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Discussione: Blondet non c’entra

  1. #1
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    Talking Blondet non c’entra

    Maurizio Blondet
    23/08/2006


    Devo un chiarimento ai lettori: io, Maurizio Blondet, sono responsabile solo degli articoli che su questo sito sono apparsi a mia firma.
    E non degli altri.
    Non c’entro, e non ho intenzione di farmi coinvolgere, nelle opinioni, polemiche e idee (se vogliamo chiamarle così) degli altri autori che appaiono qui; anzi dichiaro qui che queste idee, di stampo fumosamente reazionario e lefebvriano-fondamentalista, non mi appartengono per nulla.
    Lo stesso dicasi delle «informazioni», spesso errate, che questi altri autori forniscono per loro scienza.
    Il mio metodo di lavoro è riconoscibile, fra l’altro perché indico le fonti delle mie informazioni: di queste solo rispondo.

    I lettori possono credere che io sia in qualche modo il direttore di questo sito, e che approvi, o addirittura sia io a postare, gli articoli di Damiani, Sartore, Vassallo, eccetera.
    Non è così.
    Questi articoli, che spesso non condivido, sono postati dall’editore.
    Ciò significa che questo non è il «mio» sito: è di fatto una bacheca pubblica, dove ciascuno può scrivere quel che vuole.
    E come tale invito a considerarla d’ora in poi.
    Devo tutelare la mia firma, il mio unico patrimonio.
    E la mia credibilità, a cui questi autori «altri» in qualche modo si appoggiano abusivamente, parassitandola e rovinandola.



    Maurizio Blondet




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  2. #2
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    Da Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro (Risposta al professor Damiani)
    Alessando Gnocchi - Mario Palmaro
    22/08/2006
    Monsignor Marcel Lefebvre (Tourcoing, 1905 - Martigny, 1991)Ringraziamo l’editore Effedieffe che ospita questa risposta all’articolo del professor Franco Damiani sul nostro ultimo libro, «Contro il logorio del laicismo moderno. Manuale di sopravvivenza per cattolici».
    E dobbiamo dire che rispondiamo con un certo interesse poiché è la prima volta che ci capita di essere attaccati (per così dire) da destra.
    I punti sollevati dal professor Damiani sono molti e vorremmo metterne in chiaro al meno qualcuno.



    Per esempio, ci viene rimproverato di non aver mai citato «una sola volta i nomi di monsignor Lefebvre e degli altri oppositori della autodemolizione della Chiesa, che le stesse cose, e con molta maggiore profondità, le hanno dette o le vanno dicendo da almeno quarant’anni».
    Qui (accreditando senza ombra di dubbio la sua buona fede) il professor Damiani dimostra di essere un pochino distratto.
    Infatti troverebbe citati, per esempio, Papa Pio XI e l’enciclica «Quas Primas» sulla «Regalità Sociale di Cristo» (pagina 82).
    Oppure Papa Pio XII e la «Mediator Dei» sulla liturgia (pagina 131).
    E sono solo alcuni esempi tra i molti che potremmo fare.
    Per quanto riguarda monsignor Lefebvre, lo si trova citato più di una volta.
    Vogliamo solo ricordare il caso in cui parliamo della «Dignitatis humanae», la «Dichiarazione sulla libertà religiosa» del Concilio Vaticano II.



    A pagina 105, mettiamo in evidenza i problemi che suscita questo documento e diciamo testualmente: «Durante il Concilio, monsignor Marcel Lefebvre si batté come un leone contro questo stravolgimento. ‘Dove infatti la persona trae la sua dignità?’ diceva in un suo intervento. ‘La persona trae la sua dignità dalla sua perfezione. Ora, la perfezione della persona umana consiste nella conoscenza della verità e nell’acquisizione del bene. E’ l’inizio della vita eterna,
    e questa è che conoscano te, unico vero Dio e il tuo inviato Gesù Cristo’ (Giovanni 17,3). ‘Di conseguenza, in quanto aderisce all’errore, la persona umana decade dalla sua dignità. (…) La dignità della persona umana non consiste nella libertà, astrazion fatta dalla verità. Infatti, la libertà è buona e autentica in quanto è regolata dalla verità. ‘La verità vi libererà’, dice Nostro Signore (Giovanni, 8,32). ‘La verità vi darà la libertà’. Nulla di più e nulla di meno dell’ortodossia cattolica.
    Ma oggi è merce rara, con il bel risultato che i fedeli i Cristo non hanno più argomenti per difendere la verità. Eppure, basterebbe mandare a memoria queste poche righe di monsignor Lefebvre».
    Questo passo, a beneficio del professor Damiani, si trova alle pagine 105 e 106.
    Ci rendiamo conto che la mancanza dell’indice dei nomi rende più difficile la consultazione di un libro e può indurre in sviste poco eleganti.
    Purtroppo, l’editore ha voluto risparmiare su carta e inchiostro: provvederemo alla ristampa.
    Per concludere, in bellezza, veniamo al Vaticano II.



