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  1. #1
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    ASCOLI PICENO. CERTI UOMINI NON CERCANO QUALCOSA DI LOGICO, COME I SOLDI. NON SI POSSONO NE' COMPRARE NE' DOMINARE. NON CI SI RAGIONA E NON CI SI TRATTA. CERTI UOMINI VOGLIONO SOLO VEDER BRUCIARE IL MONDO.
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    Predefinito "Le Guerre Picene Contro Roma".

    La prima guerra piceno-romana (269 a.C.)

    Nel sesto-quinto secolo avanti Cristo l'attuale Piceno e buona parte del restante territorio della Regione Marche erano sede di una civiltà al culmine del suo splendore chiamata appunto picena, dal nome dei popolo italico di cui era espressione.
    Politicamente i Piceni erano una confederazione di tribù autonome con capi elettivi, che si riunivano sotto un comando militare collegiale solamente in caso di grave pericolo e di guerra.
    Fu probabilmente questa strategia che permise ai Piceni di resistere egregiamente all'espansionismo dei Galli Senoni, che premevano da Nord e che dalla Romagna erano giunti ad infiltrarsi fino a Sena Gallica (attuale Senigallia).
    Fu appunto per contrastare il pericolo dei Galli Senoni che i Piceni accettarono nel 299 a.C. di allearsi con i Romani. I Galli erano un pericolo mortale anche per i Romani, sia perché nel 390 a.C. erano arrivati a saccheggiare Roma e ad incendiare il Campidoglio, sia perché proprio in quel periodo (299 a.C.) si combatteva la terza guerra sannitica ed i Galli Senoni erano alleati dei Sanniti e degli Etruschi.

    Nel 296 a.C. i Romani e i Piceni alleati sconfigge*ranno nella battaglia del Sentino (presso Sassoferrato) gli eserciti confederati dei Sanniti, degli Etruschi e dei Galli Senoni.
    A questo punto per i Piceni il pericolo dei Galli Senoni poteva dirsi praticamente eliminato, ma un altro pericolo si delineava all'orizzonte.
    Nel 290 a.C., alla fine della terza guerra sannitica, i Piceni erano l'unico popolo italico non sottomesso dai Romani, ma anzi pienamente indipendente ed alleato di Roma stessa.
    Il territorio piceno era troppo grande e troppo ricco per evitare le brame espansionistiche di Roma ed indurla a rispettare i patti sanciti dall'alleanza.
    Come sempre in questi casi, la potenza espansionistica incomincia con le provocazioni.
    I Romani incominciano a fondare delle colonie nel territorio piceno. Fondano una colonia nella picena Adria (Atri) con il pretesto che questa città era stata infedele durante la terza guerra sannitica e un'altra ne fondano a Sena Gallica (Senigallia).
    Chiaramente queste colonie sono per i Piceni sgradite intrusioni nel proprio territorio. Ma ancora più sgradito è l'ordine dei Senato romano al Console Publio Valerio di non riportare a Roma, ma di far svernare a Fermo l'esercito sconfitto sul fiume Siri (vicino Taranto) durante la guerra contro Taranto e contro Pirro, re dell' Epiro (attuale Albania).
    Ufficialmente questa è la punizione comminata dal Senato romano al proprio esercito sconfitto, ma di fatto è l'occupazione militare della città picena di Fermo.
    A questo punto tutto il Piceno si sente minacciato e nel 269 a.C. denuncia i patti calpestati e dichiara guerra a Roma.
    Roma, che sicuramente aspettava con impazienza la dichiarazione di guerra, spedisce immediatamente nel Piceno non uno ma due eserciti. Ogni esercito era comandato da un Console ed ogni Console marciava con non meno di due legioni. Essendo ogni legione composta da circa 5.000 fanti e 300 cavalieri, contro il Piceno vengono mandati non meno di 20.000 uomini.
    Questo ci dice che i Piceni dovevano avere una notevole potenza militare, certamente temuta da Roma, che inoltre ben la conosceva per averla avuta alleata nella terza guerra sannitica.
    Roma dunque spedisce sulla via Flaminia verso Camerino un esercito al comando del Console Appio Claudio ed un altro esercito sulla via Salaria verso Ascoli al comando del Console Sempronio Sofo.
    La manovra tattica tendeva a tagliare in due il Piceno e questo conferma il timore dei Romani di scontrarsi con le forze picene unite.
    Il Console Appio Claudio assedia Camerino che viene presa con l'inganno, messa a sacco ed i cittadini venduti come schiavi.
    Il Console Sempronio Sofo evita Ascoli, ritenuta imprendibile, e cerca di prendere contatto con le forze picene per dare battaglia.

    Una prima battaglia, con esito sfavorevole per i Piceni, viene combattuta in una località chiamata Interamnia Polentina Piceni, situata probabilmente tra il monte dell'Ascenzione e Comunanza. Una seconda battaglia viene combattuta ad Urticinum (Ortezzano), ed alla sconfitta dei Piceni segue la distruzione di Urticinum.
    La terza ed ultima battaglia viene combattuta nei pressi di Truentum (attuale Martinsicuro). Quando stava per iniziare lo scontro, si verificò un violento terremoto che seminò il panico tra i due eserciti. Ma il Console Sempronio Sofo gridò ai suoi soldati che il terremoto era un segno fausto con il quale la dea Tellure salutava la vittoria dei Romani. La mischia esplose violenta con i Romani ciecamente certi della vittoria ed i Piceni che sapevano di combattere l'ultima battaglia disperata e decisiva. Lo scontro fu estremamente sanguinoso con pochi superstiti dall'una e dall'altra parte ed i Piceni, ormai militarmente indeboliti, dovettero chiedere la pace.

    Il Console Sempronio Sofo entrò in Ascoli e diede inizio alla pacificazione del Piceno.
    Fece innanzitutto un censimento della popolazione picena, che risultò essere di 360.000 uomini, che quindi, incluse le donne e i bambini che non venivano conteggiati nel censimento, doveva arrivare a circa un milione di abitanti. Ordinò poi la deportazione degli abitanti di Urticinum nella Marsica presso le rive del lago Fucino (non ancora prosciugato) e la zona sembra poter essere individuata nell'attuale Ortucchio (nome che richiama Urticinum).
    La deportazione era comunque da considerare un atto di clemenza, dato che gli abitanti di Camerino erano stati venduti come schiavi.
    Il Console ordinò un'altra deportazione in massa dei Piceni, che stavolta vennero mandati nel Salernitano, dove i deportati fondarono la città di Picentia e l'agro fu chiamato Picentino.
    Alla fine della pacificazione, nel 268 a.C., fu costituita la colonia romana di Ariminum (Rimini), geograficamente in posizione strategica per vigilare sui Galli Senoni e sui Piceni, in modo tale che i vecchi nemici non divenissero alleati per nuove ribellioni.
    Al Console Sempronio Sofo fu decretato un trionfo solenne, riservato solo ai grandi vincitori. Tale doveva essere la gioia del Senato romano per avere ormai tutta l'Italia sotto il suo dominio.
    Il Senato comunque riteneva che i cittadini di Camerino, venduti come schiavi, fossero stati trattati troppo duramente, perché tale sorte era riservata solamente alle città che resistevano ad oltranza, mentre Camerino era stata presa quasi subito e con la frode.
    Ordinò dunque, così ci testimonia lo scrittore romano dei I secolo a.C. Valerio Massimo nella sua "Raccolta dei detti e dei fatti memorabili”, che fossero ricercati, ricomprati e liberati. Inoltre ai Camerti vennero restituiti i beni confiscati ed ai cittadini più poveri o che avevano perso ogni avere nel sacco della città, vennero concesse delle abitazioni a Roma sull'Aventino.
    I Piceni divennero cittadini romani senza suffragio, con l'obbligo di prestare servizio militare nelle legioni di Roma e di pagare le tasse, ma senza diritto al voto.

    Si conclude così la guerra piceno-romana del 269 a.C.
    Noi siamo i padroni.
    Noi siamo gli schiavi.
    Siamo ovunque
    e da nessuna parte.
    Regniamo sui fiumi di porpora.

  2. #2
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    Predefinito

    Il Pagus e la battaglia di Monte Vidon nella seconda guerra piceno-romana (90-88 a.C.)

