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    Post U$A ed entità sionista: ecco i veri terroristi!

    Terrorismo: una sanguinosa sceneggiata?




    Le ignobili menzonge della stampa favorevole all'asse americano sionista, cioè la grande maggioranza dei centri di informazione, crescono in misura esponenziale con l'avvicinarsi di un conflitto con il mondo islamico, in particolare con Siria e Iran. Un conflitto che Israele vuole ad ogni costo con l'aiuto degli Stati Uniti e possibilmente trascinando anche l'Europa, accusata ad arte di "non capire il terrorismo".


    Abbiamo già scritto cosa pensiamo dei gravissimi atti terroristici del passato. E' dai tempi delle "strategie della tensione" che sappiamo come in servizi segreti usino i terroristi , fanatici pilotati, per creare un atmofera adatta alle vere strategie dei burattinai del terrore.


    In un sondaggio annunciato significativamente solo da RAI 3 il 70% degli italiani si è dichiarato ostile ad Israele e alla sua folle politica ( e in vari sondaggi la proporzione di anti israeliani in vari paesi europei . Svizzera compresa) era ancora maggiore) nonostante una propaganda che usa tutti i mezzi, dalla culla alla tomba per fare apparire gli ebrei come eterne vittime, anche quando sono chiaramente carnefici: si pensi all'orrore degli omicidi indiscriminati a Gaza, dove è in atto una vera politica di sterminio.


    Di fronte a questo rifiuto di accettare menzogne evidenti da parte della pubblica opinione, la stampa parasionista accentua i toni parossistici, riempie le pagine di articoli di lacrimevoli testimonianze di israeliani ( il Corriere della Sera ha dedicato paginate alla morte del figlio di uno scrittore ebreo, David Grossman, pagine patetiche sul "dolore per quel lutto" ma il giovane Grossman era un carrista combattente, non Teresa di Calcutta: in comprenso il CdS dedica poche righe ai bambini - bambini, non soldati - che quotidianamente vengono assassinati dalle "eliminazione mirate" o dai bombardamenti tipo Cana) falsifica deliberatamente i fatti per un lavaggio del cervello sempre più insopportabile.


    Componente essenziale del lavaggio del cervello è la dilatazione sino all'inverosimile del pericolo terrorismo islamico.


    Che esiste ma è in primo luogo l'ultimo atto di una inevitabile radicalizzione del conflitto medio orientale dovuta ai decenni di piratesca politica sionista e in secondo luogo è un fenomeno del tutto marginale rispetto al terrorismo su vasta scala dell'asse israelo -americano e alla demenziale asimmetria tra un atto terroristico, pur grave, e la guerra "infinita", lo scontro di civiltà fino alla folle "guerra preventiva" di Bush e Tel Aviv che legittima qualsiasi crimine.


    Si pensi alla guerra in Iraq e agli infiniti lutti, miseria e dolore che ha provocato agli iracheni senza che quel paese fosse minimamente implicato in atti di terrorismo.


    Ma l'amplificazione del "pericolo terrorismo" è essenziale alla "strategia del terrore" internazionale, così come la legittimazione di un "terrorismo buono" contro quello "cattivo": ci vogliono portare ad una guerra che avrà conseguenze ancora inimmaginabili e solo instillando una colossale paura nell'opinione pubblica si riuscirà a creare fra la gente quella carica di "odio" ( sì , proprio la parola che da anni ormai viene usata ipnoticamente dalla stampa sionista: ci odiano, il seme dell'odio, odio qui e odio là: ma sono loro che odiano assai di più) necessaria all'accettazione di un conflitto disastroso per tutto salvo (forse) che agli interessi di Israele della cui sorte, chissà perchè, dovremmo tutti essere partecipi anche se in realtà non ce ne importa un fico secco, visto il suo comportamento.


    Nella realtà si sta creando un clima di guerra effettiva in cui lentamente ma nemmeno troppo qualsiasi analisi obbiettiva diventerà collusione con il nemico, alto tradimento. E' la tecnica del Male assoluto: dal dopo guerra il Male Assoluto è la Germania naziionalsocialista, il Bene sono gli Ebrei. Da allora ogni avversario di Israele viene paragonato ad Hitler ( Nasser, Arafat, Khomeini, Saddam, Ahamadin Nejad) : e contro il Male assoluto tutti i mezzi sono leciti: quindi gli americano sionisti possono tranquillamente essere terroristi e torturatori, sono assolti.