    Il professor Damiani ci accusa di non menzionarlo tra le cause della crisi attuale della Chiesa. Anche qui si sbaglia.
    E non colpa della mancanza dell’indice dei nomi.
    Se il professore avesse almeno scorso con più attenzione l’indice generale, avrebbe visto che il sottotitolo di un capitolo recita «E scopri che se non sei un cattolico adulto non capirai mai lo spirito del Concilio» (pagina 135).
    Senza contare che a pagina 105, un esempio tra i tanti, diciamo testualmente: «i documenti del Concilio Vaticano II, il linguaggio con cui furono scritti e l’ideologia che li ha ulteriormente filtrati hanno fatto più danni di un esercito di lanzichenecchi».
    Detto questo, pare evidente che se noi usiamo il termine «teoprogressisti» invece che quello di «modernisti» non lo facciamo per timore di invischiarci in una querelle dottrinale.
    Se il professor Damiani ha letto (ma con più attenzione di quanto ha dimostrato questa volta) i nostri libri saprà certamente che in questo genere di polemiche ci troviamo bene, anzi benissimo.
    E qui possiamo anche fermarci.



    Gli apprezzamenti personali ci interessano poco o niente.
    Nel nostro lavoro contano le cose che si scrivono.
    E di ciò che andiamo scrivendo da anni (da anni, professor Damiani) noi siamo orgogliosi.
    Quanto alla solidarietà nei confronti di chi, come lei professore, si batte da anni sul fronte della verità noi facciamo anche di più: li abbracciamo in Cristo.



    Alessando Gnocchi, Mario Palmaro

  3. #3
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    «Contro il logorio del laicismo moderno»
    Franco Damiani
    21/08/2006
    Bendetto XVIAlessandro Gnocchi e Mario Palmaro, già autori di un fortunato «Catholic Pride», scrivono «Contro il logorio del laicismo moderno Manuale di sopravvivenza per cattolici», Piemme, 2006). Un libro brillante, che contiene tante cose giuste e vere.
    Però durante la lettura affiorano continuamente una sensazione (cioè che sia tirato il freno a mano) e una domanda: ma è possibile che in tutto il libro non ricorrano una sola volta i nomi di monsignor Lefèbvre e degli altri oppositori della autodemolizione della Chiesa, che le stesse cose, e con molta maggior profondità, le hanno dette o le vanno dicendo da almeno quarant’anni?
    Se non altro per una sorta di omaggio cavalleresco a chi ha preceduto gli autori sulla strada che stanno percorrendo?



    Gnocchi e Palmaro più volte ripetono di essere «cattolici integrali», cioè devoti alla Chiesa e al Papa, e hanno parole durissime contro quei «sedicenti cattolici» che usano la fede
    come un fai-da-te e che spesso vengono da loro chiamati «teoprogressisti» (abbreviazione «teoprogr») oppure «cattolici progressisti» o «cattocomunisti».
    Benissimo, ma come mai questi «cattolici» non vengono mai chiamati «modernisti» o «neomodernisti», che è il termine tecnico con cui li designano gli oppositori di cui sopra di antica milizia?
    Forse perché ci sarebbe il pericolo di collegare così il «teoprogressismo» dei nostri giorni a quello già condannato da san Pio X, entrando in campo dottrinale?
    Certo, se si entrasse in campo dottrinale le cose si complicherebbero enormemente.
    Non sarebbe più possibile prendersela solo con il laicismo diffuso e con i cattolici tiepidi, ma bisognerebbe cominciare a porsi la domanda: di chi è la responsabilità prima di questo sfascio della fede?
    Il mondo, in fondo, fa il suo mestiere, ma se la Chiesa facesse il suo…



