I tre si mostrarono alquanto indecisi sul tema iconografico da scegliere: così, mentre Jefferson, ad esempio, proponeva che fosse effigiata la peregrinazione degli Ebrei nel deserto del Sinai (14/55), Franklin propendeva invece per un'illustrazione di Mosè che apre le acque del Mar Rosso (42/17). Ci volle, in verità, molto tempo perché il Gran Sigillo degli Stati Uniti giungesse ad avere l'aspetto odierno: doppia facciata, con motivo del " 13 " sul retto e con simbologia dell'Ordine degli Illuminati sul rovescio, il tutto variamente integrato ed arricchito di significato con qualche ulteriore " segno " ebraico.

    Il retto del Sigillo venne così a raffigurare un'aquila, sormontata da 13 stelle, assemblate fra loro in modo da formare una stella maggiore a sei punte, emblema del Sigillo di Salomone, ovvero della Stella di David. Negli artigli dell'aquila furono poste 13 frecce ed un ramoscello con 13 foglie. Uno scudo adornato da 13 strisce fu posto infine a protezione dell'aquila.

    Sul rovescio del Sigillo fu invece raffigurata la piramide tronca, di 13 scalini, emblematica dei gradi d'iniziazione illuminatica. Sulla piramide tronca, più in alto, fu collocato l'Occhio Onniveggente, racchiuso in un triangolo. In merito a tale simbolo, così si esprime Giuseppe Gangi nel suo libro I misteri esoterici: "Il triangolo della simbologia massonica risale al resch ebraico, la "R' di forma triangolare, che significa "testa" e che serve a designare Dio, di cui le Tavole della Legge proibiscono la rappresentazione antropomorfica" (43/205). Né vi è dubbio che si trattasse proprio del Dio degli Ebrei, giacché il " 13 " ricorrente negli scalini sottostanti e nel soprastante motto " Annuit Coeptis " stava appunto a significare ed a richiamare, come si è già specificato, il nome di Jehova. Infine sulla base della piramide fu iscritta la data " MDCCLXXVI ", a prima vista celebrativa della conseguita indipendenza nazionale. Ma, poiché quella stessa data figurava già da un paio di mesi sull'identica piramide adottata da Weishaupt come emblema degli Illuminati, a celebrare la nascita di tale società segreta, ecco che qualche dubbio interpretativo diviene giustificato anche in questo caso.

    Dev'essere precisato, per completezza d'informazione, che il rovescio del Sigillo non entrò mai nell'uso corrente. Ma non bisogna equivocare su tale circostanza: essa non sta affatto a testimoniare un ripudio di " quella " simbologia e dei connessi valori e significati. E ciò è tanto vero che, a decorrere dal 1935, il Sigillo tutto intero, ossia completo di dritto e di rovescio, fu utilizzato come motivo iconografico sul biglietto da un dollaro. Sul basso di tale biglietto è scritto in bella evidenza: " The Great Seal of United States ". Restano da risolvere un paio di quesiti piuttosto interessanti. Perché mai una così complessa simbologia illuminatico-massonica fu collocata proprio sul Gran Sigillo degli Stati Uniti? E perché, in seguito, il Gran Sigillo fu trasferito pari pari sul biglietto da un dollaro? Se si tiene conto della mistica massonica, ovvero di quell'esasperata mitologia del simbolismo che la quintessenzia, la risposta appare del tutto scontata. Per essa un " sigillo " è un vero e proprio talismano, dotato della virtù di conferire potenza, ossia capacità di dominio sul pensiero e sulle azioni degli altri uomini (42/27). Dunque, apponendo i propri simboli sul Sigillo della nuova Nazione sorta in America, Illuminati e Massoni attivavano le " arcane forze" che avrebbero consegnato nelle loro mani il potere su quella Nazione. Più tardi, quando l'economia statunitense, da loro ormai pienamente controllata, fu rivolta a conquistare l'egemonia sui mercati mondiali, il Gran Sigillo fu trasferito sul biglietto da un dollaro, affinché quella moneta diventasse, a sua volta, strumento di potenza sul mondo intero. Fu prescelto il biglietto da un dollaro, con esclusione degli altri valori, poiché in tutte le tradizioni mistico-esoteriche, da Lao-Tse a Plotino, da Pitagora a Dante Alighieri, dai Cabalisti ai Rosacroce, dall'Ebraismo alla Massoneria, l'Uno è il segno che rappresenta Dio. Su quel biglietto di banca si realizzò dunque una perfetta simbiosi fra il Dio degli Ebrei, inverantesi per il nuovo Popolo Eletto nell'oro terreno, ed il Dio dei Puritani, dispensatore di ricchezze ai propri devoti.

    In definitiva, la nuova entità statale sorta dalle colonie inglesi d'America volle porsi ostentatamente, fin dall'inizio, fin dall'origine, come lo Stato preteso e realizzato dai manipolatori di capitali, per affermare l'inizio di un Nuovo Ordine Mondiale: quello fondato sulla supremazia del Denaro rispetto a qualsiasi altro valore.


    4) L'élite borghese e la Costituzione


    Una volta proclamata l'indipendenza Nazionale e gradualmente

    spentasi nel popolo la strumentale " ubriacatura d'ideologia ", venne al pettine un nodo di fondamentale importanza: quello dell'attribuzione costituzionale del potere politico nel nuovo Stato.

    La rivoluzione delle colonie inglesi d'America, come già si è detto, era stata gestita, tramite la Massoneria, dall'élite borghese, le quali avevano anche anticipato ai rivoltosi le ingenti somme occorrenti a fare fronte alle spese militari. Ma su quelle somme, è superfluo dirlo, avevano anche imposto un alto tasso d'interesse. Ed ora, a rivoluzione conclusa, essi pretendevano il sollecito pagamento dei propri crediti: né erano disposti ad accettare moneta cartacea, essendo bene consapevoli dell'inconsistenza di quella cartamoneta, gravemente svalutata dall'inflazione (23/161).

    Di fronte agli speculatori ed ai banchieri, in contrasto con essi, stava il popolo degli umili, dei diseredati, degli ingenui idealisti, che incominciava molto confusamente a percepire di essere stato vittima di un gioco ordito sulla sua testa e di avere lottato per fini di giustizia sociale che, a gioco concluso, apparivano non meno irrealizzati ed irrealizzabili di prima. In siffatta, instabile e per loro preoccupante situazione, i manipolatori di capitali intuirono la necessità di un modello di assetto costituzionale che fosse idoneo a tutelare efficacemente i loro interessi politico-economici e che fosse anche atto, per necessaria correlazione, a rendere dl tutto inoffensive le masse reduci dalla rivoluzione. In altre parole, essi mirarono ad individuare un assetto statale che, pur salvando una facciata di apparente partecipazione, lasciasse il potere reale interamente nelle loro mani. E compresero che, per ottenere ciò occorreva concentrare il massimo del potere nel Governo Centrale, riducendo al minimo quello degli Stati membri. Anche l'aristocrazia agraria del Sud era propensa a varare una Costituzione che fosse idonea ad attenuare quanto più possibile la " sostanza pleblea " della rivoluzione: ma ogni convergenza di opinione fra gli Stati del Nord e quelli del Sud finiva esattamente a questo punto. I secondi infatti non erano disposti ad accettare alcuna forma d, " bancocrazia ", che avrebbe necessariamente indotto in una cronica posizione debitoria la società agricola del Sud, costretta in tale modo anche alla subalternità politica. In realtà, l'aristocrazia terriera sudista, ben convinta della superiorità della propria weltanschauung rispetto alla mentalità economicistica imperante al Nord, puntava fermamente ad assumere la leadership politica nazionale.

    Le tesi degli speculatori e degli affaristi del Nord furono efficacemente sostenute da Alexander Hamilton, ministro del Tesoro, uomo politico di straordinaria astuzia ed abilità, il quale perorò l'adozione di una forma di rappresentatività ristretta, a base plutocratica ed elitaria, in luogo di quella " democrazia di massa " ch'era stata il miraggio incentivante alla rivoluzione. Queste tesi non furono adeguatamente contrastate dagli esponenti del Sud, ignari del fatto che Hamilton aveva già bello e pronto un piano per consegnare la somma dei poteri sociali nelle mani dei grandi capitalisti, agevolmente in grado con la loro onnipotenza economica di condizionare, corrompere e coartare un Governo Centrale, che fosse costituzionalmente sovraordinato a quelli locali.

    Non può destare meraviglia il fatto che il massone Thomas Jefferson, celandosi dietro il proprio fiduciario James Madison, abbia prontamente accettato un tale disegno costituzionale, fondamentalmente lesivo degli interessi del Sud. Non mancarono tuttavia alcuni spiriti avveduti, i quali aspramente denunziarono la mistificazione che veniva ordita. Fra essi vanno ricordati William Grayson e specialmente Patrick Henry, il quale strenuamente protestò ch'era stato inutile lottare per staccarsi dalla Gran Bretagna, dato che una monarchia assoluta veniva sostituita con un altro governo di tipo assolutistico. Ogni protesta tuttavia fu vana. Il 17 settembre 1787 fu varata una Costituzione nazionale perfettamente in linea con le richieste e con gli interessi dei gruppi di pressione del Nord. Secondo tale Costituzione, il potere esecutivo veniva attribuito ad un Presidente designato dai gruppi dell'Assemblea Parlamentare: quest' ultima eletta con criteri di censo.

    George Washington fu il primo Presidente degli Stati Uniti d'America.

    Dopo di che, Alexander Hamilton volse il suo impegno ad attuare lo stratagemma che aveva ideato per condurre immediatamente l'Unione sulla via maestra del Capitalismo: ed il punto di attacco di tale operazione fu quello del debito pubblico. Nel 1789 il debito nazionale degli Stati Uniti d'America era semplicemente colossale: grande parte di esso era stato assunto in varia misura dagli Stati membri. Circa i quattro quindi delle obbligazioni dell'Unione erano comunque in mano ad affaristi dell'Unione stessa, per lo più del Nord: il rimanente quinto risultava collocato all'estero. Ebbene, Hamilton ottenne che l'intero debito fosse assunto in proprio dal Governo Federale, il quale s'impegnò a destinare irrevocabilmente una parte delle proprie entrate al pagamento non solo del debito ma anche dei relativi interessi. Ciò procurò un grande beneficio ai capitalisti del Nord, possessori delle obbligazioni, giacché impedì che gli Stati membri avessero a decurtare unilateralmente e coercitivamente, a danno dei ereditari, il debito stesso. Ma procurò, per converso e senza alcuna compensazione, un danno sensibile alle popolazioni del Sud, chiamate, attraverso il prelievo fiscale, ad arricchire i capitalisti del Nord, destinatari del rimborso da parte del Governo Federale. Per di più, i pochi affaristi del Sud in possesso di obbligazioni dell'Unione furono raggirati dagli speculatori del Nord con assoluta protervia. Costoro infatti, non appena il Congresso ebbe deliberata la legge che poneva il debito pubblico a carico del Governo Federale, s'imbarcarono in folta schiera, a Filadelfia ed a New York, sulle due navi più veloci fra quelle disponibili, dirigendosi in tutta fretta alla volta del Sud, ancora ignaro della nuova legge: ed, in tale modo, riuscirono ad incettare per pochi soldi i titoli di credito ch'erano in mano ai meridionali (23/185). L'ira e lo sdegno dell'opinione pubblica del Sud trovarono espressione, ancora una volta, nelle parole di Patrick Henry, uno dei " padri " dell'Indipendenza: " Non contenti di avere la maggioranza nelle assemblee, gli Stati del Nord vogliono tutto quanto possediamo... Questa è una lotta sia per il denaro che per il potere" (23/185). Hamilton, non di meno, proseguì imperterrito nel suo disegno di consegnare l'Unione nelle mani dei manipolatori di capitali e chiese, di lì a poco, la creazione di una Banca Centrale degli Stati Uniti. In mano alla classe capitalista essa sarebbe stata una poderosa macchina per drenare fondi ed investirli nelle attività economiche settentrionali: e, naturalmente, le azioni della Banca sarebbero state sottoscritte dai capitalisti stessi. Quanto alla natura delle attività della Banca, Hamilton fu esplicito: essa avrebbe anticipato denaro a mutuo agli uomini d'affari ed ai manufatturieri. In ogni caso, non agli agricoltori ed ai contadini.

    Il Congresso, nel quale i rappresentanti del Nord erano più numerosi di quelli del Sud, approvò la richiesta di Hamilton: e, com'è facile immaginare, l'intero pacchetto azionario della Banca fu sottoscritto da affaristi del Nord, ai quali si aggiunse qualche europeo. Infine l'inarrestabile ministro del Tesoro diresse la sua azione politica a promuovere l'avvento della Rivoluzione Industriale in America. Tariffe di protezione, premi alle manifatture, credito, largo impiego delle donne e dei fanciulli: questi alcuni degli "attivanti " da lui escogitati. Quanto al Sud, esso avrebbe avuto il compito di fornire prodotti agricoli grezzi alle industrie settentrionali. "Era, in sostanza", fa notare Raimondo Luraghi (23/186), " la riduzione del mezzogiorno allo 'status' coloniale. Attraverso il consolidamento del debito pubblico, la costituzione della Banca degli Stati Uniti e le incentivazioni ulteriori alla Rivoluzione Industriale, il capitalismo settentrionale era andato sviluppando un vero e proprio Termidoro ". Le masse popolari ne furono irritate ed allarmate: i contadini erano furenti. Ad essi mancava solo una leadership per dare vita ad un formidabile partito di opposizione, che si sarebbe drizzato a sbarrare il passo alle trame nordiste. E la leadership venne: la fornì la classe sociale che per natura era più ostile al capitalismo del Nord: la élite dei piantatori sudisti (23/186).


    5) La Guerra di Secessione


    Era ormai del tutto evidente che gli Stati Uniti d'America inglobavano nel loro assetto due mondi del tutto dissimili, estranei fra loro: i Territori Yankees del Nord e la Dixie-Land del Sud. La differenziazione fra il Nord ed il Sud aveva avute origini remote e motivazioni alquanto complesse, riconducibili tuttavia a tre fattori fondamentali: a) il clima dei territori colonizzati, b) l'estrazione sociale e religiosa dei coloni, e) la cultura e la rispettiva scelta di vita.


    Sono temi che occorre approfondire: facciamo dunque un passo a ritroso e, per un'esigenza di semplificazione espositiva, consideriamo separatamente il modo di formazione delle colonie inglesi d'America, distinguendo appunto quelle del Nord da quelle del Sud.

    I primi coloni sbarcati sulle coste settentrionali del Continente Americano, Più o meno all'altezza dell'attuale città di Boston, trovarono ad attenderli un cielo lugubre ed un clima aspro: rigido d'inverno, pesante d'estate. Essi tuttavia non si sgomentarono più di tanto per quelle poco accoglienti condizioni ambientali che, tutto sommato, richiamavano da presso quelle della natia Inghilterra. Da Puritani, si sentivano legati al cielo da un patto che garantiva loro di riuscire sulla terra: in cambio di un'esistenza rigorosamente osservante dei precetti contenuti nelle Sacre Scritture, consideravano come dovuto corrispettivo che il Signore favorisse i loro traffici. Per predisposizione religiosa, essi erano dunque lavoratori e speculatori accaniti, senza pietà né scrupoli, interamente protesi a fare fortuna, incapaci di frivolezza, dall'aspetto austeramente dignitoso e compassato. Nei territori da loro colonizzati avevano introdotta la peggiore tirannia delle sette religiose, la persecuzione dei dissidenti, la condanna a morte - il rogo o la forca - per i seguaci del Maligno. Celebre,l'episodio delle " streghe " di Salem. L'economia era interamente basata sui traffici, sul commercio, sulla speculazione, sulla manifattura e sulla tratta dei negri: quest'ultima consentì il sorgere nel Nord

    delle prime grandi fortune. Per praticare il traffico degli schiavi i negrieri puritani non esitarono ad accantonare i principi di uguaglianza universale e di libero lavoro, in nome dei quali avevano abbandonata l'Europa e preso possesso del Nuovo Mondo. La giustificazione, tipica della mentalità capitalistica, fu data dal seguente sillogismo: "Il Signore benedice la ricchezza e, poiché la tratta dei negri è il mezzo più rapido per conseguire la ricchezza,il Signore benedice la tratta ". Per ciò i porti delle colonie del Nord presero a pullulare di navi negriere, che partivano cariche di rhum da Newport, Providence, New Bedford, Boston. In Guinea veniva realizzata la permuta con schiavi e questi poi erano rivenduti in tutte le colonie, specialmente in quelle del Sud e nelle Antille. E' da tenere presente, per ciò, che la schiavitù non fu affatto fenomeno esclusivo del Sud ma fu comune anche al Nord e ad altri territori. Se al Nord essa si sviluppò meno che altrove, ciò fu dovuto unicamente al fatto che il clima rigido, l'economia e, soprattutto, le coltivazioni ivi praticate non si prestavano, se non assai scarsamente, all'utilizzazione degli schiavi come redditizia forza di lavoro. Come ha scritto Leo Huberman: " ... gli abitanti della Nuova Inghilterra non avevano alcuna obiezione a servirsi degli schiavi, ma non sapevano cosa farsene " (19/31). Né va ignorata la circostanza che, al momento di redigere la Dichiarazione d'Indipendenza, fu proprio un eminente uomo del Sud, quale Thomas Jefferson, a caldeggiare l'abolizione della tratta dei negri: mentre fu proprio il Nord, per volontà dei suoi mercanti, a fare rigettare quella proposta (23/145).

    Del tutto diversa era l'estrazione sociale e religiosa dei coloni installatisi al Sud: se i settari protestanti del Nord appartenevano al ceto mercantile ed alle libere professioni, questi erano invece in gran parte gentiluomini spiantati, rampolli della piccola nobiltà campagnola, avventurieri ed ex galeotti, piccoli artigiani, in grandissima prevalenza di religione anglicana (44/VIII/578). Di conformazione mentale piuttosto " tradizionale ", essi non consideravano affatto la ricchezza ed il successo economico quali valori etico-religiosi: al contrario, il mondo dei traffici e dell'usura, della speculazione e del maneggio del denaro aveva per loro - come per tutto il mondo " tradizionale " europeo - una connotazione in qualche modo "peccaminosa". Anche l'ambiente geografico contribuiva a differenziare questa gente schietta e sanguigna, aperta alle passioni ed ai moti del sentimento, dai tetri e rigidi coloni del Nord: al Sud il clima era dolce, simile a quello mediterraneo, o addirittura tropicale. In un tale quadro ambientale, la vita appariva un invito alla gioia ed alla serenità e predisponeva alla più naturale delle attività lavorative: l'agricoltura.

    1 primi tempi, a dire il vero, erano stati difficili, poiché i semi dei cereali europei, che i coloni avevano portati con sé, si erano rivelati inadatti alla grassa terra della Virginia, ove il capitano John Smith con centotre compagni aveva fondato nel 1607 il primo centro abitato e fortificato, denominandolo Jamestown. Decimati dalla fame, dalle malattie e dalle risse, una quarantina di sopravvissuti erano stati infine salvati dal capo pellerossa Powhatan, che aveva offerta loro la sua amicizia ed insegnata la coltivazione del mais.

    La seconda coltivazione introdotta era stata quella del tabacco, un ottimo tabacco dolce, che si era rivelato una buona fonte di reddito. Sorgeva però il problema della mancanza di un adeguato numero di braccia lavorative, poiché i Pellirosse, ai quali quei coloni guardavano con rispetto, consideravano degradante lavorare la terra e perciò rifiutavano di prestarsi a tale incombenza. Fu così ch'ebbe inizio, dapprima in sordina, l'utilizzazione di schiavi negri, procurati da qualche trafficante olandese delle Antille. Non appena però i mercanti inglesi ed i capitalisti del Nord ebbero percepita la reale portata di quella fonte di guadagno, la tratta dei negri passò quasi completamente nelle loro mani e fu intensificata al massimo. L'afflusso degli schiavi nei mercati di Charleston, di Savannah, di Norfolk determinò la graduale scomparsa della mano d'opera bianca. I bianchi divennero in buona parte possidenti terrieri, assorbiti nella direzione delle proprie coltivazioni e fattorie. Prese forma così al Sud una configurazione sociale aristocratica ed agraria, in antitesi a quella borghese e mercantile del Nord. Queste differenze si accentuarono nella seconda metà del 1600, con l'afflusso di nuovi coloni sia al Sud che al Nord. Dall'Inghilterra infatti, dopo l'esecuzione di Carlo I Stuart, avvenuta nel 1640 per volere di Oliver Cromwell, cercarono rifugio nelle colonie del Sud un certo numero di nobili, di cavalieri, di baroni: tutti seguaci del defunto Stuart. Al Nord invece trovarono accoglienza, appena pochi anni dopo, i seguaci di Oliver Cromwell, costretti anch'essi ad allontanarsi precipitosamente dall'Inghilterra in conseguenza del ritorno sul trono di uno Stuart. L'odio fra " stuartiani " e " cromwelliani " divenne quindi odio fra coloni del Sud e coloni del Nord e si aggiunse agli altri preesistenti e profondi fattori di attrito fra Nord e Sud.