    Nei successivi 180 anni, Roma persegue con i popoli italici, salvo gli eccessi e le arroganze di qualche funzionario, una politica non di oppressione ma di collaborazione e di integrazione; questo perché Roma era interessata ad avere gli Italici come soci nelle numerose guerre dettate dalla sue mire espansionistiche, anche se ingiustamente gli storici romani ignorano o quasi il loro contributo e li considerano a volte poco più che servi.
    Gli ltalici, da parte loro, verso il 90 a.C., lamentavano non di essere sotto il dominio di Roma, ma che non fosse stata ancora concessa loro la cittadinanza romana, cioè di non essere ancora cittadini romani con diritto di voto, con tutti i diritti e con tutte le garanzie giuridiche che ne conseguivano. D'altronde i Romani e gli Italici erano popoli molto affini, praticamente fratelli, avendo in comune le origini indoeuropee e quindi simile la lingua e simili la cultura e le istituzioni.

    L'errore politico di Roma è grave e scatena la ribellione dei popoli italici.

    Il primo focolaio di rivolta esplode nell'autunno del 91 a.C. proprio ad Ascoli. Il Proconsole Caio Servilio ed li suo Legato Fronteio erano arrivati in città mentre gli Ascolani stavano celebrando una festa religiosa solenne. Per qualche ragione il Proconsole diede ordine di sospendere la festa. La ribellione, che già covava e si veniva segretamente organizzando da tempo con i popoli italici vicini, trovò in questo provvedimento la scintilla esplosiva. Caio Servilio e Fronteio furono trucidati e così pure tutti i Romani che si trovavano in città.
    Con i Piceni si uniscono a costituire la Lega Italica, con Senato e capitale a Corfinio (AQ) - primo tentativo storico per uno Stato Italico indipendente, 1.800 anni prima delle guerre di indipendenza sabaude - i Vestini, i Marsi, i Marrucini, i Frentani, gli Irpini, i Peligni, i Sanniti, gli Apuli, i Bruzii, i Lucani ed i Campani. Gli Umbri e gli Etruschi prendono tempo. La Lega Italica fa sapere a Roma di voler dichiarare la guerra qualora non vengano concessi i diritti ritenuti inalienabili. Roma ri*sponde che prima depongano le armi, poi verranno am*messi a parlamentare.
    A questo punto gli Italici dichiarano guerra a Roma, dando inizio a quella che storicamente è chiamata la Guerra Sociale .

    Nella primavera del 90 a.C., il Senato romano manda nel Piceno un esercito al comando di Pompeo Strabone, generale romano di origine fermana, in aiuto della colonia di Fermo, assediata dai Piceni e rimasta fedele a Roma. Pompeo Strabone è il padre di Pompeo Magno, il grande avversario di Giulio Cesare .
    Questa volta il Senato romano manda un solo esercito, non due come nel 269 a.C. Chiaramente, come gli altri popoli Italici, i Piceni, sottomessi da 180 anni, non hanno più un apparato militare proprio e l'unica esperienza militare dell'esercito dei ribelli è verosimilmente quella che essi hanno acquisito prestando servizio nelle legioni di Roma.
    Tuttavia Pompeo Strabone si guarda bene dal passare per la Salaria, dove potrebbe essere attaccato sia dall'esercito piceno che da quello sannitico, ma marcia lungo la via Flaminia ed a Forum Flaminii (Foligno) imbocca la deviazione, che passando per Plestia (Colfiorito) e tra Prolaqueum (Pioraco) e Camerinum , porta a Fermo attraverso Septempeda (San Severino Marche), Tolentinum e Urbs Salvia (Urbisaglia).
    Da Urbisaglia la strada doveva passare per Loro Piceno, Massa Fermana, Montappone e Monte Vidon Corrado. Da Monte Vidon Corrado un ramo proseguiva per Vettonia (Montegiorgio), mentre un altro ramo raggiungeva Falerio Picenus (Piane di Falerone) e si ricongiungeva dopo Montegiorgio alla strada principale che, attraversato il fiume Tenna, toccava Grottazzolina e raggiungeva Fermo.

    Appiano, storico romano di lingua greca del II secolo d.C., nel suo "Libro Primo delle Guerre Civili" racconta che tre generali piceni, Vidacilio, Tito Lafrenio e Publio Ventidio, riunite presso il monte Falerino (o Falerno) le proprie truppe, attendono il sopraggiungente esercito romano per sbarrargli la strada. Quindi lo attaccano, lo sbaragliano e, messolo in fuga, lo inseguono fino a Fermo. Pompeo Strabone riesce a fatica a riparare con pochi superstiti dentro le mura della fedele e natia colonia fermana.

    Gli studiosi di storia patria sono concordi nell'affermare che il monte Falerino è da situarsi presso Falerio Picenus (Piane di Falerone); va aggiunto che, per intuibili ed irrinunciabili motivi strategici e per il fatto che Appiano lo chiami "monte", debba trattarsi di un'altura più preminente della zona. Le colline più alte nei pressi di Piane di Falerone sono la collina di Falerone (m 433 s.l.m.), la collina di Monte Vidon Corrado (m 429 s.l.m.) ed il monte di San Liberato sito nel suo territorio (m 424 s.l.m.).
    La collina su cui sorge Falerone è troppo lontana dalla strada su cui deve marciare l'esercito romano.
    La collina di Monte Vidon Corrado ed il monte di San Liberato sono perfettamente posizionati, sia dal punto di vista geografico che strategico, rispetto alla verosimile progressione di marcia.
    Il percorso della strada, sui cui marciava l'esercito romano, è documentato fino a San Severino Marche. Da Tolentino il percorso è ipotetico, ma al tempo stesso strettamente verosimile e indirettamente documentato.
    Tolentino era una città della confederazione delle tribù picene e sede di un'importante necropoli picena. Urbisaglia era un centro piceno diventato poi famoso centro romano. Loro Piceno doveva essere una cittadina fiorente già nel VI-V sec. a.C., epoca cui si fa risalire il famoso cippo funerario con iscrizione epigrafica in lingua picena.
    E' chiaro che centri così importanti dovevano essere necessariamente toccati dalla strada che veniva a Fermo. Inoltre il fatto che l'esercito piceno aspetti e attacchi quello romano proprio presso il monte Falerino, dimostra indirettamente che la strada da sbarrare doveva passare per forza nelle immediate vicinanze del monte stesso e quindi per Monte Vidon Corrado o, se vogliamo, nei luoghi dove oggi sorge Monte Vidon Corrado.

    A testimonianza di ciò e del fatto che, dove c'è stata una strada, debbano esserci stati sicuramente anche insediamenti urbani, sono stati ritrovati recentemente a Monte Vidon Corrado interessanti reperti. Nel 1990, nei pressi del centro abitato e precisamente all'inizio della contrada Rota, si rinvenivano casualmente i resti di un insediamento preromano, forse una villa-fattoria, che la Sovrintendenza ai Beni Archeologici delle Marche, dall'esame di un basamento di colonna, fa risalire al quarto-terzo secolo a.C. Inoltre, nel 1991, durante l'aratura di un terreno sito in contrada S.Pietro, a poche centinaia di metri dall'insediamento preromano, veniva alla luce un pezzo di pavimento di laterizio e fattura romana.
    Da questi ritrovamenti potremmo concludere che, al tempo della battaglia del 90 a.C., nel sito attuale di Monte Vidon Corrado, sorgesse un piccolo insediamento urbano (pagus).

    Ora torniamo alla battaglia. Il piano tattico-strategico della battaglia è intuibile: sbarrare la strada e attaccare da una posizione favorevole l'esercito romano in marcia, che deve accettare la battaglia campale schierandosi nell'ampia conca delle contrade montevidonesi di San Pietro, San Giuseppe, Valle Marina e Corneto, con il fiume Tenna e le sue paludi alle spalle ed i Piceni in alto sulle colline.
    La situazione strategica ricorda molto da vicino la battaglia del lago Trasimeno del 217 a.C. tra Annibale con i suoi Cartaginesi in alto sulle colline ed i Romani in pianura con le spalle al lago. Il risultato fu una terribile sconfitta romana.