    La stampa italiana in questi giorni è andata in fibrillazione perchè le comunità islamiche hanno pubblicato a pagamento un'inserzione ( non c'è altro modo per comunicare con la pubblica opinione sulla stampa controllata e presti sarà vietato anche quello) in cui si dimostrava che l'esercito ebraica usava metodi anche peggiori della Wehrmacht. Ai sionisti gli si sono attorcigliate le budella ed hanno scatenato il solito coro dei crucifige: chi parla male di Israele è un terrorista.


    Unico mezzo ormai per spaventare la gente che non crede - e sono sempre di più - che gli ebrei siano il Bene e gli Arabi il Male.


    Ma cosè davvero questo terrorismo? Se si esamina da vicino la strategia della tensione è inevitabile porsi delle domande.


    Innanzittutto questo terrorismo è spettacolare, funzionale cioè alla giustificazione di reazioni spropositate, senza però arrecare danni essenziali ai paesi colpiti ( parliamo ovviamente di Europa- USA, non di Israele dove il terrorismo dei kamikaze è vera guerra, così come il terrorismo dello Stato ebraico) .


    Cosa si vuol dire con questo? Semplice. L'attacco alle due torri - a nostro avviso l'inizio pianificato di tutto come abbiamo già scritto - fece una strage di poveri diavoli ( stranamente quasi tutto il personale - specie direttivo - degli istituti della grande finanza ebraica erano fuori sede, quel giorno) ma non fece grandi anni finanziari salvo alle assicurazioni svizzere ( e alle compagie aeree, ma questo era inevitabile) e anzi permise ai bene informati di vendere azioni in anticipo guadagnando soldi a palate e tanto per cambiare ad essere rovinati in Borsa furono i meno informati.






    Se il terrorismo fosse combattente...




    Ora cosa dovrebbe fare in Occidente un'armata terrorista combattente? Non certo attacchi ad aerei o metropolitane che giustamente indignano l'opinione pubblica provocando però esclusivamente risultati negativi agli autori.


    Dovrebbe fare cose molto più semplici e molto, molto più efficaci.


    Un attentato areo come quello recentemente sventato dai servizi non deviati britannici , richiede una preparazione enorme e attentatori suicidi. Inoltre è difficilissimo da fare: lo spionaggio è capillare ( satelliti, intercettazioni, controlli di ogni genere) ed è quasi impossibile sfuggire.


    Ma immaginiamo di dover organizzare un terrorismo di guerra, che in terminiu tecnici si chiama "sabotaggio".


    Tutto è molto più semplice. Esempio. Si prendono tre o quattro camioncini, li si riempie di esplosivo e materiale infiammabile ( un'operazione molto più semplice che imparare a guidare un Boeing) li si porta nei tunnel del San Gottardo, del Monte Bianco, del San Bernardino e del Brennero e li si fanno esplodere. Abbiamo visto cosa è successo in un semplice incidente. Figurarsi un potente attentato: un simile atto bloccherebbe tutti gli accessi veloci dall'Italia e da parte del Mediterraneo all'Europa del Nord. Un danno enorme.


    Ora simili attentati, con vaste comunità islamiche presenti in Europa, sarebbero facilissimi.


    Parlamo solo dell'Italia ma é evidente che potrebbero essere organizzati in tutta Europa su obbiettivi diversi, mirati a paralizzare l'attività industriale e commerciale. La vena giugulare italiana è l'asse autostradadele dell'autostrada del Sole che unisce Nord e Sud: i viadotti appennici possono essere colpiti senta difficoltà con poche cariche di plastico. Per servire Milano occorrono 10.000 camions al giorno: basta provocare un gigantesco blocco stradale negli snodi nevralgicie e sarà il caos. Altro che due torri!


    E naturalmente si possono ampliare a piacimento gli obbiettivi, dalle comunicazioni alle centrali elettriche. Tutti indifendibili. In poche settimane si aprirebbero i presupposti di una colossale crisi economica: e visto che l'obbiettivo dei terroristi non è l'Italia o la Francia ma Israele l'opinione pubblica si renderebbe conto che è meglio star fuori dal conflitto e lasciare gli USA e Israele fare le guerre che vogliono, anzichè pagare un prezzo altissimo per gli affaracci loro.