    Una Costituzione nazionale, congegnata in modo di consegnare la somma dei poteri sociali nelle mani dei Manipolatori di Capitali settentrionali, non era certo in grado - è del tutto ovvio - di sanare l'antagonismo latente fra il Sud ed il Nord: ché anzi esso si venne approfondendo ed esteriorizzando anche sotto nuovi aspetti. Un emergente motivo di contrasto fu, tra gli altri, quello culturale-esistenziale: infatti, come già nei confronti dei Pellirosse, si delineò anche in questo caso una vera e propria contrapposizione fra " concezioni del mondo " antitetiche. Già a partire dal XVI secolo i manipolatori di capitali avevano avviata in Europa una sistematica opera di sovvertimento intellettuale (3/31), perché fungesse ovunque da " onda portante " di un radicale sovvertimento anche politico. Uno dei momenti salienti del processo, attraverso il quale si andava attuando lo stravolgimento del modo di pensare " tradizionale ", era stato raggiunto con la formulazione della " dottrina del liberalismo ". Per l'esattezza, la sistematizzazione del "pensiero liberale" da parte di Adam Smith aveva costituito il momento culminante di un incessante lavorio di aggiustamento dei princìpi economici alle esigenze di dominio mondiale dei Capitalisti. Ebbene, le colonie della Nuova Inghilterra e successivamente gli Stati del Nord avevano rappresentato il riuscitissimo " esperimento " del Capitalismo Internazionale di creare dal nulla, nel bel mezzo dell'età delle monarchie d'ispirazione teocratica, una società integralmente basata sui princìpi del liberalismo in economia, ossia sulla legge del mercato, del profitto, dell'utilità personale. " Con il crescere di una classe borghese moderna, forte, sicura di sé ", conferma Raimondo Luraghi (23/305), " era andata sviluppandosi nel Nord un'ideologia che considerava il capitalismo liberale e la società liberale da esso generata come il migliore dei mondi possibili ". Una tale concezione di vita, già lo sappiamo, aveva trovato il suo ideale supporto nel Puritanesimo di scuola calvinista: l'antica ideazione puritana del duello perpetuo tra i " figli di Satana " e gli " eletti del Signore " trovava piena corrispondenza nella contrapposizione fra " progresso " e " reazione ", intendendosi per progresso il mondo della " libera impresa " (23/305). Dati tali presupposti, non ci volle molto perché gli uomini del Nord si convincessero di avere una vera e propria " crociata liberale " da compiere, onde imporre il proprio sistema di vita a tutto il mondo e, tanto per cominciare, agli Stati del Sud.

    Il Sud era di tutt'altro avviso. Sino dalla sua prima colonizzazione la sua cultura era stata orientata verso un accentuato classicismo. "Le grandi ombre di Livio e di Plauto ", dice con bella immagine Luraghi (23/173), " avevano vegliato sulla culla della Virginia ". Se dunque l'ideologia puritana era stata la più adatta al ceto mercantile della Nuova Inghilterra, del tutto differente era stato il modello di cultura affermatosi al Sud. La " casta di signori ", che aveva assunto il potere nella società agraria del meridione, aveva sempre preferito riconoscersi nella Roma repubblicana: per l'esattezza, nella classe agraria severa, frugale, priva di ostentazione, colta, dotata di un profondo senso dello Stato, che aveva guidato il popolo dell'antica Roma lungo la via della libertà, contro i re ed i tiranni. Lo stesso principio della libera unione di comunità locali, tanto caro al Sud, era una reinterpretazione in chiave moderna dei criteri, ai quali era stata informata l'antica confederazione romano-italica. D'altra parte, le biblioteche delle più illustri famiglie della élite agraria sudista erano prevalentemente dotate di opere della letteratura classica. E ancora: nel 1776 Charles Lee, scrivendo ad un altro virginiano illustre, Patrick Henry,rimpiangeva di non essere venuto al mondo nel glorioso terzo o quarto secolo della Repubblica Romana: aggiungeva tuttavia di essersi riconciliato col suo destino, essendogli toccato in sorte di vivere in tempi altrettanto gloriosi quanto quelli di Roma e tanto simili ad essi: precisava inoltre di essersi formato alla lettura di Plutarco (23/174). L'ombra di Roma insomma si stendeva imponente su tutto il Sud, assumendo talora forme teatralmente esteriori: Campidoglio era detto il luogo destinato ad ospitare l'assemblea parlamentare: Roma, Atene, Alessandria erano i nomi di alcune cittadine del Sud: motti latini e fasci littori apparivano in abbondanza nella simbologia ufficiale: costruzioni simili a templi ellenico-romanici sorgevano nelle zone più belle sia delle maggiori città che dei più minuscoli paesi: la figura di George Washington, normalmente accostata a quella di Cincinnato, veniva scolpita da Antonio Canova coperta dalla lorica ed assisa sulla sella curale: mentre Horatio Greenough fissava il primo presidente degli Stati Uniti d'America addirittura nella posa di Giove Ottimo Massimo (23/178).

    Uno degli strumenti in cui gli statisti del mezzogiorno confidavano di più per costruire una nuova generazione di "romani" era la diffusione della cultura laica. Per ciò, mentre nella Nuova Inghilterra l'imperversante dispotismo delle sette religiose ancora asserviva le scuole al pulpito, assimilando le stesse università a scuole di teologia, nel Sud si era viceversa sviluppato un grande movimento culturale per l'apertura di università di Stato, aventi un'impostazione decisamente aconfessionale. Nel 1785 venne fondata ad Athens, in Georgia, la University of Georgia. Nel 1786 fu fondata l'Università del Maryland. Nel 1790 fu la volta della University of North Carolina, a Chapel Hill. Nel 1794 ebbe inizio, in Nashville, l'attività dell'Università del Tennessee. Toccò poi alla Università della Carolina Meridionale, a Columbia. Nel 1816 nacque infine la splendida University of Virginia, voluta da Thomas Jefferson. Le nuove università offrirono corsi di studio in cui i tradizionali insegnamenti teologici erano ridotti al minimo o eliminati del tutto. In compenso, esse brillarono subito per la magnificenza degli studi classici e storici, tanto che al Nord le si accusò di dedicare più tempo al greco ed al latino che non alla lingua inglese.

    La polemica divampò violenta. Jefferson e Paine, unicamente ad altri esponenti della élite culturale del Sud, apertamente accusarono le Chiese del Nord di avere pervertito il Cristianesimo allo scopo di trarne denaro e potere. E tale accusa, evidentemente ben centrata (anche se non del tutto sincera in bocca a dei massoni), rese furibondi gli speculatori del Nord, i quali replicarono in una duplice direzione: in primo luogo svillaneggiando Jefferson con l'epiteto di " arciapostolo dell'irreligione ", in secondo luogo intimorendo il popolo minuto col raggelante vaticinio che l'aconfessionalismo politico praticato al Sud avrebbe finito, se non stroncato in tempo, col togliere a tutti la benevola assistenza del Cielo.

    Il contrasto decisivo, che scatenò in armi Nord e Sud, l'uno ferocemente contro l'altro, fu tuttavia di natura prettamente economica.

    Sino da prima del 1787 i territori del Sud erano venuti a trovarsi in una pesante situazione di sudditanza economica nei confronti delle colonie del Nord. Nella Nuova Inghilterra infatti, come già si è visto, si era sviluppata una vera e propria classe di capitalisti, che aveva creata un'industria di assoluto rilievo, prosperante in buona parte a spese delle popolazioni del Sud, dalle quali acquistava materie prime e prodotti agricoli, rivendendo ad esse invece manufatti industriali.

    Tale stato di cose si era protratto senza variazioni fino al 1800, quando un certo Eliah Whitney, sceso al Sud dal Connecticut, era rimasto incantato dalla visione delle immense piantagioni di cotone ivi esistenti ed aveva messo a punto la prima sgranatrice meccanica, una prodigiosa macchina in grado di compiere in un giorno il lavoro di cento uomini. Quell'invenzione aveva dischiuse al Sud prospettive di autonomia economica prima impensabili. Infatti la coltivazione del cotone era subitamente divenuta, da scarsamente remunerativa, altamente redditizia: le 9.000 balle prodotte nel 1791 erano diventate 635.000 nel 1820, 1.350.000 nel 1830, 2.140.000 nel 185 e 3.850.000 nel 1860 (45/32). Le piantagioni si erano correlativamente estese oltre ogni dire, determinando il popolamento di altri territori, che poi si levavano in nuovi Stati: il Mississippi nel 1817, l'Alabama nel 1818, il Missouri nel 1821.

    Il formidabile sviluppo assunto dalla coltivazione del cotone rilanciò nel Sud anche il fenomeno della schiavitù, che negli ultimi anni del 1700 era ormai languente e pareva avviato a spontanea estinzione. Parve proprio insomma che per il Sud si dischiudessero ammalianti prospettive di sganciamento dall'egemonia economica del Nord, poiché, per l'entusiasmo e l'euforia cagionati dalla prorompente attività cotoniera, anche altre industrie di diverso genere erano incominciate a nascere con buon successo. Grandiosi altiforni erano stati costruiti a Richmond, acciaierie ad Atlanta, industrie tessili nella Carolina del Sud. E fu precisamente a questo punto che i capitalisti del Nord gettarono la maschera dell'ipocrisia, dietro la quale si erano in qualche modo celati per oltre un secolo, mostrandosi col loro vero volto. Essi decisero di spezzare le gambe al Sud e di rigettarlo irrevocabilmente in quelle condizioni di duro vassallaggio economico, dalle quali stava progressivamente uscendo. 1 capitalisti del Nord si dettero perciò a praticare su tutti i mercati un sistematico e massiccio " dumping ", ossia una metodica e protratta vendita sottocosto, alla quale il Sud non fu assolutamente in grado di resistere (45/35). Le principali industrie della Georgia, della Carolina del Sud, della Virginia, dell'Alabama furono tutte, una dopo l'altra, travolte dai fallimenti. Tuttavia i gentiluomini del Sud non parvero fiaccati da quella congiuntura così rovinosa. Essi tornarono, neanche malvolentieri, ad immergersi nella vita dei campi, ch'era pur sempre in grado - grazie al cotone, al tabacco ed allo zucchero - di assicurare loro prosperità e agiatezza. Ma il Nord, spinto dalla logica implacabile del profitto, puntò ad appropriarsi anche del reddito delle piantagioni, assumendo di fatto il monopolio commerciale del cotone del Sud ed incassandone più della metà dei ricavi. Anche la rimanente parte del reddito, spettante al Sud, finiva comunque nelle casse del Nord, in cambio dei più svariati prodotti industriali: abiti, selle, carrozze, liquori, carta, utensili, strumenti di vario genere. Ad una tale forma di forzosa sudditanza economica si aggiunse per gli Stati del Sud una nuova, grave contrarietà: al censimento del 1840 la loro popolazione risultò per la prima volta meno numerosa di quella del Nord. Ciò comportava la prospettiva di una sudditanza anche politica - cronicizzata ed irreversibile - verso il Nord, poiché il Sud veniva a perdere nelle Camere parlamentari quella relativa maggioranza numerica, della quale aveva sino ad allora goduto.

    Gli Stati del Sud per ciò decisero di opporsi con fermezza estrema almeno a quest'ultima iattura e, poiché il flusso d'immigrazione si era intanto notevolmente affievolito, pensarono di accrescere la consistenza numerica della propria complessiva popolazione per mezzo di un accresciuto acquisto di schiavi, da destinare anche all'occupazione di nuovi territori ed alla conseguente loro erezione in nuovi Stati amici. Dal momento che la tratta dei negri era perfettamente lecita per la Costituzione nazionale, gli Stati del Nord non potettero opporsi a quell'estremo espediente, al quale il Sud affidava le proprie residue speranze di sopravvivenza. Allora gli speculatori, gli industriali del Nord, cementati tutti assieme dal comune interesse, scatenarono nel Continente Americano e nel mondo una tambureggiante campagna di odio contro la schiavitù, imputando ai proprietari di schiavi ogni sorta di efferata crudeltà. E la pubblica opinione, sprovveduta ed ingenua in ogni luogo ed in ogni tempo, fu - anche allora - facile preda di quella ben orchestrata campagna.

    In realtà, il più di ciò che veniva narrato era fondamentalmente falso. "I proprietari di schiavi", scrive Dominique Venner (45/47), "avevano un interesse economico a mantenerne unite le famiglie ed a vigilare sulla loro buona condotta morale. Le donne non erano affatto costrette a dividere il letto coi loro padroni. In generale non avevano rapporti sessuali prima del matrimonio. I negri non erano costretti a lavorare fino all'esaurimento ma erano invece bene nutriti, bene alloggiati, bene vestiti, senza dubbio più che per filantropia per via del loro ruolo essenziale nella produzione ". Argomentazioni analoghe si trovano in Carl Grimberg (46/ XI/11): "Nel Sud gli abitanti non dimostravano alcuna repulsione verso la pelle nera ed i bimbi bianchi venivano allattati da nutrici nere, mentre i più grandi giocavano insieme a schiavetti della loro età... In tutto il Sud i piccoli proprietari lavoravano fianco a fianco con i propri schiavi e li trattavano come figli". Vi era insomma, fra i bianchi e negri, molto più che il nudo rapporto da schiavo a padrone: spesso esisteva fra loro una consuetudine quasi di familiarità. Il negro poteva, senza scandalo, prendere l'omnibus a fianco dei bianchi. Lo schiavo anziano e fedele riceveva il titolo affettuoso di " zio ": egli veniva assistito e curato durante la vecchiaia. Certo, sarebbe assurdo sostenere che la vita degli schiavi negli Stati del Sud fosse tutta rose e fiori: tuttavia essa era complessivamente migliore di quella che, nel medesimo periodo, conducevano gli operai bianchi nella fabbriche degli Stati del Nord ed in quelle dei maggiori Stati europei. Non aveva torto dunque il senatore J. H. Hammond, della Carolina del Sud, quando nel 1835 polemizzava nei termini seguenti con i manipolatori di capitali del Nord: "In tutti i sistemi sociali deve esserci una classe sociale che esegue i compiti inferiori, i lavori pesanti ed ingrati... Noi li chiamiamo schiavi... Schiavitù è una parola che orecchie bene educate non vogliono sentire. Non definirò dunque con questa parola tale classe nel Nord: ma anche voi l'avete, essa c'è, esiste ovunque, è eterna... La differenza tra noi e voi è che i nostri schiavi sono ingaggiati a vita e bene compensati: non c'è fame, mendicità, mancanza di lavoro tra noi: e neanche troppo lavoro. I vostri schiavi sono ingaggiati a giornata, nessuno si prende cura di loro, il loro compenso è misero... Le vostre città sono piene di mendicanti " (19/179). D'altra parte, esiste una impressionante testimonianza di Friedrich Engels, riportata da Friedrich Heer nel libro " Europa, madre delle rivoluzioni ", a farci bene intendere l'infima qualità della vita della classe operaia nella prima metà del XIX secolo. " I miseri ", riporta Heer (47/I/428), " vivono seminudi, ammassati come bestie, in preda alla morte per fame ed allo sfruttamento. Mucchi di sporcizia, di fango per le strade, bambini affamati: gli operai vivono di carne marcia e di alimenti avariati. La schiavitù dei lavoratori risulta meno costosa al capitalista dell'antica schiavitù, secondo calcoli fatti da Adam Smith. L'età media dei lavoratori è di quindici anni. I figli degli operai muoiono prima dei cinque anni. Bambini di quattro o cinque anni lavorano nelle miniere di carbone e di ferro ".

    Stando così le cose, è dunque evidente che la ragione vera ed unica dell'incalzante e brutale aggressione ideologica, scatenata dai capitalisti e dagli affaristi del Nord contro l'istituto della schiavitù, era tutt'altro che di ordine morale e filantropico: in realtà, il capitalismo del Nord voleva semplicemente il controllo pieno dell'economia del Sud. In verità, i settentrionali non avevano alcuna simpatia per i negri: al contrario, li consideravano " inferiori " e, come tali, li detestavano e disprezzavano.

    "Quando nel 1835 a Canaan. nel New Hampshire, si aprì una scuola per 'negri liberi' ", narra Leo Huberman nella sua " Storia popolare degli Stati Uniti ", " Centinaia di uomini apparvero con un tiro da 100 buoi e trascinarono la scuola fin dentro una vicina palude " (19/179). Ma questo non è che uno soltanto dei molteplici episodi consimili, che parimenti potrebbero essere narrati. Perfino Abramo Lincoln, il " liberatore degli schiavi ", ebbe talvolta a pronunziarsi in modi che giustificano più di una perplessità sulla genuinità delle sue iniziative a favore dei negri. " Esiste presso quasi tutti i bianchi ", egli scrisse nel 1857 (45/56), " una naturale ripugnanza all'idea di una mescolanza senza discriminazioni fra la razza bianca e quella negra. Mi ribello alla logica secondo cui, se non voglio una donna negra per schiava, debbo volerla necessariamente per moglie. Non ho bisogno né dell'una né dell'altra: sotto certi aspetti, essa non è certamente una mia pari. La separazione delle razze è la sola maniera efficace per prevenire l'amalgama ". Ed ancora, nel 1858, davanti ad un pubblico plaudente (22/239): " Io non sono, né sono mai stato in alcun modo, favorevole all'adozione dell'uguaglianza sociale e politica tra coloro che appartengono alla razza bianca ed i membri della razza nera. Dal momento che devono esistere una collocazione superiore ed una inferiore... io tendo ad assegnare la superiorità alla razza bianca".

    Al dunque, ciò che unicamente interessava agli Stati del Nord - vale la pena di ripeterlo - era la liquidazione economica degli Stati del Sud. E la liberazione degli schiavi e la loro immissione nelle fabbriche del Settentrione avrebbe appunto determinata la completa e definitiva eliminazione dì ogni autonoma risorsa economica del Sud, in uno con l'espansione massima dell'apparato industriale nordista sull'intero territorio degli Stati Uniti.

    Una precisa avvisaglia di guerra fu data dalle truci ribalderie che John Brown, un sanguinario appartenente ad una famiglia di pazzi, commise dal 1856 al 1859 in una vasta area della Virginia, del Kansas e del Missouri. Protetto e finanziato da due ricchissimi capitalisti di Boston, Gerrit Smith e Stearns Wendell Phillips, John Brown iniziò una sua personalissima lotta armata per liberare gli schiavi del Sud. Per ben tre anni egli non fece altro che tagliare gole e trucidare barbaramente quanti avevano la sventura d'incappare nella sua banda di delinquenti. Ogni qual volta si trovava a malpartito, egli si rifugiava prontamente nei confini di un qualsiasi Stato del Nord, ove godeva d'impunità sulla base del principio che " uccidere un sudista non era reato " (48). Finalmente catturato dai Sudisti, fu impiccato a Charleston il 2 dicembre 1859.

    Ma i rapporti fra il Nord ed il Sud erano ormai complessivamente assai prossimi al punto di rottura. Gli Stati del Sud si sentivano sempre più estranei rispetto alla parte settentrionale dell'Unione: ed, invece, sempre più affini alle grandi isole dei Caraibi ed al mondo latino-americano in genere (49/167). Essi avevano ormai una loro peculiare e raffinata cultura, una loro specifica forma sociale, un'autonoma scala di valori. Né accettavano di essere considerati dalla supponenza degli Stati mercantilisti del Nord come un puro e semplice oggetto di sfruttamento.

    Il 6 novembre 1860, con l'elezione di Abramo Lincoln a Presidente degli Stati Uniti d'America, la situazione precipitò. Lincoln non apparteneva alla classe politica degli Stati del Sud e questi, che già avevano dovuta accusare una serie notevolissima di contrarietà in sede legislativa, considerarono quell'elezione come la prova esplicita di una volontà persecutoria e discriminatoria nei loro confronti. Ne trassero dunque le estreme conseguenze, invocando una norma della Costituzione Nazionale mai applicata in precedenza: quella che attribuiva a ciascuno degli Stati dell'Unione il "diritto di secessione ". Gli Stati Uniti d'America infatti erano nati come "libera unione di liberi Stati " ed a tale loro irrinunziabile condizione avevano voluto conferire dignifìcazione e perpetuazione costituzionale, grazie appunto alla previsione di un vero e proprio diritto unilaterale di recesso, detto di secessione.

    . La Carolina del Sud fu il primo Stato a compiere un passo tanto grave. Elesse una Convenzione Popolare e questa il 20 dicembre 1860 decise: " L'Unione che esiste fra la Carolina del Sud e gli altri Stati, sotto il nome di Stati Uniti d'America, è disciolta ". L'esempio della Carolina del Sud fu imitato da altri sei Stati: nel gennaio 1861, in rapidissima sequenza, il Mississippi, la Florida, l'Alabama, la Georgia, la Luisiana ed il Texas proclamarono anche essi la secessione. Si aggiunse nel febbraio successivo, a costituire parte integrante della nuova entità politica che si andava così formando, la Nazione dei Pellerossa Cherokees. Quel mese stesso a Montgomery, capitale dell'Alabama, gli Stati secessionisti si riunirono fra loro in Confederazione. Jefferson Davis fu designato Presidente.

    La neonata Confederazione, a dire il vero, non brillò affatto per amalgama delle sue componenti, giacché, dopo le prepotenze e gli abusi patiti per tanto tempo per mano degli Stati del Nord, le popolazioni secessioniste erano troppo gelose della ritrovata libertà e piuttosto restie ad accettare direttive troppo rigide dal loro Governo centrale.

    Mentre la Confederazione stentava così a superare le proprie contraddizioni interne, l'Unione del Nord, indifferente alle profferte di amichevoli relazioni avanzate dagli Stati del Sud, freddamente preparava la guerra di aggressione. La decisione di dare inizio al conflitto fu presa personalmente da Lincoln, contro il parere di buona parte del suo Governo ma con l'appoggio di un'opinione pubblica che, grazie al martellante imbonimento ideologico del quale era stata fatta oggetto, era giunta al più cieco fanatismo.