    Dunque, 2.100 anni fa, un mattino della primavera del 90 a.C., l'esercito piceno dà inizio a quella che potremmo chiamare “la battaglia di Monte Vidon Corrado”.
    Lo svolgimento della battaglia è facilmente immaginabile. L'esercito romano è forte di circa 5.000 fanti e 300 cavalieri. L'esercito piceno è fortemente motivato alla battaglia, perché combatte per la libertà della propria terra. Inoltre è sicuramente superiore di numero, perché i tre generali Piceni, sapendo le proprie truppe militarmente inferiori ad un esercito di professionisti come quello romano, hanno certamente condotto con sé il più alto numero possibile di uomini e si sono accordati per riunire le proprie forze in un luogo strategicamente favorevole alla vittoria.
    I vasti e dolci declivi del campo di battaglia attendono lo scontro di una massa di armati di almeno 10.000 uomini.
    Avviene l'urto delle fanterie e la mischia all'arma bianca divampa, mentre sulle ali si scontra la cavalleria.
    L'esercito romano tentenna, cede, è sbaragliato. Pompeo Strabone cerca con i suoi soldati ormai in rotta di non farsi distruggere ed inizia la fuga verso Fermo con quel fiume Tenna e le sue paludi nel mezzo, che sicuramente avranno reso più lenta la fuga e quindi più sanguinosa la sconfitta.
    Fortunosamente Strabone riesce a ripararsi dentro le mura di Fermo e ad organizzare la difesa della città con i superstiti.

    E' un giorno di gloria per le armi picene.

    Il generale piceno Tito Lafrenio assedia i resti dell'esercito romano asserragliato dentro Fermo. Sopraggiunge però un altro esercito romano al comando di Servio Sulpicio, al quale Pompeo Strabone ordina di attaccare le forze picene assedianti non appena lui farà una sortita fuori dalla città. La manovra riesce. Mentre Strabone fa la sortita contro i soldati di Lafrenio, Servio Sulpicio attacca ed incendia l'accampamento piceno.
    Per i Piceni è la disfatta. Il generale Lafrenio muore in battaglia. Le truppe picene sopravvissute raggiungono in disordine Ascoli.
    Pompeo Strabone a sua volta si mette in marcia per andare ad assediare Ascoli. Nel frattempo Aulo Plozio, luogotenente di Pompeo Strabone, viene inviato in Umbria per contrastare l'opera di sollevazione che sta compiendo in quella regione il generale piceno Publio Ventidio e nel passaggio attraverso il territorio piceno distrugge la città di Cingoli.
    All'inizio dell'assedio, gli Ascolani tentano uno stratagemma: fanno stare affacciati alle mura della città quasi sempre vecchi e bambini per far credere a Pompeo Strabone, da poco sopraggiunto, che, dopo la sconfitta sotto le mura di Fermo, pochi soldati dell'esercito piceno siano riusciti a rientrare in Ascoli. Convinto da ciò che vede, Strabone attacca le mura della città per espugnarla e mentre i suoi stanno impegnati sulle scale, si aprono le porte e gli assediati ricacciano gli attaccanti con gravissime perdite. Strabone, dopo questo rovescio, si fa più prudente; inizia così un lungo assedio per la città di Ascoli con ben 75.000 soldati romani accampati intorno alle sue mura.
    Anche Pompeo Strabone si rende conto che l'espugnazione della città di Ascoli non sarà affatto una cosa breve ed indolore, sia per la fiera resistenza degli Ascolani, sia perché nei pressi della città e sulle montagne vicine sono accampate le truppe di Vidacilio, un altro dei generali piceni vincitori della battaglia di Monte Vidon Corrado, il quale, ascolano egli stesso, appoggia dall'esterno le continue sortite degli assediati.
    Sono di questo periodo le famose "ghiande missili" picene, appunto grosse ghiande di piombo da scagliare con le fionde, trovate numerosissime nei dintorni delle mura di Ascoli, con le quali gli assediati bersagliavano ininterrottamente gli assedianti.

    L'anno dopo, 89 a.C., Pompeo Strabone, nel frattempo eletto Console, tenta un abboccamento con il generale della Lega Italica Vettio Scatone, il quale era sopraggiunto nel frattempo con le sue truppe in aiuto di Vidacilio e della città di Ascoli.

    Pompeo Strabone aveva in Roma un fratello, Sesto Pompeo, legato da vincoli di antica amicizia con Vettio Scatone. Li fa dunque incontrare per un colloquio, narratoci in parte da Cicerone. Cicerone ci parla del cavalleresco incontro tra i due nemici, ma non ci dice nulla dei contenuto delle proposte. Probabilmente Sesto Pompeo avvertì Scatone dell'inutilità di continuare la lotta, in quanto la già promulgata legge Giulia e la legge Plautia Papiria, che stava per essere approvata dal Senato romano, avrebbero concesso la cittadinanza agli ltalici rimasti fedeli e comunque l'avrebbero concessa agli Italici che ne avessero fatto richiesta entro 60 giorni. Queste leggi avrebbero quindi sicuramente sortito l'effetto di staccare definitivamente dalla Lega Italica gli Etruschi e gli Umbri, già poco coinvolti nella lotta ed in breve avrebbero spezzato la volontà di lotta della Lega stessa.
    Il Senato della Lega Italica, a nome della quale Scatone parlamentava, non acconsentì comunque a deporre le armi ed anzi, essendo venuto a conoscenza che Mitridate, re del Ponto (regione dell'Asia Minore , attuale Turchia), stava preparando una guerra contro Roma, mandò un'ambasciata per sapere se desiderasse allearsi alla Lega. La risposta affermativa arrivò, ma comunque troppo tardi.
    Quello stesso anno, probabilmente nei pressi di Lisciano (vicino Ascoli) su di un colle detto in passato di Pompeo, fu combattuta una battaglia tra Romani e Confederati piceno-sannitici. La sconfitta dei confederati fu pesante: 18.000 morti e 4.000 prigionieri. Scatone fu fatto prigioniero e si fece uccidere, come ci riferisce Seneca, da un servo fedele che poi si uccise a sua volta.

    Stava per sopraggiungere l'inverno dell'89 a.C. e per le superstiti truppe picene rifugiate sulle montagne (i monti Sibillini e i monti dei Galluccio e della Laga), si prospettava una sopravvivenza problematica per il freddo, la neve e le truppe romane che le braccavano. Tuttavia Vidacilio riesce, nascosto tra le montagne, a rimettere in piedi un esercito con contingenti piceni, marrucini e peligni.
    Ma un nuovo pericolo si sta delineando per la causa picena e confederata. All'interno della città di Ascoli assediata, si sta formando un partito della pace. Molti Ascolani non vedono a che valga sopportare ancora la tragedia di un assedio così prolungato ed i lutti di tante sanguinose battaglie, se, con la recentissima legge Plautia Papiria, si può sperare, chiedendo la pace, di ottenere la cittadinanza romana. Ma ormai i comandanti piceni, tra cui Vidacilio, dopo tanto sangue e tanti danni subiti, sono per lo scontro estremo. Vidacilio anzi tenta di attaccare i Romani assedianti, per entrare nella città con il suo esercito e prolungare così la resistenza, avendo saputo appunto che il partito della pace stava cercando di parlamentare con i Romani. Ma Strabone ha circondato da ogni parte la città di Ascoli di accampamenti trincerati e rinforzati da alte palizzate ed è impossibile passare.
    Ritenta il colpo di mano, avvertendo i comandanti piceni dentro la città di fare una sortita appena lui incomincerà l'attacco. Ma ormai la città lo ha abbandonato e, al momento dell'attacco, non viene effettuata nessuna sortita. Per Vidacilio è tradimento e, riuscito a penetrare ugualmente nella città, fa uccidere tutti i capi ed i sostenitori del partito della pace. Poi, racconta Appiano, disperando ormai di poter salvare la città, fatta costruire una pira (rogo) in un tempio, banchetta con gli amici e nel mezzo delle libagioni, prende il veleno, poi, stesosi sulla pira, ordina agli amici di appiccare il fuoco. Così finisce l'ultimo grande generale piceno, avendo stimato onorevole, dice ancora Appiano, di non sopravvivere alla Patria morente.

    Ascoli inebetita si arrende senza condizioni. E' il 17 novembre dell'89 a.C.

    Strabone entra nella città e fa frustare e uccidere tutti Decurioni (i magistrati più alti in grado), risparmia alla cittadinanza la deportazione e la schiavitù, ma saccheggia, incendia e rade al suolo la città.

