DA AVVENIRE
17/07/2006 «Liberi di educare per rafforzare la democrazia»
Il monito del patriarca Scola alla festa del Redentore
«In Italia decentramento ed autonomia sono lontani dall'essere compiuti. Il mito della scuola unica,principale ostacolo al cambiamento innovatore» «Lo Stato deve passare dalla gestione al puro governo del sistema scolastico universitario lasciando spazio alla società civile» «La scuola neutra e laica attuata come sistema unico di Stato ha condotto a un’egemonia che contraddice in se l’attuazione della libertà in una società plurale»


Pubblichiamo ampi stralci dell'omelia che verrà pronunciata oggi dal patriarca di Venezia, cardinale Angelo Scola in occasione della festa del Redentore.

Libertà di educazione, misura della democrazia
Come afferma suggestivamente la sociologa Margaret Archer il processo educativo consiste in un «prendersi cura» che mette in luce le «nostre premure fondamentali» (ultimate concerns) che sono «ciò che ci rendono esseri morali». Sarebbe illusorio parlare di educazione sen za chiamare espressamente in causa tre categorie: persona, realtà, libertà. L'educazione è, in sintesi, la capacità di mettere consapevolmente in relazione la persona con la realtà. L'Eucaristia è evento paradigmatico di educazione. San Paolo lo descrive in modo incomparabile: «Io, infatti, ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso» (1Cor 11, 23): una definizione perfetta, e non solo per i cristiani, della dinamica educativa. Una traditio aperta all'ad-ventura (al futuro), poggiata sulla testimonianza, tesa a che la libertà dell'educando vada incontro al reale con umile curiositas, ne assapori la pienezza, non si blocchi di fronte alla contraddizione e al male suo e degli altri: a questo deve tendere con il contributo della intera comunità di appartenenza ogni comunicazione di sapere. La libertà di educazione misura la natura autenticamente democratica di una società.
La scuola unica
Se guardiamo alla situazione italiana, senza isolarla dal contesto generale (soprattutto europeo) e dai problemi provocati dai molteplici, rapidi e spesso dolorosi processi di transizione in atto, che dire del nostro sistema scolastico ed universitario?
La libertà di educazione è obiettivamente garantita a tutti i soggetti che hanno il diritto di imparare cui si connette quello di ricercare ed insegnare?
In questa sede non intendo mettere anzitutto a tema la questione della scuola cattolica con l'annoso problema di una obiettiva (e quindi anche finanziaria) parità scolastica. Mi interrogo sulla libertà di educazione nella nostra scuola ed università in generale, tentando una valutazione del sistema pedagogico-universitario come tale.
Non voglio neppure ingrossare la fila di quanti, ormai da decenni, parlano di crisi della scuola e dell'università. È un luogo comune. Tanto meno voglio sottovalutare l'opera che ogni giorno, spesso con grande abnegazione, genitori, docenti, studenti, personale addetto, compio no nelle scuole di ogni ordine e grado e nelle università in quell'azione di «cura» che attua la vera educazione.
Mi sembra tuttavia onesto riconoscere che la scuola e l'università italiane devono ancora compiere un lungo cammino di trasformazione per garantire veramente il diritto alla piena libertà di educazione.
È anzitutto necessario superare un fattore di blocco che dal punto di vista del principio - al di là quindi dei problemi strutturali e di quelli contingenti che non sono di mia competenza - impedisce l'attuazione di una piena libertà di educazione nelle scuole di ogni ordine e grado e nelle università del nostro Paese: il mito della scuola unica. Lo esprimo con una felice formula coniata dall'americano Charles Glenn: l'ostacolo principale per un cambiamento innovatore del nostro sistema educativo è il mito della scuola unica. Questo modello, al di là degli indubbi meriti storici, persiste oggi oltre ogni ragionevolezza. Infatti in una società frammentata e plurale come quella attuale esso è radicalmente inefficace.
Ragioni storiche
È impossibile qui ricostruire, anche solo a grandi linee, la storia del modello di scuola unica vigente nel nostro Paese. Non è tuttavia difficile riconoscere che le esigenze, nate con l'unità d'Italia, di promuovere la lingua nazionale ed il senso di appartenenza alla nuova repubblica, hanno portato a concepire la scuola come luogo di formazione del patrimonio di valori elementari comuni propri del nuovo cittadino. A tale modello si sono però intrecciate prospettive «ideologiche». Non senza accenti anticattolici sia da parte della destra che della sinistra storiche i diversi progetti - che ebbero poi nella celebre riforma Gentile, sostanzialmente confermata nei principi dalla Costituzione del '47, lo sbocco più duraturo ancora oggi dominante - hanno sempre optato per il modello della scuola unica statale, ritenuta la più idonea a garantire libertà ed uguaglianza.