    Qui però ci si scontrerebbe con il fantasma che non si vuole a nessun costo evocare: quello della vera opposizione, anzi del vero integrismo, quello che le sue battaglie le ha combattute e le combatte in prima linea, pagandone spesso il costo salatissimo.
    Gnocchi e Palmaro saranno pure isolati nella società moderna, ma sono autori di successo, pubblicano con un editore di larga diffusione, magari prendendone le distanze - ma non cambiandolo! - a proposito della blasfema Papeide di Vauro (pagine 11-12) - scrivono su riviste non catacombali e uno dei due insegna in un ateneo pontificio, tutte cose impensabili per i pericolosi lefebvriani, o per i «sedevacantisti».
    Il convitato di pietra è il Concilio Vaticano II.
    In una delle pagine iniziali Gnocchi e Palmaro evocano il fantasma dei «compagni d’arme» che durante l’assedio stringono intelligenza con il nemico.
    Ma che dire quando questi compagni d’arme hanno le sembianze degli stessi pastori, o, per continuare la metafora, dei comandanti?
    Perché prendersela sempre e solo con il parroco di periferia o con il teologo di «Famiglia Cristiana», quando si sa bene che le «dritte» vengono dall’alto?
    Perché non chinarsi nemmeno una volta a esaminare i documenti del «Concilio» per vedere se per caso non avessero ragione monsignor Lefèbvre e compagni nel dire che è da lì che, come da una sorgente avvelenata, nascono gli errori che hanno devastato le fede?
    Non si può, risponderebbero gli autori, altrimenti non si sarebbe più «fedeli al Papa».
    Ma, con la semplicità di un bambino di cinque anni ben preparato in catechismo, il cattolico non può e non deve esaminare anche e soprattutto gli insegnamenti che gli arrivano dal Papa, confrontandoli con quelli venuti dai Papi precedenti?
    E il sensus fidei non ci è stato dato appunto perché scatti l’allarme appena si intravede una contraddizione?



    In sostanza, l’analisi di Gnocchi e Palmaro è gravemente monca perché si arresta proprio alla soglia delle responsabilità più gravi: la confusione nel mondo cattolico non è venuta dagli spazi siderali, ma ha una data d’inizio ben precisa e una causa ben precisa, che però sono tutte interne a esso.
    Nessun nemico esterno avrebbe potuto fare alla religione il male che le hanno fatto i suoi stessi rappresentanti ufficiali.
    Il «teoprogressismo» o neomodernismo ha un codice di riferimento, che sono i documenti del Vaticano II, e rifiutarsi di esaminarli criticamente significa rinunciare in partenza alla possibilità di arrivare alla sorgente dei mali.
    Amerio aveva già detto tutto.
    Tutto quello che Gnocchi e Palmaro scrivono in maniera brillantemente divulgativa era stato già scritto con ben altra ampiezza e profondità da Romano Amerio oltre vent’anni fa in «Iota unum» e più tardi in «Stat Veritas», in cui venivano prese in esame le «variazioni nella dottrina cattolica nel XX secolo», indotte dal Vaticano II.
    Lì ha inizio la dottrina della «libertà religiosa» che, sempre condannata dal Magistero precedente, ha portato ad aberrazioni sacrileghe come la giornata di Assisi e tutte quelle che ne sono seguite.
    Lì, e non altrove, ha inizio la deriva secolarista, latitudinarista e indifferentista oggi divenuta ahimé pane comune dei cattolici.
    Tutte le scuole e i corsi di teologia, nonché le letture bibliche organizzate dalle diocesi sono infarciti di esegesi modernista, che ha la sua base nelle ambiguità della Dei Verbum.
    Il veleno viene sparso dalle cattedre delle università pontificie, tutte occupate da neomodernisti della più bell’acqua che a loro volta formano le leve dei nuovi teologi e pastori.