    Se ciò non è ancora avvenuto è perchè gli islamici non hanno ancora portato la guerra in Europa.


    Ma vogliono costringerli a farlo portando Israele in Europa. Questo è in questo momento l'obbiettivo micidiale delle forze sioniste, così come viene fatto con la Turchia, alleata (almeno a livello governativo: a livello popolare i turchi non amano affatto Israele) degli americanosionisti.


    Il terrorismo è una manna per l'asse israelo americano: trasforma gli Stati europei in stati di polizia più facilmente controllabili, permette un giro di vite ulteriore alla libertä di opinione e dà maggior peso ai partiti collaborazionisti ( la fogna dei radicali italiani del bevitore di orina gIacinto Pannella , difensore di tutte le perversioni, definisce vergognosa ogni critica ai sionisti) prepara la strada a nuovi sanguinosi interventi.


    Il miglior modo per liberarsi del pericolo terrorista sarebbe ovviamente e semplicemente bloccare l'immigrazione ed essere il più lontani possibili da Israele, la cui politica non merita alcuna simpatia.


    Ma nessun giornale - nessuno- oserà sostenere una simile linea: il filo sionismo è obbligatorio. A tutto scapito del nostro futuro.

  2. #2
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    I veri signori del terrorismo


    Ancora una volta, a conclusione e per dare ulteriori indizi alle tesi sostenute, giova ripetere che il "terrorismo" che dovrebbe convincerci della improrogabile necessità di una guerra infinta, è con ogni probabilità pilotato proprio da coloro che hanno un grande interesse a provocare una reazione a sostegno dei loro loschi piani.

    Innanzitutto questi grandi campioni del bene e della libertà hanno già dimostrato di mentire spudoratamente. Non parliamo delli stato ebraico he ha usato la menzoga sin dalle radici storiche.

    Parliamo degli Stati Uniti che osano accusare gli altri essere canaglie.

    Hanno mentito - ormai nessuno lo nega più - nelle motivazioni addotte per la guerra all'Iraq.

    Basta e avanza a squalificarli: hanno uccisi centinaia di migliaia di persone e distrutto un paese accusandolo con prove spudoratamente false costruite da loro, prefabbricate. False accuse per un delitto premeditato Questo li pone già al rango di semplici assassini. Quelli che ora fanno ka morale al mondo. Ci vuole tutta la malafede dei sionisti per dire che il pericolo per la pace viene dall'Iran che non ha mai attaccato nessuno ma è stato attaccato a tradimento da un Saddam armato e aiutato dagli Stati Uniti.. Bush è grottesco e spudorato quando dice che di Ahamadin Nejad non ci si può fidare , come se ci potesse invece fidare degli Stati Uniti di un paese pronto a qualsiasi menzogna in nome di valori che dimostra di non credere per nulla.

    Nessun deve quindi stupirsi se sono sempre di più gli osservatori qualificati che lasciano capire di dibitare dell'attentato dell'11 settembre: è possibilissimo che sia stato messo in piede da servizi segreti che volevano raggiungere precisi obbiettivi. E, grazie alla propaganda della stampa controllata, li hanno perfettamente raggiunti.

    Di recente Corrado Augias ha avuto il coraggio su RAI 3 ( gli altri canali non lo avrebbero mai fatto) di dedicare una trasmissione ai paurosi buchi logici dell' 11 settembre. E' stato immediatamente punito e la sua trasmissione declassata a tarda ora. Certe cose non si devono dire, la gente potrebbe capire chi sono gli stati canaglia.

    Un particolare ci è balzato agli occhi sul recente fallito attentato super sofisticato scoperto dai servizi segreti britannici.

    Gli attentatori sarebbero stati bloccati perchè i servizi di sua maestà hanno intercettato un ordine trasmesso per cellulare. L'ordine era "go now", via adesso, che dava il via all'operazione. Ora c'è qualcuno che abbia una vaga idea di cosa sia un'operazione terroristica ormai pronta al via , coinvolgente numerosi aerei, definita super sofisticata, con forzatamente una struttura logistica vasta e raffinata, che dà il via all'azione studiata per mesi con un "go now"? per cellulare? Quei super terroristi non sapevano neanche studiare un segnale convenzionale non immediatamente decifrabile, come per esempio Allah, o ciao mamma, insomma qualcosa di leggermente meno intelleggibile dall'intelligence del ridicolo "vai e spara" tipo hollywood?