    La protervia dell'aggressione fu come una frustata in pieno viso per gli Stati del Sud che ancora facevano parte dell'Unione. Essi - Virginia, Arkansas, Tennessee, Carolina del Nord - ebbero una subitanea reazione di orgoglio ed immediatamente, a loro volta, proclamarono la secessione.

    " Gli Stati del Nord ", scrive Carl Grimberg (46/II/23), " si attendevano una guerra di pochi mesi, coronata da una vittoria rapida e facile". Ed, in vero, la Confederazione del Sud non era affatto preparata alla guerra e non disponeva delle forze sufficienti per affrontarla con ragionevoli speranze di vittoria. Di fronte alla schiacciante superiorità dell'Unione, dotata di ogni tipo di equipaggiamento, delle armi più moderne, di munizioni in esuberanza, di ottime ferrovie, di una buona flotta, di una notevolissima industria siderurgica, il Sud aveva ben poco da opporre, se non l'orgoglio e la forza della disperazione. " Dalla sola vendita di scarpe e di pellami ", esemplifica Leo Huberman (19/183), " il Nord ricavava più del guadagno che il Sud era in grado di trarre dalla vendita dì tutto il suo cotone ". Comunque i Sudisti, se avessero evitato lo scontro frontale in campo aperto ed avessero invece adottato il metodo della guerriglia e dell'agguato reiterato nelle parti più impervie e nelle grandi foreste del loro immenso paese, avrebbero potuto certamente resistere anche all'infinito, causando ai loro avversari difficoltà e problemi difficilmente superabili. Indubbiamente una lotta per bande avrebbe consentito loro di restare sulla breccia assai a lungo " ... ma la cultura sudista", argomenta Luraghi (23/336), "si sarebbe essa stessa logorata e sfilacciata: insomma sarebbe stata condannata ad una lenta morte oscura, che ne avrebbe cancellato dalla Storia perfino il ricordo. Per ciò, scegliendo di cadere in piena luce, sul centro della rìbalta, con le armi in pugno, il Sud si preparò a "morire nel mondo per sopravvivere nella Storia': e chiunque abbia studiato a fondo la "cultura' del mezzogiorno, le sue speranze, i suoi miti, le sue realtà e le sue illusioni, può facilmente comprendere che questo - e non l'oscura guerriglia - era il 'suo modo di morire' ".

    Le tribù pellirosse dei Creeks, dei Choctaws, dei Chichasawas, dei Seminoles si schierarono al fianco della Confederazione.

    La guerra, iniziata nel 1861, durò cinque anni e fu letteralmente atroce, dilatata a dimensioni apocalittiche. Milioni di uomini si affrontarono, lasciando alle loro spalle la casa, la famiglia, il lavoro. Il fiore della gioventù americana scese nella tomba. Centinaia di migliaia di esseri umani rimasero mutilati, piagati psichicamente per il resto . dei loro giorni. Immense estensioni di terreno, un tempo floride e ridenti, furono sconvolte, devastate, ridotte a deserti. Decine e decine di fiorenti e belle città, di graziosi paesi, di villaggi furono trasformati in cumuli di macerie. 1 soldati dell'Unione ebbero il loro migliore condottiero nel generale Ulysses S. Grant, al quale fece da contraltare in campo confederato il generale Robert E. Lee.

    Mentre si produceva quell'immane ecatombe, e grazie ad essa, le forze della rivoluzione capitalista, che avevano scatenata la guerra, si andavano arricchendo formidabilmente, attuando le più ciniche manovre finanziarie attraverso il controllo legale dell'inflazione, che consentiva loro di estinguere i debiti con moneta svalutata e di procacciarsi i crediti a basso tasso d'interesse.

    Alla fine del 1864, malgrado il coraggio ed il valore dimostrato su ogni campo di battaglia, la Confederazione non fu più in grado di proseguire la lotta: ed il 9 aprile 1865, ad Appomattox, firmò la propria resa all'Unione. Il Sud praticamente non esisteva più: esso era uno sterminato campo di rovine, dove la popolazione moriva di fame. Circa 300.000 dei suoi uomini erano caduti, su una popolazione di poco più che cinque milioni!

    In tanta rovina, qualche tenue motivo di speranza venne al Sud dall'atteggiamento di Lincoln, intenzionato a non infierire sui vinti ma ad usare nei loro confronti un trattamento d'indulgenza, come verso fratelli ritrovati. " Non possiamo macchiare la vittoria con la durezza" (46/II/38), egli aveva più volte proclamato. Non erano affatto queste però le intenzioni dei manipolatori di capitali del Nord: essi volevano che gli Stati del Sud fossero letteralmente schiacciati, onde poterli integrare nel proprio "sistema" di sfruttamento economico, in modo mai più discutibile né contestabile. I banchieri ed i fornitori dell'esercito nordista erano inoltre fortemente contrariati dall'intenzione del Presidente di pagare i debiti, contratti dal Governo per fronteggiare le spese belliche, con i " greenbacks ", poiché questi erano carta-moneta stampata direttamente dallo Stato, inconvertibili in oro, basati unicamente sul credito del Governo Federale: e, se si fosse generalizzata ed istituzionalizzata la prassi di Governi battenti moneta in proprio, i grandi finanzieri avrebbero perduto quell'assoluto controllo della circolazione monetaria, che costituiva la chiave di volta e la fonte prima della loro onnipotenza economica. Per ciò, la sera del 14 aprile 1865, mentre assisteva ad una rappresentazione teatrale, Lincoln fu assassinato a pistolettate da un certo John Wilkes Booth (48/35), si dice su ordine di Judah P. Benjamin, dirigente dell'Ordine di Sion (50/36), nonché mandatario della plutocrazia nordista. Ad evitare che l'assassino potesse essere interrogato provvide la polizia militare unionista, che pretestuosamente lo uccise. In questo modo, non solo non si parlò più di comprensione e di tolleranza verso il Sud ma, al contrario, fu scatenata una durissima campagna di linciaggio morale: Jefferson Davis, il Presidente sudista, fu gettato in carcere, incatenato come un malfattore, sottoposto ad ogni sorta di umiliazioni, torturato. Fu liberato un anno più tardi perché nessuna accusa era apparsa sostenibile a suo carico. Quanto ai " greenbacks ", ne fu bloccata l'emissione: ed i deputati corrotti - quelli cioè che nella circostanza si erano piegati ai voleri dei potentati finanziari - furono lautamente ricompensati con un gigantesco imbroglio, consumato ai danni dei reduci. A costoro infatti il Governo aveva rilasciati dei certificati di credito che, per effetto della svalutazione della moneta, si erano quasi completamente deprezzati. Una volta che i deputati-speculatori ebbero incettati questi certificati di credito ad un prezzo irrisorio, fu promulgato un provvedimento legislativo, che li rivalutava al cento per cento, con garanzia dello Stato.

    Ad evocare ed a celebrare la funzione di ostacolo che i " biglietti dal dorso verde " avevano per qualche tempo dispiegata a fronte dell'avanzata dei manipolatori di capitali verso la conquista della somma dei poteri nel mondo, spuntò fuori una singolare canzoncina, riportata da Arthur Nussbaum nel suo libro " La storia del dollaro " (51/148):


    "Di te vogliamo cantare, o Greenback,

    moneta della gente libera. E per tutti i tempi venturi i più grandi cantori di ogni terra canteranno in rime giocose:

    L'oro non è re.

    Infrangi le catene del vecchio Shylock

    con tutti i suoi buoni-oro

    le banche e gli anelli. I monopoli cadranno, in galera suderanno i ricconi. Allora solo regnerà la legge,

    non i re del denaro ".

    Col fallimento della " guerra d'indipendenza " del Sud, ossia con la sconfitta della Confederazione, i capitalisti del Nord si affermarono dunque come il potere egemone degli Stati Uniti: e nulla poté più opporsi alla trasformazione di quel gigantesco paese nello strumento storico della Plutocrazia trionfante.

    Al Sud calò immediatamente una folla variopinta ed eterogenea di speculatori dal Nord, che la vox populi definì con il termine di carpetbaggers, ossia di " uomini con la valigia " (23/380). " Naturalmente non tutti costoro furono dei disonesti ", spiega Luraghi (23/380), " né si trattava sempre di grandi speculatori: i più grossi si tenevano nell'ombra. Sta di fatto che in questo periodo fu facile al capitale nordista assicurarsi per pochi soldi il controllo delle piantagioni meridionali dai proprietari rovinati. Alcuni centri industriali cominciarono a sorgere qua e là, ma con capitale nordista, per avere sul posto sia la materia prima a buon mercato che una mano d'opera sottopagata " (23/380).

    I dati anzidetti trovano conferma ed ulteriore ampliamento in Eric J. Hobsbawm (49/175): "Il capitalismo americano si sviluppò con rapidità vertiginosa dopo la guerra civile: in essa numerosi grandi imprenditori del tutto privi di scrupoli, noti con l'appellativo ben meritato di "robber barons', ossia di 'baroni della rapina', avevano trovate le migliori opportunità d'illimitato arricchimento. Diversamente dalla guerra civile e dal Wild West, l'era dei "robber barons" non è entrata a fare parte del mito popolare americano ma rimane ancora un elemento della realtà di quel popolo. I "baroni della rapina' continuano ad essere un aspetto visibile della scena economico-finanziaria. Si è sostenuto che molti dei grandi capitalisti americani furono in realtà degli innovatosi e dei creatori ma anche la mente dell'apologeta rimane in forse davanti ad imbroglioni fatti e finiti come i finanzieri Jim Fisk o Jay Gould ".

    Raggelante appare la situazione dei vinti nelle parole di Dominique Venner (45/267): " Il Sud è vinto, dissanguato, in rovina. Ma questo non basta ai radicali del Nord. Quello che vogliono è distruggerlo da cima a fondo. Questa guerra non ha opposto solo due nazioni ma anche due società, due inconciliabili concezioni del mondo. Ha preso di primo acchitto l'andamento di una guerra di religione: si è alimentata col fanatismo degli estremisti. Ed ora non cessa con la fine delle operazioni militari. Il Sud subirà la sorte atroce che fu riservata un tempo ai Catari. Dietro la soldatesca

    marceranno gli inquisitori ".

    Anche il massacro dei Pellirosse, per qualche tempo rimasto in sottofondo, fu ripreso con rinnovata ferocia. L'esercito americano - braccio armato della Rivoluzione - consumò senza tentennamenti anche l'ulteriore vergogna, mentre i nomi di Nuvola Rossa, di Giuseppe, di Cavallo Pazzo e di Toro Seduto entravano nella leggenda con la grandezza di eroi omerici.

    " Cavallo Pazzo ", ha scritto R. Luraghi (23/417), " emerse come una tra le più tragiche ed eroiche figure, torreggiante come un Achille o un Aiace Telamonio vissuto fuori della sua era. Quanto a Toro Seduto, una paziente ricostruzione critica della sua personalità ne fa una figura dalle proporzioni gigantesche, uno tra i più grandi figli della terra d'America".

    I capitalisti nordamericani, la cui ricchezza personale fosse valutabile in milioni di dollari, erano prima del conflitto col Sud appena tre in tutta l'Unione. Le speculazioni fiorite sugli orrori della guerra portarono entro la fine del secolo il numero dei milionari a tremilaottocento. Essi formarono una élite sociale quanto mai arrogante, esibizionista e volgare. Le città settentrionali della costa atlantica, specialmente New York e Boston, furono invase da edifici di gusto pacchiano, nei quali le ricchezze erano boriosamente ostentate. Gli altezzosi e sprezzanti trionfatori, vestiti con camicie dai bottoni di diamante, trionfi delle loro grottesche dimore, eressero il denaro a misura unica di tutte le cose. Essi, in uno Stato del quale erano i padroni, poterono insomma applicare alla lettera la dottrina del Liberalcapitalismo, il cui principio motore era soltanto quello del fare soldi attraverso lo sfruttamento del lavoro altrui e sopraffacendo il più debole. La classe politica, mediocre e corrotta, era completamente nelle loro mani ed al loro servizio. La concezione puritana della ricchezza come segno terreno della benevolenza di Dio valeva a mondare anche il più turpe dei comportamenti, purché fosse idoneo a procacciare denaro.

    In breve tempo i nomi di coloro ch'erano i veri padroni dell'America cominciarono a diventare universalmente noti: Jay Gould, William V. Vanderbilt, Edward H. Harriman John D. Rockefeller, Andrew Carnegie, John Pierpont Morgan, Jay Cocke e poche altre decine, senza dimenticare la dinastia cosmopolita dei Rothschild. Scrive W. C. Skousen (52/28): "La struttura creata tra il 1880 ed il 1933 da questi magnati delle Big Banking e del Big Business per controllare il campo finanziario era straordinariamente complessa. Ogni feudo economico poggiava su un altro, entrambi a loro volta collegati con società semi-indipendenti, il tutto a sostegno delle due guglie del potere economico e finanziario: una posta nel cuore di New York, agli ordini di J. P. Morgan and Company, l'altra, nell'Ohio, capeggiata dalla famiglia Rockefeller. L'influenza di questi business "leaders" era così grande che i gruppi Morgan e Rockefeller riuniti, o anche Morgan da solo, avrebbero potuto mettere a terra il sistema economico nazionale ".

    Essi, tutti insieme costituirono il nucleo iniziale del Potere Economico Mondiale e furono i primi oligarchi dell'occulta struttura sovranazionale volta allo sfruttamento dell'umanità intera.

    La testa pensante di questo " mostruoso organismo " si affacciò dunque alla Storia con la nascita stessa degli Stati Uniti d'America.


    Alfredo Bonatesta

    Brano tratto da "i quaderni di Avallon " numero 5 del 1984


    BIBLIOGRAFIA DEI SOLI TESTI CONSULTATI



    (Nelle citazioni bibliografiche, il primo numero fra parentesi indica il titolo della pubblicazione, conformemente all'elenco qui sotto riportato. L'ultimo numero fra parentesi indica invece la pagina. L'eventuale numero intermedio indica, per le opere in più volumi, di quale volume si tratta).

    1) L'America Latina, di C. Gibson-M. Carmagnani-J. Oddone, UTET, 1976.

    2) Visto da destra, di Alain De Benoist, Akropolis, 1981.

    3) Il sovvertimento intellettuale come premessa delle rivoluzioni politiche nel mondo moderno, di Alfredo Bonatesta, su "L'Uomo Libero" n. 9 del Gennaio 1982.

    4) Storia del popolo ebraico, di Cecil Roth, Silva, MCMLXII.

    5) Ebraismo Sefardita, di Federico Steinhaus, Forni, 1969.

    6) Gli ebrei e la vita economica, di Werner Sombart, vol. 1, Ar, 1980.

    7) La cabala di Cristoforo Colombo, di Maria B. Rosati, su "Il giornale d'Italia" del 26-10-1981.

    8) Il ghetto, di Louis Wirth, Comunità, 1968.

    9) Gli ebrei nella storia di tre millenni, di Lea Sestieri, Carucci, 1980.

    10) L'uomo tra misteri, miti e menzogne, di don Luigi Cozzi, stampato in proprio, 1981.

    11) La cara oculta de la historia moderna, di Jean Lombard (4 voll.), Fuerza Nueva, Madrid, 1979.

    12) Il mito del sangue, di Julius Evola, Ar, 1978.

    13) Storia della filosofia occidentale, di Bertrand Russel, Club del Libro, 1982.

    14) Il mito Ariano, di Leon Poliakov, Rizzoli, 1976.

    15) Lo spirito della nuova Inghilterra: il Seicento, di Perry Miller, Il Mulino, 1967.

    16) Storia dell'antisemistismo, di Leon Poliakov (3 voll.), La Nuova Italia, 1974.

    17) Protestantesimo e trasformazione sociale, di Hugh R. Trevor-Roper, Laterza, 1975.

    18) Storia popolare del mondo moderno, di Leo Huberman, Savelli, 1978.

    19) Storia popolare degli Stati Uniti, di Leo Huberman, Einaudi, 1980.

    20) Storia degli Stati Uniti, di Allen Nevins ed Henry Steele Commager, Einaudi, 1980.

    21) Gli Stati Uniti d'America, a cura di Willi Paul Adams, vol. XXX della Storia Universale Feltrinelli, 1978.

    22) Storia sociale degli Stati Uniti, di Peter N. Carrol e David W. Noble, Editori Riuniti, 1981.

    23) Gli Stati Uniti, di Raimondo Luraghi, vol. XVI della Nuova Storia dei Popoli e delle Civiltà, UTET, 1974.

    24) Storia d'Inghilterra, di George Macaulay Trevelyan, 2 voll., Garzanti, 1979.

    25) Le forze occulte che manovrano il mondo, di Umberto Greco, pseudonimo Vermijon, stampato a cura dell'autore, Roma MCMLXX.

    26) L'ebreo internazionale, di Henry Ford, Ar, 1971.

    27) Più di 4 mila miliardi regalati dal Congresso USA ad Israele, di R.A. Segre, su " Il Giornale Nuovo " del 14-11-1983.

    28) Storia degli Stati Uniti, di William Appleman Williams, Laterza, 1964.

    29) La Franc-Maconnerie et la Revolution intellectuelle du XVIII siècle, di Bernard Fay, La Librairie Frangaise, 1961.

    30) Misteri e dottrine segrete, di Bruno Nardini, Centro Internazionale del Libro, 1976.


    31) L'essenza della massoneria italiana, di padre F. Giantulli, Pucci Ciprian 1973.

    32) La Franc-Maconnerie d'après ses documents secrets, di Leon De Poncin Diffusion de la Pensée Franraise, 1972.

    33) La Massoneria: storia ed iniziazione, di Christian Jacq, Mursia, 1978.

    34) Attualità della Rivoluzione, di Guido Gili ed Orio Nardi, Saven, Lugan 1979.

    35) Adam Weishaupt: a human devil, di Gerald B. Winrod, Sons of Libert Louisiana, USA, s.d.

    36) Le società segrete che dominano il mondo, di Pierre Mariel, Vallecchi, 197

    37) Governi occulti e società segrete, di Serge Hutin, Mediterranee, 1973.

    38) Il dio quattrino, di padre A. Arrighini, Libreria Editrice Religiosa Fr cesco Ferrari, Roma, 1939.

    39) Le origini intellettuali della Rivoluzione francese, di Daniel Mornet, Ja Book, 1982.

    40) La grande nazione, di Jacques Godechot, Laterza, 1962.

    41) Che cosa è la Massoneria, di Francesco Gaeta, Sansoni, 1939.

    42) La simbologia del dollaro, di Andrea Di Nicola, Solfanelli, 1977.

    43) I misteri esoterici, di Giuseppe Gangi, Mediterranee, 1978.

    44) Storia del mondo moderno, di AA.VV., Cambridge University Press, Ga zanti, 1970 (12 voll.).

    45) Il bianco sole dei vinti, di Dominique Venner, Akropolis, 1981.

    46) Storia universale, di Carl Grimberg (12 voll.), dall'Oglio, 1966/67.

    47) Europa, madre delle rivoluzioni, di Friedrich Heer (2 voll.), Il Saggi tore, 1968.

    48) The nameless war, di A. H. M. Ramsay, Sons of Liberty, Metairie, Lo siana, USA, s.d.

    49) Il trionfo della borghesia, di Erie J. Hobsbawm, Club degli Editori, 197

    50) Droga SPA: la guerra dell'oppio, di K. Kalimtgis-D. Goldman-J. Stei berg, Logos, 1980.

    51) Storia del dollaro, di Arthur Nussbaum, Sansoni, s.d.

    52) Il capitalista nudo, di W.C. Skousen, Armando, 1978.

    53) L'America coloniale, di Richard Hofstadter, Mondadori, 1983.

    54) Gli indiani d'America, di Wilcomb E. Washburn, Club del Libro, 1982.

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    La Sinarchia Universale, progetto di un nuovo ordine mondiale



    BRANO TRATTO DAL LIBRO:LA SINARCHIA UNIVERSALE. Autore Alfredo
    Bonatesta,edizioni il Cinabro


    I. Il Grande Parassita dell'Umanità


    Dal 1500 ad oggi le istituzioni sociali, economiche e politiche del mondo
    hanno subito un sovvertimento totale. La Rivoluzione Protestante, la
    Rivoluzione Inglese, la Rivoluzione Americana, la Rivoluzione Francese, la
    Rivoluzione Russa, la I e la II Guerra Mondiale, il Patto di Yalta; queste
    sono state le tappe fondamentali del sovvertimento.


    " Viviamo in una delle piú decisive epoche della storia e nessuno se ne
    rende conto, nessuno lo comprende ... La Rivoluzione Mondiale avanza
    inarrestabile verso i suoi ultimi risultati ... Chi predica la sua fine o
    crede addirittura di averla sconfitta non l'ha compresa ... La lotta si
    combatte anche nell'interiorità del singolo uomo, sebbene egli non lo sappia
    affatto. Per questo così pochi giungono a vedere chiaramente da quale parte
    essi veramente si trovano"; sono parole di Oswald Spengler, l'insigne
    studioso dei cicli storici(Spengler, Anni decisivi, Edizioni del Borghese,
    Milano 1973, p. 25). Esse esprimono esattamente la tragedia dell'uomo
    contemporaneo, convinto di essere libero ed arbitro del proprio destino
    terreno, senza avvedersi del Grande Parassita, che tende reti di
    sfruttamento e di dominio sull'umanità intera.