    Finisce così la seconda ed ultima guerra picena contro Roma.

    Ma Vidacilio aveva ragione a non arrendersi. Di li a poco il re Mitridate avrebbe dichiarato guerra a Roma ed inoltre la cittadinanza romana concessa agli ltalici con la solita politica romana del "divide et impera", era una truffa. Gli Italici vengono raggruppati in dieci nuove tribù e non vengono inseriti nelle trentacinque tribù romane già esistenti. La legge prevede che in un suffragio elettorale, non appena si sia ottenuta la maggioranza con il voto delle tribù chiamate in ordine, cominciando dalle prime trentacinque, non sia necessario convocare quelle che rimangono e si debbano sciogliere i comizi. In tal modo i popoli italici non sarebbero stati praticamente mai chiamati a votare.
    Il danno comunque non fu molto, perché anche i Romani, di li a 50 anni, con Giulio Cesare e l'inizio dell'età imperiale, avrebbero perso la democrazia della Repubblica.
    Noi siamo i padroni.
    Noi siamo gli schiavi.
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    Regniamo sui fiumi di porpora.

  3. #3
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    Predefinito "La Lingua Picena".

    Una lingua indoeuropea del ceppo umbro-sabello di 3000 anni fa.

    La lingua picena, chiamata anche sud-picena o medio-adriatica per distinguerla da quella parlata nel nord del Piceno (molto diversa per probabili influenze illiriche e greche), è una lingua italica di ceppo indoeuropeo, imparentata con il latino, l'osco e l'umbro. L'alfabeto piceno si potrebbe definire un misto di caratteri derivati dal latino, dall'etrusco e dal greco. Delle iscrizioni pervenute esistono solamente delle traduzioni interpretative e per alcune il significato rimane del tutto oscuro. Quello che maggiormente colpisce di questa lingua è l'alta frequenza della vocale “u”. Di questa caratteristica della lingua picena, troviamo abbondante eredità nel nostro dialetto locale, nel quale una infinità di termini è infarcita o finisce con la vocale “u”.

    Molte di queste iscrizioni o frammenti di iscrizioni sono state scoperte in località molto vicine a Montappone: Loro Piceno, Falerone, Belmonte Piceno e Mogliano. Molto interessante, per la toponomastica locale, è l'iscrizione della stele (cippo funerario) di Belmonte Piceno. Anche se si riescono a leggere poche parole, perché molte sono state cancellate dal tempo, traslitterando, all'inizio si legge: APUNIS - QUPAT - ES (MEN) ..…, cioè APONE GIACE QUI .….

    Apone è un nome piceno di persona, ed è mia convinzione che sia accaduto molto verosimilmente quello che spesso accade in toponomastica. Un nome di persona è diventato toponimo, cioè nome di località: APUNIS , MONS APUNIS o latinizzato MONS APONI , MONTE DI APONE , MONTAPPONE. Ed inoltre, come è giusto, il dialetto locale restituisce a Montappone la 'u' di Apunis: MONTAPPU' .

    Le divinità dei Piceni erano Giove Sereno, Marte ed il Pico Marzio, cioè il dio della guerra con il picchio, uccello a lui sacro, la dea Cupra o Bona, dea della bellezza e della fecondità. Cupra deriva da Kupiri , che in lingua picena significa " bella "; Bona è un termine che si è conservato anche nel nostro dialetto ed il cui significato è noto a tutti.
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  4. #4
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    Ottimo post!
    Quali sono le tue fonti?

  5. #5
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    Citazione Originariamente Scritto da Alex78
    Ottimo post!
    Quali sono le tue fonti?
    La Storia.
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    ASCOLI PICENO. CERTI UOMINI NON CERCANO QUALCOSA DI LOGICO, COME I SOLDI. NON SI POSSONO NE' COMPRARE NE' DOMINARE. NON CI SI RAGIONA E NON CI SI TRATTA. CERTI UOMINI VOGLIONO SOLO VEDER BRUCIARE IL MONDO.
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    Predefinito La Storia di Ascoli Piceno.

