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    Alcune questioni sul manifesto da voi sottoscritto

    Vorrei discutere a proposito del manifesto sottoscritto da Corvaglia, Nicosia, Mat Kava e Antifone68. Esso da una parte mi spinge a porre delle domande di spiegazione di alcuni suoi punti che non sono sicuro di aver completamente compreso nel significato che gli autori effettivamente intendono, dall'altra altre questioni proposte mi hanno fatto riflettere e mi stanno generando un vortice di domande sulle quali sarebbe auspicabile fin da ora confrontarci e poterne discutere liberamente.

    Partiamo dunque dalle richieste di spiegazione sui punti in cui da parte mia sussiste il dubbio di corretta interpretazione del pensiero degli autori.

    - Innanzi tutto la questione economica: personalmente ritengo che come sistema di produzione sia auspicabile, ovunque possibile, la creazione di libere cooperative di 30-40 lavoratori o di aziende a gestione familiare nelle quali tutti i membri siano proprietari dei mezzi di produzione e di conseguenza autogestiscono la stessa cooperativa/azienda, secondo i principi del cooperativismo e del mutualismo. Per quel che riguarda la grande produzione, auspicherei invece l'esistenza di consigli dei lavoratori sul modello machknovista, seppur incentivando gradualmente la riconversione della produzione di beni economici dalla grande produzione alle dimensioni di piccola produzione se non a quelle di autoproduzione ed autoconsumo. Sarebbe un sistema economico nel quale è presente la concorrenza (così da determinare costi marginali veramente favorevoli per i consumatori) e l'allocazione delle risorse avverrebbe secondo i criteri del "libero mercato", intendendo con libero mercato l'accezione più etimologicamente corretta: il libero scambio di beni e servizi tra cooperative, gruppi umani e singoli che da posizioni sostanzialmente egualitarie decidono cosa scambiarsi tra loro così da ottenere, in cambio di beni da loro prodotti in eccedenza, beni che non producono ma di cui hanno bisogno per la propria sussistenza o per il proprio soddisfacimento di bisogni. Tutto ciò, in assenza di una struttura statale burocratica e centralizzata, non porterebbe all'accumulazione di capitali/risorse economiche in mani di pochi a scapito di altri che fanno la fame, ma darebbe a tutti le risorse di cui disporre pur essendo ciascuno impiegato nella produzione di una risorsa singola. Proprio per l'assenza di strutture statali burocratiche e centralizzate (i "comitati d'affari della borghesia") non esisterebbero gli strumenti attraverso cui grandi imprese legittimerebbero, attraverso la legge dello Stato, le rapine sistematiche che oggi compiono; libera concorrenza e libero mercato sarebbero tali senza monopoli, oligopoli, diritti d'autore e quanti altri imbrogli. Sarebbero tali, non da ultimo, anche perché i soggetti sociali avrebbero una sostanziale pari forza contrattuale. E questo è, in larghe linee, il sistema economico che auspico; elaborato indipendentemente da me, ho poi scoperto che non è dissimile da quanto ebbero già a loro tempo ad auspicare Proudhon e Berneri.
    Tornando a noi, mi sembra che il vostro manifesto raccolga da una parte anche molte delle suggestioni da me ivi proposte, citando appunto Proudhon, seppur dall’altra compaiono riferimenti a pensatori dell’anarco-capitalismo (Nozik, Leoni), così come ai “pensatori americani” che sono in una posizione interstiziale tra Produhon/Berneri e gl ianarco-capitalisti (un po’ come Godwin è il precursore delle due correnti che da egli si dimaneranno, quella dell’anarchismo sociale-comunismo libertario e quell’altra dell’anarchismo liberale-individualista). Ora a me pare che tra il “liberismo” propugnato dal Berneri (anche se a me non piace riprendere questo termine, dato il senso comune che esso è arrivato ad assumere nei nostri giorni, pur riprendendone invece molti spunti per quel che riguarda la sostanza che esso sottende) e il “mercantilismo” di Proudhon (termine improprio, in quanto affibiatogli dalla critica marxista) da una parte, e l’anarco-capitalismo dall’altra, vi sia una distanza abissale. Innanzi tutto perché nel particolare gli anarco-capitalisti non disdegnano l’esistenza di multinazionali e grandi aziende sotto il controllo gerarchico di dirigenti, non considerano il diritto dei lavoratori all’autogestione del proprio posto di lavoro, non tengono conto del differente peso contrattuale che i soggetti in siffatto sistema hanno, così negando de facto il libero mercato e la libera concorrenza. Anzi la struttura gerarchica dello Stato viene in parte sostituita dalla struttura ugualmente gerarchica dell’Azienda che si fa essa stessa Stato, dall’altra viene conservata attraverso la polizia e gli sgherri che, nella coerente visione aziendalistica-economicista dello “Stato ultraminimo” protegge solo chi paga il servizio, cioè chi può permetterselo, vale a dire chi ha bisogno di un personale esercito per conservare e riproporre il proprio dominio economico e politico. Più in generale in tale secondo insieme di pensatori è assente qualsiasi attenzione alle categorie di disuguaglianza sociale e di sfruttamento. Così non comprendo come vi possiate definire anche anarco-capitalisti oltre che anarco-comunisti (poco dopo aver negato di essere entrambi) quando il capitalismo è complessivamente e strutturalmente (cioè sia storicamente, sia ideologicamente) legato ai concetti di accumulazione di capitale/profitti, espropriazione di plusvalore ed espropriazione del surplus del lavoro cooperativo, così come all’esistenza di monopoli ed oligopoli; perciò il termine “capitalismo” è a mio avviso da intendere oppositivamente a quel sistema di produzione caratterizzato al contempo dall’autogestione dei mezzi di produzione e dall’allocazione delle risorse attraverso la libera concorrenza in un libero mercato che potremmo definire “liberismo” berneriano - “mercantilismo” proudhoniano, se non “social-liberismo” come alcuni di voi mi pare che proponevano.