    In verità, del Grande Parassita dell'umanità non si parla in alcun libro.
    Nessun giornale, nessuna radio, nessuna televisione lo menziona mai. La
    gente di ogni parte della terra, nella sua compatta generalità, ne ignora
    insomma l'esistenza. Eppure il Grande Parassita esiste veramente e, celato
    nell'ombra, occultamente trae la sua linfa vitale dal sudore, dalle fatiche,
    dalle sofferenze dell'umanità intera.


    Fuori di metafora, il Grande Parassita dell'umanità è il Potere Economico
    Mondiale.


    Il Potere Economico Mondiale è il Padrone del Mondo. "Autorizzatemi ad
    emettere moneta ed a controllare il sistema monetario di un paese, ed io non
    mi preoccupo più di chi fa le leggi", era solito affermare Mayer Amschel
    Rothschild, iniziatore nel XVIII secolo della maggiore dinastia di banchieri
    mai apparsa fra gli uomini.


    Sulla medesima falsariga concettuale si esprimeva William Paterson,
    fondatore nel 1694 della Banca d'Inghilterra: "La Banca guadagna grazie agli
    interessi maturati sui denari creati dal nulla".


    Ecco, queste due frasi, accuratamente omesse dalle pagine di tutti i libri
    ufficiali di storia oggi esistenti, sono già in grado, pure nella loro
    estrema concisione e stringatezza, di dare bene il senso della trama
    d'inganni, nella quale il Grande Parassita ha avviluppato il mondo intero,
    grazie ad un abilissimo e paziente lavoro di sovvertimento del modo di
    pensare e di vivere degli uomini (A. Bonatesta, Il sovvertimento
    intellettuale come premessa delle rivoluzioni politiche del mondo moderno,
    in "L'uomo libero" n' 9 del gennaio 1982, Milano). diuturnamente condotto
    innanzi negli ultimi cinque secoli con un coerente processo rivoluzionario,
    iniziatosi con la pubblicazione delle 95 tesi di Lutero e giunto alla sua
    fase piú avanzata e significativa con la "spartizione del mondo" orchestrata
    da Roosevelt e Stalin.


    Occorre a questo punto precisare, per una esigenza di chiarezza propedeutica
    nell'esposizione, che il Potere Economico Mondiale non è un soggetto
    indeterminabile e quindi generico; esso è reale e concreto.


    Il Potere Economico Mondiale è costituito dai Manipolatori di Capitali,
    ossia dai Grandi Speculatori Internazionali, i quali formano tutti insieme
    l'Usurocrazia Mondiale, vale a dire la Tirannia dell'Usura su tutti i popoli
    del mondo.


    Il potere Economico Mondiale agisce prevalentemente per mezzo delle Società
    Anonime di Capitali.


    Queste ultime sono strumenti per dare vita alle Banche ed alle
    Multinazionali di Produzione e di Commercio, che sono le strutture operative
    nelle quali si sostanze l'Impero Mondiale del Capitale.


    E' attraverso di esse, infatti, che il Potere Economico Mondiale si
    procaccia parassitariamente le ricchezze, sfruttando il lavoro e
    l'ingegnosità altrui.


    Nell'opinione pubblica è generalizzato l'equivoco che le strutture anzidette
    operino soltanto in quella parte del mondo ch'è oggi organizzata secondo gli
    schemi economico politico-sociali del Liberalcapitalismo.


    Ciò non è assolutamente vero. Le medesime strutture di dominio sono
    compiutamente operanti anche nella restante parte del mondo, ossia in quella
    attualmente di pertinenza del Socialcomunismo.


    Il libro intitolato Vodka-Cola, di Charles Levinson (C. Levinson,
    Vodka-Cola, Vallecchi, Firenze 1978, pp. 336.), è una buona fonte
    d'informazioni al riguardo. In particolare,esso documenta:


    a) che le principali banche dell'area liberalcapitalista, prime fra tutte
    quelle targate Morgan e Rockefeller, hanno proprie filiali nei paesi
    socialcomunisti, e che le banche dell'area socialcomunista hanno anch'esse
    filiali proprie nei paesi liberalcapitalisti;


    b) che i governi del sistema socialcomunista affittano i loro lavoratori, a
    basso salario e senza diritto di sciopero, alle Multinazionali del sistema
    liberalcapitalista;


    c) che l'economia liberalcapitalista sorregge quella socialcomunista con un
    flusso continuo di credito agevolato.


    Un dossier pubblicato dal periodico OP Nuovo nel maggio 1982 ha reso noto
    inoltre che la GOSBANK, ossia la Banca Centrale Sovietica, è una società per
    azioni, con partecipazione di capitali privati stranieri. Luigi d'Amato,
    docente universitario e giornalista, ha scritto sul Giornale d'Italia del 21
    giugno 1982: " La storia del grande capitale finanziario è quella di un
    potere demoniaco,- essa gronda sangue ". Questa frase lapidaria condensa
    molto bene i tre millenni di storia ch'è necessario prendere in
    considerazione, qualora si voglia avere una visione chiara, inclusiva di
    ogni nesso causale, circa l'origine e l'evoluzione del sistema di potere dei
    Manipolatori di Capitali. Insegna infatti Giacinto Auriti (G. Auriti,
    L'ordinamento internazionale del sistema monetario, Solfanelli, Chieti


    1981, p.33),che la radice originaria del lunghissimo processo storico, che
    in epoca moderna ha condotto all'avvento tra i popoli dell'Usurocrazia
    Mondiale, è situata appunto tre millenni addietro nel tempo; per
    l'esattezza, al 1250 a.C., momento presunto dell'Esodo degli Ebrei
    dall'Egitto.


    2. L'invenzione del denaro senza valore.


    Per quanto è possibile ricostruire, le cose allora dovettero svolgersi - piú
    o meno - nel modo seguente. Gli Ebrei, nell'abbandonare il paese che li
    ospitava, fecero man bassa di gioielli e provocarono anche la morte dei
    figli primogeniti degli Egiziani, attribuendo quest'ultimo misfatto a Jahvè.
    Con intenzioni del tutto intuibili, l'esercito del Faraone si pose alle
    calcagna dei fuggiaschi, i quali sotto la guida di Mosè, trovarono scampo
    nel deserto del Sinai, dove rimasero nascosti per ben quarant'anni, non
    osando uscirne per timore di un duro castigo.


    In quella situazione, il Popolo Ebraico non aveva che una alternativa per
    sopravvivere: spendere il tesoro sottratto agli Egiziani, consumando
    definitivamente la ricchezza accumulata, oppure escogitare un espediente per
    appropriarsi, senza costo e senza fatica, dei beni prodotti da altri popoli.
    Scelse questa seconda soluzione.


    Incominciò a comprare merci, tutto ciò che gli occorreva per tirare avanti,
    per sfamarsi, per vestirsi: ma invece di pagare con oro o argento,
    introdusse nel mercato, come mezzi di pagamento, dei documenti che valevano
    come titoli rappresentativi dell'oro e dell'argento e che i mercanti
    stranieri erano bene disposti ad accettare in luogo delle monete metalliche
    poichè, con tale espediente, evitavano di essere rapinati dai predoni, del
    tutto ignari del valore di quei documenti. A parte ciò, i mercanti avevano
    la massima fiducia nei simboli di pagamento inventati dagli Ebrei poichè
    quelle primitive cambiali erano garantite solidalmente da tutta la
    collettività ebraica.


    La certezza dell'adempimento da parte degli Ebrei divenne tale che il
    possessore del titolo di credito incominciò a considerare piú conveniente
    servirsi di esso per i propri commerci, piuttosto che presentarlo per la
    conversione in metalli preziosi. Il portatore del titolo, in altre parole,
    incominciò a sentirsi soddisfatto del proprio credito per il fatto stesso
    del possesso del documento; con ciò, il titolo di credito cessava di essere
    un mezzo per conseguire un valore ed assumeva valore esso stesso, al pari
    dell'oro. Ciò consentí dunque agli Ebrei di realizzare scambi commerciali a
    tutto loro vantaggio, giacchè essi offrivano semplici simboli, privi di
    valore intrinseco, e ne ottenevano in cambio merci d'uso e di consumo, tutte
    viceversa provviste di valore intrinseco effettivo.


    Fu precisamente in quella lontana fase che prese consistenza l'abilità
    finanziaria degli Ebrei. Essi, una volta scoperto il meccanismo che
    consentiva di ottenere ricchezza senza nulla dare in cambio, non fecero
    altro, da quel momento in poi, che perfezionare sempre piú la loro scoperta,
    .attuando alla fine una vera e propria strategia di dominazione su tutti i
    mercati, per mezzo della creazione di un sistema bancario sempre piú vasto.


    A datare circa dal 732 a.C., infatti ebbe inizio la Diaspora Ebraica; gli
    Ebrei cioè presero a sparpagliarsi in tutti luoghi del mondo. E ovunque essi
    puntarono a conquistare la sovranità monetaria, mediante il monopolio del
    conio dei simboli monetari di costo nullo.


    Ciò fu reso possibile, oltre che dalla esclusività del segreto scoperto
    durante i quarant'anni d'isolamento nel Sinai, anche dal vincolo di
    solidarietà, mai piú decaduto, che la Legge Mosaica aveva instaurato fra le
    comunità ebraiche e che continuò in perpetuo a tenerle collegate fra loro.


    I dodici secoli successivi alla morte di Gesú rappresentarono un crescendo
    ininterrotto di attività speculative, di tipo prevalentemente parassitario,
    da parte degli Ebrei. Costoro prestavano denaro a tutti: ai Governi per le
    loro funzioni ed i loro eserciti, ai Nobili per i loro lussi, ai piccoli
    artigiani ed ai poveri contadini per la piú elementare sopravvivenza.
    Perfino ai Papi.


    Gli interessi pretesi come contropartita erano così elevati ed era tanto
    diffusa e capillare tale attività di strozzinaggio che il termine ebreo finì
    col confondersi completamente con quello di usuraio.


    Può sembrare strano, quasi incredibile, che nessuna autorità - Re o
    Feudatario o Prelato - sia mai insorta per decretare la fine di un così
    metodico sistema di sfruttamento del bisogno e della miseria da parte di una
    cerchia minoritaria di persone, ma la spiegazione di ciò è semplice; gli
    Ebrei erano ormai riusciti a diventare così indispensabili nel puntellare le
    finanze dei vari Governanti che costoro addirittura se ne contendevano l'un
    l'altro la presenza.


    Così rimanendo sempre omogenei e solidali fra loro, gli Ebrei andavano
    attraversando molti secoli di storia senza mai mutare la propria occupazione
    fondamentale: dare denaro, ricevere denaro, accumulare denaro, investire
    denaro.


    In tale loro lucrosa inclinazione essi erano, per così dire, incentivati e
    legittimati da un Comandamento del Deuteronomio, che cosí recitava:


    "Non farai a tuo fratello prestiti ad interesse, nè di denaro, nè di viveri,
    nè di qualsivoglia cosa che si presti ad interesse. Allo straniero potrai
    prestare ad interesse, ma non a tuo fratello, affinchè l'Eterno Iddio tuo ti
    benedica in tutto ciò a cui porrai mano, nel paese dove stai per entrare per
    prenderne possesso".


    Con ogni evidenza si trattava di un comandamento pensato da Ebrei per uso e
    consumo degli Ebrei. Per il Cristiano infatti qualsiasi uomo era fratello:
    dunque a nessuno poteva prestare ad interesse. Per l'Ebreo invece soltanto
    l'Ebreo era fratello: col Non-Ebreo dunque si poteva praticare l'usura.


    Tuttavia le grandi esplorazioni, lo sviluppo delle vie di comunicazione, le
    stesse Crociate andavano intanto propiziando la trasformazione
    dell'economia, sempre più intollerante dei lacci e delle limitazioni che
    dalla norma deuteronomica discendevano. Perciò fu esattamente in tale fase
    dell'evoluzione storica che incominciò ad evidenziarsi una convergenza
    d'interessi, via via piú perfetta, fra gli speculatori Ebrei e quelli
    Cristiani: ambedue, per potere lucrare a pieno ritmo e senza problemi,
    avevano bisogno che fosse rimosso qualsiasi ostacolo al libero estrinsecarsi
    degli affari e, tanto per cominciare, che venisse a cadere qualsiasi divieto
    sui prestiti ad interesse.


    Ebbene, nella prima metà del 1500, la Rivoluzione Protestante soddisfece
    pienamente l'aspirazione degli affaristi Cristiani e degli usurai Ebrei.
    Grazie ad essa, la pratica del prestito ad interesse risultò completamente
    liberalizzata.


    Ispiratori della Rivoluzione Protestante furono Lutero e Calvino. Dal
    matrimonio tra l'Ebraismo ed il Protestantesimo era dunque nato il Grande
    Parassita, ancora sommamente incerto e malfermo sulle gambe ma subito
    proteso a dare la scalata alla somma dei poteri terreni, pronto all'uso di
    qualunque mezzo, lecito o illecito, pacifico o cruento, idoneo allo scopo. I
    Manipolatori di Capitali infatti puntarono in grande.Essi cioè non si posero
    affatto l'obiettivo limitato di conquistare per sè uno spazio di tolleranza
    e di rispetto nell'assetto politico e sociale egemonizzato fino ad allora
    dalla Nobiltà e dal Clero ma, sin dall'inizio, mirarono al sovvertimento
    completo di tutte le strutture di vita in atto e, perciò, impostarono un
    attacco articolato ed avvolgente contro tutti i poteri teocratici e contro
    tutti i princìpi esistenziali che all'assetto teocratico inerivano.


    Di tutto ciò la Rivoluzione Protestante fu semplicemente il prologo. Essa
    innanzi tutto rappresentò, al di là delle sue molteplici motivazioni
    contingenti, il rifiuto dell'elemento gerarchico e spirituale, ch'era
    componente basilare della migliore tradizione cattolica. Introdusse inoltre
    nella storia uno sfrenato individualismo religioso, che fu battistrada del
    liberalismo in campo economico e politico. Infine fece venire meno ogni
    esigenza di eticità della vita economica, giacchè accreditò la concezione
    puritana del guadagno come segno della benevolenza divina: e ciò,
    fatalmente, finì col giustificare qualsiasi pratica speculativa, anche la
    più abietta, purchè fosse produttiva di lucro.


    Trecento anni piú tardi, nel XIX secolo, la diffusione generalizzata,
    uniforme, consolidata del Liberalcapitalismo sulle due sponde dell'Oceano
    Atlantico aveva ormai date stabili basi all'Impero Mondiale del Capitale, il
    sistema sovranazionale di potere dei Manipolatori di Capitali.


    A quel punto, per conseguimento del fine, l'impulso rivoluzionario sarebbe
    dovuto cessare.


    Le cose invece andarono diversamente perchè la componente ebraica della
    Plutocrazia Cosmopolita Rivoluzionaria al principiare del 1900, mostrò di
    voler puntare con improvvisa virulenza, per mezzo del Socialcomunismo,a
    demolire gli archi di volta della stessa ideologia borghese, nell'intento di
    dare infine una qualche concretezza alla mai obliata promessa biblica di
    dominio del popolo eletto sulle genti e sui paesi di tutta la terra.


    Non è possibile alcun dubbio circa la matrice ebraica della Rivoluzione
    Russa. Ebrei furono i teorizzatori del Socialcomunismo : Marx, Engels, per
    tacere di Weishaupt e di Moses Hess. Ebrei furono molti dei terroristi russi
    prerivoluzionari: Goldemberg, Helfmann, Mloditskj, Hirsh, Gershuni,
    Karpovich, Stillman, Bogrov, ecc. Ebrei furono i capi della Rivoluzione:
    Trotskj, Martov, Zinoviev, Uritzkj, Axelrod ed infiniti altri. Ebrei furono
    i finanziatori principali: Schiff, Warburg.


    Un libro molto interessante di Joaquin Bochaca, intitolato La historia de
    los vencidos, prossimo ad apparire anche in lingua italiana per le Edizioni
    Barbarossa, rivela che gli stessi Lenin e Stalin erano di discendenza
    ebraica e che il secondo dei due aspirava addirittura a proporsi quale
    Messia del popolo d'Israele.


    3. Il sistema della disinformazione e della menzogna.


    Il Grande Parassita dell'Umanità, inveramento storico dell'Oscuro Signore
    del Male, ideato da J.R.R. Tolkien, ha fondato i suoi strumenti di
    sfruttamento e di dominio sulla menzogna, sull'inganno, sul sovvertimento
    intellettuale meticolosamente pianificato per centinaia di anni". Attraverso
    il Liberalcapitalismo ha soggiogato gli esseri umani col fantasma della
    libertà e col miraggio della ricchezza, ammiccanti a due passi e sempre
    inafferrabili.


    Attraverso il Socialcomunismo ha ipnotizzate le masse con l'utopia della
    giustizia e con la menzogna della uguaglianza, facendole poi ridestare
    nell'Arcipelago Gulag, dietro cortine di ferro e muri di cemento. Il patto
    di Yalta ha dato infine stabile equilibrio all'insieme, in un mondo che
    Norimberga, Hiroshima e Piazzale Loreto hanno dissuaso da eresie politiche,
    sociali, economiche.


    La disinformazione è oggi lo schermo protettivo dell'impero Mondiale del
    Capitale.


    Fra la primavera e l'estate del 1982 si è svolto negli USA, presso
    l'università di Stanford, un convegno sulla crisi dell'informazione (L.
    Lami, I media della menzogna, in "Il Giornale Nuovo" del 17 luglio 1982). In
    quell'occasione, il giudice della Corte Suprema della California ha
    apertamente accusato i mass-media di mentire sistematicamente. "La TV tiene
    da tempo in ceppi l'opinione pubblica", gli ha fatto eco la saggista Rose
    Bird. Altri congressisti hanno lanciato, a loro volta, un grido di allarme
    contro il pilotaggio dell'opinione pubblica, condotto oggi attraverso il
    mezzo televisivo con raffinatissime ed ultramoderne tecniche subliminali.


    Wall Street e la City, attraverso le Fondazioni dei Ford, dei Carnegie, dei
    Rockefeller, dei Rotschild, alimentano con inesauribili fiumi d'oro la
    macchina che tiene in piedi il gigantesco inganno (C. Quigley, Tragedy and
    hope, The MacMillan Company, New York, 1974, pp.1348).


    Giustamente Enrico Ronzoni, acuto interprete della Tradizione ha scritto: "I
    tempi oscuri in cui viviamo si caratterizzano, rispetto alle epoche
    trascorse, per il modo totalitario e capillare con cui vengono condizionate
    le masse e per il modo in cui, in nome della Democrazia, vengono
    subdolamente tenute all'oscuro su quanto viene deciso contro di loro. Dietro
    il paravento della moderna Democrazia si nasconde una tecnica di
    condizionamento intellettuale che oggi, con l'ausilio della tecnologia e dei
    mass-media, risulta la piú potente e pericolosa, quanto nessun'altra sin qui
    conosciuta. Di un vero e proprio esercito d'iniziati al segreto giurato ha
    bisogno questo marchingegno leviatano. La proliferazione delle sette
    massoniche e del Sionismo all'ombra di ogni democrazia sta a dimostrare che
    democrazia e potere occulto sono le due facce di una medesima realtà"..( E.
    Ronzoni, Il paradosso di Celine, in "L'uomo libero" n'l 1 del 12 luglio
    1982,Milano).


    Ma queste isolate denunzie si sono spente immediataunente, come sempre,
    grazie alle tecniche di sviamento dell'attenzione, nelle quali il Potere
    Economico Mondiale ha raggiunto ormai una perizia assoluta. "Nel mondo
    comunista", ha lamentato piú volte Solgenitzin, "la verità è ignorata dal
    popolo perchè l'autorità di governo, puramente e semplicemente, le impedisce
    di circolare. Nell'occidente capitalista invece lo stesso risultato viene
    ottenuto con metodologia opposta, ossia con l'eccesso d'informazione. Un
    diluvio di notizie eterogenee, spesso contrastanti è rovesciato
    clamorosamente ed incessantemente sul cittadino, privato in tale modo della
    dimensione temporale indispensabile alla riflessione, all'analisi, al
    discernimento, mentre la sua attenzione, ormai divenuta del tutto
    superficiale, è continuamente sollecitata da nuovi richiami".


    Tale situazione è sostanzialmente confermata da Peter L. Berger. "Nelle
    società industriali avanzate di tipo capitalistico", egli rileva, "la
    pubblicità fa da sfondo onnipresente e sofisticatissimo alla vita
    quotidiana. La sua incidenza deriva in parte dal fatto che il più delle
    volte la sua presenza non viene registrata a livello cosciente: è integrata
    nella trama, data per scontata, della realtà ordinaria ... L'assenza di
    pubblicità nei paesi socialisti o la sua minore quantità non implica un
    ruolo inferiore delle comunicazioni di massa ... Il posto della pubblicità è
    preso dalla propaganda governativa (P. L. Berger, Le piramidi del
    sacrificio, Einaudi, Torino 198 1, p. 37.). Esplicando in termini piú
    elementari: il messaggio pubblicitario è nel sistema liberalcapitalista
    sostanzialmente messaggio politico, poichè attraverso di esso si alimenta la
    concezione del mondo economicistico-consumistica, ch'è alla base del sistema
    stesso. Nel sistema socialcomunista invece il messaggio ideologico
    sostituisce quello pubblicitario, dato che la concezione del mondo
    messianistico-collettivistica, sottesa al sistema stesso, richiede per non
    inaridirsi una ininterrotta e potente opera di propaganda ideologica, ossia
    d'indottrinamento dei cittadini.