    Le popolazioni più antiche che hanno abitato Ascoli Piceno hanno lasciato tracce della loro presenza risalenti fino all'età paleolitica. Solo più tardi, dal neolitico e dall'età dei metalli, le testimonianze diventano più probanti ed attestano insediamenti stabili ad economia agricola e pastorale.
    Stando ad antiche leggende, raccolte da Silio Italico, Ascoli sarebbe stata fondata dal re pelasgo Aesis . Verosimile è anche che la città derivi il proprio nome dalla radice egeo-anatolica as, significante insediamento urbano, reperibile in molte altre antiche città dell'area mediterranea.
    Secondo Festo, invece, il Piceno deve il suo nome ai Sabini, che, emigrando verso l'odierna Ascoli per celebrare la primavera sacra, una festività pagana, levano come loro emblema il picchio, uccello sacro a Marte. Forte della sua posizione geografica quale posto di blocco tra due fiumi, il Tronto ed il Castellano, ed un torrente, il Chiaro, Ascoli va via via assumendo una forte importanza. Se nel 268 a. C., il Piceno entra nella zona d'influenza di Roma, Ascoli riesce a conservare la sua indipendenza, pur costretta ad accettare la condizione di civitas foederata. Deve essere già un grande centro commerciale se Strabone la definisce ora colonia Asculum Picenum nobilissima ora domiti hic Picentes et caput gentis Asculum.
    All'inizio del 91 a.C. scoppia la guerra sociale, combattuta dalle genti italiche contro la supremazia di Roma. Ascoli ha un ruolo tanto importante da segnarne addirittura l'avvio. Rivendica in nome delle popolazioni italiche - socii - la cittadinanza romana per compartecipare alla amministrazione ed alla direzione dell'impero in condizione di parità.
    L'uccisione del proconsole Quinto Caio Servilio, del legato Fonteio e di tutti i cittadini romani entrati nel recinto della città per rimproverare gli Ascolani, rei di tramare qualcosa contro l'aristocrazia romana, segna l'inizio delle ostilità tra Roma ed Ascoli. La tradizione vuole che siano stati trucidati nel teatro romano durante uno spettacolo. Questo tragico fatto di sangue scatena la reazione di Roma. Dalla capitale parte Pompeo Strabone con un forte esercito per ridurre Ascoli all'obbedienza. Viene inizialmente battuto più volte dai locali, posti in una posizione militare imprendibile per natura e per arte.
    Ma, dopo un lungo assedio durato due anni e mezzo, la città deve cedere alla fortuna delle armi nemiche, succube soprattutto della disparità di forze favorevoli a Roma. Guida la difesa della città Caio Vidacilio, che, una volta sconfitto, preferisce finire i suoi giorni assieme alla perduta libertà (89 a.C.).
    Del lungo assedio sono testimonianza, ancora oggi, le ghiande missili di piombo che è possibile trovare nei campi più vicini alla città e specialmente lungo il letto del Castellano, spinti dalle piogge.
    Tanti Ascolani danno prova di sublime valore e di ingegno militare. Ventidio Basso, figlio di un generale ascolano portato a Roma assieme alla mamma dietro il carro trionfale di Strabone, raggiungerà gli alti gradi di pretore e pontefice. Tito Vetuzio Barro diventerà pure celebre a Roma. Ma i Romani vincitori non hanno pietà dei vinti. I capi vengono trucidati, molti abitanti mandati in esilio, come testimoniano gli storici dell'epoca. Floro scrive che l'intera città viene distrutta, ma probabilmente è una esagerazione se si fa fede a Cicerone, che poco dopo definisce Ascoli municipalis honestissimi ac nobilissimi generis. Cesare ha fretta di impadronirsi della città, allorché passa il Rubicone, mettendo in fuga Lentulo Spintere che prima aveva occupato Ascoli con dieci coorti. Plinio parla di Ascoli come di colonia di notevole importanza. Antiche iscrizioni ne attestano la ragguardevole posizione raggiunta.
    Negli Itineraria romani, descrizioni schematiche di tipo logistico delle vie del tempo, si parla di Ascoli sita sulla Salaria, la quale parte da Roma, a Porta Collina, passa lungo il Velino ed il Tronto, raggiunge Asculum a 120 miglia circa per poi arrivare a Castrum Truentinum, alla foce del Tronto sulla costa adriatica.
    Sotto Roma imperiale, Ascoli risorge più splendida che mai. Molti sono i monumenti romani, ben conservati e giunti sino ai nostri giorni: Porta Gemina, Ponte di Cecco, Ponte Augusteo sul Tronto, i resti del Teatro e dell'Anfiteatro, due antichi templi - uno di ordine corinzio, l'altro probabilmente ionico - ora inglobati nelle Chiese di San Gregorio e di San Venanzio. Non mancano neppure esempi di edilizia abitativa, venuti alla luce durante lavori di ristrutturazione al Palazzo di Giustizia ed al Palazzo dei Capitani. Famoso il rinvenimento dell'emblematico mosaico policromo con maschera centrale, ora conservato nel Museo Archeologico Statale.
    Ascoli viene citata con onore nella divisione delle province fatta da Augusto e poi da Antonino Pio nel 152 d.C.. Sotto quest'ultimo imperatore, Asculum conosce la prima persecuzione cristiana con tanti martiri, tra cui Santa Venera e Sant'Antimo.
    Nel 301 la città è sede del governatore del Picenum Suburbicarium in contrapposizione al Picenun Annonarium, facente capo ad Ancona. Nello stesso anno arriva il primo vescovo residenziale, Sant'Emidio, il quale, designato per decisa volontà di Papa Marcellino, malgrado il suo timorato rifiuto, riesce in breve tempo ad infondere una nuova vita alla comunità cristiana picena ed a conquistarsi una indiscussa autorità spirituale. Con la calata dei barbari, Ascoli conosce una sensibile decadenza economica ed intellettuale. La miseria diffusa e crescente non sono né stimolo né conforto a nuove costruzioni. La vita si riduce ad una economia di sussistenza, rifugiata nel grembo delle chiese e delle pievanie.
    Ascoli riesce a difendersi dai Visigoti di Alarico e di Ataulfo, i quali, impressionati dalla cinta muraria e dall'invalicabile fossato naturale costituito dal Tronto e dal Castellano, si allontanano dalla città senza prenderla. Rifocillano i propri uomini e cavalli nella campagna circostante, razziando ed uccidendo dove possono. La situazione strategica della città li consiglia a rivolgere altrove le loro mire.
    Riesce nell'intento, invece, il gotico Totila, il quale, dopo aver occupato tutti i castelli della campagna, cinge d'assedio la città. Questa deve cedere, complice non solo la fame, ma anche la peste. Paolo Diacono ricorda Asculum come il centro principale del Picenum.
    Nel 553, dopo la sconfitta e l'uccisione di Totila e di Treia, la città passa all'esarcato di Ravenna e dentro le sue mura si stabiliscono molti Greci. Il potere, di nome, viene esercitato da un Archonte o Dux, ma di fatto da un vescovo, il quale va accentuando, sempre più, la propria autorità.
    Dopo aver ridotto i forti di Castel Trosino e di Murro in sepolcri dei Greci, il longobardo Faroaldo assedia Ascoli da più parti e la saccheggia nel 578. Strozza cittadini, dirocca torri, distrugge chiese e palazzi, smantella cinta murarie. Tra gli uomini votati alla difesa estrema della città si distingue l'eremita Agostino, il quale, lasciato l'eremo di San Marco, predica la necessità di combattere e resistere fino all'ultimo uomo contro la marea longobarda, ma lui e i suoi uomini laceri, scalzi ed affamati devono alla fine soccombere. Secondo orride costumanze barbariche, Agostino viene trascinato per le strade legato a coda di cavallo, assieme ai suoi tre figli. Finiscono, poi, trafitti con le picche ed innalzati sulle case bruciate, quali trofei di guerra. L'abitato viene dato alle fiamme per la seconda volta, dopo quella del romano Strabone.
    Solo nel 593, la regina Teodolinda consente la ricostruzione della città e dei castelli, nonché il rientro dei fuggiaschi, e Ascoli passa a far parte del territorio del Duca di Spoleto per oltre due secoli, pur senza seguirne sempre i destini e le volontà.
    L'opera di Gregorio Magno che, grazie a Teodolinda, riesce a convertire al cattolicesimo tutta la corte longobarda, ottiene grossi risultati, attenuando non solo il contrasto, ma anche l'avversione degli Ascolani verso i Longobardi.
    Con la fine del VII secolo, la cronistoria dei vescovi ascolani prende sempre maggiore rilevanza, non solo religiosa, ma anche politica. La loro ingerenza nel governo della diocesi si allarga notevolmente, in virtù anche di ottimi vescovi quali Felice ed Euclere, quest'ultimo addirittura longobardo.
    Nel 774, il Duca di Spoleto, Ildeprando, si assoggetta alla Chiesa e si rade la barba in segno di sottomissione, secondo la consuetudine romana. In segno di riconoscenza per tale gesto, malgrado la sconfitta longobarda da parte dei Franchi, Papa Adriano reintegra il Duca nella sua carica alla condizione che si metta alle dipendenze di Carlo Magno. Prende, così, forma il disfacimento dei poteri dei duchi di Spoleto, i quali vanno diventando sempre più nient'altro che semplici funzionari della dinastia carolingia.
    Tale processo storico si completa nel 789, allorché il franco Guinigiso segna la fine della dominazione longobarda e della sua influenza sulla città di Ascoli, fino a quella data legata alle vicissitudini del Ducato di Spoleto.
    Ascoli diventa, così, una contea sotto la protezione del pontefice, con un conte laico a capo, coadiuvato, nell'esercizio del potere, dalla nobiltà locale. Assurge al rango di capoluogo di contea del Sacro Romano Impero, alle dipendenze di Carlo Magno, che le riserva una condizione giuridica particolare, dovuta alla singolare posizione strategica. Da Ascoli Carlo, infatti, può facilmente raggiungere Roma per rivendicazioni di ogni tipo, passando per la Salaria o per il Ducato di Benevento, di là dal Tronto.