    Tutto il falso ecumenismo, tutte le falsità e gli errori contro il Primo Comandamento, a cominciare dall’eresia delle «tre grandi religioni monoteiste» - cui gli autori dedicano un intero capitolo, il penultimo della terza parte, in cui però, stranamente, c’è un solo fugace accenno
    alla stella di David, e tutto il resto si riferisce al Corano, hanno la loro base nella dichiarazione conciliare Nostra Aetate.
    La falsa dottrina della «laicità dello Stato», che ha sguarnito la fede delle difese fornitele dal potere civile, ha origine dalla Dignitatis humanae personae e il suo frutto diretto nell’ultimo «Concordato» che ha consegnato unilateralmente mani e piedi la fede nelle fauci del nemico.
    Ed è strano come Gnocchi e Palmaro, così attenti e brillanti nel descrivere le svariate manifestazioni del laicismo corrente, di tutto questo tacciano completamente.
    Sembra che i cattolici siano un gregge senza pastore.
    Invece il «teoprogressismo» o modernismo che dir si voglia lo respirano ogni domenica in parrocchia, in quelle «messe» che anche i due autori frequentano e che non sono che il frutto liturgico dell’ecclesiologia vaticansecondista, quell’ecclesiologia che non solo i teologi alla moda ma lo stesso cardinale Benelli definì mutata di 180 gradi rispetto al passato (la Chiesa di Cristo
    non più coincidente con quella romana, la salvezza che si può raggiungere anche nelle «altre religioni», ecc.).
    Anche su questo nemmeno una parola: ma la «nuova messa», l’abolizione del latino a vantaggio del volgare, gli stravolgimenti delle preghiere, la «creatività liturgica», l’altare rivolto al popolo, la Comunione distribuita da laici, chi li ha voluti, chi li ha promulgati?


    Un gruppo di Cardinali alla salita di una sessione del Concilio



    La rivista «antimodernista» Sì sì no no, fondata da don Antonio Putti di veneranda memoria, da più di trent’anni non fa che denunciare, con dovizia di sapienza storico-teologica, queste e consimili aberrazioni, riservando alle più sfacciate la rubrica Semper infideles, galleria degli orrori costruita su dichiarazioni di cardinali e vescovi, mai smentiti né puniti da nessuno, oltre che sulle eresie spicciole disseminate nei fogli parrocchiali e diocesani e nelle riviste «cattoliche» di più larga diffusione.
    Altre riviste non hanno atteso la moda ratzingeriana per denunciare con altrettanto acume la rovina della dottrina, della morale e della liturgia cattoliche in corso da almeno otto lustri.
    Anche Ratzinger…



    Anzi lo stesso Ratzinger, teologo progressista al tempo del Concilio e che ora, sotto le vesti rassicuranti di «conservatore», sta compiendo forse l’opera più sottile di distruzione, contando sulla generale obsolescenza della vera dottrina, vede passate al setaccio tutte le sue affermazioni in contrasto con la fede di sempre.
    O non fu lui a scagliarsi, per esempio, contro la pia pratica di entrare in chiesa per pregare, considerandola segno di superstizione perché «Dio è dappertutto»?
    E non fu sempre lui a negare il carattere riparatorio e risarcitorio della Redenzione (a negare, cioè, di fatto, lo stesso valore salvifico della Passione e Morte di Nostro Signore) con il pretesto che, in tal modo, avremmo avuto un Dio «assetato di sangue»?
    Ricordo il doloroso stupore, accompagnato però subito dal pensiero «si vede che non avevo capito niente», che deve accompagnare molti cattolici privi di riferimenti tradizionali - ecco il vero dramma di oggi: «se lo dice il Papa, se lo dice il vescovo, se lo dice il parroco…» - sentendo un «don» Romeo Cavedo a un corso di teologia biblica a Venezia una quindicina d’anni fa.
    E Wojtyla…



    Andiamo più a fondo: chi ha insegnato per quasi trent’anni la redenzione universale, ossia la salvezza per tutti grazie all’Incarnazione e non alla Passione e Morte di Nostro Signore Gesù Cristo?
    Chi la sostanziale equivalenza di tutte le religioni?
    Chi ha baciato il Corano e definito gli ebrei infedeli (ecco un bel capitolo che manca al libro di Gnocchi e Palmaro: com’è cambiata la dottrina sull’ebraismo) nostri «fratelli maggiori nella fede»?
    Chi, nonostante la fama di «mariologo», ha sostanzialmente minimizzato e svilito il culto alla Vergine, negandole il ruolo di corredentrice e addirittura condannando in una tristemente famosa allocuzione la bimillenaria esegesi mariana del Protoevangelo?