    Ancora una testimonianza, quella di Gore Vidal: "Io credo che la maggior
    parte di quella che noi consideriamo la Storia Umana sia probabilmente un
    falso. Noi non abbiamo alcun modo di sapere, a parte quello che ci hanno
    raccontato. Ciò che sappiamo è che la storia è stata scritta da coloro che
    vinsero le guerre, pertanto ne conosciamo solo un lato... Noi non conosciamo
    tante cose e dobbiamo accettarne come vere moltissime. Certamente è
    possibile che si creino delle immagini totalmente false e che poi ognuno vi
    creda: non c'è nulla di piú semplice. Per mantenere la pace e l'ordine in
    una grande società, occorre fornire determinate immagini per evitare che la
    gente possa fare domande importanti... Chi governa vuole che nessuno giunga
    alla radice dei problemi perchè, se vi giungesse, allora il popolo potrebbe
    cambiare il governo. Oggi chi governa esercita il suo potere attraverso la
    televisione.e la stampa, dando false immagini del mondo" (L'Informatore
    Librario" n.1 del 1984). Tale diagnosi è lapidariamente condivisa dal
    filosofo G.B.Mondin: "Oggi la verità sono i mass-media, piú esattamente
    gl'interessi di coloro che ne detengono il controllo(B. Mondin, Il valore
    uomo, Ed. Dino, Roma 1983)". Chi non sia del tutto persuaso circa
    l'efficacia soggiogante, condizionante, plagiante, omogeneizzante, che gli
    attuali strumenti per le comunicazioni di massa sono in grado di dispiegare
    verso i destinatari dei loro messaggi, può consultare, fra i tanti, i tre
    libri seguenti, agevolmente reperibili in bìblioteca ed in libreria:
    Psicologia delle folle, di Gustave Le Bon, I riflessi condizionati, di Ivan
    P.Pavlov, Ipersuasori occulti, di Vance Packard.


    Nè si deve credere che l'intuizione dei meccanismi del coartamento
    comportamentale risalga a tempi del tutto recenti: Cartesio, ad esempio, già
    alla metà del secolo XVII enunciava che determinati stimoli esterni
    provocano risposte determinate da parte dell'organismo umano.


    E' del tutto comprensibile e naturale che il lettore di queste note possa
    provare il morso del dubbio e domandarsi come sia possibile tutto ciò, ossia
    come possa accadere che la generalità degli uomini sia olimpicamente ignara
    del Grande Parassita annidato sulle sue spalle. Bene, è un dubbio del tutto
    lecito ma infondato, che può essere dissipato con talune autorevoli
    testimonianze. Si può incominciare con una celebre frase di Disraeli: "Il
    mondo è governato da persone ben diverse da quelle immaginate da chi non
    conosce i retroscena" . Si può rammentare che le ultime parole pronunziate
    da Walter Rathenau, morente per l'attentato che subì nella Germania di
    Weimar, furono un'angosciata, sibillina allusione ai settantadue che guidano
    il mondo (S. Hutin, Governi occulti e società segrete, Mediterranee, Roma
    1973, p. 3 i.), inoltre, alcuni anni or sono, padre P.Arrupe, all'epoca
    Superiore dell'Ordine dei Gesuiti, fece la seguente dichiarazione,
    assolutamente inequivocabile: "E' in atto una strategia perfettamente
    congegnata. Essa realizza il controllo pressochè perfetto delle
    Organizzazioni Internazionali, dei Circoli Finanziari e del settore delle
    comunicazioni di massa: stampa, cinema, radio, televisione".


    E' così dunque: il Potere Economico Mondiale riesce a mantenersi occulto
    perchè oggi ha il pieno controllo di tutti i centri di potere della terra. I
    governi sono fantocci nelle sue mani. Le Organizzazioni Internazionali sono
    sue emanazioni. La stampa, la televisione, la radio, il cinema sono sue
    dipendenze, nonchè strumenti attraverso i quali si attua il condizionamento
    mentale dei popoli. La massoneria è il suo braccio onnivigilante ed
    onnipervadente. D'altra parte, fra gli intellettuali, nessuno osa uscire dal
    solco della storiografia consentita e della sociologia omologata, ben
    consapevole ciascuno di essi che la pur minima trasgressione troncherebbe di
    netto carriere accademiche, prebende, onori e trasformerebbe in tragedia la
    sua vita.


    Henry Ford, Robert Brasillach, Ezra Pound, Aleksandr Solgenitzin, Andrei
    Sacharov, Robert Faurisson: questi nomi esemplificano compiutamente
    l'assunto. Se poi, nonostante l'accurata vigilanza dispiegata in via
    preventiva su scala mondiale, ancora si fa avanti qualche incorrotto,
    qualche coraggioso, qualche indomabile, un Richard Harwood ad esempio, o un
    Paul Rassinier , o un Arthur R. Butz, oppure un altro qualsiasi, che miri a
    fare centro, costi quel che costi, nella coscienza di qualche lettore o
    ascoltatore di buona volontà, per farvi esplodere la consapevolezza
    dell'esistenza e della trama del Grande Parassita, allora entra in funzione
    l'estremo ed il piú subdolo espediente dell'Usurocrazia Mondiale,
    preordinato alla sterilizzazione della verità, onde questa evapori in
    fretta, senza avere fecondato alcun seme (Richard Harwood è autore di
    Hauschwitz o della soluzionefinale.- storia di una leggenda, Le Rune, Milano
    MCMLXXVIII. Paul Rassinier è autore di alcuni libri di demistificazione sul
    genocidio ebraico da parte dei Nazisti. Arthur R. Butz è autore di The hoax
    of the twentieth century, Historical Review Press,Brighton, England 1976) .
    Il marchingegno del caso è la teoria cospirativa della storia. Questa teoria
    viene tirata immancabilmente in ballo quando nel sistema censorio
    dell'Impero Mondiale del Capitale si apre una falla e ne sfuggono dati e
    notizie che il Potere Economico Mondiale, per salvaguardare la propria
    esistenza, intende invece mantenere incognite o incomprese sulla terra. In
    tale caso, non potendosi negare l'evidenza , se ne prescinde del tutto,
    sminuendone la forza d'impatto nell'opinione pubblica in via surretizia e
    cioè incollandole sopra, ben visibile, un'etichetta dogmatica, concepita
    come squalificante e discreditante: quella, appunto, della teoria
    cospirativa della storia.


    Et voilà, les jeux sont faits! Questo metodo di distruzione per denigrazione
    delle argomentazioni dell'avversario politico, del dissenziente, del non
    conformista ha un'efficacia straordinaria, dato che i Manipolatori di
    Capitali hanno il pieno controllo, già lo si è detto, di tutti i mass-media.
    Si tratta di un metodo repressivo che ha fatte vittime illustri negli ultimi
    due secoli. Si pensi, ad esempio, all'abbè Barruel, autore di una
    monumentale, demistificante storia della Rivoluzione Francese (Abbè Augustin
    Barruel, Memoires pour servir a l'histoire du jacobinisme, Edition de Chirè,
    2 voll., Vouillè 1973, France). Si pensi come altro esempio, a Lèon de
    Poncins, autore di libri fondamentali sulla Massoneria, sull'Ebraismo, sul
    Comunismo, con i quali ha svelato molti dei retroscena della Rivoluzione
    Mondiale. Si pensi anche a Nesta H.Webster, a Maurice Pinay, al Werner
    Sombart del libro Gli Ebrei e la vita economica. Per tutti la medesima
    sorte: la scomunica da parte della intellighentia ufficiale ed il confino
    nel ghetto dei visionari, dei volgari contafrottole, dei farneticanti, degli
    inattendibili.


    Da questo tipo di censura repressivo, basato sulla distruzione della verità
    per falsificazione e dell'avversario per denigrazione, nessuno dei momenti
    angolari della storia moderna e contemporanea è uscito indenne. Il senso
    vero e profondo degli avvenimenti è stato sistematicamente schermato
    dall'ordo clausus degli intellettuali organici. Dei fatti sono state
    rappresentate ed evidenziate le apparenze di comodo, non l'intima sostanza.
    Le voci discordi sono state private di ogni cassa di risonanza. Ciò,
    appunto, al servizio e nell'interesse del Grande Parassita.


    4. Fascismo e Nazionalsocialismo: il riaffiorare della Tradizione.


    "L'immenso catechismo della storia in divenire", ha scritto Adriano
    Romualdi, "pone in luce filoni di vero oro per poi ricoprirli e nuovamente
    farli riapparire agli occhi di uomini nuovi, remoti nel futuro. Queste vene
    auree, affioranti a tratti dall'oscurità come dal buio delle viscere dei
    monti, affondano le loro invisibili radici nell'essere. Noi chiamiamo valori
    questi filoni spirituali".


    Al primo volgere degli anni '20 di questo secolo, tutto procedeva nel modo
    migliore per i Manipolatori di Capitali. L'Impero Germanico era stato
    battuto ed umiliato, l'Impero Austro-Ungarico frantumato, l'Autocrazia
    Zarista cancellata. Nella forma del Liberalcapitalismo oppure in quella del
    Socialcomunismo, il dominio del Potere Economico Mondiale era esteso, senza
    eccezioni, a tutta la terra. I popoli, devitalizzati dai dogmi rivoluzionari
    dell'egalitarismo e dell'internazionalismo, irretiti nei rituali
    democratico-parlamentari, apparivano impossibilitati ed incapaci a
    scrollarsi di dosso l'occulto giogo. Ma proprio in quei medesimi anni '20
    tornò improvvisamente a discoprirsi agli uomini il filone spirituale della
    primigenia Tradizione, assumendo in Italia le forme del Fascismo, in
    Germania quelle del Nazionalsocialismo.


    Ciò fu reso possibile dall'apparire di due Capi di eccezionale talento
    politico, Benito Mussolini ed Adolf Hitler, fascinatori di masse,
    suscitatori di atmosfere teofaniche. "Il fascismo rappresenta", proclamò
    Mussolini, "un principio nuovo fra gli uomini. Esso è l'antitesi netta,
    categorica, definitiva di tutto il mondo della Democrazia, della
    Plutocrazia, della Massoneria: di tutto il mondo, per dirla in una parola,
    degli immortali princìpi dell'89". E ancora: "La lotta fra i due mondi non
    ammette compromessi: o noi o loro. 0 le nostre idee o le loro. O il nostro
    Stato o il loro".


    Fu dunque chiaro fin dall'inizio che il nuovo movimento politico, che andava
    prendendo consistenza in Italia, si proponeva come portatore di una
    concezione di vita in tutto antitetica a quella materialistica ed
    economicistica, sulla quale aveva poggiate le sue fondamenta l'impero
    Mondiale del Capitale. Di fatto, ai sistemi del Liberalcapitalismo e del
    Socialcomunismo il Fascismo contrappose il modello dello Stato organico a
    struttura corporativa, istituzionalmente inteso ad eliminare la lotta di
    classe attraverso la fisiologica Conciliazione degli interessi dei
    lavoratori con quelli dei datori di lavoro. Inoltre, per rimarcare la
    propria totale estraneità rispetto al regno della quantità dei tempi
    moderni, situò le proprie radici spirituali nel Mito della Romanità.


    "Roma", enunziò Mussolini,"è il nostro punto di partenza e di riferimento.
    E' il nostro simbolo, è il nostro mito". E fu come un ponte gettato sopra
    uno iato di secoli, per riprendere contatto con l'unico retaggio veramente
    valido di tutta la storia svoltasi su suolo italiano.Anche Hitler avvertì la
    necessità insopprimibile della lotta ad oltranza contro il Potere Economico
    Mondiale, con speciale riguardo alla sua componente ebraica, onnipresente e
    potentissima in Germania. In tale Nazione, per ciò, egli dette il via ad una
    economia di mercato guidata, facendo entrare in circolazione cartamoneta
    autarchica, ossia a fattore-lavoro (R. Sédillot, Storia delle monete,
    Armando, Roma 1975, p. 148.) , del tutto svincolata dai circuiti di potere
    dell'Alta Banca Internazionale, ed istituendo un rigido controllo degli
    scambi, in modo che i partners commerciali esteri della Germania fossero
    obbligati, nella maggiore parte dei casi, a spendere in Germania stessa i
    loro ricavi. "Ein Reich, ein Volk, ein Fuhrer!", fu questa la parola d'
    ordine fondamentale del Nazionalsocialismo, anch'esso radicato sopra un
    deposito di verità tradizionali, trasmesso dal fondo delle età. A giudizio
    di Savitri Devi, il sistema hitleriano, spogliato di quanto la sua
    espressione tedesca poteva avere di contingente, fu un riaffiorare della
    Tradizione primordiale iperborea, quella stessa che aveva avuto nel
    Brahamanesimo la forma vivente piú antica (Savitri Devi, L'India e il
    nazismo, Ed. All'Insegna del Veltro, Parma 1979, p. 49.). Pure
    nell'immediata eccellenza dei risultati conseguiti, sia in politica interna
    che estera, Mussolini ed Hitler rimasero ben consapevoli che, a lungo
    andare, il gioco perverso dei manipolatori di Capitali, arbitri tanto del
    mercato finanziario internazionale quanto delle scelte politiche dei Governi
    democratici, sarebbe riuscito a soffocare la vitalità economica dell'Italia
    fascista e della Germania nazionalsocialista, qualora il Fascismo e il
    nazionalsocialismo fossero rimasti anomali fenomeni isolati, incapaci di
    ramificare anche altrove.


    Mussolini, certo della capacità di autoaffermazione della concezione del
    mondo fascista nella coscienza dei popoli, mirò apertamente ad assecondare
    la spontanea fascistizzazione dell'Europa, preludio alla nascita di una
    grande Federazione Europea, affrancata dal dominio dell'Impero Mondiale del
    Capitale.


    "Ovunque in Europa", testimonia Leon Degrelle, "Si guardava a Mussolini, si
    studiava il Fascismo, se ne ammirava l'ordine, lo slancio, le prestigiose
    realizzazioni politiche e sociali". E che fosse realmente così lo conferma
    lo storico contemporaneo H.W.Neulen: "All'inizio degli anni '30 il Fascismo
    italiano divenne il modello di tutti i fascismi europei e Roma la Mecca dei
    militanti antiliberali ed antimarxisti della Francia, della Romania, della
    Jugoslavia, dell'Ungheria. Influenzati dalle idee di Mussolini sullo stato e
    sulla società, in tutta l'Europa sorsero partiti e movimenti che si
    ispiravano a Roma ed annunziavano la lotta ai partiti borghesi e
    comunisti(H. W. Neulen, L'Eurofascismo e la seconda guerra mondiale, Volpe,
    Roma 1982,) .


    Mentre il Fascismo si diffondeva sempre più in Europa in virtù del suo
    messaggio di liberazione, Hitler iniziò a battere per la Germania una via di
    potenza alquanto differente, giacchè la weltanschauung nazionalsocialista,
    incentrata sul mito della razza e sul concetto dello spazio vitale,
    postulava l'uso delle armi. L'idea del Fuhrer fu quella di dare vita ad un
    Impero Germanico della Nazione Tedesca, ossia ad un blocco europeo
    autosufficiente, in grado di sottrarsi a qualsiasi pressione o
    condizionamento extraeuropeo, egemonizzato e diretto dalla Germania, e nel
    Mito del XX secolo, di Rosemberg. Fu straordinaria ed entusiasmante la
    fioritura di giovani grandi Capi nell'Europa del Fascismo: oltre ad Hitler
    ed a Mussolini, emerse Codreanu, si rivelò De Rivera, e Szalasi, e Pavelic,
    e Degrelle, e Mosley, ed altri ancora. Ed incominciò a formarsi anche una
    nuova specie di uomini: uomini puri, dallo spirito incontaminato,
    dall'intelletto incorrotto, destinati ad essere quella Razza di Signori che
    Hitler chiamava a vegliare per i tempi venturi sulla Fortezza-Europa. L'uomo
    nuovo del Nazionalsocialismo germanico trovò espressione nelle SS, le
    leggendarie formazioni di asceti guerrieri, non indegni epigoni degli
    antichi spartani.


    L'uomo nuovo del Fascismo italiano si sarebbe dovuto formare alla Scuola di
    Mistica Fascista, fondata da Niccolò Giani. Tuttavia non vi fu il tempo per
    realizzare nulla: non per precisare o consolidare ciò ch'era appena
    abbozzato, non per maturare ciò ch'era soltanto intuito. Ebbe inizio la II
    Guerra Mondiale, l'immane conflitto armato tra le forze della Tradizione e
    le forze della Rivoluzione. Non è il caso di approfondire qui i come ed i
    perchè dello scontro mortale, tanto essi appaiono scontati ed ovvii. Il
    binomio Fascismo-Nazionalsocialismo e quello
    Liberalcapitalismo-Socialcomunismo erano portatori di concezioni di vita
    antitetiche, l'una negativa dell'altra: dunque non potevano coesistere. In
    una tale ottica, perde rilevanza la causa contingente della guerra. Lo
    scontro armato era necessario al Grande Parassita: prima per sopravvivere,
    poi per conservare il dominio sui popoli. Ma, di fatto, era una via
    obbligata anche per le Nazioni del Nazionalsocialismo e del Fascismo: prima
    per affrancare l'Europa dalla trama dello sfruttamento, poi per edificarvi
    una civiltà millenaria, fondata sui valori della Tradizione. La Plutocrazia
    Cosmopolita chiamò a raccolta le forze di tutti i suoi Stati serventi,
    allineando sul campo di battaglia gli eserciti della Gran Bretagna, degli
    USA, dell'URSS, della Francia e di decine e decine di altri paesi di tutto
    il mondo. Al fianco delle civiltà solari dello Svastica e del Fascio
    Littorio, serrò le fila un'altra antica civiltà solare: quella del Giappone.
    Esiste un bellissimo libro di Adriano Romualdi, intitolato "Le ultime ore
    dell'Europa", che narra l'epilogo amaro di quella lotta drammatica e, quanto
    altre mai, crudele e sanguinosa. Nell'Aprile 1945 le ultime Waffen-SS
    caddero, senza arrendersi, nell'estrema difesa di una Berlino divenuta uno
    spettrale cumulo di macerie. La migliore gioventú europea era accorsa
    volontaria nelle loro file e vi aveva sacrificato la vita, nel sogno
    dell'Europa Fascista come patria comune del domani.


    5. Yalta: il patto degli sciacalli


    Nel febbraio 1945, Roosevelt, Stalin, Churchill s'incontrarono in quel di
    Yalta e concordarono pariteticamente i principi direttivi, ai quali la
    successiva Conferenza di Potsdam si sarebbe poi attenuta nel fissare la
    nuova sistemazione territoriale ed economica del mondo del dopoguerra. Tale
    almeno è la tesi dei libri di storia che godono del placet del Grande
    Parassita, i soli ammessi a fare cultura nelle scuole, nelle università, nei
    seminari di studio, nei circoli accademici, nelle biblioteche. Aggiungono
    tali libri che le decisioni allora adottate dai vincitori furono ispirate al
    bene dell'umanità, in quanto mirarono ad assicurare al mondo un futuro di
    pace e di prosperità.


    Occorre forse specificare che si tratta - more solito- di una versione
    completamente falsa e menzognera di ciò che accadde veramente? La verità è
    che gli ebrei Roosevelt e Stalin, sicari eminenti del Potere Economico
    Mondiale, dopo avere straziata l'Europa piú di quanto ogni esigenza
    prettamente bellica richiedesse, ne spartirono sciacallescamente le spoglie
    in due quantità piú o meno equivalenti, annettendole in forma vassallatica
    l'una al Sistema Liberalcapitalista e l'altra a quello Socialcomunista
    dell'Impero Mondiale del Capitale, in esecuzione di un accordo, ch'essi
    avevano raggiunto segretamente già dal 1943. La prova di ciò è data da
    Pierre Virion, il quale riporta in un suo libro, intitolato "Une super et
    contre-Englise. Bientot un Gouvernement mondial?", una lettera segreta del
    20 febbraio 1943, inviata da Roosevelt a M.Zabrousky, Presidente del Giovane
    Consiglio d'Israele nonchè agente di collegamento con Stalin, per dare a
    quest'ultimo assicurazioni precise in merito alla spartizione da effettuare
    a guerra conclusa.


    E' scritto in quella lettera, fra l'altro: "Noi accorderemo all'URSS un
    accesso al Mediterraneo, verremo incontro ai suoi desideri concernenti la
    Finlandia ed il Baltico, esigeremo dalla Polonia una giudiziosa attitudine
    di comprensione e di compromesso. Stalin conserverà un vasto campo di
    espansione negli incoscienti piccoli paesi dell'est-europeo e recupererà
    totalmente territori che sono stati temporaneamente strappati alla grande
    Russia. E soprattutto: il pericolo tedesco, dopo la spartizione del III
    Reich e l'incorporazione dei suoi pezzi e degli altri territori, sparirà
    definitivamente , sparirà in quanto pericolo per l'URSS, per l'Europa, per
    il mondo intero. Quanto all'Asia: d'accordo con le sue richieste, salvo
    complicazioni ulteriori. Quanto all'Africa: che volete? Gli USA entrano
    parimenti nella partita per diritto di conquista e pretenderanno
    necessariamente qualche punto vitale per le loro zone d'influenza" (P.
    Virion, Bientot un gouvernement mondial? Une super et contre-eglise,
    EdSaint-Michel, Saint-Céneré, Maienne 1967, France). Ma la lettera ricevuta
    da Zabrouskj conteneva anche taluni altri accenti, ch'è parimenti necessario
    riportare, per introdurre il discorso sulla Sinarchia Universale, progetto
    di un nuovo ordine mondiale, finalizzato a trasfondere linfa di vita perenne
    nelle vene del Grande Parassita.