    La città passa, quindi, nelle mani di vari vescovi-conti, la cui autorità deriva non in quanto vescovi della città, ma in quanto conti dell'Impero. Questo equivoco sarà motivo di conflitti e lotte soprattutto all'epoca dei Comuni, allorché Ascoli dovrà difendere la propria indipendenza. Primo vescovo-conte della città è Emmone, il quale ben riordina Ascoli, consapevole del duplice potere temporale e spirituale della sua carica. Con saggia condotta fa di tutto perché le due funzioni rimangano separate, dando ai chierici certe mansioni ed ai laici altre a loro più consone. Al vescovo-conte viene concesso il privilegio di battere moneta, la quale portava le scritte Sant'Emidius e de Esculo. Tale diritto la città conserverà fino alla fine del 700. Intanto si edificano molte torri, 82 in ventotto anni, ed alcuni ponti. Da parte del vescovo-conte Stefano si dà un forte impulso a quell'aspetto urbanistico che la città prenderà nel Medioevo.
    Tante torri in sì breve tempo devono, però, non essere certamente un segno di pace, ma l'espressione, in nuce, di uno spirito di parte, di fazione. Qualcosa, sicuramente, va covando sotto la cenere. Preconizzano le lotte per le investiture, l'eterna divisione manichea dei guelfi e dei ghibellini.
    Le discordie interne vengono alimentate da un privilegio concesso da Urbano II nel 1091, che consente al Capitolo ascolano il diritto di eleggere il proprio vescovo-conte, da ratificare poi con nomina papale. Se questo aumenta il potere ed il prestigio agli ecclesiastici, ai laici non resta che pretendere un'autorità che faccia da contraltare per un recupero di potere. A tal fine si costituisce una nutrita schiera di partigiani della corona imperiale, capeggiati da Argillano, il quale fomenta il malcontento dei concittadini fino a spingerli alla guerra civile. Le opposte fazioni si schierano e la situazione pare precipitare in un bagno di sangue con la città in preda all'anarchia.
    Uomo di fine senso politico, il vescovo-conte Stefano arringa, durante la processione di Sant'Emidio, i suoi cittadini sulla necessità di andare in Terra Santa per la liberazione del Santo Sepolcro piuttosto che ammazzarsi sul suolo patrio per ragioni, a suo dire, poco serie. Se, infatti, tutta la cristianità si va preparando per la prima Crociata, doveroso è che anche gli Ascolani rivolgano le proprie energie e forze verso quei lidi lontani piuttosto che azzuffarsi in patria. Lo scopo del vescovo ha pieno successo. Argillano si pone alla testa di un contingente, che, forte di 14 capitani e 1400 uomini, parte per la Terra Santa. Grandi sono le loro gesta ed eroica la morte di Argillano, se lo stesso Tasso lo ricorda con un ardente epitaffio nella Gerusalemme Liberata.
    Dopo la breve parentesi orientale, le lotte tra partigiani dell'impero e del papa riprendono più violente che mai, pur con temporanei armistizi. Solo il vescovo Presbitero riesce a comporre le fazioni, dopo aver invitato in città nientemeno che l'imperatore guelfo Lotario, il quale lo nomina conte.
    La successione al trono del ghibellino Corrado III complica la situazione, ma, ancora una volta, Presbitero riesce a dominare le parti contendenti, recandosi in Germania, malgrado i tempi difficili, per implorare i buoni uffici dell'imperatore. Questi, per compensarlo, lo eleva alla carica di principe, titolo che ancora oggi i vescovi ascolani conservano di diritto. Se grandi sono le opere spirituali ed umanistiche di Presbitero, grande pure è il dolore nel vedere gli scempi ed i lutti che arrecano i soldati del Barbarossa, capeggiati dal legato Cristiano di Magonza.
    Con il 1183, anno della morte del vescovo Gisone, Ascoli ha il suo primo podestà e la costituzione di un governo municipale come altre città italiane. Ha termine, così, il duplice potere, religioso e laico, dei vescovi-conti e si instaura il regime comunale, salva maiestate pontificia.
    Enrico IV, venuto in Italia per liquidare l'infelice Manfredi, conte di Lecce, viene ricevuto ed osannato in città per ben due volte. Nel 1225 arriva San Francesco per predicare la pace e mettere su il primo convento ascolano con trenta chierici e laici. Federico II occupa e saccheggia Ascoli per ricondurla all'obbedienza dell'imperatore. Una tradizione vuole che la città, prima della distruzione di 90 torri operata da Federico II, ne contasse ben 200. E' probabile che la cifra sia leggermente esagerata, ma la città rimane in preda alle fiamme per più giorni, per la terza volta nella sua storia. I consoli vengono incatenati ed imprigionati, il vescovo bandito, il dinasta guelfo ucciso nell'eccidio. Su quell'immane tragedia la fazione ghibellina celebra il suo trionfo, trasformando la vecchia contea in un forte stato comunale, legato alle sorti dell'imperatore.
    Questi, ben conscio che la posizione della città gli offre la possibilità di rapide incursioni strategiche verso qualunque obiettivo, le concede il diritto di costruire il suo porto fortificato alle foci del Tronto, l'antico Castrum Truentinum, ormai insabbiato e distrutto dal tempo.
    Tale privilegio, portato a compimento nel giro di tre anni, lede la vecchia concessione fatta da Ottone IV a Fermo sul pieno possesso del litorale adriatico dal Potenza al Tronto. Si innescano, così, lunghe e funeste guerre tra le due città che durano, con alterne vicende, fino alla prima metà del XVI secolo.
    Il papa Giovanni XXIII, nel 1323, dà alla concessione imperiale la controfirma papale, confermando agli Ascolani il possesso, in feudo perpetuo, del porto, capace di navi turrite, di galee e di barche da carico e scarico. Lo stesso pontefice pone i suoi buoni uffici perché Ascoli e Venezia firmino un patto di amicizia e di mutua assistenza per gli affari marittimi.
    Le ostilità tra Ascoli e Fermo sono così frequenti ed abitudinarie da essere considerate dagli abitanti una sorta di calamità naturale. Al primo scontro, avvenuto vicino al Tronto, hanno la peggio gli Ascolani, ma, tre anni dopo, si prendono la rivincita sui rivali. Segue la lunga guerra del 1280-86 che si chiude con l'invito del Papa ai due contendenti a placare gli animi e a ritirarsi nelle proprie terre.
    In questo periodo Ascoli dà i natali a tre degli uomini più illustri della sua storia: Girolamo Masci da Lisciano il futuro Papa Niccolò IV; Francesco Stabili detto Cecco d'Ascoli, il più famoso accademico, astrologo e medico della Bologna del tempo, bruciato vivo dall'Inquisizione a Firenze nel 1327 e Domenico Savi, detto Meco del Sacco, anche lui inquisito e condannato al rogo per eresia. Questi ultimi, Cecco d'Ascoli e Meco del Sacco, rappresentano l'espressione più drammatica della rivolta contro l'eccessiva secolarizzazione e politicizzazione della Chiesa del tempo.
    Con l'inizio del XIV secolo la città conosce un buon ventennio di pace, interrotto nel 1323, allorché i suoi abitanti, paventando nella sede papale di Avignone qualcosa di torbido contro il loro porto, invadono tutto il territorio fermano, entrando fin dentro le mura nemiche e commettendo orribili saccheggi ed eccessi di sangue.
    Nel 1348, gli Ascolani affidano il comando delle proprie truppe a Galeotto Malatesta, signore di Rimini, il quale, malgrado qualche scacco iniziale, come la perdita della rocca di Porto d'Ascoli e la conseguente impiccagione di quattordici suoi uomini, riesce in seguito a battere sonoramente a San Severino i Fermani, mettendoli in fuga e costringendoli a lasciare sul campo armi e bagagli.
    Una vittoria dal caro prezzo, che consente al Malatesta di arrogarsi i più alti poteri decisionali. Fa rafforzare tutte le rocche della città e, portatavi dentro una sua fedele guarnigione, relega nell'anonimato molti dei signori che lo hanno voluto in Ascoli. Per di più, cerca di vanificare l'antico Statuto comunale al fine di diventare signore assoluto ed incontrastato. E vi sarebbe certamente riuscito se gli Ascolani non avessero posto momentaneamente fine alla guerra contro Fermo, fatti saggi dalle crudeltà del despota, che fa trainare a coda di cavallo quattro dinasti per le strade del centro per poi squartarli.
    Nasce un'insurrezione popolare al grido ³morte al tiranno². Viene messo in fuga il Malatesta e i suoi scherani, scappando, non mancano di incendiare e saccheggiare i castelli limitrofi. Gli Ascolani riottengono la loro repubblica, ma devono subire nel secolo successivo, le vessazioni del conte Francesco Sforza. Questi, eletto dal Pontefice Vicario della Marca, mette la sua sede in Ascoli e, per paura di congiure, la riempie di patiboli. Ad Antonio Bentivoglio, che cerca d'insidiargli la Marca, riserva una tortura d'eccezione. Catturatolo, lo mette in prigione a Fermo, lo fa torturare a lungo, poi lo fa incapsulare in una pelle fresca di vacca per essere quindi sepolto vivo a testa in su. Un po' di pane ed acqua al giorno, fino a quando la cancrena non lo divora completamente nella pelle resa putrida dal tempo.
    Malgrado tali supplizi, facili a trovarsi in un tempo che ha altrove i Borgia a signori, l'Ascoli del Quattrocento e del Cinquecento è un fervido cantiere di opere pubbliche e private. Il denaro gira forte.
    La città ha più che buoni rapporti commerciali e politici con Venezia, Firenze, Roma, Genova, Napoli. Vive in pieno il rinnovamento culturale, umanistico e rinascimentale del tempo. Storiche sono le opere urbanistiche realizzate.
    Gli Ascolani riescono a liberarsi dagli Sforza, grazie ai guelfi capeggiati dai Dal Monte, Sgariglia e Saladini, a loro volta aiutati da un centinaio di montanari di Luco di Acquasanta, capitanati da Vanne Ciucci. Riottengono l'ordinamento repubblicano nel 1482, ma devono sborsare 3000 scudi di tributo annuo al papa Sisto IV per il riconoscimento della libertas ecclesiastica che garantisce la libertà repubblicana, fatta salva la sovranità pontificia e la dipendenza da Santa Madre Chiesa.