La scuola indipendente, di qualunque matrice cul turale, è stata ed è sostanzialmente sopportata quando non guardata con sospetto come potenziale fattore di divisione. Il massimo che le è stato consentito - la parità - come dice la parola stessa, la relega ad essere sostanzialmente una copia, più o meno riuscita, della scuola unica di Stato. E solo nel 2000 - con la Legge 62 che istituisce il sistema scolastico nazionale composto di scuole statali autonome e di scuole paritarie - si riconosce, almeno sulla carta, il ruolo pubblico della scuola non statale. A ben vedere, con l'introduzione della «autonomia» non avrebbe più alcun senso operare distinzioni legate al tipo di gestione. La validità di una scuola autonoma non dipende dall'essere statale o indipendente, ma dal suo progetto educativo. Nel nostro paese però decentramento ed autonomia scolastici sono lontani dall'essere compiuti.
Un diverso compito per lo Stato
in campo educativo:
dalla gestione al governo
Quale via percorrere? Non v'è altra strada che quella del coraggio di applicare fino in fondo, anche al campo dell'educazione, il principio delle libertà realizzate sempre più invocato in tutti i settori delle democrazie laiche e plurali odierne. Questo solo può dare di fatto piena soddisfazione al diritto all'educazione dei genitori e, a partire dalla maggiore età, a quello degli stessi studenti. Diritto che consenta ad enti associati di promuovere liberamente scuole ed università nel Paese. Lo Stato deve rinunciare in linea di massima a farsi attore propositivo diretto di progetti scolastici ed universitari per lasciare questo compito alla società civile. Deve impegnarsi invece a garantire, attraverso opportune forme di accreditamento, le condizioni oggettive di rispetto della Costituzione, soprattutto l'equità nel diritto all'accesso e alla riuscita e la qualità delle proposte formulate. Lo Stato deve passare dalla gestione al puro governo del sistema scolastico-universitario. A questa scelta non osta l'articolo 33 della Costituzione. È necessario però affermare che scuole libere, promosse da liberi attori in forza del principio di sussidiarietà, dovranno attuare anche il principio di solidarietà per garantire l'effettivo e qualificato accesso di tutti all'istruzione gratuita obbligatoria e, a certe condizioni, a quella superiore ed universitaria. E gli organi statali saranno chiamati, attraverso il processo di accreditamento, a rigorose verifiche.
Neutralità scolastica ed egemonia
Eliminare il blocco della scuola unica consentirà di superare due difetti che hanno segnato la nostra storia e segnano il nostro presente nel delicato campo educativo.
Mi riferisco da una parte ad una concezione equivoca della neutralità scolastica, spesso colpevole, dall'altra, di aver trasformato scuole ed università in terreno di lotta per l'egemonia. Si sostiene che la scuola può essere laica solo se neutra, cioè indifferente a tutte le «diversità», ivi comprese quelle etniche, culturali e religiose, destinate a crescere esponenzialmente con la massiccia presenza di studenti di origine straniera. E, cosa del tutto inaccettabile, questa neutralità laica della scuola viene affidata alla scuola «unica» di Stato ritenuta come l'unico modello in grado di garantire una trasmissione di saperi tesa all'armonica convivenza democratica basata su valori comuni, i cosiddetti valori di cittadinanza.
Alla giusta obiezione che nessuna ricerca scientifica a livello di qualsiasi scienza e quindi nessun insegnamento od apprendimento può essere «indifferente» rispetto alla Weltanschauung del soggetto, si crede di rispondere con l'argomento del cosiddetto libero confronto fra le diverse visioni. Secondo i suoi sostenitori questa posizione, consentendo a ciascun educando di compiere la sua sintesi personale, ne esalterebbe la libertà.
Non potendo qui discutere questa tesi pedagogica sarà sufficiente rilevare il dato che gli stessi diritti umani e la stessa democrazia - che, nella visione della scuola neutra u nica, dovrebbero costituirne il quadro portante - sono oggi messi duramente alla prova. La loro universalità «astratta» non sempre riesce a comporsi con l'universalità «concreta» delle culture e delle religioni (in modo particolare di quella islamica). Questa ovvia considerazione basta per dire che anche le giuste esigenze sottese al principio di laicità declinato in una democrazia procedurale non potranno continuare ad essere affidate ad una scuola «unica» di Stato. Tanto più che la crescente frammentazione e pluralità della società italiana, sempre più carica di contraddizioni, è destinata ad aggravare a dismisura la perdita di efficacia educativa di istituzioni scolastiche che continuassero a subire l'inevitabile rigidità ed ingessatura della scuola unica.
In secondo luogo la scuola neutra e laica attuata come scuola unica di Stato ha condotto alla pratica di un'egemonia che contraddice in se stessa l'attuazione delle libertà in una società veramente plurale. Infatti trasforma la scuola de iure pubblica in una scuola de facto privata perché progettata, gestita e governata da gruppi egemoni. Non interessa in questa sede chi abbia esercitato tale egemonia.
I sostanziali vantaggi di un sistema scolastico libero
Lasciarci alle spalle il modello della scuola unica per scegliere fino in fondo la strada dell'attuazione del pieno diritto alla libertà di educazione riconosciuta ai soggetti che ne sono detentori - in primis ai genitori e alle famiglie - presenta invece innegabili vantaggi. Mi limito ad elencarli.