    6. Origine ed evoluzione storica del progetto sinarchico. Diceva ancora
    Roosevelt, nella sua lettera a Zabrousky: "Nella riorganizzazione futura del
    mondo del dopoguerra, l'URSS farà Parte del Consiglio d'Europa e del
    Consiglio d'Asia. Alla pari dell'Inghilterra e degli USA, l'URSS sarà membro
    dell alto Tribunale, che sarà creato per risolvere le divergenze fra le
    nazioni. Riserviamo alla Francia, come premio per la sua resistenza d'oggi
    ma come castigo per la sua debolezza di ieri, un Segretariato con funzioni
    consultive ma sprovvisto di diritto di voto".


    Consiglio d'Europa.., Consiglio d'Asia.., Alto Tribunale:donde traeva
    Roosevelt espressioni di quella fatta, inconsuete ed inevocanti per
    l'opinione pubblica degli anni '40 ed ignote ai piú anche oggi? Bene, per
    rispondere ad un tale interrogativo, occorre inoltrarsi dietro le quinte
    della storia e prendervi conoscenza di un particolare filone cospirativo:
    quello mirante ad instaurare sulla terra, attraverso il sincretismo di tutte
    le ideologie politiche e religiose, un nuovo modello
    politico-economico-sociale, dotato d'intrinseca definitività, individuato
    col nome di Sinarchia Universale. Chi voglia compiere un'indagine storica
    sulla idealità sinarchica, dalla sua prima origine alla condizione attuale,
    può trarre non indebite mosse addirittura da Mosè. Si legge infatti nel
    libro di Saint-Yves d'Alveydre, intitolato "La mission des Juifs": "La forma
    di governo istituita da Mosè, dietro ordine del proprio iniziatore Jethro in
    nome di Javè, non fu altro che la Sinarchia".


    Quale esperimento sinarchico può essere riguardato anche il rozzo
    sincretismo religioso promosso circa 300 anni piú tardi da re Salomone, il
    quale fece erigere in Gerusalemme, a fianco dello splendido Tempio di Javè,
    altri templi, dedicati ad Astarte, a Milcom, a Camos e ad altri Dei coevi
    (S.Hutin, Governi occulti e società segrete, Mediterranee, Roma 1973, p.
    185).


    .Qualche studioso intravede nella Repubblica di Platone la prima esplicita
    teorizzazione di un modello sociale ispirato all'ideale sinarchico. In
    realtà, la nascita del pensiero sinarchico, come consapevole teorizzazione
    politica, non è anteriore al XVII secolo, legandosi al nome di Jan Amos
    Komensky (1592-1670), detto Comenius. Secondo Comenius, le forme culturali,
    politiche, religiose avrebbero dovuto essere universalizzate attraverso le
    seguenti tre organizzazioni internazionali:


    1) il Tribunale dei Letterati (o Consiglio della Luce), avente il compito di
    controllare ovunque la stampa, le librerie, i metodi ed i programmi
    d'insegnamento, la cultura in genere;


    2)il Tribunale Ecclesiastico (o Tempio della Pansofia), avente la missione
    d'instaurare l'ecumenismo delle religioni del mondo, secondo un modello
    tipicamente massonico;


    3) il Tribunale Politico (o Aeropago del Mondo), con la funzione di
    assicurare la giustizia e la pace fra i popoli. Dopo Comenius tuttavia il
    pensiero sinarchico tornò nell'ombra per quasi due secoli, durante i quali
    l'ingegno dei costruttori d'ideologie rivoluzionarie si applicò soprattutto
    alla sistemazione concettuale del Liberalcapitalismo, nel quale era stato
    intuito lo strumento ottimale e vincente Per frantumare, a favore
    dell'emergente Classe Borghese, strumentalizzata dai Manipolatori di
    Capitali, le strutture del potere teocratico, fondamento dell'egemonia
    sociale della Nobiltà e del Clero. Poi, in pieno trionfo del
    Liberalcapitalismo e mentre il messianismo ebraico andava per suo conto
    riattualizzandosi negli schemi teorici del Socialcomunismo, il progetto
    sinarchico tornò a fiorire, grazie alle riflessioni di Saint-Yves d'Alveydre
    (1842-1909). Iniziato all'esoterismo cabalistico ed in rapporti di assiduità
    con martinisti, spiritisti e teosofisti, Saint-Yves d'Alveydre sostenne in
    numerosi scritti l'opportunità di dare vita ad una Chiesa Universale,
    risultante dalla paritetica unione delle varie religioni, sotto l'alta
    ispirazione della Cabala: in realtà, sotto il controllo della Massoneria. La
    vagheggiata Chiesa Universale avrebbe dovuto accogliere nel suo abbraccio le
    seguenti chiese particolari:


    1) la Chiesa del Vangelo;


    2) la Chiesa di Mosè;


    3) la Chiesa dei Veda;


    4) la Chiesa Protestante;


    5) la Chiesa Islamica;


    6) la Chiesa Buddista.


    Anche l'organizzazione politica dei popoli avrebbe dovuto ispirarsi ad una
    concezione universalistica analoga, assorbente rispetto alle forme politiche
    particolari. Questi gli organi previsti:


    1) un Consiglio delle Chiese Nazionali, competente in materia di religione,
    di scienza, di cultura in genere;


    2) un Consiglio degli Stati Nazionali, competente in materia di politica e
    di giurisdizione;


    3) un Consiglio dei Comuni Nazionali, competente in materia di economia, di
    lavoro, di progresso civile.


    Contemporaneo di Saint-Yves d'Alveydre fu l'abbè Roca (1830-1893), anch'egli
    attivissimo propagatore dell'idea della Chiesa Universale in chiave
    massonica. Roca, piú che all'opera della produzione intellettuale, si dedicò
    a quella del proselitismo, mirando in particolare all'indottrinamento dei
    membri del Clero, ch'egli pensò di trasformare in agitatori politici,
    esortandoli a partecipare alle ordinarie attività lavorative e sindacali
    della gente comune.


    L'abbè Mélinge, noto con lo pseudonimo di dottor Alta, e l'abbè Lelong, noto
    con lo pseudonimo di Siouville, ambedue collegati con società segrete di
    matrice massonica, proseguirono nel XX secolo lungo la medesima via
    dell'abbè Roca. Il principio della immanenza del divino nel mondo fu la
    cornice concettuale predisposta dal dottor Alta per inquadrare col migliore
    risalto la tesi, già sostenuta dall'abbè Roca, che i princìpi religiosi
    devono marciare con la storia e subire così un processo costante di
    revisione e di aggiornamento, funzionale al generale progresso sociale.
    Siouville si agganciò a tale enunciato con un libro del 1925, intitolato "Il
    principe di questo mondo ed il peccato originale", nel quale andò a
    sostenere che la Chiesa Cristiana aveva tradito ed abbandonato il vero
    insegnamento di Cristo da piú di mille anni e che dunque s'imponeva la
    rigenerazione della Chiesa stessa attraverso la realizzazione di una mistica
    democratica, ispirata appunto alla concezione della immanenza del divino
    nell'umano. L'ideazione della mistica democratica, tendente ad accreditare
    nell'opinione pubblica il primitivo Cristianesimo quale progenitore di un
    socialismo purificatore e redentore, da porre a fondamento di un ordinamento
    sinarchico venturo, corrispose, nell'area culturale di lingua francese,
    all'esigenza di spostare il progetto sinarchico dal piano della proposizione
    teorica a quello dell'operatività politica. Era stata la Massoneria a dare
    nel 1922 il segnale della nuova fase da iniziare. "Non dobbiamo avere alcuna
    esitazione", essa aveva proclamato, "nel fare la guerra a tutte le
    religioni. Riprendiamo dunque la nostra feroce lotta di sempre al grido
    rinnovato di Voltaire: "Schiacciamo l'infame! ".


    Quello stesso anno era stato costituito in Francia il Mouvement Synarchique
    d'Empire,organizzazione segreta avente il preciso scopo di promuovere la
    nascita nel mondo del Nuovo Ordine Sinarchico.


    En passant con riferimento all'opera teoretico-politica svolta da Saint-Yves
    d'Alveydre, dall'abbè Roca, dal dottor Alta, da Siouville e dal Mouvement
    Synarchique d'Empire, si è usata l'espressione di area culturale di lingua
    francese. Tale accenno qualificativo è stato fatto a ragion veduta e
    corrisponde, ancora una volta, ad una esigenza di chiarezza sistematica
    nell'esposizione, giacchè vale ad introdurre l'esame di altre notevolissime
    componenti del movimento sinarchico, da classificare tuttavia come
    appartenenti ad un'area culturale diversa, ossia a quella di lingua inglese,
    esplicantesi talvolta parallelamente, tal'altra indipendentemente, piú
    spesso concorrenzialmente rispetto a quelle proprie dell'area culturale di
    lingua francese.


    Questa seconda parte del discorso storico intorno alla Sinarchia Universale
    non può che iniziare col nome di John Ruskin (1819-1900), contemporaneo di
    Saint-Yves d'Alveydre.


    Ruskin, docente di Storia dell'Arte presso l'università di Oxford ma cultore
    profondo anche di scienze sociali, economiche e politiche, si adoperò ad
    introdurre nelle speculazioni teoretico-politiche ad orientamento
    mondialista il principio che la tutela politica dei popoli del mondo
    spettasse alla classe colta anglosassone. Ovviamente tale idea, mirante a
    fare della Plutocrazia Anglosassone una istituzionalizzata èlite politica
    mondiale, ebbe negli ambienti accademici e finanziari d'Inghilterra
    risonanza subitanea e notevole favore.


    Il messaggio di John Ruskin si scolpì indelebilmente nell'animo del ventenne
    Cecil Rhodes (1853-1902), il quale, privo di mezzi economici ma pieno
    d'intraprendenza e particolare significativo - protetto dai Rothschild,
    partì per il Sud Africa a cercarvi fortuna. Il successo gli arrise in breve
    tempo. Attraverso la De Beers Consolidated Mines egli creò il monopolio
    delle miniere di diamanti e successivamente impiantò la Consolidated Gold
    Fields per lo sfruttamento delle miniere d'oro. In pochi anni si trovò a
    disporre di un patrimonio personale incommensurabile, col quale cercò di
    dare concretezza alle suggestioni politiche trasmessegli da Ruskin. Dopo
    avere acquisito col denaro il controllo dei seggi parlamentari e dei partiti
    politici sia nel Sud Africa che in Inghilterra, nel 1891 egli organizzò una
    società segreta, piú tardi denominata Round Table Organization (C. Quigley,
    Tragedy and hope, The MacMillan Company, New York, 1974,), alla quale affidò
    il compito di promuovere dapprima la nascita di una federazione fra tutti i
    popoli di lingua inglese e di portare in appresso tutti i paesi abitabili
    del mondo sotto il controllo della federazione stessa, in applicazione delle
    teorie di Ruskin. Molti dei piú vividi intelletti di Gran Bretagna
    sostennero tale programma: fra essi Arnold Toynbee, Rudyard Kipling, Alfred
    Milner, John B.Seeley, Albert Gray, Arthur Glazebook, Philip Lyttleton Gell,
    William T.Stead.


    Cecil Rhodes non visse abbastanza a lungo da potere condurre a compimento i
    suoi propositi: tuttavia una parte considerevole del suo immenso patrimonio
    fu destinata alla erezione, dopo la sua morte, di un istituto in Oxford, la
    Rhodes Scholarships, preposto alla prosecuzione dell'opera avviata. Il piú
    determinato nel dare corso ulteriore alla filosofia politica di Ruskin e di
    Rhodes fu Alfred Milner, il quale, divenuto governatore generale del Sud
    Africa, introdusse un grande numero dei suoi collaboratori, accuratamente
    selezionati fra i migliori neolaureati d'Inghilterra, negli uffici piú
    riservati ed influenti della vita politica e finanziaria internazionale,
    mantenendoli collegati fra loro mediante Milner's Kindergarten, volta a
    fiancheggiare la Round Table Organization. Quest'ultima, dal suo canto,
    filiò in ogni parte del mondo, specialmente nelle colonie inglesi e negli
    USA, innumerevoli sottogruppi semiclandestini, conosciuti come Round Table
    Groups, i quali si dotarono di un giornale trimestrale, denominato The Round
    Table, finanziato da Abe Bayley.


    Grazie alla potente famiglia Astor, arricchitasi col traffico dell'oppio
    cinese ( K. Kalimtgis-D. Goldman-J. Steimberg, Droga Spa - La guerra
    dell'oppio, Ed.Logos Roma 1980, p. 47) entrata anch'essa a fare parte
    dell'organizzazione, fu assunto il controllo del quotidiano The Times e di
    alcune cattedre fra le piú rinomate, quali la Beit e la Montague Burton ad
    Oxford, la Rhodes a Londra, la Stevenson a Chatham House, la Wilson ad
    Alemstwyth, la Rhodes House ad Oxford. Tale complessa, multiforme, capillare
    organizzazione fu in grado di esercitare, a cavallo fra il XIX ed il XX
    secolo, una grande influenza non soltanto negli affari politici dell'Impero
    Britannico ma anche in quelli delle altre nazioni.


    Il successo crescente della cospirazione sinarchica invogliò la Grande
    Finanza Internazionale ad uscire allo scoperto. Il sostegno economico della
    Round Table Organization fu assunto dalla Morgan Bank di New York, in
    collegamento con un gruppo di finanzieri londinesi, guidati dai fratelli
    Lazard. Alla fine della I Guerra Mondiale l'organizzazione venne
    ulteriormente affinata e nazionalizzata. Tutti i Round Table Groups
    esistenti nell'Impero Britannico furono unificati in un nuovo, grande
    organismo, denominato Royal Institute of International Affairs. Sorte
    analoga toccò ai Round Table Groups degli USA, unificati come Council on
    Foreign Relations. Le fonti di finanziamento aumentarono ancora, giacchè ai
    Manipolatori di Capitali già menzionati si aggiunsero le famiglie
    Rockefeller e Whitney, il Carnegie United Kingdom Trust, nonchè E.C.Grenfell
    ( W. C. Skousen, Il capitalista nudo, Armando, Roma, 1978, p. 50). Una testa
    d'uovo di Harvard, Walter Lippman, già collaudato nella Round Table
    Organization, fu incaricata di condizionare opportunamente l'opinione
    pubblica statunitense e mondiale. Egli assolse molto bene il suo compito. i
    suoi articoli presero ad apparire puntualmente su centinaia di fogli in
    lingua inglese, al di qua e al di là dell'Atlantico, mentre cinque
    quotidiani di larga tiratura, quali il New York Times, il New York Herald
    Tribune, il Cristian Scienze Monitor, il Washington Post ed il Boston
    Evening Transcript, scivolavano silenziosamente nell'orbita
    dell'organizzazione.


    7. Il British-Israel.


    Un caso a parte fu rappresentato dal British-lsrael, un nuovo gruppo di
    pressione a tendenza mondialista, costituitosi a Londra nel 1919 ( Ugo Di
    Nicola, I movimenti mondialisti nella storia contemporanea, I Quaderni
    dell'Alternativa, n-2, maggio 1976, Chieti, p. 6.), proteso a reclamare per
    l'Ebraismo un ruolo di massima evidenza sulla scena del Sinarchismo
    Universale. Il British-lsrael traeva spunto politico dalla credenza, assai
    diffusa in Gran Bretagna, che gli Anglosassoni fossero i moderni
    continuatori dell'antico Popolo d'Israele (L. Poliakov, Il mito ariano,
    Rizzoli, Milano 1976, p. 54. ) Fino dall'alto Medio Evo infatti gli Inglesi,
    attraverso la penna di oscuri copisti che forse riprendevano compilazioni
    storiche di Beda il Venerabile, avevano preso a qualificarsi per discendenti
    di Sem, lo stesso figlio di Noè dal quale era stato appunto originato
    l'antico Popolo d'Israele. E, in aderenza a questa particolare chiave
    interpretativa dei fatti del passato remoto, svariati personaggi
    mitico-storici della tradizione anglosassone erano stati radicalmente
    ebraizzati. Ad esempio, Sceaf, bambino-re anglosassone, era diventato prima
    Seth e poi Seni. Ed ancora, Ebraucus, glorioso ed immaginario re bretone,
    era stato identificato addirittura con David. Il culmine di questo processo
    d'identificazione di strati del popolo inglese con gli Ebrei si era poi
    avuto con l'avvento di quella particolare forma di Protestantesimo, detta
    Puritanesimo. I Puritani si erano posti, nei fatti, non piú come i semplici
    prosecutori in chiave moderna del Popolo d'Israele ma come il nuovo Popolo
    d'Israele, che succedeva all'antico. Così i Puritani avevano stipulato con
    Dio un nuovo patto, molto piú preciso e particolareggiato di quello ch'era
    intercorso fra Javè ed Abramo. " E'piaciuto al grande Dio stipulare con noi,
    sue povere creature, un trattato ed un accordo i cui articoli sono qui
    compresi. Dio, per parte sua, s'impegna a provvedere a tutto ciò che
    riguarda la nostra felicità, purchè noi accettiamo quegli articoli credendo
    in lui ... ", così scriveva Richard Sibbes, teologo puritano (P,. Milier, Lo
    spirito della nuova Inghilterra - Il Seicento, Il Mulino, Bologna 1967, p.
    472). In particolare, il nuovo patto era riguardato come produttivo di
    effetti su di un triplice piano: quello della grazia, quello sociale, quello
    ecclesiastico. A ben guardare, ciò che i Puritani avevano realizzato
    attraverso il loro nuovo e triplice patto con Dio era stato esattamente quel
    tipo di atteggiamento che l'odierna Psicanalisi definisce col termine di
    rimozione( La psicanalisi chiama "rimozione" il processo psichico in base al
    quale un elemento intollerabilmente sgradito viene trasferito dalla sfera
    del "conscio" a quella dell' "incoscio", nella quale ultima viene, per così
    dire, segregato)


    E ciò ch'essi, nuovo popolo di Dio, avevano rimosso si chiamava deicidio,
    l'uccisione di Cristo, il peso insopportabile gravante da oltre quindici
    secoli sulle spalle degli Ebrei, vecchio Popolo di Dio.


    Sotto questa angolazione visuale, il viaggio dei Puritani verso il Nuovo
    Mondo era stato dunque anch'esso una reinterpretazione dell'antica ricerca
    della Terra Promessa. Ed è in questo senso che si può affermare che lo
    spirito ebraico era andato a permeare dapprima le colonie della Nuova
    Inghilterra ed a plasmare successivamente gli Stati Uniti d'America. Per
    farla breve, non pochi settari protestanti si erano immedesimati a tale
    punto nella parte di Popolo eletto da farsi circoncidere, mentre John
    Sadler, amico di Oliver Cromwell, aveva manifestato l'avviso e la pretesa
    che le leggi anglosassoni dovessero essere conformi al Talmud . "Alle vostre
    tende, Israele.'", fu d'altra parte il grido col quale la borghesia puritana
    d'Inghilterra rovesciò la monarchia, portando nel 1649 Cromwell al potere
    (L. Poliakov, Storia dell'antisemitismo, 1 vol., La Nuova Italia, Firenze
    1974, p 49).


    Facendo propria tale visione distorta della storia, in assenza di un reale
    Stato d'Israele, il British-lsrael puntò dunque ad incalanare
    nell'ascendente movimento sinarchico le inesauste e polivalenti attese
    messianiche della Diaspora Ebraica, alla quale indicava nell'Impero
    Britannico e negli USA gli strumenti temporali per l'instaurazione del
    Governo Mondiale della Razza d'Israele, vale a dire del Regno di Dio
    previsto dalle Sacre Scritture.


    Su tali premesse la neonata organizzazione angloebraica entrò in stretti
    rapporti dapprima con la Round Table Organization e poi col Royal Institute
    of International Affairs. Negli USA essa stabilì inoltre un collegamento col
    Rito Palladiano Nuovo e Riformato, ch'era stato organizzato alcuni decenni
    addietro da Albert Pike, con lo scopo di coordinare e di dirigere
    globalmente l'azione della Massoneria verso l'attuazione di un Governo
    Mondiale.


    8. Il direttorio USA - URSS-,primo passo verso l'instaurazione del Nuovo
    Ordine Sinarchico.


    Gli studi condotti da Henry Coston e da Pierre Virion hanno documentato che
    il Mouvement Synarchique d'Empire mirava alla spartizione del inondo in
    cinque aree politiche:


    1) Paneurafrica, di pertinenza della Francia;


    2) Common-wealth Britannico, di pertinenza della Gran Bretagna;


    3) Paneurasia, di pertinenza dell'URSS;


    4) Panamerica, di pertinenza degli USA;


    5)Panasia.


    Gli accordi segreti raggiunti nel 1943 da Roose velt e Stalin, tramite
    Zabrousky, avevano già modificato parzialmente tale disegno a spese della
    Francia, sostanzialmente tagliata fuori dalla futura spartizione. Il patto
    di Yalta, nel 1945, disilludeva anche la Gran Bretagna, indotta ad allentare
    le briglie del suo Impero ed a riconoscere via via l'autonomia e
    l'indipendenza delle sue colonie.