    Strano poi, nota ancora Corrado Augias che un sistema immenso, diabilico e complesso come la super spia satellitare Echelon che ci controlla (illegalmente) tutti da anni, sia cascata dal pero l'11 settembre. Ma come un branco di disperati arabi va in Florida ad impare a volare su simulatori da quattro soldi, telefona, alloggia in vari alberghi e il più potente sistema di spionaggio satellitare , abilissimo a rubare in modo delinquenziale i segreti industriali europei più nascosti, non scopre un fico secco? E poi quei piloti dilettanti riescono a centrare con un Boeing un grattattacielo, roba da super piloti? Non sta in piedi.

    Certo ci sono sempre allocchi disposti a credere sulla parola. Gli americano sionisti hanno fatto carte false ( letteralmente) per fare sempre la figura dei buoni, dei liberatori, dei difensori degli oppressi. Grazie a Hollywood e al controllo mediatico hanno fatto vedere lucciole per lanterne. La gente dimentica , la storia viene falsificata

    Dai giornali, dalle televisioni, viene con martellante propaganda trasmessa l’immagine degli americano sionisti e dei loro lacchè in Europa che rappresentano uno scudo contro il terrore e l’orrore.

    Ma il terrorismo non l’ha inventato l’Islam: l’hanno inventato loro.



    E’ passato oltre un secolo da quando gli americani scatenarono una guerra contro la Spagna per mettere le loro unghie di “liberatori” su Cuba.

    Nel gennaio del 1898 l’incrociatore americano Maine, da 6700 tonnellate, diede la fonda davanti all’Avana, in una visita di cortesia a cui non era stato invitato.

    Non era il momento migliore per inviti: a Cuba era in corso una sollevazione contro Madrid, con richieste di autonomia appoggiate dagli Stati Uniti.

    Il governo spagnolo aveva risposto a Washington annunciando l’imminente sostituzione del governatore generale, l’inviso agli americani Valeriano Weyler, con Ramon Blanco: il nuovo «capitan general» istruito ad applicare appunto la concessione della più ampia autonomia. Una grossa concessione agli americani.

    Che come sempre però volevano di più: gli americani vogliono sempre la resa senza condizioni.

    Purtroppo, nella sera del 15 febbraio 1898, l’incrociatore Maine esplode davanti all’Avana; muoiono 226 marinai statunitensi.

    Un attentato sicuramente islamico - anzi, scusate «ispanico», come seppe subito dai giornali l’opinione pubblica americana, immediatamente accesa di sdegno.

    Con la giusta scusa, il giusto 11 settembre, gli americani invasero Cuba sostituendosi agli spagnoli.

    Solo un paio di anni fa, con solo un secolo di ritardo, l’ammissione: no, non era stato un atto di terrorismo: la nave era esplosa su una mina. O più probabilmente era stata fatta esplodere, ma questo ovviamente non lo diranno mai.

    I grandi nemici del terrorismo, che per primi hanno usato le bombe al fosforo uccidendo in modo orribile gli abitanti di Amburgo e di Dresda, per primi a guerra ormai vinta hanno usato la bomba atomica, il più spaventoso atto di terrorismo mai avvenuto , non hanno neppure disdegnato il terrorismo spicciolo.





    Scuola di terrorismo






    Gli americani infatti sbarcarono in Sicilia dopo aver preso accordi con la mafia di Lucky Luciano che ebbe poi mano libera in molte città dell’isola.

    Qualche anno dopo Enrico Mattei, il grande manager italiano che con l’ENI aveva stretto accordi con il mondo arabo per contratti petroliferi che davano fastidio agli anglo americano , fu assassinato con un attentato al suo aereo. Fu la mafia a compierlo: facile capire per ordine di chi.

    Fu una atto terroristico l’attentato al velivolo italiano Argo, in cui perirono quattro aviatori. Era implicata la Mossad e l’attentato, su cui in qualche modo venne bloccata l’inchiesta, era un avvertimento all’Italia di Craxi, considerata dagli ebrei troppo filo araba.