    - Diritti sociali: sicuramente sono a favore che ogni persona possa fare ciò che vuole fin quando non nuoce ad altri. Ma al questione è un’altra: siamo sicuri che utilizzando tempo e risorse per battaglie non complessive, ma specifiche (e molto spesso autoreferenziali) come manifestazioni contro il proibizionismo o gay pride non si rischi di perdere di vista il più vasto quadro sociale complessivo ? Me lo chiedo perché sempre più spesso i diritti sociali vengono prima egemonizzati, poi usati ideologicamente dalla sinistra che va da Zapatero a Bertinotti per porre in secondo piano, se non per far passare nel dimenticatoio, le questioni sociali. Occorre tener conto che spesso inoltre, molti dei singoli soggetti che partecipano a tali manifestazioni, hanno interesse solo per il proprio particulare, non essendo interessati ad un cambiamento complessivo della società. Perciò molte persone vanno ai gay pride perché sono omosessuali o sfilano contro il proibizionismo perché piace loro fumare, fottendosene poi dei problemi sociali che non li riguardano, o rimanendo a casa sulla poltrona quando si tratterebbe di manifestare solidarietà con gli operai di una fabbrica o con i precari di un’azienda che scioperano.

    - Morale e moralismo: nel manifesto si riscontra anche una critica del moralismo. Poiché in questo forum si tratta appunto di ri-delineare il pensiero anarchico, mi domando se la questione non sia piuttosto un’altra che scandalizzarsi se qualcuno è moralista. Non condivido perciò l’assunto dell’anarchismo classico per cui un anarchico non possa essere moralista, e la morale è ricacciata al pari delle religioni, dello Stato e quant’altro. A mio avviso la libertà individuale parte dal diritto di ognuno di pensare e dire ciò che vuole. Si può insomma essere al tempo stessi anarchici e considerare – a livello personale – il bere alcool una pratica deleteria, o considerare il girare nudi per la città come qualcosa d’inopportuno. Il vero libertario non è necessariamente colui che non è moralista, ma anche colui che, pur considerando deleteri o cattivi alcuni comportamenti umani, riconosce ad altri la libettà di compierli, e non auspica decreti o leggi per reprimerli (per quanto male ne possa pensare). Altrimenti si rischierebbe anche di creare un “moralismo anarchico” che arrivi a delegittimare il libero pensiero di alcuni e a porre etichette di ortodossia anarchica.

