di Daniele Scalea

“Questione ebraica” era un’espressione molto in voga alla fine del XIX secolo e nella prima metà dello scorso. Con essa, s’esprimeva la preoccupazione per il fenomeno del sempre più spiccato identitarismo della popolazione ebraica europea. Di “questione ebraica” parlavano tanto i nazionalisti giudaici (”sionisti”) quanto i più accaniti antisemiti. Non si trattava cioè d’un giudizio di merito, ma della considerazione d’un fatto oggettivo creatosi in quegli anni. Questo fatto si potrebbe riassumere come segue: la diaspora ebraica in Europa, rimasta sempre segregata (per via di reciproche incomprensioni, diffidenze e ostilità) rispetto alle genti autoctone, subendo l’influsso dei tempi s’era progressivamente laicizzata senza però perdere la propria identità, bensì rafforzandola in un’ideologia ch’è il corrispondente giudaico del nazionalismo europeo, cioè il sionismo. Come tutti i nazionalismi moderni, anche il sionismo poggiava sull’idea che il popolo di riferimento (quello ebraico, in questo caso) costituisse un’entità etnica, linguistica e culturale ben definibile atemporalmente (potremmo dire: “metastorica”), una “nazione” in qualche modo “speciale” e “superiore”. Tali arroganti pretese, lo ripetiamo, furono caratteristiche di ogni nazionalismo: ma quello ebraico non trovò difficoltà ad inculcarle nei suoi accoliti, giacché proprio l’elezione divina era stato (ed è, in versione religiosa-tradizionale o laico-moderna) l’elemento cardinale della civiltà giudaica. Tale sentimento di “estraneità” del nucleo ebraico nei confronti dello Stato ospite era acuito proprio dal montante nazionalismo delle popolazioni europee che, nella sua pretesa d’omogeneità etnica e culturale del popolo, non poteva che ravvisare nei giudei un corpo estraneo da eliminare; d’altro canto, proprio il sionismo supportava questa necessità. Da qui la “questione ebraica”: estrarre l’elemento “perturbatore” ebraico dagli Stati-nazione europei, con la necessità, però, di trovargli una nuova sistemazione. Tutto il resto è storia nota, eccetto forse due particolari che, perciò, espliciteremo. Il primo è che la “questione ebraica”, per quanto fosse sollevata con particolare vigore (e spesso violenza) da Hitler e, in subordine, Mussolini, era un problema dibattuto in tutta Europa ed anche (seppur con sfumature diverse, più religiose) negli USA: dopo il 1945 s’è cercato di cancellare questa verità, ormai considerata imbarazzante. Il secondo elemento da sottolineare è che gran parte degli Ebrei d’Europa rimasero estranei al sionismo fino all’inizio delle persecuzioni razziali da parte dei nazisti: solo il trauma dell’internamento e dei lavori forzati spinse molti ad abbandonare l’Europa ed a sviluppare una propria identità nazionale ebraica. Ciò non ostante, l’adesione al progetto sionista denominato “Israele” è stato, ancora nei decenni successivi, complessivamente molto limitato: basti pensare che vi sono più ebrei nello Stato di New York che in Israele, e che pure la relativamente piccola popolazione di questa entità colonialista è stata alimentata per lo più dall’emigrazione degli ebrei dell’Europa Orientale (i quali, detto per inciso, spesso non possono vantare nessuna minima ascendenza dal popolo biblico, giacché la maggioranza discende dai Chazari, una gente turanica stabilitasi sul Mar Nero intorno all’anno 650, e colà convertitasi in massa al giudaismo). Prova ne sia anche il fatto che, ancora negli anni ‘70, la maggior parte degli Ebrei in Europa (e soprattutto in Italia) s’identificava con una sinistra comunista decisamente filo-araba e anti-sionista.