Anzitutto può mettere in moto la forza pedagogica creativa della pluralità dei corpi intermedi che già normalmente agiscono e si confrontano nel Paese.
In secondo luogo può finalmente consentire una autonomia scolastica non formale ma che si eserciti sulle materie, sui programmi, e ancor più sulla cura dei soggetti, che è il fondamento di ogni educazione.
In terzo luogo può raccogliere la sfida di elaborare, con molta maggior efficacia, una cultur a di sintesi, capace di esaltare tutte le diversità. Una simile scuola potrà meglio inserirsi nel processo di «meticciato» di civiltà per orientarlo positivamente.
In quarto luogo permette una sana emulazione e confronto tra scuole, all'interno delle condizioni minime fissate e controllate dallo Stato, per eliminare le situazioni carenti, migliorare la qualità del sistema, fare un uso adeguato delle risorse economiche e realizzare l'eccellenza.
In quinto luogo accelera l'inevitabile processo di integrazione con altri sistemi scolastici europei e non solo, eliminando definitivamente l'anomalia per cui l'Italia è stata fino al 2000 il solo paese, con la Grecia, a identificare scuola pubblica con scuola di stato.
Lo Stato e gli Enti Locali dovrebbero aiutare le famiglie e gli enti intermedi a divenire consapevoli dei propri diritti e ad esercitarli creativamente, anziché continuare a sostituirsi ad essi considerandoli come eternamente incapaci e bisognosi di tutela.
In quest'ottica il diritto all'educazione verrebbe riconosciuto a tutti i soggetti in grado di simili intraprese scolastiche ed universitarie veramente pubbliche, cioè al servizio di tutti. Qualunque scuola libera dovrà essere scuola di tutti e per tutti. In una società laica veramente plurale, in cui la democrazia si fa per procedure, possono infatti trovare posto scuole ed università che optano per diversi modelli pedagogici. Qualsiasi ente le gestisca, toccherà alla libertà dei genitori, degli studenti e dei docenti operare le proprie scelte.
Sarebbe meritorio che, oltre allo Stato, anche tutte le istituzioni locali - Regione, Provincia e Comune - mettessero compiutamente a frutto le competenze di cui già dispongono e si facessero più direttamente carico di questa prospettiva. In ogni caso essa mi sembra improcrastinabile per raccogliere le istanze di articolate libertà, sempre più pressanti da parte della società civile in tutto il Paese.
Il soggetto del sapere: unità pedagogica, pluralità di i stituzioni
Una piena libertà di educazione, poggiata su un sistema effettivamente plurale, è esigita anche dalla molteplicità e complessità delle discipline in cui versa oggi l'oggetto dei saperi che scuola ed università sono chiamate ad elaborare e a comunicare. Questo stato di cose orienta alla formulazione di un «patto educativo» fra famiglia, scuola e i diversi soggetti sociali, culturali ed imprenditoriali perché contribuiscano a liberi progetti educativi. L'educazione infatti è l'esito di una rete di relazioni tra soggetti educanti. È anzitutto un fatto «corale», non una funzione specialistica. Ciò non preclude, anzi comprende, la necessità di distinguere compiti e responsabilità tra i diversi soggetti. Sarebbe utopico contrastare l'elevato tasso di complessità e differenziazione, immaginando un ritorno a forme pre-moderne di comunitarismo.
Una piena libertà di educazione potrebbe inoltre più facilmente consentire quell'unità del soggetto del sapere che a me pare inseparabile dall'aver cura che regge ogni proposta educativa.
L'unità del soggetto del sapere poggia su due principi che possono essere accettati da una società che si vuole autenticamente laica e plurale come quella italiana di oggi. Il principio della conoscibilità del reale e quello della capacità dell'umana ragione di ospitarlo.
I diversi soggetti (corpi intermedi), che in una società veramente democratica godano di una completa libertà di iniziativa scolastica, sono in grado di convenire facilmente sui questi due principi basilari. Infatti tali soggetti, autenticamente liberi anche se legati a particolari e talora divaricanti Weltanschauungen, non divergono sulla apertura della libertà umana alla verità. Divergono se mai sulla misura esatta di questa capacità o sul diametro di questa apertura o sulla definizione più o meno stretta o larga del termine verità. Solo chi cadesse nell'ideologia assoluta che pretenda di affermare, in nome della libertà, l'assenza di ogni livell o anche minimo di verità giungerebbe a negare la possibilità di una scuola veramente libera. Ma una simile posizione configura una società in cui la democrazia è puramente ideologica e la libertà è già venuta sostanzialmente meno.
La strada della scuola e dell'università libera, autonoma e plurale nei soggetti, nei programmi e nei metodi, ma accreditata da organismi istituzionali nazionali e locali, ultimamente rispondenti alla Costituzione, appare la via per una autentica modernizzazione del sistema di istruzione nel nostro Paese