    Passiamo ora alle domande scaturite dalla riflessione sulle quali vorrei riflettere:

    - I rischi de “l’uomo nuovo”: seppur non si affronta tale questione nel manifesto, dedicherei alcune righe a questo problema. In una revisione dell’anarchismo e del pensiero libertario una delle cose da fare a mio avviso è sfatare il mito della creazione de “l’uomo nuovo”, utopia comune alle ideologie sorte all’interno del movimento operaio che a mio avviso rischia di sottintendere la creazione di un uomo “perfetto” (cioè a immagine e somiglianza di un’ideologia) , che è anche conformista e “fatto con lo stampino”, identico agli altri. Insomma una cosa mostruosa che più che all’anarchia rassomiglia a qualche confessione religiosa cristiana millenarista. Preferisco un mondo in cui, accanto all’assenza di sfruttamento dell’uomo sull’uomo, vi sia anche un’umanità fatta di differenze, per cui il pigro, il folle, la contadina bigotta, l’oste disonesto continuino ad esistere nella loro essenza anziché essere ridotti ad automi.

    - Il fallimento dei tentativi rivoluzionari: l’anarchismo non è in crisi da alcuni anni, bensì almeno dalla rivoluzione d’ottobre, nonché poi in seguito con il fallimento dell’esperimento della rivoluzione spagnola. Sì tratta sì, di ripensarlo nuovamente, interrogandosi come e in che modalità.

    - Aspettive politiche ed organizzative: entrismo e/o organizzazione. Una delle prime cose che farei per ripensare l’anarchismo ed il pensiero libertario è domandarmi se e come organizzarsi. Ci si deve organizzare ? Cosa creare se la risposta è affermativa ? Un centro studi o un circolo d’azione politica ? Come agire ? Facendo controinformazione, partecipando attivamente a lotte, se entrambi in che misura ? Come trasformare la realtà ? E’ possibile fare entrismo in un partito politico (possibilmente in uno che non appoggi il governo statalista) ? Aderire inoltre alla FAI, quantomeno perché rappresenta l’unica sigla dell’anarchismo organizzato e lascia un ampio margine alle sue singole individualità e gruppi ?

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  2. #2
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    Predefinito l’anarchismo individualista è capitalista?

    La risposta in breve è che non lo è. Tutti gli anarchici individualisti erano contro lo sfruttamento del lavoro e tutte le forme di reddito non-lavorativo (come il profitto, gli interessi e l’affitto) e la proprietà. Quindi è profondamente anti-capitalista e molti anarchici individualisti, incluso Benjamin Tucker, si considerano socialisti (infatti, Tucker spesso definiva la sua teoria 'Socialismo Anarchico’).

    Perciò in questa sezione delle FAQ anarchiche spieghiamo perchè gli anarchici individualisti non possono essere classificati come ‘antenati’ dei libertari fasulli della scuola ‘anarco’-capitalista. Piuttosto devono essere (data la loro opposizione alla schiavitù dei salari, alla proprietà, interessi, affitto e profitto capitalisti, nonchè il loro interesse nell’uguaglianza e la cooperazione) classificati come socialisti libertari, cioè parte dell’ala liberale del pensiero anarchico. Quindi nonostante alcune delle loro idee coincidano con quelle della scuola ‘anarco’-capitalista, essi non sono capitalistici, tanto quanto la coincidenza delle loro idee con l’anarco-comunismo non li rende comunisti.



