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Discussione: Feudalesimo libertario

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    Umbria. Dove regna "Il Capitale" oggi più spietatamente. Votano la guerra, parlano di pace... sinistra "radikale", sei peggio dell'antrace ! Breaking news: (ri)nasce il partito dell'insurrezione !
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    Predefinito Feudalesimo libertario

    Il "feudalismo libertario" sarebbe l'idea di società che a lunghissimo tempo desidererei e mi immagino come ideale. E' un termine da me inventato. Riassumendolo, si può affermare che sia un "feudalesimo senza feudatari" per dirla con Mangabeira Unger, quindi sostanzialmente libertario, antigerarchico e non coercitivo, un feudalesimo in cui ad essere feudatari sono tutte le persone residenti in una regione (feudo), che su basi di parità di diritti e di equità sociale detengono e autogestiscono gli strumenti e i mezzi di produzione.

    Dal punto di vista socio-economico l'attività produttiva si comporrebbe di cooperative (aziende e botteghe di piccole dimensioni, 30-40 persone al massimo, dirette dal basso, la cui proprietà sia dei lavoratori che si associno tra di loro in cooperativa, detenendone i mezzi di produzione), di "sistemi familiari" (attività economiche simile al cooperativismo, ma gestito attraverso direzione familiare o da gruppi umani ugualmente ristretti, come nei campi dell'artigianato o della vendita al dettaglio), presenza, accanto a terre comuni, di terre la cui gestione ed usofrutto è gestita autonomamente a livello familiare o da gruppi umani di uguali dimensioni ristrette. Assumerebbero un particolare ruolo i "sindacati" o le "gilde", espressi dal basso, nel regolare sia possibili controversie interne ad una cooperativa, sia per regolare i rapporti esterni tra le diverse cooperative e famiglie e tra i diversi settori produttivi. In tale sistema verrebbe meno anche la forma politica dello Stato, rimpiazzata sia dal ruolo dei sindacati-gilde di cui ho appena detto, sia da reti decisionali dal basso che agiscono seguiendo principi di democrazia diretta (i "sodalizi"; in questo senso anche i sindacati sono un particolare tipo di "sodalizio" nella dimensione socio-economica-lavorativa). Essendo una società su scala più piccola dellì'attuale, a dimensioni umane, in cui vi è interscambio e interdipendenza, vendita ed acquisto dei prodotti seguirebbero la legge della domanda e dell'offerta realizzando una forma di concorrenza perfetta che nel liberal-capitalismo non è possibile per disparate ragioni, mentre altri scambi avverrebbero secondo la logica del dono di cui parla Latouche.

    Dal punto di vista culturale la necessità di individuare un nuovo sistema di pensiero è sorta in me dopo aver percepito la necessità di una rottura radicale con ciò che è stato il socialismo classico. La necessità di questa rottura radicale con il socialismo classico deriva, da un lato, dal fatto che col tempo si sono fatte strada nel pensiero europeo sempre più sensibilità che sempre con maggiore difficoltà si riesce a costringere all'interno della definizione di "socialismo": basti pensare alle idee sulla "Decrescita", sulla "Banca del Tempo", o alle altre simili idee di Ivan Illich. Difficilmente la parola "socialismo" sarebbe in grado di indicare un approccio che metta in discussione lo sviluppo e proponga una riduzione dei consumi, nonché di buona parte della tecnologia nei casi in cui ritenuta distruttiva. E questo anche poiché il socialismo classico e il marxismo nascono in un periodo in cui l'industrializzazione è quasi universalmente accettata e incoraggiata, nella quale lo scontro non è sul mito del progresso, ma su quale mito di progresso adottare. Un'altra motivazione è che sempre più il marxismo, oltre ad avere costitutivamente questi limiti, ne ha assunti altri snaturando l'idea originaria. Così oggi non ci stupiamo nel vedre comunisti a braccetto con la grande finanza (quanto liberali e nazifascisti lo sono con la grande industria) e farne gli interessi della Goldman&Sachs. Non ci stupiamo nel sapere che Ceausescu era uno dei più grandi finanziatori dell'FMI.

    Dal punto di vista ontologico-culturale nasce così l'esigenza di "avere le mani libere", di "andare oltre" gli schemi precostituiti, di muoversi continuamente sperimentando il nuovo, senza rischiarte di restare ingabbiati nei folkloristici sbandieratori di bandiere rosse falce e martello, ormai sempre più strumentalizzati per giochi di potere d'altri con cui nulla ho a che spartire.
    C'è l'esigenza di riaffermare una visione spirituale del mondo, essendo anche questo un efficace strumento di ribellione e di resistenza al moderno utilitarismo ed economicismo della globalizzazione. C'è l'esigenza di recuperare un mondo colorato e "magico" in cui l'uomo è in armonia con la natura per unirlo con le istanze di giustizia sociale e di equità.