    La città diventa, intanto, preda delle fazioni interne, guelfi contro ghibellini, ghibellini contro guelfi, gli uni e gli altri, a loro volta, contro altre fazioni e sottofazioni interne.
    Primeggiano i Guiderocchi, tipici rappresentanti di una nobiltà ascolana desiderosa di far solo il proprio tornaconto. Questa famiglia va sempre più acquisendo un potere dispotico sulla repubblica, dotata di due organismi: il Consiglio dei Nobili o Senato ed il Consiglio del Popolo. Il potere tirannico di Astolfo Guiderocchi arriva al punto da non accettare la pace che il Senato conclude con Fermo, ma una sollevazione popolare, capeggiata da guelfi ex ghibellini, al grido di "muoia il tiranno, evviva il popolo", dà fuoco al palazzo dei Guiderocchi, costringendoli all'esilio. Seguono lotte accanite tra bande armate, tra agenti sobillatori interni ed esterni che deteriorano le libere istituzioni civiche. Ed i tempi sono così tristi che gli Ascolani pensano sia meglio rimettersi sotto le ali pontificie per evitare guai peggiori.
    Alessandro VI, nel 1502, manda in città il governatore romano Alberini, ma le cose non mutano. Le cospirazioni e le congiure, anzi, si fanno più fitte e portano all'incendio del Palazzo del Popolo e del suo prezioso archivio, nel 1535.
    Ai Guiderocchi seguono i Malaspina come signori assoluti. La città vive ancora un brutto periodo, non dissimile a quello di tante altre signorie più illustri del tempo.
    Paolo III invia in Ascoli il commissario Angelini, perché ponga un freno alle guerre intestine. Questi fa ingrandire e fortificare la rocca Malatesta a Porta Maggiore su disegno di un Sangallo fiorentino. L'anarchia materiale e morale del tempo è tale che, se da una parte nasce il riformismo religioso per un rinnovamento della chiesa, dall'altra viene fuori un gesuitismo di reazione. Tradire è la regola del giorno. In giro vanno eserciti senza paga e senza guida, costituiti da masnadieri e briganti. La guerra è il loro mestiere ed alle reazioni popolari rispondono con stupri, saccheggi, rovine ed incendi.
    La bella moglie di Cola dell'Amatrice, il pittore che ha lasciato in Ascoli pregevoli lavori d'arte, dà un sublime esempio di fedeltà coniugale, pagando con la vita. Inseguita da soldati ebbri della sua bellezza, non vedendo altro modo per salvare il proprio onore e quello del marito, si getta in fuga da un'alta rupe, ove il Chiaro dà nel Tronto.
    Morto l'energico Giulio II, tredici ascolani congiurano contro il governatore Sisto Vezio, vice-legato. Questi si rifugia in duomo, ma viene raggiunto e scannato. E' il 1555. Non v'è limite alcuno allo scempio ed alla profanazione. Il banditismo regna sovrano e trova proseliti ovunque. Nobili esiliati, criminali comuni, cittadini perseguitati cercano nella macchia l'impunità o il rifugio. Briganti e ribelli trovano nella crudeltà non solo l'unico sistema di sopravvivenza, ma anche la rivincita di ogni loro insopprimibile desiderio di vendetta.
    Il legato pontificio Rocca, dopo aver giustiziato e squartato i banditi, nove alla volta, istituisce una strana usanza. Chiunque può uccidere un bandito, foss'anche lui stesso un bandito. Sono concessi pingui premi in natura o in denaro a chi dà loro la caccia. Ascoli conosce uno dei periodi più tristi e lugubri della sua storia civile, il Cinquecento.
    Per punirla, Pio IV toglie alla città la giurisdizione su alcuni castelli che Gregorio XIII restituirà nel 1573. Il pontefice ordina che, sotto la direzione del Sangallo, si eriga una fortezza, la Fortezza Pia, contro i nemici interni ed esterni ed allo scopo pure di coltivare la speranza di un pronto recupero delle antiche libertà comunali, divenute ormai una leggenda. L'elevazione al trono di Sisto V, di Montalto Marche, riporta un po' d'ordine nel governo e nell'amministrazione locale. Papa rude e forte, invia in città il governatore Landriani che cattura e fa impiccare ottanta briganti. Il cardinale Sangiorgi ne arruola 572 e li spedisce in Ungheria a combattere contro i Turchi nel 1592, con grandi promesse.
    Agli inizi del XVII secolo, Ascoli conosce una buona pace e diventa capoluogo di un'area esclusivamente agricola, esaurite tutte le spinte industriali, commerciali e politiche dei secoli precedenti. Nasce una nuova figura sociale, il popolano, destinato a lunga vita. Questi trova lavoro, vitto e alloggio nel palazzo del padrone, più o meno ricco. Vive all'ultimo piano o in soffitta, mentre il sor occupa il piano nobile dell'edificio. Il popolano fa tutti i lavori che al padrone servono. Coltivare gli orti o i giardini della casa patrizia, fare i lavori domestici, portare via sabbia, pietre o legna dalle rive del Tronto secondo le necessità padronali, trasportare le merci. Tutto quello che ancora oggi in dialetto ascolano vien detto "le mmasciate". Tra le varie attività commerciali, continua la lavorazione dei filati di seta che coinvolge quasi tutte le famiglie, permettendo loro di vivere alla giornata.
    Le cronache cittadine dei secoli XVII-XVIII registrano solo gare di famiglie, nozze e feste, miracoli, atti sporadici e proditori di masnadieri. Una vita tranquilla, vissuta tra le due rocche che signori e papi le hanno posto attorno: la Fortezza Pia e la rocca di Porta Maggiore, dove è di guardia un piccolo presidio di Corsi, fedeli guardie papaline ancor prima delle svizzere.
    Molti nobili ascolani, mal sopportando la lunga pace e preferendo continuare le tradizioni belliche di famiglia, si mettono al soldo di Venezia, Austria, Francia e Spagna. La città non vede né minacce né guerre di sorta, ma solo qualche passaggio di truppe straniere. La vita scorre senza turbamenti. Gli esempi di Venezia e di Firenze, promotrici di accademie agrarie decentrate, producono qualche progresso agricolo nella fertile vallata del Tronto, dove giungono pure gli echi del movimento illuminista francese. Con la rivoluzione dell'89, Ascoli subisce l'invasione delle armi straniere come altre città italiane.
    Scoppiati i moti del 1797 a Roma, il Consiglio generale di Ascoli decreta, il 28 Febbraio 1798, di democratizzare il governo locale, dando parte uguale del potere decisionale ai nobili, ai dotti, ai mercanti, ai contadini ed istituendo la guardia civica. Ma, partito Napoleone dall'Italia, le monarchie europee hanno buon gioco e fanno scattare i loro sensi di solidarietà per reprimere le varie repubbliche, sorte qua e là.
    In Ascoli la sollevazione contro la rivoluzione è generale ed a rafforzarla si aggiunge l'opera dei briganti. Famosa la figura di Giuseppe Costantini, detto Sciabolone, che riesce a capeggiare alcune bande insurrezionali, a cui si aggiungono quelle guidate dal De Donatis, uno strano prete ribelle, divenuto più tardi cappellano dei briganti. Queste formazioni, dopo un'imboscata tesa ai soldati giacobini a Ponte d'Arli, entrano in Ascoli il 23 gennaio 1799. Seguono scaramucce e tumulti che si allargano fino alle gole dell'alto Tronto con esito ancora favorevole alla repubblica. Il 12 giugno, però, Sciabolone deve, malgrado il grande coraggio, fuggire dalla città, inseguito dal generale francese Monnier, il quale lascia, per vendetta, che la città venga saccheggiata dai suoi uomini. La confusione politica è indescrivibile, un'anarchia paurosa si instaura con passaggi repentini di uomini e capi dall'una all'altra parte. Non basta la costituzione di un Governo Provvisorio per porre fine ai disordini. Bande insurrezionali sorgono dovunque e fanno del latrocinio la regola di vita.
    Nel 1808 Napoleone fa di Fermo, Camerino ed Ascoli una sola provincia, chiamata Dipartimento del Tronto. La città diventa così la parte più meridionale del Regno d'Italia, subordinata a Fermo.
    Caduto Napoleone I, autorità municipali e popolazione fanno grandi dimostrazioni di giubilo per la restaurazione del governo pontificio. Questa volta non ci sono né vendette né spargimenti di sangue, ma solo cambiamenti istituzionali: al diritto napoleonico si sostituisce quello canonico o romano, alla guardia nazionale quella provinciale, ai nuovi uomini quelli della vecchia guardia.
    La proclamazione della Repubblica Romana nel 1849 trova in Ascoli forti simpatie ed adesioni. Vengono mandati a Roma per l'Assemblea Costituente delle Città Libere d'Italia i deputati Vecchi e Tranquilli. Garibaldi, nel suo viaggio per Roma, passa da Ascoli e desta grossi entusiasmi tra la popolazione. Abbraccia pubblicamente Sciabolone e gli fa dono di una sua spada. Caduta Roma, arriva quale commissario straordinario Felice Orsini, divenuto famoso più tardi per l'attentato a Napoleone III. I papisti non infieriscono subito sugli avversari, anche perché Austria e Francia, che hanno stroncato la Repubblica Romana, hanno fama di essere liberali. Le vendette giungono più tardi. Una attenta censura scruta opinioni e fatti di ogni persona. Ciò malgrado, Ascoli segue con passione tutti i moti italiani che portano all'indipendenza e alla libertà. Circa 80 volontari combattono nel 1859 a San Martino.
    Con l'unità d'Italia, nel 1860, ad Ascoli viene restituita la primitiva dignità di centro del Piceno che il Regno Italico le aveva tolto, divenendo la città capoluogo di una nuova e grande provincia.
    Il resto della sua storia è nella storia d'Italia.
    Noi siamo i padroni.
    Noi siamo gli schiavi.
    Siamo ovunque
    e da nessuna parte.
    Regniamo sui fiumi di porpora.

