La Nuova Sardegna
29 agosto 2006
L’ISOLA CHE CAMBIA
Sul dossier dedicato alla regione dalla rivista di Goffredo Fofi dibattito con Giulio Angioni e Pinuccio Sciola «Lo Straniero» e la Sardegna
Dalle basi al cinema, da Renato Soru alla letteratura
Pubblichiamo uno stralcio del
pezzo dello scrittore Alberto Capitta
sull’ultimo numero della
rivista «Lo Straniero».
di Alberto Capitta
L a Sardegna come si sa ì
un enorme poligono, un
parco giochi per ragazzacci
che si divertono a giocare
alla guerra. Se ne vedono e
se ne sentono ogni giorno di
tutti i colori. Bombardieri, caccia,
sommergibili a testata nucleare,
portaerei, esercitazioni
in cielo in mare e in terra con
gente che sparacchia qua e là
tutto il giorno, bombe che cadono
in mare, aerei che precipitano,
barche da pesca che colano
a picco; insomma ci si bombarda
e ci si silura come beceri ragazzi
della via Paal. Ebbene in
tutto questo putiferio di proiettili
vaganti la gente, dico la
gente, non trova la minima esigenza
di farsi sentire, a parte i
diretti interessati, come i pescatori
di Teulada per esempio.
Ma se si entra in un bar,
se si sale su un autobus, se si
va a fare la fila alle poste a Olbia
come a Oliena, a Villacidro
come ad Abbasanta, difficilmente
si sente parlare di questo
come di un problema pressante
e di tutti. Perché la gente
non la sente come una priorità.
Perché sono problemi di
Teulada dove ì di stanza la base
Nato, o di La Maddalena, dove
ì la base Usa. Perché la regione
ì attraversata da una fitta
serie di muretti a secco che
sembrano confinare i paesi nel
recinto di un loro specifico ed
esclusivo interesse.
Il caso La Maddalena però
merita un’analisi a parte. [...]
Quando, nel 1972, gli americani
fecero il loro ingresso nell’arcipelago,
i maddalenini
non solo non sentirono il dovere,
o la necessità, di esprimere
un loro dissenso, ma si posero
quasi a difesa della base sbeffeggiando
e boicottando chiunque,
giungendo dall’esterno,
arrivasse a manifestare la propria
indignazione nei confronti
delle forze Nato. Ricordo almeno
tre occasioni in cui questo
avvenne e la scena ì sempre
la stessa: il corteo dei manifestanti
lungo le vie del paese
e i maddalenini ai lati indispettiti
e indisponenti. È una scena
surreale e si ì ripetuta per
anni. E tutto ciò mentre sul loro
mare veniva spalmata come
un unguento la leucemia. Perché
di questo stiamo parlando,
di Torio 234, di Uranio, di Cesio,
di radioattività, di reattori
nucleari, armamenti atomici.
Sostanze che proprio sull’isola
di La Maddalena hanno già generato
una serie di linfomi e
leucemie e tumori ai testicoli.
Stiamo parlando di plutonio,
la cui dispersione di un solo
chilo di sostanza nell’ambiente
sarebbe in grado di provocare
diciotto miliardi di cancri al
polmone. Ce ne sarebbe abbastanza
per far riversare la gente
nelle strade, per farla gridare,
insomma per far succedere
qualcosa. Invece no, su quest’isolotto
baciato dalla grazia della
natura il cancro ì accolto come
qualcosa di certo ma da custodire
con gelosia. La gente
non si riversa affatto nelle strade
e continua a sfogliare i gesti
di sempre: c’ì chi aggiusta una
vela, chi vende il pane, chi lo
compra, chi va a scuola o in
banca, chi stende la biancheria
sulla terrazza e guarda senza
alcuna ostilità il sommergibile
atomico riaffiorare in superficie
come un elemento oramai
assorbito dal paesaggio.
E pure con lo smantellamento
della base c’ì chi la rimpiange,
ricordando come gli americani
siano stati anche i benefattori
di un’economia in crisi e
di quanto la loro presenza abbia
contribuito ad accrescere
le opportunità di lavoro sulla
piccola isola. Si scivola insomma
in un pietoso lapsus sulla
parola occupazione.
L’occupazione militare americana
comunque non ì stato
l’unico esproprio attuato nell’arcipelago.
Grosse porzioni
di territorio sono interdette a
tutti a Caprera dalla Marina
militare italiana e sulla stessa
isola La Maddalena. In pi , a
causa delle concessioni demaniali,
alcuni tratti di costa sono
a esclusivo uso dei soci di
club privati come ad esempio
il Club Mediterranée o il Touring
Club Italiano. In alcuni
punti poi a essere posseduto ì
il mare stesso, l’acqua. D’altronde
ciò che interessa della
Sardegna ì soprattutto quello:
il mare. Il mare e la sua industria
delle vacanze. Il mare portatore
di rosticcerie, il mare arredato
di fast food, di gastronomie,
di case e doppie case, alberghi,
stabilimenti balneari,
minimarket e supermarket,
bar e snack bar, villette a
schiera, bed and breckfast, pizzerie,
agriturismo, camping,
friggitorie, villaggi turistici,
centri vacanze, minigolf, residence,
caravans, campers, roulottes,
bungalows, tavole calde,
hotel, trattorie, birrerie,
pub e boutiques. Ecco, questo
ì il mare. Il mare che ha sempre
generato funerali sull’isola,
dagli sbarchi dei fenici, dei
punici e dei romani per continuare
coi vandali e poi i bizantini,
gli arabi, i pisani, gli aragonesi,
i saraceni, i piemontesi
e infine gli americani. Il mare
da chiudere e da privatizzare,
da recintare, da vietare, da divorare
come un peccato di gola.
Non importa un fico a nessuno
né dell’uranio impoverito
né dei problemi di pastorizia
e siccità purché venga sempre
garantito un lembo di
spiaggia su cui starsene col culo
a mollo nell’adorato mare.
Dire che sono lontani i tempi
in cui l’isola beneficiava di
una sua miracolosa grazia suona
come un’ingenuità e non potrebbe
essere altrimenti. Quello
che ì successo poi ì responsabilità
di tutti, sardi compresi.
L’isola, come una povera
madre, ì stata aggredita e vilipesa,
seviziata dagli estranei
ma anche dai propri figli. In
molti si sono alleati nell’immobilizzarla
durante le violenze.
La scavano, la ustionano, la
vendono. Una terra crocifissa,
martoriata dal fuoco e deflorata
dalle aste degli ombrelloni.
Sembra, si direbbe, abitata dai
pazzi. Ecco, l’isola dei pazzi, potrebbe
essere la giusta definizione
di questi tempi, dopo l’isola
dei forzati.




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