Da allora, però, le cose sono cambiate. Al pari di tutti gli altri Europei, dopo la caduta del Muro di Berlino anche gli ebrei comunisti hanno seguito la transumanza verso il liberalismo, con tutti i suoi corollari - in primis l’imperialismo, che qui ci sta più a cuore. Tale conversione ha fatto venir meno qualsiasi residuo motivo antisionista e, di fatto, ha segnato una vera e propria adesione in massa degli Ebrei europei al sionismo. Ormai da anni la comunità ebraica italiana (che, non ostante l’esiguità numerica - circa 50.000 componenti - conta su un’enorme potenza mediatica) agisce da procuratore degl’interessi d’Israele nel nostro paese: attacca politici, cittadini e gruppi che s’oppongono al colonialismo sionista, impartisce direttive di politica estera ai governanti italiani, diffonde notizie false o tendenziose circa gli eventi palestinesi. Addirittura, recentemente è arrivata ad imbastire “spedizioni punitive” contro i cittadini italiani che si permettono d’esternare legittimamente il proprio dissenso alle azioni criminali dell’entità sionista. In tale azione di lobbying è stata sostenuta anche dall’ambasciatore israeliano in Italia, tale Ehud Gol, unico diplomatico nel nostro paese che ha il diritto di mettere il becco in qualsiasi cosa accada nel “Belpaese”, dalla politica interna alla cronaca alla cultura. La comunità ebraica italiana può contare, inoltre, su un numero molto alto (sproporzionato, rispetto al suo peso numerico entro la popolazione del Paese) di giornalisti nelle maggiori testate nazionali (Gad Lerner, Fiamma Nirenstein, Stefano Jesurum, Renato Mannheimer, ecc.) - oltre a decine e decine di “gentili” sostenitori esterni del sionismo. La posizione dei giornalisti ebrei in Italia è diventata palesemente partigiana, totalmente schierata con Israele spesso in modo anche isterico e violento. Sono loro che, più di tutti, hanno promosso l’equiparazione antisionismo=antisemitismo, con il chiaro intento di criminalizzare (per ora moralmente, in futuro sperano anche penalmente) qualsiasi opposizione al regime razzista ed espansionista di Tel Aviv. Poche decine di migliaia d’italiani - che però riescono a farsi sentire, da soli, più di tutti gli altri 56 milioni - che tra l’altro antepongono alla propria italianità la fedeltà ad uno Stato estero, Israele, stanno cercando di manipolare la popolazione e la classe dirigente italiana affinché si metta a totale disposizione del sionismo. Ora dobbiamo chiederci: è ciò legittimo?

Senz’altro, se ci trovassimo in una società analoga a quella nazionalista descritta all’inizio di quest’articolo, allora dovremmo dire che la comunità ebraica è un intruso intollerabile, un dente cariato da strappare: ma oggi le cose sono cambiate. Solitamente, si descrive l’attuale società come “pluralista”, ed io sarei dell’opinione d’accettare questo termine, pur con una doverosa e importante precisazione. Ogni società si giustifica attraverso un’ideologia, per cui s’autoesalta e descrive in modo diverso da com’è in realtà. Così come la società nazionalista non era un blocco monolitico, concorde e tutto teso verso un solo obiettivo, ma sappiamo ch’essa in realtà era lacerata da contrasti sociali e politici; allo stesso modo la società pluralista non è il regno della libertà, dove ognuno pensa e fa ciò che vuole. Invero, essa è un tipo di società dove agiscono una pluralità d’individui, gruppi e interessi, laddove i più forti vanno a comporre una composita “classe dirigente”, che da tale posizione di forza si confronta col resto della popolazione, prediligendo quando possibile la manipolazione (l’inganno) sulla repressione (la forza). E’ proprio questa classe dirigente a fissare i limiti entro i quali è effettivamente esercitabile la libertà di pensiero ed espressione, cioè il “politicamente corretto”. Ora, in tale tipo di società pluralista, è legittimo che un gruppo di persone adotti una propria identità specifica, anche collegabile ad uno Stato estero, ed agisca per questo in qualità di quinta colonna. Certo, obbietterebbe qualcuno, ciò ch’è concesso agli Ebrei, in Italia e in Europa, non è neppure ipotizzabile per altri gruppi etnici, religiosi o politici: proviamo solo a pensare cosa succedesse se le comunità musulmane o arabe inneggiassero alla resistenza contro l’imperialismo e il colonialismo! Rispondiamo però che quest’addebito non andrebbe avanzato agli Ebrei, bensì a quei media e a quelle istituzioni che, mentre danno pieno appoggio all’estremismo sionista, bollano (e puniscono) come “terrorista” qualsiasi ambizione patriottica o dignità particolare ravvisata in altri settori della società, siano essi immigrati, musulmani, o esponenti delle correnti politiche cosiddette “estreme”.

Proviamo però a formulare diversamente la domanda: è giusto che gli Ebrei - laddove esercitano il proprio diritto all’adozione d’una identità particolaristica, all’azione da quinta colonna d’uno Stato straniero, ed alla pressione lobbystica sulle istituzioni italiane - considerino legittima esclusivamente la propria posizione, mentre criminalizzano quelle loro antagoniste e ne invocano la repressione manu militari? La risposta è senza dubbio negativa. Questa è la nuova “questione ebraica” dei giorni nostri.