    Clamorose furono qualche anno fa le rivelazioni di Galloni, un esponente del massimo rilievo della DC italiana che in una intervista televisiva dichiarò testualmente: “ Aldo Moro mi disse di avere per certa la notizia che sia la CIA che il MOSSAD hanno infiltrati nelle BR. Ma non vogliono collaborare perché se collaborassero avremmo già trovato i covi delle BR. Successivamente lo stesso Moro fu sequestrato dalle BR e noi avemmo enormi difficoltà a metterci in contatto con i servizi segreti americani per ritrovare la prigione di Moro, che non fu mai ritrovata. Poche settimane dopo venne sequestrato un esponente americano, il generale Dozier, e in 10 giorni i covi furono trovati.


    Che i servizi della CIA e del Mossad sapessero qualcosa è forse provato anche dalle sconcertanti di dichiarazione dell’agenzia stampa OP del noto giornalista Pecorelli. Pecorelli scrisse che ad una tal data sarebbe successo un fatto che avrebbe sconvolto la politica italiana. Si sbagliò di un giorno, probabilmente perché il rapimento fu anticipato, ma previde esattamente il sequestro Moro Poi venne assassinato lui stesso in maniera professionale, tipica dei killers dei servizi. Dell’omicidio fu accusato Andreotti, ( guarda caso sempre detestato da ebrei e americani, ndr) ma certamente l’omicidio fu opera dei cosiddetti servizi deviati. Che non erano in realtà deviato: ubbidivano semplicemente più alla CIA e al Mossad che al governo italiano”

    Di questa intervista abbiamo conservato copia filmata. Si può star certi che non la si rivedrà spesso. Essa getta una luce sinistra sulla complicità di politici e servizi segreti anche nelle recenti criminali azioni degli americani in Europa, con rapimenti, sequestri, torture effettuate con il tacito consenso dei governi che fingono di non saperne nulla.

    Durante tutto il periodo della guerra poi, è un segreto di Pulcinella, gli americani fecero continuamente ricorso ad atti terroristici: in Americana latina, in Indovina, in Africa. Tentarono infinite volte di assassinare Fidel Castro. Furono coinvolti in mille trame e colpi di stato.

    Sul Mossad terrorista non è neppure il caso di perdere tempo: sono una banda di criminali che hanno al loro attivo ogni genere di atti illegali ed assassini. Ci vorrebbe un libro ( e basta per informarsi il saggio sul Mossad dell’ebreo Ben Morris, quello che propone la deportazione dei palestinesi) per capire con che razza di gente si ha a che fare.

    Veniamo di nuovo ai nostri giorni.

    Gli Stati Uniti probabilmente attaccheranno l’Iran. Lo vuole Israele, lo vuole la lobby petrolifera, l’apparato militaro industriale, lo rende necessario la crisi economica americana sempre più esplosiva.


    Sono in azione gli stessi neo con criminali che inventarono le prove per attaccare l’Iraq: i vari Rumsfeld, Wolfowitz, Feigt . Bush fa solo da paravento.

    Allo stato attuale Rumsfeld è onnipotente, ed ha ottenuto dalla Casa Bianca un nulla osta per avocare al Pentagono ogni operazione coperta armata, anche quelle prima di competenza della Cia (la grande perdente nella lotta intestina). Due ex agenti della CIA esperti di operazioni coperte, Vince Cannistraro e Philip Giraldi, che pubblicano la newsletter “Intelligence Brief”, hanno precise informazioni sul fatto che operazioni armate e assassini mirati sono stati autorizzati. Il Pentagono ha la facoltà di “operare unilateralmente in una lista di Paesi, alcuni dei quali sono amici e partner commerciali”. La lista comprende, oltre Sudan e Siria, l’Algeria, lo Yemen, la Malaysia e la Tunisia.

    Ma Rumsfeld sembra aver mutuato le sue concezioni strategiche dai film di Rambo. Fra i suoi ordini, rivela il giornale americano New Yorker, c’è quello ai militari Usa addetti alle operazioni coperte di fingersi uomini d’affari stranieri criminaloidi in cerca di parti e materiali nucleari (funziona, nei film di Hollywood). In altri casi, andranno reclutati “cittadini stranieri a cui sarà chiesto di unirsi a gruppi di guerriglieri o terroristi”, fino a “organizzare e portare a termine operazioni di combattimento o atti terroristici”. Insomma, è chiaro: per Rumsfeld la guerra mondiale al terrorismo contempla la creazione del terrorismo da parte americana, per mezzo di agenti provocatori. Cose già viste.