    In vero gli Stati Uniti d'America, centro-motore della civiltà
    liberalcapitalista, e l'Unione delle Repubbliche Socialiniste Sovietiche,
    depositaria del verbo socialcomunista,trovandosi ad essere ormai le maggiori
    potenze del globo sotto il profilo economico-industriale e militare, non
    intendevano piú rinunziare - neanche parzialmente ed a favore dei loro
    alleati di guerra - alla conseguita egemonia mondiale, studiandosi ambedue
    piuttosto di gestirla in condominio fra loro e di rafforzarla, con mutuo
    consenso. Le demagogiche enunciazioni del Patto di Yalta e le ipocrite
    giustificazioni che ne furono date costituirono dunque non piú che un
    trompe-l'oeil su scala planetaria: l'ennesimo inganno del Grande Parassita,
    per stringere ceppi piú saldi ai piedi dei popoli, senza ch'essi potessero
    avvedersene. Tuttavia nè gli USA nè l'URSS consideravano quell'emergente
    bipolarismo politico mondiale, che li vedeva protagonisti, come una
    soluzione ottimale per il futuro, ambedue riguardandolo invece come una
    semplice tappa intermedia di un percorso in gran parte ancora da compiere,
    che avrebbe avuto per meta finale l'omogeneizzazione del mondo in un sistema
    economico-politico-sociale unico ed indifferenziato. L'accordo fra le due
    superpotenze però s'interrompeva proprio a tale punto, ciascuna delle due
    tenendo per scontato che il modello di vita da imporre all'umanità fosse
    precisamente quello già adottato al proprio interno. Ed assai singolare è la
    circostanza che tanto gli USA che l'URSS ritennero di potere risolvere a
    proprio favore quella difficile impasse con un identico machiavello: la
    rinascita in Palestina del biblico Stato d'Israele. Ma, per inquadrare nella
    giusta luce e con adeguata prospettiva questo episodio di storia,
    regolarmente mistificato dagli storici omologati, è necessario effettuare un
    flaschback sui primordi della Rivoluzione Russa, per seguirvi i primi passi
    di un giovane agitatore, chiamato Koba, autore di uno scritto nel quale
    indicava la Russia come la terra ove sarebbe sorto un giorno il nuovo
    focolare del Popolo Ebraico . Koba era, come suole dirsi, un nome di
    battagliahe intendeva riecheggiare la figura storica di Bar Koba, un
    preteso Messia che dal 132 al 135 d.C. aveva capeggiato una feroce rivolta
    degli Ebrei contro i Romani.


    Ma chi era in realtà l'ispirato giovanotto, che al principio del 1900
    ostentatamente si candidava alla guida carismatica della Diaspora Ebraica?
    Bene, egli si chiamava Iosif David Vissarionovich Djugashvili e, piú tardi,
    sarebbe stato conosciuto dal mondo col soprannome di Stalin. Morto Lenin e
    sbarazzatosi prontamente di Kamenev, di Zinoviev, di Trotski e di Bucharin,
    ossia degli altri capi rivoluzionari che avrebbero potuto accampare pretese
    di primato personale nel quadro politico del neonato Stato Sovietico,
    Stalin, ormai padrone della Russia, dovette però constatare con acre
    disappunto che la stanza dei bottoni dell'Ebraismo Mondiale gli rimaneva
    inesorabilmente preclusa, costituendo essa riservato dominio del Kahal di
    New York. Il dualismo-antagonismo fra i due poli di potere della Diaspora
    Ebraica - il polo anglo-americano ed il polo russo-sovietico - in breve si
    aggravò. Le famigerate purghe staliniane degli anni '30 furono uno degli
    episodi salienti di tale sotterranea contesa, giacchè esse consentirono al
    despota sovietico di eliminare dalla scena politica quella parte della
    dirigenza ebraica dell'URSS, che mostrava maggiore sensibilità e
    disponibilità nei confronti della tradizionale autorità kahaliana del Nuovo
    Mondo. L'atto comunque piú drammatico della contrapposizione del dittatore
    socialcomunista alla leadership ebraica statunitense fu senza dubbio il
    patto di non-aggressione fra l'Urss e la Germania di Hitler, concluso nella
    immediata vigilia della II Guerra Mondiale. Quella clamorosa spaccatura, per
    quanto interna alla Plutocrazia Mondiale Ebraica, ormai travalicava con
    effetti imponenti da quell'ambito per costituire un pernicioso tumore nel
    corpo stesso del Potere Economico Mondiale. E ciò costrinse i Manipolatori
    di Capitali a correre urgentemente ai ripari. E' ancora la lettera scritta
    nel 1943 da Roosevelt a Stalin, tramite Zabrousky, che viene presa qui in
    considerazione. Quella lettera infatti è preziosa per la comprensione di
    molte cose. In essa Roosevelt esprimeva apprezzamento e gratitudine per
    avere ricevuto in dono il piú grande tesoro d'Israele, ossia un rotolo della
    Torah, e così si accomiatava da Zabrousky: "Degnate, vi prego, di
    partecipare la mia gratitudine verso l'AIta Entità che presiedete". Ecco, a
    questo punto è necessario proporre i seguenti quesiti:


    1) Come mai Roosevelt e Stalin, ambedue di origine ebraica ed alleati di
    guerra, non trattavano direttamente fra loro e si avvalevano invece
    dell'intermediazione segreta del Giovane Consiglio d'Israele, alta entità
    presieduta da Zabrousky?


    2) Quale motivo aveva Roosevelt di esprimere gratitudine al Giovane
    Consiglio d'Israele, dopo avere fatte a Stalin concessioni politiche
    immense, senza nulla averne ricevuto apparentemente in cambio?


    3) Come mai il Giovane Consiglio d'Israele, in apparenza un modesto
    intermediario fra le due massime potenze della terra aveva avuto il potere
    di donare a Roosevelt niente di meno che un rotolo della Torah, ossia la
    reliquia piú preziosa del Popolo Ebraico?


    Il congiunto ricorso al metodo induttivo ed a quello deduttivo è una via
    obbligata, addirittura ovvia, per chi voglia scrivere la storia degli
    avvenimenti che si svolgono dietro la scena. Ed è appunto questa la via da
    seguire anche ora, per avere risposte logiche e coerenti ai tre quesiti
    appena formulati. Sulla base di una tale tecnica d'ermeneutica, emerge
    chiaro innanzi tutto il motivo che impediva a Roosevelt ed a Stalin un
    dialogo personale e diretto fra loro: perchè Roosevelt era un uomo allineato
    al Kahal di New York, omogeneizzato dunque in quel tale sistema di potere,
    del quale era componente organica la leadership ebraica statunitense: e
    perchè Stalin, dal suo canto, a quella leadership non solo non intendeva
    affatto piegarsi ma anzi le si contrapponeva in forma alternativa. Così, di
    fronte al pericolo del proprio annientamento per auto-disintegrazione, la
    Diaspora Ebraica si era infine risolta, per comporre quella interna
    frattura, ad appagare la sfrenata ambizione di Stalin con l'ammissione
    dell'URSS al condominio del mondo insieme agli USA. E la paziente, delicata
    opera di tessitura diplomatica era stata affidata appunto al Giovane
    Consiglio d'Israele, in quanto tale entità portatrice di una autorità morale
    sicuramente accettata da tutta la Razza d'Israele. Infine il rotolo della
    Torah, offerto a Roosevelt, aveva costituito ad un tempo il sacro suggello
    per l'accordo ritrovato fra gli Ebrei ed il riconoscimento solenne delle
    benemerenze acquisite dallo stesso Roosevelt verso il popolo eletto, alle
    cui fortune aveva sacrificata una parte cospicua delle conquiste di guerra
    degli Stati Uniti d'America. La realtà dei fatti è però che Stalin non si
    ritenne affatto appagato dalla spartizione di Yalta, ch'egli anzi considerò
    come la prova certa dell'irresolutezza e della sostanziale debolezza delle
    Nazioni del Liberalcapitalismo nei suoi confronti, traendone rinnovato
    incentivo al suo vecchio disegno d'essere, nel mondo, il solo punto di
    riferimento di tutta la Diaspora Ebraica. Egli, per ciò, si dette subito a
    ricercare una qualche strategia politica di ricambio, tale da consentirgli
    di muovere nuovi passi sulla via del primato personale nel Mondo
    dell'Ebraismo. E le circostanze parvero favorirlo. In Palestina, in quel
    primo dopoguerra, era in atto una situazione di reiterata violenza e di
    complessiva gravissima tensione, originata dalla pretesa dei coloni ebrei e
    delle organizzazioni ebraiche internazionali di richiamare in vita il
    biblico Stato d'Israele, dandogli Gerusalemme per capitale. Tale pretesa
    incontrava l'ovvia opposizione delle popolazioni arabe, per nulla disposte a
    tollerare che sui loro territori avesse ad installarsi un'entità sovrana
    straniera. Quanto alla Gran Bretagna ed agli USA, nè questi nè quella erano
    in grado di apportare elementi di chiarezza alla controversia, giacchè,
    ambedue in intrinseca simpatia con l'Ebraismo e timorosi di pregiudicare le
    proprie possibilità di accesso illimitato alle fonti energetiche petrolifere
    in territorio arabo, miravano a mediare soluzioni di compromesso alquanto
    ambigue, essenzialmente dilatorie ed interlocutorie, con ciò scontentando
    Ebrei ed Arabi insieme. In un tale contesto, Stalin maturò repentinamente
    l'idea di puntare le proprie residue chances di Messia degli Ebrei appunto
    sulla carta della rinascita dello Stato d'Israele, confidando che
    quest'ultimo avrebbe aderito con gratitudine all'implicito do ut des e gli
    avrebbe infine riconosciuta quella investitura che il Kahal di New York si
    ostinava a negargli. Fu così che Andrej Gromyko, in sede di Assemblea
    Generale dell'ONU, nel novembre 1947 (N. Weinstock, Storia del Sionismo, 1
    vol., Samonà e Savelli, Roma 1970, p. 215), capovolgendo il Punto di vista
    che l'URSS in precedenza aveva sempre manifestato sul problema
    ebraico-palestinese, concesse via libera ai Sionisti per la costituzione
    della nuova entità statale, alla quale essi aspiravano. "Negare questo
    diritto al Popolo Ebraico è inammissibile", egli affermò con
    ostentazione.D'altronde la frettolosità subitanea di Stalin non era affatto
    ingiustificata, giacchè, morto Roosevelt, le lobbies ebraiche newyorchesi
    avevano favorito l'ascesa alla presidenza degli USA da parte di Harry
    Truman,impegnatosi verso il Kahal di New York ad operare in favore della
    causa sionista (N. Weinstock, Storia del Sionismo, I vol., Samonà e Savelli,
    Roma 1970, p. 21 I.). Ecco dunque ben chiaro il motivo della repentina
    sterzata di Stalin dalla precedente linea politica filo-araba alla nuova
    posizione filosionista: il despota sovietico vi era stato ad un tratto
    pressato dalla necessità di battere sul tempo


    Harry Salomone Truman nell'assunzione in faccia al mondo del patronato
    politico sul nascente Stato d'Israele. Le nazioni del Socialcomunismo,
    succubi dei voleri di Stalin, si dettero per ciò alacremente ad assecondare
    l'azione del Sionismo. Tuttavia il neonato Stato Ebraico, nonostante il
    fondamentale appoggio politico tributatogli dalla Cecoslovacchia, nonostante
    la legione di volontari polacchi inviata in suo soccorso contro gli Arabi,
    alla fine si rivelò anch'esso ossequiente all'autorità del Governo Mondiale
    Giudaico espresso dal Kahal di New York. Ciò rese furente Stalin, facendone
    da quel momento e per il resto dei suoi giorni, un mortale nemico d'Israele.
    Ma un tale epilogo deluse fortemente anche le aspettative della leadership
    ebraica statunitense, che aveva sperato di potere alla fine riassorbire,
    proprio per il tramite del risorto Stato Giudaico, la dissidenza ebraica
    sovietica. Inoltre l'aggravata scissione dell'Ebraismo Mondiale nelle due
    osservanze concorrenziali, la sovietica e la liberalcapitalista, determinò
    un rude contraccolpo sull'assetto politico del mondo intero, rendendo
    insanabile la scissione dei popoli nei due blocchi, l'occidentale e
    l'orientale, scaturiti dal patto di Yalta.


    9. Verso la Technetronic Age.


    Tale situazione di crisi, determinata non soltanto dall'incapacità
    dell'Ebraismo Mondiale di ricomporsi in unità ma anche dall'insofferenza
    dello stato ad accettare una posizione non piú che comprimaria nel generale
    assetto dell'Impero Mondiale del Capitale, impose in modo drammatico alla
    Plutocrazia Internazionale dell'area liberalcapitalista il problema del che
    fare?


    Tuttavia la preoccupazione più immediata del Grande Parassita, non appena
    conclusa la guerra, fu quella di tornare a stendere sul mondo la pesante
    coltre d'inganni e di menzogne, che il Fascismo ed il Nazionalsocialismo
    avevano incominciata a rimuovere. Il Potere Economico Mondiale quindi volle
    che il messaggio di Mussolini e di Hitler fosse completamente rimosso dalla
    coscienza dei popoli e che fossero radicalmente falsificati e travisati il
    significato e la genesi dell'immane conflitto appena terminato. Per ciò
    mobilitò le schiere dei suoi più qualificati mentitori - sociologi,
    filosofi, storici, giornalisti per scatenare contro il nemico battuto una
    campagna di diffamazione e di odio, tale da fare impallidire al confronto
    quelle, pure forsennate, inscenate al tempo della Rivoluzione Francese,
    della Guerra di Secessione Americana, della Rivoluzione Russa. Ma di piú:
    per prevenire ogni reazione, per impedire ogni smentita, per rendere
    impossibile ogni ristabilimento di verità, inventò tutta una serie di nuovi
    reati, quali l'apologia del Nazionalsocialismo, l'istigazione all'odio
    razziale, la diffamazìone del Popolo Ebraico, ed altri simili, onde potere
    colpire con la persecuzione penale gli spiriti liberi, gli uomini ancora in
    piedi fra le rovine. Subito dopo l'Usurocrazia Internazionale si volse ad
    imprimere un piú accentuato impulso al processo di maturazione del progetto
    sinarchico . Al riguardo, i Manipolatori di Capitali, non potendo operare
    per il tramite delle forme ordinarie della politica ufficiale, a causa della
    spartizione di Yalta e della consolidata scissione dell'Ebraismo Mondiale
    nelle due osservanze rivali, delle quali si è detto, non fecero altro che
    riesumare, mutatis mutandis, la identica metodologia di captazione
    fraudolenta del consenso di massa, che già aveva dato risultati decisivi in
    occasione delle grandi Rivoluzioni politiche del passato. Fu dunque
    nuovamente sguinzagliata per ogni dove sulla terra la pletora variopinta e
    multiforme delle società di pensiero, proprio gli stessi arnesi insomma del
    1776, del 1789, del 1905, del 1917. Ma ciascuno di tali ectoplasmi, ad
    eccezione dell'immarcescibile Massoneria, fu dotato di una targhetta di
    fresco conio, del tutto rispettabile ed accattivante; e molti di essi
    accomandati dalla personalità giuridica di diritto pubblico internazionale.
    Ecco dunque che, in quattro e quattr'otto, al Council for Foreign Relations,
    al Royal Istitute of International Affairs, cioè ai vari organismi già
    menzionati nelle pagine precedenti, andarono così ad aggiungersi un
    repertorio notevole di nomi del tutto nuovi: ad esempio, il Bilderberg
    Group,la Trilateral Commission, le Conferenze Pugwash, il Club di Roma, il
    Committee on Present Danger, l'Institute for World Order, il Fondo Monetario
    internazionale, l'ONU, il MEC, il COMECOM, la Banca dei Regolamenti
    Internazionali, i Partiti Radicali, i Gruppi Ecologisti, i Movimenti
    Pacifisti, e tanti ancora. A prima vista, può sembrare azzardato ed
    improprio equiparare alle vecchie società di pensiero questa moltitudine di
    organismi, i quali, per forma, per natura, per dimensioni, per modalità
    operative, per fini immediati o istituzionali, appaiono del tutto estranei
    ed eterogenei non soltanto rispetto ai loro antecedenti storici ma perfino
    fra loro, al presente. Tuttavia la loro effettiva, sostanziale omogeneità
    non può non risultare evidente, quando si pensi invece all'assoluta
    indifferenziazione del loro fine ultimo: l'universalizzazione delle
    istituzioni politiche, economiche e sociali dell'umanità, secondo il
    modello, appunto, della Sinarchia Universale. Per avere un'idea almeno
    approssimativa della straordinaria efficacia dispiegata nella loro azione
    dalle odierne società di pensiero, in realtà veri e propri laboratori per il
    condizionamento culturale dei popoli, valga, fra i tanti possibili,
    l'esempio seguente: la Fondazione Rockefeller, per orientare l'opinione
    pubblica internazionale in senso favorevole alla pianificazione mondiale
    dell'aborto, è in grado di mantenere attivi, essa da sola, ben 22.000 centri
    di propaganda e di pressione. Nè occorre una particolare vivacità d'ingegno
    per intuire quanto a fondo alcuni fra gli organismi appena menzionati, ad
    esempio il Fondo Monetario Internazionale o la Banca dei Regolamenti
    Internazionali, siano in grado di comprimere le sovranità nazionali e
    d'incidere sulle condizioni di vita di vaste zone della terra. Ma esempi a
    iosa, per chi voglia documentarsi meglio, Possono essere tratti dal libro Il
    capitalista nudo, di W.C.Skousen, grazie al quale si apprende, fra l'altro,
    che uno dei piú insidiosi strumenti di captazione fraudolenta del consenso
    di massa, posti in essere ai giorni d'oggi dai Manipolatori di Capitali, è
    dato da una sorta di super-gruppo di sociologi, che hanno il compito
    specifico di diffondere nel mondo, con mezzi appropriati,una mentalità
    nuova, tale a divenire che, sotto il profilo culturale e psicologico, possa
    divenire l'idoneo retroterra di sostegno della Sinarchia Universale


    ventura. C'è qui da fare una precisazione: il termine Sinarchia Universale,
    abitualmente usato in queste pagine, non appare mai nel linguaggio ufficiale
    dei vari gruppi ed organismi che ne perseguono l'attuazione. Ma ciò non deve
    sorprendere nè meravigliare: è vera e propria condizione di esistenza e
    norma di vita del Grande Parassita l'occultamento dei suoi veri obiettivi,
    la dissimulazione delle sue intenzioni reali. I termini ch'esso preferisce
    fare circolare presso l'opinione pubblica sono nomi schermati, tali cioè da
    non suscitare allarme e da non stimolare la riflessione critica: nel novero,
    ad esempio, rientra l'espressione Nuovo Ordine Mondiale e la parola
    Socialismo, priva di ulteriore qualificazione.


    L'organismo comunque piú rappresentativo a livello mondiale del disegno
    sinarchico, quello cioè al quale il Potere Economico Mondiale ha affidato il
    compito di gestire in via politica il progresso del progetto mondialista ed
    al quale ha per ciò assegnati poteri d'istituto di eccezionale rilevanza, è
    l'ONU. Scrive testualmente W.C.Skousen:",Alla fine della II Guerra Mondiale,
    il Sistema si mise subito all'opera per creare un agglomerato d'intrighi
    internazionali, appositamente studiato quale base per il potere politico,
    finanziario e militare, necessaria a tradurre in realtà il sogno ardente del
    Sistema, cioè un governo monolitico mondiale". L'agglomerato d'intrighi, del
    quale parla Skousen, è appunto l'ONU. La sua sede fu posta a New York ed è
    veramente significativo e caratterizzante il modo in cui tale scelta ebbe
    origine e si perfezionò. Innanzi tutto l'indicazione degli USA, quale
    nazione idonea ad ospitare tale organismo, era stata formulata già da tempo
    addietro dalla Round Table Organization. La specifica localizzazione in New
    York fu dovuta invece alle vive pressioni dell'URSS in tale senso, nonchè al
    personale intervento dei Rockefeller, i quali donarono tutto il terreno
    occorrente alla realizzazione dell'imponente complesso immobiliare. Ma non
    basta: i Rothschild contribuirono al finanziamento delle installazioni e
    dipendenze dell'UNESCO, branca dell'ONU, in Parigi. Quanto alla Carta
    dell'Organizzazione delle Nazioni Unite, pietra angolare della nuova
    istituzione, i suoi contenuti di principio furono in buona parte desunti
    dalla Costituzione dell'URSS. Round Table Organization, USA, URSS,
    Rockefeller, Rothschild ... : occorre forse aggiungere altro?