    In questo contesto, la creazione dell’'anarco'-capitalismo può essere vista come un’ennesima tattica dei capitalisti tesa a rinforzare la percezione pubblica che non ci sono alternative attuabili al capitalismo, dicendo cioè che ‘perfino l’anarchismo implica il capitalismo’. Per giustificare questa asserzione, hanno cercato nella storia dell’anarchismo qualche tendenza del movimento che può essere utilizzata a tale proposito. Pensano di aver trovato tale tendenza negli anarchici individualisti.

    Però, come abbiamo già visto, per sua definizione –in quanto opposizione all’autorità gerarchica- tutte le tendenze dell’anarchismo sono incompatibili con il capitalismo. Come disse Malatesta, “l’anarchia, quale l’intende il partito anarchico, e quale solo può essere intesa, è basata sul socialismo. Anzi se non fossero quelle scuole socialiste, che scindono artificiosamente l’unità naturale della questione sociale e ne considerano solo qualche parte staccata,… noi potremmo dire addirittura che anarchia è sinonimo di socialismo, poichè l’una e l’altro significano l’abolizione della dominazione e dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, sia che vengano esercitati mediante la forza della baionette sia mediante l’accaparramento dei mezzi di vivere.” Senza socialismo, la libertà (cioè il liberismo) è solamente “libertà… dei forti, pei proprietari, di opprimere e sfruttare i deboli, quelli che non hanno nulla… e mette capo pure allo sfruttamento ed alla dominazione cioè all’autorità… poichè la libertà non è possibile senza l’eguaglianza, e l’anarchia vera non può esistere fuori della solidarietà, fuori del socialismo.” [Anarchia, p.47 e p.46]



    Nonostante ciò, tra gli individualisti troviamo un anarchismo che si avvicina al liberalismo ‘classico’ e che è influenzato dalle idee di Herbert Spencer, un classico liberale e capitalista proto-libertario. Questa influenza, come notò Peter Kropotkin a suo tempo (ad esempio, in Modern Science and Anarchism), fece sì che anarchici individualisti come Ben Tucker supportassero la teoria contrattualista nel nome della libertà, apparentemente senza essere consapevoli delle relazioni sociali autoritarie che essa poteva implicare, come si puo’ vedere nel capitalismo. Perciò, questa sezione puo’ essere considerata in parte come una continuazione della discussione cominciata nella sezione A.3.

    Pochi teorici sono completamente coerenti. Dati l’anti-statismo e l’anti-capitalismo inflessibili di Tucker, è probabile che se avesse realizzato l’implicito statismo della teoria contrattualista, avrebbe modificato il suo punto di vista in modo da eliminare la contraddizione. E’ comunque comprensibile perchè non lo abbia fatto; giacché immaginava l’anarchismo individualista come una società di lavoratori, non una di capitalisti e lavoratori. La sua opposizione all’usura implica logicamente lavoro artigiano e co-operativo - che la gente venda i prodotti del proprio lavoro piuttosto che il lavoro stesso - il che implica a sua volta auto-gestione della produzione (e quindi società), non autoritarismo. Nonostante cio’, è su questa incoerenza – l’aspetto non-anarchico dell’anarchismo individualista - che ‘libertari’ di destra come Murray Rothbard scelgono di concentrarsi, ignorando il contesto anti-capitalista in cui si trova questo aspetto dell’individualismo. Come dice David Wieck:



    "Dalla storia della teoria e attività anarchica Rothbard ha tirato fuori una sola tendenza, quella individualista, e definisce quell’individualismo in una maniera estranea perfino allo spirito di un Max Stirner o un Benjamin Tucker, ai quali presumo si rifaccia – per non parlare di quanto il suo metodo sia alieno allo spirito di Godwin, Proudhon, Bakunin, Kropotkin, Malatesta, e le persone storicamente anonime che con le loro azioni e idee hanno tentato di dare all’anarchismo un significato vivente. Da questa tendenza Rothbard artificiosamente crea un’ideologia borghese in più.” [David Wieck, "Anarchist Justice", Nomos XIX, pp. 227-228]

    E’ su questa premessa che discutiamo le idee di gente come Tucker. Come dimostrerà questa sezione, anche nella sua forma piu’ liberale, individualista ed estreme l’anarchismo era fondamentalmente anti-capitalista. Qualsiasi concetto l’’anarco’-capitalismo importi dalla tradizione individualista ignora il contesto sociale del lavoro autonomo e della produzione artigiana in cui sorsero questi concetti, trasformandoli quindi in un qualcosa di radicalmente differente rispetto alle intenzioni dei loro ideatori.