    Il che è poi esattamente la tesi che andiamo esponendo, con buona pace di droghieri, farmacisti e politicanti vari che ululano al pericolo del terrorismo islamico e plaudono all’ “amico americano” . Questa brillante strategia è stata confezionata alla RAND Corporation, il think tank militarista di cui Rumsfeld è stato influente membro per decenni. Come ha spiegato entusiasta John Arquilla della RAND, nonché analista alla Naval Postgraduate School di Monterey (California), si tratta di imitare quel che i britannici fecero in Kenya. “Quando le operazioni militari convenzionali contro i Mau Mau fallirono a metà anni ’50, gli inglesi organizzarono bande di pseudo Mau-Mau formate da kikuyu fedeli, che infiltrarono i gruppi clandestini”. Proprio questo esempio è agghiacciante: in Kenya i falsi Mau-Mau commisero atrocità efferate contro i bianchi, per darne la colpa ai Mau Mau veri.

    D’altra parte, già negli anni ’60 l’US Army organizzò un’unità clandestina per operazioni segrete all’estero e sottratta al controllo parlamentare, chiamata ISA (Intelligence Support Activity). I risultati furono disastrosi. I capi dell’Isa finirono davanti a corti marziali per vari scandali finanziari, spaccio di armi e droga. Tuttavia, l’ISA ha continuato ad operare con simili risultati (scandalo Iran-Contra, tentato golpe di Oliver North) e tuttora esiste. Rumsfeld lo rimette semplicemente in attività, fornito di tutti i poteri illegali ed extralegali che ritiene necessari per operare all’estero, creare cellule terroristiche in Paesi “amici” e poi sgominarle con assassini mirati. Sempre più chiaramente, il solo vero stato canaglia si chiama Stati Uniti. Ma se leggete il vostro giornale cittadino queste evidenze non le troverete mai: la censura è ormai al potere.




    GM

  3. #3
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    Dollaro, guerre e medio oriente

    Dollaro, guerre e Medio Oriente


    Qualche utile dato per capire meglio









    Futura carta straccia?


    Oltre all’influenza della lobby sionista, decisiva negli Stati Uniti, il governo americano ha iniziato ( ben prima del famigerato 11 settembre) ha pianificare un guerra in Medio Oriente di vasta portata per consolidare il suo potere egemonico mondiale.

    La guerra era ed è una fase obbligata. La potenza mass mediatica sionista e americana tenta ( purtroppo con successo) di far credere che si tratti “di una guerra mondiale al terrorismo” ( una scemenza sin dalla sua enunciazione) e una guerra preventiva contro l’Islam.

    Naturalmente è un falso anche se prima o poi sarà inevitabilmente diverrà inevitabilmente un fatto vero: se si dichiara “preventivamente” guerra a qualcuno quello è automaticamente in guerra con voi. Ma nessun cervello funzionante può credere che si combatta il terrorismo invadendo uno Stato ( l’Iraq poi, che con il terrorismo c’entrava niente!!)

    Le ragioni vere sono evidenti: gli Stati Uniti ( e con essi Israele che senza loro non camperebbe un giorno) hanno o stanno perdendo il primato economico mondiale, sono sempre più indebitati, il petrolio diminuisce in quantità e ovviamente aumenta in prezzo, il dollaro è in crisi nera. E se crolla il dollaro crolla l’infame lobby padrona di Wall Street e sfuma la potenza americana. Gli americani hanno solo più un grande vantaggio sul resto del mondo: sono la prima potenza miliare. Possono sperare di vincere la guerra e hanno cominciato a farla. Per salvare il primato della loro economia e del dollaro.

    Parliamo dunque un po’ del dollaro.





    Note di storia

    Il Dollaro venne unanimemente scelto come unità monetaria degli Stati Uniti il 6 luglio 1785. Fu la prima volta che una nazione adottava un sistema decimale per la valuta.