    Ma il fattore di omogeneizzazione fra i popoli, nel quale i Manipolatori di
    Capitali oggi maggiormente confidano per la realizzazione del progetto
    sinarchico, è indubbiamente quello economico, loro autentico cavallo di
    battaglia, dimostratosi nei fatti uno strumento di condizionamento culturale
    e Politico praticamente irresistibile. Scrive G.Luciani:"Lo Stato nazionale,
    in quanto unità economica, è agli sgoccioli ... Abbiamo due sistemi di
    sovranità nel mondo: lo Stato e gli organismi societari sovranazionali. Il
    primo è in declino ... L'organismo societario sovranazionale è in piena
    crescita numerica, dimensionale, politica, funzionale ... Le nazioni minori
    dipendono sempre piú dall'organismo societario sovranazionale per i mezzi
    necessari allo sviluppo economico, talvolta anche per la semplice
    sussistenza ... L'organismo societario sovranazionale sembra essere la base
    piú logica per la fondazione di un ordine sovranazionale non militare" (G.
    Luciani, Il potere multinazionale, Buffetti, Roma 1977, p. 50.) . Sia
    chiaro: gli organismi societari sovranazionali, dei quali parla G.Luciani,
    non sono altro che le Imprese Multinazionali di Produzione e di Commercio,
    le quali costituiscono , assieme alle Banche, la tipologia piú rilevante
    delle Società Anonime Multinazionali di Capitali. Aggiunge infatti lo stesso
    autore:"Sta diventando evidente che le Imprese Multinazionali troverebbero
    redditizio imporre al mondo un internazionalismo che eliminasse tutte le
    possibili barriere culturali, istituzionali e politiche alla loro espansione
    senza limiti ... Le imprese Multinazionali hanno bisogno di un mondo senza
    sorprese, come lo chiamano alcuni responsabili della pianificazione
    d'impresa". In realtà, le Imprese Multinazionali sono oggi in una fase di
    piena ed incontrastata ascesa, tanto da indurre due autori di sicura
    competenza in materia, quali M. Mintz e J.S. Cohen (M. Mintz-J. S. Cohen,
    America Inc., Editori Riuniti, Roma 1973, p. 54.), a scrivere già una
    dozzina di anni or sono, con tono di vivo allarme: "Duecento società
    controllano realmente l'intera economia americana. Il problema di chi
    governa realmente gli USA deriva proprio dall'esistenza di queste duecento
    società". Ma l'espansione del potere delle Imprese Multinazionali,oggi,
    grazie alla pratica della conglomerazione industriale, ha ormai raggiunto
    livelli assolutamente inimmaginabili per il comune uomo della strada: e,
    d'altra parte, il Grande Parassita bada bene a mantenere il fenomeno
    accuratamente defilato, nella sua essenza, all'opinione pubblica. Per
    conglomerazione industriale s'intende la funzione o Concentrazione di una
    molteplicità e varietà di attività industriali in un'unica ragione sociale.
    Per usare un'immagine plastica di M. Mintz e di J.S. Cohen, tale tipo
    d'impresa può essere assimilato ad una piovra gigantesca, con tentacoli in
    una vasta gamma d'industrie. In verità, soltanto l'illustrazione di qualche
    caso concreto, meglio di qualsiasi descrizione astratta, può dare un'idea
    sufficientemente precisa della dimensione raggiunta da tale sconvolgente
    prassi economica. Un perfetto esempio al riguardo è dato dalla Textron: nata
    come industria tessile, ha gradualmente assorbito circa 70 imprese,
    appartenenti ai piú svariati settori industriali: aerei, elicotteri,
    cinturini per orologi, montature per occhiali, valvole, tubature metalliche,
    accessori per bagno, macchine da scrivere, motori nautici, attrezzature
    radiotelevisive, colle, vernici, seghe elettriche, cuscinetti a sfera,
    mobilio di vario genere, allevamento di polli, calzature, medicinali, ecc.
    Ancora un paio di esempi, a caso: la General Motors ha entrate maggiori di
    quelle del Belgio o della Svizzera: la stessa ITT incassa di piú del
    prodotto nazionale lordo del Portogallo o del Cile. Stretti senza requie
    nella morsa degli strumenti di condizionamento e di omogeneizzazione, dei
    quali dispone il Potere Economico Mondiale, inesorabilmente i popoli vanno
    smarrendo la propria dimensione storica e, con essa, la propria identità
    culturale. "La realtà attuale", scrive Guillaume Faye nel suo libro Il
    sistema per uccidere i popoli, Edizioni dell'Uomo Libero, Milano 1983, "sono
    le entità etnoculturali e nazionali minacciate di estinzione, i popoli poco
    a poco svuotati della loro sostanza da una macrostruttura sovracontinentale.
    Senza territorio, ma installata ovunque, questa piovra gigante si fonda
    innanzitutto sull'organizzazione della tecnica e dell'economia. Culture,
    nazioni, regioni, tutti i raggruppamenti umani forgiati dalla storia sono le
    sue prede potenziali". Sorprendentemente chiaro, al riguardo, è stato
    Zbigniew Brzezinski, uno degli executives di punta del Potere Economico
    Mondiale. "Il mondo", egli ha detto (A. Ronchey, Prospettive delpensiero
    politico contemporaneo, in "Storia delle idee politiche, economiche e
    sociali", diretta da L. Firpo, Utet, Torino tuttora in corso di
    pubblicazione ad iniziare dal 1979, 6 voli., VI vol., p.850.), "è alla
    vigilia di una trasformazione piú drammatica, nelle sue conseguenze storiche
    ed umane, di quella suscitata dalle rivoluzioni francese e bolscevica.
    Considerate in lunga prospettiva, queste rivoluzioni semplicemente
    graffiarono in superficie la condizione umana... Dall'anno 2000 sarà ammesso
    che Robespierre e Lenin furono miti riformisti. A differenza delle
    rivoluzioni del passato, la metamorfosi in corso non avrà capi carismatici
    dalle stridenti dottrine ma il suo effetto sarà molto piú profondo". Quanto
    ai mezzi, che dovranno consentire il compiersi della nuova rivoluzione e
    l'instaurarsi del Nuovo Ordine Mondiale, lo stesso Brzezinski non esita ad
    individuarli nei computers e, piú in generale, nel complessivo progresso
    tecnologico. E' dunque alla Technetronic Age, all'Età della Tecnica e
    dell'Elettronica, che il Grande Parassita ha programmato di affidare la
    propria perennità.


    Di fatto i segni di un tale evento ci sono già tutti, inconfondibilmente. Il
    mondo senza sorprese va prendendo forma con progressione costante, via via
    che si espandono e consolidano i suoi tre ingredienti principali: strutture
    tecnoeconomiche sovranazionali, mentalità universalista, sottocultura di
    massa. Il nuovo sistema, il nuovo ordine, assume consistenza man mano che i
    popoli vengono inghiottiti nel meccanismo omogeneizzante, man mano che le
    nazioni vengono sradicate interiormente. Il progetto sinarchico non procede
    dunque al rullare dei tamburi e con un portabandiera alla testa, nè pretende
    conquiste: si attua invece con una strategia ovattata, morbida, indolore,
    ossia diffondendo ovunque le nuove strutture materiali e mentali,
    insediandole al lato ed al di sopra dei valori nazionali e territoriali. Il
    risultato che ne consegue è la generale obsolescenza della coscienza storica
    e, di riflesso, il degradarsi delle comunità di destino in amorfe masse di
    consumo, humus vitale del Grande Parassita. "Si voglia o non si voglia,
    avremo il Governo Mondiale. Si tratta soltanto di sapere se questo Governo
    Mondiale verrà instaurato con la forza o col consenso", aveva proclamato nel
    1950, durante una seduta del Senato degli USA, James P.Warburg, della
    Kuhn-Loeb e Co., figlio di quel Max Warburg che, assieme a Jacob Schiff, era
    stato il massimo finanziatore della Rivoluzione Russa. La rozza ed arrogante
    dichiarazione di James P.Warburg oggi si stempera e, nel contempo, si
    precisa nelle parole di Aurelio Peccei, già fondatore e defunto presidente
    del Club di Roma: "Bisogna arrivare ad un efficiente sistema mondiale,
    governabile con le medesime tecniche del marketing". Ed è Precisamente
    questo che oggi si sta compiendo nel mondo: un ordo pressoché clausus di
    Grandi imprese Multinazionali è proteso a realizzare la concordata
    spartizione delle aree di mercato, con conseguente cessazione di ogni forma
    di concorrenza economica, ed anche politica, fra i popoli. E, quando un tale
    evento si sarà effettivamente attuato, allora il Potere Economico Mondiale,
    indistinguibile nella massa infinita di anonimi possessori di azioni delle
    SPA, affiderà la gestione quotidiana dell'Impero Mondiale del Capitale alla
    tecnocrazia. C'è uno studio molto interessante e del pari inquietante di
    Jean-Jacques Servan-Schreiber, intitolato "La sfida mondiale" ( J.
    Servan-Schreiber, La sfida mondiale, Club degli Editori, Milano 198 1, p.
    289.). Vi si legge, fra l'altro: "Sta avvicinandosi il momento in cui ci
    basterà parlare ai calcolatori perchè essi registrino le nostre istruzioni,
    i nostri messaggi o l'espressione dei nostri pensieri, ed in cui essi
    avranno imparato a trasmetterci le loro risposte, una volta compiuto il
    lavoro richiesto. Gli scambi nei due sensi avverranno grazie alla parola:
    voce umana da un lato, voce sintetica dall'altro". Ed ancora:" Un essere
    umano, anche se incapace di leggere e di scrivere, capace solo di parlare e
    di udire, potrà comunicare con un microcalcolatore e, di conseguenza,
    partecipare all'attività generale". E' dunque il Grande Fratello,
    l'implacabile super-potere descritto nel famoso racconto di George Orwell,
    che ormai concretamente incombe sull'umanità. Il Grande Fratello del 2000 si
    presenta con le fattezze del Computer. "Telematica, robotizzazione,
    biotecnologia: basterà lasciarsi ispirare dalla loro voce per vedere sorgere
    un mondo nuovo, migliore dell'attuale", assicura Maurizio Ortolani in La
    scienza del futuro, in "11 Giornale d'Italia" del 6 agosto 1983, Roma.
    Autorevoli conferme vengono da Claudio Finzi e da Guillaume Faye (C. Finzi,
    Ilpotere tecnocratico, Bulzoni, Roma 1977, p. 56.) . "Se oggi ancora l'uomo
    può scegliere fra diverse concezioni del mondo e continuamente deve
    affrontare dilemmi morali e spirituali, domani non sarà piú così.. Avremo in
    futuro soltanto scelte tecniche", osserva il primo. "L'ideologia delle
    esigenze di carattere tecnico richiederà la spoliticizzazione interna di
    ogni Stato a favore di un modello tecnocratico", ribadisce il secondo.
    Proprio questa sarà la funzione dei Tecnocrati: essi dunque costituiranno
    una storia di corporazione élitaria, accuratamente selezionata ed
    opportunamente istruita, incaricata di operare, su base freddamente
    razionale, scelte meramente tecniche, tutte però finalizzate a trarre
    dall'onnipregnante rapporto produzione-consumo la redditività massima per il
    Potere Economico Mondiale. Il processo di omogeneizzazione economica,
    sociale e culturale, necessario quale retroterra di sostegno del Nuovo
    Ordine Mondiale a regolazione tecnocratica, è del resto in stadio avanzato
    ovunque e coinvolge ambedue i blocchi scaturiti dalla spartizione di Yalta,
    gradualmente riavvicinandoli fra loro, sia pure per vie accidentate e
    contorte. Gli Stati dell'area liberalcapitalista scoprono la teoria del
    welfare State, che privilegia le esigenze del consumo su quelle della
    produzione, nel mentre gli Stati dell'area socialcomunista, spostando
    l'accento dalla distribuzione alla produzione, si accorgono che quest'ultima
    può essere incentivata ridando qualche spazio all'egoismo individuale. Il
    rapporto produzione-consumo esaurirà l'intera realtà del Sistema Sinarchico:
    il resto sarà finzione scenica, folclore, bardatura, orpello senza valore
    intrinseco. Un supermercato delle religioni, denominato Tempio della
    Comprensione (G. Gili-O.Nardi, Attualità della rivoluzione, Ed. Saven,
    Lugano 1979, p. 120). provvederà dagli USA a spacciare ai consumatori,
    ovunque residenti sulla terra, la religione preferita, con possibiltà di
    scelta in un campionario bene assortito. Perite le culture autoctone e
    cadute nell'oblio le tradizioni, i valori spirituali finiranno sotto la
    polvere di musei senza visitatori. Riservato alla Casta dei Tecnocrati
    l'accesso all'istruzione superiore, il sapere delle masse sarà diminuito al
    livello minimo compatibile col richiesto rendimento di lavoro. Jean-Jacques
    Servan-Schreiber lascia affiorare un'ipotesi raggelante: che possa venire un
    giorno in cui tutto il sapere del mondo sia riversato e custodito in un
    gigantesco cervello elettronico, reso accessibile ai popoli della terra per
    mezzo di una fantastica rete di terminali. Realizzata la Sinarchia
    Universale, i Tecnocrati saranno gli officianti del Megacervello e di tutti
    i Terminali, secondo i fini del Grande Parassita. A quel punto, l'Impero
    Mondiale del Capitale avrà dominio usque ad sidera et usque ad inferos.


    Riecheggiano le parole di Zarathustra: "La terra allora sarà diventata
    piccola e su di essa saltellerà l'ultimo uomo, quegli che tutto
    rimpicciolisce. La sua genia è indistruttibile, come la pulce di terra:
    l'ultimo uomo campa piú a lungo di tutti. "Noi abbiamo inventata la
    felicità" dicono gli ultimi uomini e strizzano l'occhio".


    10. Dal denaro senza valore al mondo senza denaro.


    Il quadro sin qui abbozzato sull'umanità del prossimo futuro è talmente cupo
    che perfino al migliore dei romanzieri del filone-catastrofi riuscirebbe
    difficile la resa di un'atmosfera altrettanto deprimente ed angosciosa.
    Eppure il Grande Parassita ha in serbo ancora qualcosa d'altro: una sorta di
    arma totale, destinata a cancellare dalla faccia della terra qualsiasi
    potenzialità, anche meramente individuale, di dissenso e di opposizione. "La
    nuova tecnologia", è stato scritto in "The Electronic Nightmare", "rende
    possibile un sistema in cui un governo internazionale potrebbe estrarre dai
    popoli tutte le informazioni necessarie al controllo delle loro vite e
    trasmettere agli uomini solo quelle informazioni che aiutano quello stesso
    controllo". E ancora, nel 1976, un dirigente del Federal Reserve Board,
    organismo di coordinamento e di controllo dell'alta banca degli USA, ha
    tenuto una inquietante conferenza, volta ad illustrare agli stupefatti
    ascoltatori la possibilità che il commercio internazionale abbia a
    svolgersi, ancora prima della fine di questo millennio, senza piú fare uso
    del denaro. Ecco, il punto è proprio questo: dopo l'invenzione del denaro
    senza valore, effettuata dagli Ebrei al tempo della loro autosegregazione
    nel deserto del Sinai e punto di partenza per la costruzione del sistema di
    potere dei Manipolatori di Capitali, quel che si annunzia per gli anni a
    venire è l'invenzione, per quanto incredibile possa sembrare, di un mondo
    senza denaro, nel quale la sopravvivenza di ogni singolo uomo, addirittura a
    livello di pura e semplice sostentazione fisica giornaliera, dipenderà dal
    favore o disfavore, autentico ius vitae et necis, emergente momento per
    momento dai computers del Potere Economico Mondiale.


    In verità, l'aspetto piú autenticamente caratterizzante della Technetronic
    Age sarà dato appunto dal controllo pieno ed assoluto, che il Grande
    Parassita sarà in grado di esercitare continuativamente ed ovunque su
    uomini, ambienti, cose. A tale specifico scopo, scrive Derek Holland, " ...
    si stanno introducendo identificazioni mediante l'uso di codici
    interpretabili da macchine". D'altra parte, basta guardarsi attorno con un
    minimo di attenzione per individuare alcune delle identificazioni che già
    sono largamente in uso. Per esempio, sulle copertine dei libri, sui
    barattoli delle bibite, sulle confezioni di generi alimentari, sulle piú
    svariate mercanzie appare sempre piú spesso uno strano rettangolino,
    composto da righe verticali e da numeri. Bene, tale rettangolino è appunto
    espressione di un sistema cifrato, mediante il quale, negli USA ed altrove,
    sono classificati manufatti commerciali. Negli ultimi anni, la catalogazione
    e classificazione è stata estesa agli esseri umani: BCS, PIN, UPC, EAN sono
    le sigle di alcuni dei codici utilizzati oggi per identificare e
    classificare cose e persone. "Il codice", scrive Derek Holland, "identifica,
    individua e classifica ogni unità di prodotto ed, una volta che tutti gli
    articoli di commercio saranno segnati da una cifra, questa sarà la premessa
    a che ogni' cosa, per essere comprata o venduta, dovriì necessariamente
    avere il numero di codice... L'uso del codice è concepito in modo tale da
    rendere impossibile, a chi voglia sottrarvici, la commercializzazione dei
    prodotti... Infatti, una volta che gli articoli saranno tutti ed ovunque
    codificati, tutti i sistemi di transazione saranno basati sul codice". Ma lo
    scopo finale, al quale tende il Potere Economico Mondiale, è quello di
    giungere ad un tipo di società, nella quale sia del tutto abolito l'uso del
    denaro. Una volta che ogni confezione in commercio avrà impressa la propria
    cifra di codice, anche agli esseri umani sarà attribuita la titolarità di
    una carta di credito personalizzata e cifrata. Allora l'individuo dovrà
    effettuare i suoi acquisti ed i suoi consumi senza piú utilizzare denaro,
    tolto definitivamente dalla circolazione, ma soltanto esibendo al venditore
    la sua carta di credito. Un terminale permetterà l'istantaneo controllo
    della solvibilità dell'acquirente ed, in caso positivo, effettuerà un
    passaggio di valore dal conto personale dell'acquirente al conto personale
    del venditore, quale corrispettivo della mercanzia prelevata. Qua e là
    funziona qualche modello sperimentale di società senza denaro: la Baylor
    University nel Texas, ad esempio, ove ogni studente è in possesso di una
    carta polivalente , che gli permette il pagamento di tutti i suoi conti.
    Senza la sua carta egli non può mangiare, nè leggere in biblioteca, nè
    nuotare, nè guardare il football, etc. Ovunque sia richiesta la riscossione
    di un pagamento, egli non ha che da sottoporre la propria carta ad uno
    scandagliatore, che identifica il suo possessore ed automaticamente deduce
    la somma dal suo conto in banca. Ma si va persino oltre: Vern Taylor, uno
    scienziato del Colorado, è già arrivato al punto di proporre che, in luogo
    della carta cifrata personale, un microcircuito d'identificazione sia
    impiantato direttamente nel corpo umano, in modo da renderlo inscindibile ed
    inseparabile dall'individuo, cui si riferisce.


    Quando una tale società di cose e di uomini numerati e cifrati sarà stata
    compiutamente ed universalmente realizzata, il Grande Parassita potrà
    comodamente sbarazzarsi di qualunque oppositore o dissenziente o persona non
    gradita col privarlo della sua carta cifrata, col disattivare il suo
    microcircuito personale, con l'azzerare la sua disponibilità di valore.
    L'individuo, così colpito, non avrà alcuna possibilità di sopravvivenza.


    11. La via della Tradizione.


    Oggi è possibile lottare contro l'impero Mondiale del Capitale? C'è il modo
    per impedire che sia instaurata la Sinarchia Universale, per sventare
    l'avvento del Grande Fratello?


    Non c'è dubbio: sono queste le domande di fondo, Che si prospettano alla
    mente con urgenza assillante, nella situazione attuale. Ebbene, considerando
    i fatti obiettivamente, le risposte,


    almeno per il presente, non possono che essere crudamente negative. Oggi
    l'ipotesi di una lotta efficace contro il Potere Economico Mondiale
    configura un evento ch'è al di là delle possibilità umane. Non esiste forza
    d'armi che possa abbattere il Grande Parassita, giacchè egli è il Signore di
    tutti gli eserciti. Nè vi sono uomini numericamente sufficienti a tentare
    per altra via l'impresa dacchè le masse, condizionate psicologicamente e
    addirittura fisiologicamente dall'orgia incessante dei media-immagine e dei
    media-oggetto, espressi dalla società dei consumi e che riflettono e
    veicolano ulteriormente, la way of life correlativa, hanno persa ogni
    capacità d'introspezione ed attitudine di consonanza, a fronte dei valori
    della sfera metafisica, dell'ordine trascendente. E, d'altra parte, se pure
    fosse oggi possibile caricare di valori etici e spirituali un singolo ed
    intero popolo, tanto da indurlo alla sollevazione contro l'impero Mondiale
    del Capitale, ciò non basterebbe ancora: quel popolo sarebbe isolato dal
    cordone sanitario dei Manipolatori di Capitali ed, alla lunga, ne
    risulterebbe soffocato. Non sono forse eloquenti in merito i casi dell'Iran
    di Komeini e della Libia di Gheddafi, l'uno dissanguato economicamente per
    mano dell'Iraq, l'altra costretta a subire nel Golfo della Sirte
    l'ammonitrice presenza delle navi e degli aerei di Wall Street?


    Eppure, nel mentre l'Oscuro Signore del Male si accinge a trangugiare d'un
    colpo i mitici elisir dell'invulnerabilità e dell'eterna giovinezza,
    l'imperturbabile Moira ne ha già decretata la fine.


    Esistono indizi inequivoci dell'approssimarsi di una crisi su scala
    planetaria: una crisi terribile e totale, che sconvolgerà l'assetto sociale
    del mondo, gettando nel caos l'economia dei popoli, travolgendone le
    istituzioni politiche. La causa principale del disastro, che appare
    inevitabile,sarà data dall'esplosione demografica, già in atto e prossima a
    produrre i primi effetti devastanti

 

 

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