    Non è un tributo adeguato agli anarchici individualisti il fatto che le loro idee siano associate oggi col capitalismo che chiaramente odiavano e volevano abolire.

  3. #3
    Antifonte68
    Ospite

    Predefinito

    Innanzi tutto la questione economica

    Non vedo come tu possa predeterminare a tavolino la dimensione delle imprese. Altro discorso è avere delle preferenze. Io sono a favore di libere reti di lavoratori autonomi.
    Non condivido l'idea di scambio delle eccedenze, perchè lascia intendere che uno debba produrre da sè un po' tutto quello che gli serve (autoproduzione e autoconsumo), mentre credo in una sana divisione dei compiti. Io ad esempio non saprei nè coltivare zucchine, nè fabbricare vasi, per cui avrei bisogno di rivolgermi interamente al mercato per tale fabbisogno; e credo di non essere l'unico.
    A proposito di quanto dici sui grandi monopoli e lo Stato sono invece d'accordo.
    Sull'anarco-capitalismo hai ragione a denunciare, come noi facciamo da sempre, le degenerazioni e i limiti, ma resta valido il riferimento, ad esempio come operato da David Friedman e Riccardo La Conca, al sistema del libero mercato come sistema orizzontale e per nulla gerarchico.
    Sul termine "capitalismo" hai ragione che regna molta confusione. A nostro avviso, al di là della denominazione, si tratta di un fenomeno fiorito all'ombra dello Stato, sicchè un mercato senza Stato avrebbe un'immagine completamente diversa dall'attuale sistema delle multinazionali, che sono divenute di fatto delle articolazioni dei potere pubblico.
    Quanto alle definizioni se ne possono trovare mille. Noi abbiamo proposto anche Left free market anarchism, proprio per distinguerci dagli anarco-capitalisti di destra.


    - Diritti sociali

    Non ricordo che nel manifesto si parli di gay pride. Certo è che consideriamo centrali le questioni riguardanti la cosiddetta autoproprietà del corpo (sesso, droga e bebop), come fondamenti di un'opzione libertaria non moralista e parruccona, ma godereccia e libertina.
    Ciò non significa affatto che non siamo sensibili alle questioni sociali: nel manifesto è detto chiaramente che lo smantellamento dei privilegi non deve affatto partire dai lavoratori, come ad esempio hanno fatto i radicali col referendum sull'art. 18 dello Statuto dei lavoratori. E sosteniamo tutte le lotte spontanee dei sindacati libertari e autonomi dei lavoratori stessi.

    - Morale e moralismo

    Se un anarchico vuole essere moralista, faccia pure, ma non tanto, perchè siamo convinti che il tuo moralismo finisca col far male anche agli altri, a noi, finendo donl'avallare le normative repressive che combattiamo.
    Poi a livello personale, ognuno può fare il cavolo che vuole, anche non bere alcol, come dici tu, come del resto non lo bevo io.



    - Aspettive politiche ed organizzative: entrismo e/o organizzazione.

    Il bello è che tutte le tue proposte mi trovano in linea di massima consenziente e non le trovo affatto incompatibili l'una con l'altra. Qualcosa di simile a un centro studi potrebbe essere un primo passo, mentre per far politica organizzati, in un modo o nell'altro, bisogna forse aspettare di essere qualcuno in più.

  4. #4
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    forse sbaglio ma mi pare che tu parli di una società anarchica in cui ancora esistono i soldi????.........finche esisteranno i soldi esisterà la speculazione i furti gli azionisti???!!!