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    Citazione Originariamente Scritto da ISKANDER
    La Storia.
    Certo, ma sarà pur scritta da qualche parte, o no?
    Puoi postare qualche titolo?

  8. #8
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    ASCOLI PICENO. CERTI UOMINI NON CERCANO QUALCOSA DI LOGICO, COME I SOLDI. NON SI POSSONO NE' COMPRARE NE' DOMINARE. NON CI SI RAGIONA E NON CI SI TRATTA. CERTI UOMINI VOGLIONO SOLO VEDER BRUCIARE IL MONDO.
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    Predefinito Cecco d'Ascoli

    Francesco Stabili di Simeone, Cecco d'Ascoli, nacque ad Ascoli, come lui stesso dice «...quae me genuit ...» dopo il 1269 e morì a Firenze il 16 settembre 1327.
    Accusato di ' errori contro la fede ', gli furono tagliate le vene della fronte e fu messo al rogo.

    Le notizie che si hanno sulla vita di Cecco sono poche e frammentarie, spesso autori e storici del passato ci hanno lasciato biografie arbitrarie e fantasiose che hanno alimentato il clima di mistero e confusione che gravita intorno alla vita di Cecco d'Ascoli .

    Quello che appare certo e documentato è il periodo che va dal 1324 al 1327.

    Nel 1324 insegnava alla facoltà di medicina in Bologna, in quello stesso anno, le sue lezioni sul 'commento alla Sfera del Sacrobosco' furono la causa della prima condanna che gli fu inflitta il 16 dicembre dello stesso anno. Lamberto da Cingoli, dell'ordine dei predicatori, viste le sue lezioni ed udita la testimonianza di alcuni suoi studenti, con i quali si intratteneva " in fine lectionis ", per aver parlato male e disordinatamente della fede cattolica, lo condannò alla confessione generale entro 15 giorni, di recitare ogni giorno 30 paternostri ed altrettante avemmarie, digiunare ogni sabato per un anno, ascoltare ogni domenica la predica nella chiesa dei frati minori.

    Gli furono sequestrati tutti i libri di astrologia, venne privato di ogni incarico e della cattedra fino ad un termine indeterminato e fu condannato a pagare, entro la prossima Pasqua, 70 libbre di Bologna.

    Il divieto di insegnamento venne sospeso nel 1325, in seguito alle pressioni di studenti e medici che avevano acclamato Cecco loro maestro. Venne promosso alla cattedra superiore e quindi ad insegnare, non più ai juniores, ma ai maiores ed ai medici.

    Tenne alcune lezioni di fisiognomica ed un saggio sul modo di trovare l'ultimo termine delle progressioni crescenti o decrescenti di numero pari o dispari di termini, poi commentò il " De principiis astrologiae " di Alcabizio collegandola alla " Sfera " del Sacrobosco.

    Cecco d'Ascoli in quel periodo conquistò fama e gloria, tanto che, il primogenito di Re Roberto, Carlo duca di Calabria, entrato in Firenze il 30 luglio 1326, lo nominò medico di corte.

    I cronisti del tempo raccontano che avendogli il Duca richiesto dei pronostici sulla sua nipote, la futura Giovanna Regina di Napoli, che allora aveva appena due anni, Cecco pronosticò che sarebbe stata " proclive a libidine ".

    Questo imprudente pronostico forse fù la causa della sua sciagura, come si legge in una anonima " Cronica fiorentina " alla rubrica 435:

    " Uno maestro Cecco d'Ascoli, che fù sottilissimo uomo in astrologia, e dicesi che disse e dicea contro alla fede, ma mai non lo confessò. Ma pure il fece ardere per alcuna cosa che in suo libro scrisse delle cose che ....... (lacuna nel testo); ma dicesi che la cagione perchè fu arso, fu che disse che Madonna Giovanna, figliola del Duca, era nata in punto di dovere essere di lussuria disordinata. Di che parve questo essere sdegno al Duca, perchè non avrebbe voluto fosse morto un tanto uomo per un libro. E molti vogliono dire che era nimico di quel frate Minore Inquisitore e Arcivescovo di Cosenza, perchè i frati Minori erano molto suoi nimici. Di che il fece ardere il dì 16 di settembre 1327......"

    Cecco d'Ascoli, rimase alla corte del Duca di Calabria, fino al 31 maggio 1327, dove compose la maggior parte del suo poema " L'Acerba ", mentre gli ultimi capitoli dell'opera furono scritti in carcere dal 17 luglio al 15 settembre 1327.

    La visita del Duca all'Inquisitore, il processo sommario che ne seguì e l'immediata esecuzione, posero fine a Cecco ed al suo Poema.

    L'Inquisitore Accursio confiscò tutti i beni che Cecco possedeva in Ascoli, Macerata e Firenze e ne riscosse la parte che gli spettava che furono otto lire di fiorini piccoli.

    Dopo la morte, Cecco entrò in un alone di leggenda e di mistero; il divieto imposto dall'Inquisizione di leggerne e conservarne gli scritti, il fascino del proibito, indussero molti a trascriverne ed a diffonderne le Opere.

    L'Acerba, incompiuta, in molte parti abbozzata, subì lo scempio dell'ignoranza di copisti e trascrittori, impreparati a comprendere e conoscere le innumerevoli fonti di pensiero, filosofico matematico e scientifico, che furono patrimonio della cultura di Cecco e che illuminano tutta la sua opera.

    Il Dott. Prof. Achille Crespi è sicuramente il più eminente studioso e ricercatore del pensiero e dell'opera di Cecco d'Ascoli.

    Nella sua introduzione all'edizione dell'Acerba del 1927, pubblicata dalla casa editrice Giuseppe Cesari di Ascoli, alla quale rimando quanti desiderassero un maggiore approfondimento, meglio di me riassume la vita, il pensiero ed il dolore dell'uomo " Cecco d'Ascoli " :

    " Povero poeta! Credeva nella sua astrologia, era medico di corte, era chiamato maestro, aveva provato forse le angoscie della povertà per comprar libri, e li studiava con zelo, e li divulgava dalla cattedra, convinto d'essere anch'egli sacerdote della grande idea unificatrice di ogni scienza e di ogni fede. Ed ora la sconsolata amarezza di avere inutilmente vissuto e sofferto, e la mortale passione di essersi fidato di allievi ed amici che tradivano lui, il fallito seguace della morte.

    Egli poteva dire di sè quel che più tardi il Petrarca :

    «Io vo pensando, e nel pensier mi assale --- Una pietà sì forte di me stesso»

    La sentenza apocrifa dice che, interrogato su ogni capo d'accusa, rispondeva: « l'ho detto l'ho insegnato e lo credo». "
    Noi siamo i padroni.
    Noi siamo gli schiavi.
    Siamo ovunque
    e da nessuna parte.
    Regniamo sui fiumi di porpora.

 

 

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