    Origine del termine

    Il nome del Dollaro Statunitense deriva dal Dollaro Spagnolo (che a sua volta deriva dal Tallero), che era una moneta d'argento largamente diffusa durante la Guerra di indipendenza americana. Anche se le banche private emettevano valuta supportata dal Dollaro Spagnolo, il governo federale non lo fece fino alla guerra di secessione.





    Fino al 1974 il valore del Dollaro era legato a quello dell'argento o dell'oro o a una combinazione dei due. Dal 1792 al 1873 il Dollaro era supportato liberamente da oro e argento, in rapporto di 15 a 1, con un sistema chiamato bimetallismo. Attraverso una serie di cambiamenti legislativi avvenuti tra il 1873 e il 1900, l'importanza dell'argento fu via via diminuita fino all'adozione formale del gold standard. Il gold standard sopravvisse, con molte modifiche fino al 1974. Oggigiorno, come per la valuta di quasi tutte le nazioni, il Dollaro non ha valore intrinseco.





    La Federal Reserve iniziò a emettere valuta, supportata dal Dollaro Spagnolo, durante la Guerra di secessione americana (1862). Queste banconote, conosciute come greenbacks per il colore verde del retro, diedero inizio alla tradizione statunitense di stampare la valuta in verde. Contrariamente alle altre nazioni tutte le banconote statunitensi sono state stampate con lo stesso colore per la maggior parte del XX secolo.





    Il 4 giugno 1963, il presidente JFK firmò l'ordine esecutivo numero 11110 che dava allo stato USA il potere di emettere moneta senza doverla "chiedere in prestito" alla Federal Reserve, che è una banca privata. Kennedy scelse come riserva monetaria l'argento. La moneta nel progetto di Kennedy aveva costo zero per lo Stato (invece che indebitarsi verso la FED) in quanto i certificati d'argento erano dollari USA, non obbligazioni sulle quali lo Stato pagava gli interessi. Viceversa la moneta della FED era prestata al Governo applicando un tasso di interesse. Diversamente dalla moneta della FED, era poi una moneta convertibile. Con il provvedimento il Tesoro americano, un ente pubblico, tornava ad emettere moneta come era avvenuto dalla fine della guerra di secessione fino agli anni '30 prima della costituzione della Federal Reserve. Presso la Corte Suprema non furono sollevati quesiti di anticostituzionalità contro questo provvedimento. L'ordine dava al Ministero del Tesoro il potere "di emettere certificati sull'argento contro qualsiasi riserva d'argento, argento o dollari d'argento normali che erano nel Tesoro". Questo voleva dire che per ogni oncia di argento nella cassaforte del Tesoro, lo stato poteva mettere in circolazione nuova moneta. In tutto, Kennedy mise in circolazione banconote per 4,3 miliardi di dollari.

    Le conseguenze furono enormi. Kennedy stava per mettere fuori gioco la Federal Reserve Bank di New York. Principale centri del potere sionista ( basta vedere da dove vengono i vari governatori della F.R. : Volcker, Greenspan, Bernancke ecc) Se fosse entrata in circolazione una quantità sufficiente di questi certificati basati sull'argento, questa avrebbe eliminato la domanda di banconote della Federal Reserve. Che è come detto, un consorzio di banche private. L'ordine esecutivo 11110 avrebbe probabilmente impedito (se non cancellato) al debito pubblico di raggiungere il livello attuale, poiché avrebbe dato al Governo la possibilità di ripagare il debito pubblico senza essere gravato dall'interesse richiesto da questa banca privata per la creazione di nuova moneta (Tasso di sconto).

    Il debito cresce in quanto gli Stati chiedono nuovi prestiti di moneta non solo per le necessità correnti, ma per ripagare gli interessi (il tasso di sconto). L'ordine esecutivo 11110 dava agli USA la possibilità di crearsi la propria moneta garantita da argento. Kennedy fu assassinato dopo appena cinque mesi e non vennero più emessi certificati garantiti da argento.

    Il suo assassino venne assassinato e così l’assassino dell’assassino. La verità non venne mai a galla. E per anni si montò l’accusa degli agenti…di Fidel Castro!

    L'ordine esecutivo di Kennedy non venne mai cancellato da nessun presidente attraverso un altro ordine esecutivo, quindi è ancora valido ma ovviamente non viene utilizzato. Le moderne banconote statunitensi, indipendentemente dalla denominazione, misurano 6,63 cm. in larghezza, 15,6 cm. in lunghezza e 0,11 mm. in spessore.