  5. #5
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    Citazione Originariamente Scritto da Lucrezia666 Visualizza Messaggio
    forse sbaglio ma mi pare che tu parli di una società anarchica in cui ancora esistono i soldi????.........finche esisteranno i soldi esisterà la speculazione i furti gli azionisti???!!!
    A mi oavviso i soldi, almeno originariamente, non sono altro che un "baratto diferito nel tempo". Il problema non è l'esistenza o meno dei soldi ma, ammesso che esisteranno, che siano da intendersi nell'unico loro valore di scambio e non nel valore d'uso.

  6. #6
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    a parer mio sarebbe meglio uno scambio di materie,tempo,lavoro,servizi etc...non cè bisogno dei soldi per far questo esistono già molte banche del tempo ad esempio e funzionano benissimo

  7. #7
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    Citazione Originariamente Scritto da Lucrezia666 Visualizza Messaggio
    a parer mio sarebbe meglio uno scambio di materie,tempo,lavoro,servizi etc...non cè bisogno dei soldi per far questo esistono già molte banche del tempo ad esempio e funzionano benissimo
    A mio parere non è tanto un problema di uso del denaro ma di impostazione sul valore del denaro. Prima la moneta era moneta di metallo e come tale il suo valore era commisurato al valore intrinseco del metallo stesso (valore che era proporzionale all'uso che ne veniva fatto, al suo utilizzo nel lavoro e nella vita quotidiana, alle capacità fisiche di lavorazione dello stesso: malleabilità e duttilità). Ora il denaro come cartamoneta (e con l'avvento delle carte di credito nemmeno quello) ha un valore intrinseco solo nominale che viene dato dall'accettazione passiva delle masse. Una banconota da cento euro oggi ha un valore che noi accettiamo che abbia, nella realtà è un pezzo di carta stampata che ha il valore reale di un pezzo di carta e dell'inchiostro utilizzato. E' questa mancanza di valore reale a creare gli squilibri. Prima questa schizofrenia valutaria era colmata almeno in parte dalle riserve auree delle nazioni che emettevano valuta (tanta cartamoneta per quanto oro lo stato possedeva), ora non è più così, anzi la tendenza del valore del denaro è sempre più quella di rendere reale n valore virtuale. Si pensi agli scambi borsistici. Miliardi di valuta che si spostano in secondi da un capo all'altro del pianeta senza esistere realmente ma nonosante tutto gli effetti del valore virtuale diventano poi reali nella vita quotidiana. E' una e a mio parere la più grande contraddizione interna del capitalismo neoliberista occidentale odierno. E' un sistema destinato al collasso.

    A luta continua

  8. #8
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    in realtà ancora funziona il metodo di coniazione dei soldi in base alle riserve auree dei vari paesi.......e quindi da qui inizia proprio il processo di speculazione e di diversificazione tra paesi poveri e ricchi etc etc......

  9. #9
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    Citazione Originariamente Scritto da Lucrezia666 Visualizza Messaggio
    in realtà ancora funziona il metodo di coniazione dei soldi in base alle riserve auree dei vari paesi.......e quindi da qui inizia proprio il processo di speculazione e di diversificazione tra paesi poveri e ricchi etc etc......
    Solo nominalmente. Dalla seconda guerra mondiale in poi soprattutto da parte degli Stati Uniti è iniziata la pratica di stampare denaro al di sopra delle riserve auree, molto al di sopra. Altrmenti perchè credi che sia collassata l'Argentina?

    A luta continua

  10. #10
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    ecco vedi perche non è il caso di continuare a dare valore ad oggetti che in realtà non hanno piu valore di una pietra,anche l'oro ha il valore che ha soloperche glielo abbiamo dato noi ,una volta tra tribu rurali si dava valore alle conchiglie,non importa l'oggetto in se stesso a cui dai valore importa quello che poi comporta...........le uniche cose che hanno valore vero sono lo scambio di lavoro tempo servizi materie prime o finite.

 

 
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