    E hanno tutti i torti, o meglio sono proprio da condannare i soldati che si sbandano quando il generale è il primo a dimostrare di non credere nella vittoria?
    I cattolici sul posto di lavoro: un’esperienza personale.
    Mi ha molto interessato, ovviamente, il capitolo sul comportamento dei cattolici nel loro luogo di lavoro, dove si scontrano quotidianamente con il «laicismo diffuso» suscitando reazioni diverse che Gnocchi e Palmaro ben descrivono: «ostilità dichiarata», «indifferenza», «ignoranza crassa», «pugno chiuso», «marmellata sincretista»).
    Giustamente gli autori scrivono che la fede non è un soprabito o un cappello che si possa appendere all’attaccapanni e lasciare fuori dell’ufficio o della scuola.
    E’ esattamente quello che il sottoscritto, da oltre un quarto di secolo insegnante nelle scuole di Stato, ha sempre cercato di fare, almeno da quando ha scoperto la Tradizione.



    Segno di croce appena entro in classe (per inciso sono anche tra coloro che aggiungono sempre sotto la data delle lettere il santo del giorno), nessun mistero sulla mia fede e soprattutto forte impronta cattolica all’insegnamento, dalle battaglie contro l’«educazione sessuale» a quelle contro il subdolo insegnamento della contraccezione nelle ore di scienze o di economia, a quelle
    contro il dogma evoluzionista a quelle, fondamentali, contro l’anticattolicesimo che è alla base dell’insegnamento della storia e della letteratura, mie materie di competenza.
    Anticattolicesimo che per la verità prende sovente le forme di filogiudaismo ed è particolarmente diffuso nella storia contemporanea.
    Ho combattuto le mie battaglie in perfetta solitudine, nella più totale indifferenza se non ostilità dei colleghi di religione, tutti scelti dalle curie in quanto ossequienti al vaticansecondismo e che anzi sono quelli che remano più contro in senso indifferentista e relativista.
    Ho subito per questo cinque ispezioni in nove anni, tre delle quali culminate in procedimenti disciplinari risoltisi con il mio totale proscioglimento, e l’ultima volta, per aver criticato l’impostazione anticattolica del testo di storia sulle origini del cristianesimo - impostazione che metteva fortemente in dubbio la storicità dei Vangeli e l’origine soprannaturale della religione, gettando le premesse per tutte le altre nefandezze che ben conosciamo su Crociate, Inquisizione, Lutero, Galileo, «Rivoluzione francese», «Risorgimento» e via discorrendo - ho subìto una sospensione «cautelare» di sei mesi e mezzo a metà stipendio, sfociata poi nella consueta assoluzione con formula piena e conseguente reintegro ma con sofferenze morali e fisiche di cui io stesso non so valutare appieno la portata.
    Non pretendo per questo medaglie, per carità.
    Però in tutte queste circostanza non ho avuto la benché minima solidarietà da ambienti della «Chiesa ufficiale», né dai vari Gnocchi e Palmaro.



    In conclusione ribadisco che trovo molto poco elegante presentare se stessi come apripista fingendo di ignorare che la pista è stata battuta prima e meglio da altri.
    E trovo anche piuttosto opportunistico che questi libri escano in era ratzingeriana, quando si fiuta il vento favorevole a una molto parziale e superficiale «restaurazione».
    Credo con Ezra Pound che l’efficacia delle proprie battaglie si misuri dai rischi personali che uno affronta per combatterle.
    Certo, con un bel capitolo sugli ebrei e sul loro spettacolare passaggio da «perfidi giudei» a «fratelli maggiori», blanditi e riveriti in ogni occasione al punto che nessuno ricorda più che essi sono nemici mortali di Cristo e della Chiesa, è ben difficile che Piemme, con tutto il suo amore per la «libertà di espressione», avrebbe pubblicato il libro.
    Però, come dice Maurizio Blondet, il dire la verità vale questo e mille altri rischi.



    Professor Franco Damiani


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  4. #4
    Non sono d'esempio in nulla
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    Ricordo perfettamente che la Moderazione dei forum 'Tradizione Cattolica' e 'La Civiltà Cattolica' furono solidali con il prof.Damiani da subito, aprendo un thread sul forum, rimasto poi in rilievo per un periodo sufficente a togliere ogni dubbio sulla reale intenzione dei moderatori.

 

 

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