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  2. #2
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    Citazione Originariamente Scritto da Esmor Visualizza Messaggio
    Il "feudalismo libertario" sarebbe l'idea di società che a lunghissimo tempo desidererei e mi immagino come ideale. E' un termine da me inventato. Riassumendolo, si può affermare che sia un "feudalesimo senza feudatari" per dirla con Mangabeira Unger, quindi sostanzialmente libertario, antigerarchico e non coercitivo, un feudalesimo in cui ad essere feudatari sono tutte le persone residenti in una regione (feudo), che su basi di parità di diritti e di equità sociale detengono e autogestiscono gli strumenti e i mezzi di produzione.

    Dal punto di vista socio-economico l'attività produttiva si comporrebbe di cooperative (aziende e botteghe di piccole dimensioni, 30-40 persone al massimo, dirette dal basso, la cui proprietà sia dei lavoratori che si associno tra di loro in cooperativa, detenendone i mezzi di produzione), di "sistemi familiari" (attività economiche simile al cooperativismo, ma gestito attraverso direzione familiare o da gruppi umani ugualmente ristretti, come nei campi dell'artigianato o della vendita al dettaglio), presenza, accanto a terre comuni, di terre la cui gestione ed usofrutto è gestita autonomamente a livello familiare o da gruppi umani di uguali dimensioni ristrette. Assumerebbero un particolare ruolo i "sindacati" o le "gilde", espressi dal basso, nel regolare sia possibili controversie interne ad una cooperativa, sia per regolare i rapporti esterni tra le diverse cooperative e famiglie e tra i diversi settori produttivi. In tale sistema verrebbe meno anche la forma politica dello Stato, rimpiazzata sia dal ruolo dei sindacati-gilde di cui ho appena detto, sia da reti decisionali dal basso che agiscono seguiendo principi di democrazia diretta (i "sodalizi"; in questo senso anche i sindacati sono un particolare tipo di "sodalizio" nella dimensione socio-economica-lavorativa). Essendo una società su scala più piccola dellì'attuale, a dimensioni umane, in cui vi è interscambio e interdipendenza, vendita ed acquisto dei prodotti seguirebbero la legge della domanda e dell'offerta realizzando una forma di concorrenza perfetta che nel liberal-capitalismo non è possibile per disparate ragioni, mentre altri scambi avverrebbero secondo la logica del dono di cui parla Latouche.

    Dal punto di vista culturale la necessità di individuare un nuovo sistema di pensiero è sorta in me dopo aver percepito la necessità di una rottura radicale con ciò che è stato il socialismo classico. La necessità di questa rottura radicale con il socialismo classico deriva, da un lato, dal fatto che col tempo si sono fatte strada nel pensiero europeo sempre più sensibilità che sempre con maggiore difficoltà si riesce a costringere all'interno della definizione di "socialismo": basti pensare alle idee sulla "Decrescita", sulla "Banca del Tempo", o alle altre simili idee di Ivan Illich. Difficilmente la parola "socialismo" sarebbe in grado di indicare un approccio che metta in discussione lo sviluppo e proponga una riduzione dei consumi, nonché di buona parte della tecnologia nei casi in cui ritenuta distruttiva. E questo anche poiché il socialismo classico e il marxismo nascono in un periodo in cui l'industrializzazione è quasi universalmente accettata e incoraggiata, nella quale lo scontro non è sul mito del progresso, ma su quale mito di progresso adottare. Un'altra motivazione è che sempre più il marxismo, oltre ad avere costitutivamente questi limiti, ne ha assunti altri snaturando l'idea originaria. Così oggi non ci stupiamo nel vedre comunisti a braccetto con la grande finanza (quanto liberali e nazifascisti lo sono con la grande industria) e farne gli interessi della Goldman&Sachs. Non ci stupiamo nel sapere che Ceausescu era uno dei più grandi finanziatori dell'FMI.

    Dal punto di vista ontologico-culturale nasce così l'esigenza di "avere le mani libere", di "andare oltre" gli schemi precostituiti, di muoversi continuamente sperimentando il nuovo, senza rischiarte di restare ingabbiati nei folkloristici sbandieratori di bandiere rosse falce e martello, ormai sempre più strumentalizzati per giochi di potere d'altri con cui nulla ho a che spartire.
    C'è l'esigenza di riaffermare una visione spirituale del mondo, essendo anche questo un efficace strumento di ribellione e di resistenza al moderno utilitarismo ed economicismo della globalizzazione. C'è l'esigenza di recuperare un mondo colorato e "magico" in cui l'uomo è in armonia con la natura per unirlo con le istanze di giustizia sociale e di equità.
    condivido completamente parola per parola

 

 

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