    Il 13 maggio 2003, la Federal Reserve annunciato l'introduzione di una banconota da 20$ a colori (la prima dal 1905). La scelta è dettata dalla necessità di contrastare la crescente contraffazione Le nuove banconote sono entrate in circolazione il 9 ottobre 2003. Altre banconote da 50$ e 100$ verranno introdotte nel 2004 e 2005, ognuna con differenti schemi di colori.







    Alcune nazioni al di fuori della giurisdizione statunitense usano il Dollaro Statunitense (USD) come valuta ufficiale. Queste nazioni includono: Ecuador, Palau, Timor Est, Panamá e gli Stati Federati di Micronesia. L'Argentina usò un tasso di cambio fisso 1:1 tra il Peso Argentino e il Dollaro Statunitense dal 1991 al 2002. Il tasso di cambio del Dollaro di Hong Kong è stato mantenuto fisso fino ai primi anni 80, e il renminbi usato dalla Repubblica Popolare Cinese è stato informalmente ancorato al Dollaro fin dalla metà degli anni 90.





    Il Dollaro è inoltre usato come unità valutaria standard sui mercati internazionali per la quotazione di beni come l'oro e il petrolio.





    Moneta Standard dopo la Guerra mondiale

    Luglio 1944: sorgono il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Internazionale per la Cooperazione e lo Sviluppo (poi Banca Mondiale). Ogni Stato aderente deve assicurare la convertibilità della sua moneta e una parità fissa in oro o in dollari americani, con un margine di fluttuazione dell'1%. È la consacrazione della centralità economica americana nel mondo. L'Unione Sovietica decide di non partecipare al sistema a causa della debolezza in cui si viene a trovare alla fine della guerra.

    Durante la seconda guerra mondiale, l'America accumulò una notevole riserva di oro, chiesto in pagamento degli aiuti del piano Marshall.





    20 aprile 1933: Roosvelt emanò l’Atto di Emergenza per la Attività Bancarie , il quale ritirava gli Usa dal sistema monetario aureo. Ottenne così due risultati: (1) Impedire la convertibilità delle banconote in oro per i cittadini americani, permettendo però ai paesi stranieri di convertire i loro dollari in oro in qualsiasi momento, e (2) Rendere illegale la proprietà privata di oro, con l’eccezione dei collezionisti di monete rare. In pratica, nel sistema finanziario americano ci fu un spostamento da uno standard di rendiconto che vedeva l’oro come barriera al debito in eccesso, a un sistema nel quale non c’era nessun rendiconto.

    Nel 1933, Roosvelt avvia il New Deal, un programma di spesa pubblica in disavanzo sostenuto dalla teoria kennesiana e quasi interamente finanziato con debiti dello Stato verso banche private. John Maynard Keynes pubblica nel 1936 il suo libro fondamentale (The general theory of employment, interest and money), ma già in passato era influente economista e consigliere personale di Roosvelt. Si crea la prima componente del debito pubblico cui seguirà quello di imprese e privati cittadini, in crescita dopo gli anni '70. Tale debito (di Stato, imprese e cittadini) pone oggi il dollaro a rischio di svalutazione.





    Sempre negli anni '30, inizia la doppia quotazione dell'oro: internamente agli Stati Uniti e agli altri Stati il prezzo viene determinato dal mercato; per le transazioni internazionali il prezzo dell'oro è quello fisso di 35 dollari/oncia degli accordi di Bretton Woods.





    A partire dagli anni'30, ininterrottamente fino ad oggi, l'oro come il petrolio si comprano e vendono esclusivamente in dollari alle borse di Londra e New York.





    Sotto Bretton Woods, era d'obbligo tenere i dollari a riserva e dunque era nota la somma di dollari in possesso delle banche straniere, quantità prevalente della massa di dollari essitente fuori dagli USA. Inoltre, i dollari circolanti in USA (come ogni moneta circolante dentro uno Stato)erano un dato disponibile poiché la massa monetaria era ed è decisa dalla FED. Al tempo di Roosvelt era già risaputo che le oncie d'oro dichiarate nella riserva della FED non erano sufficienti nè a convertire il totale dei dollari esistente (dentro e fuori USA) nè quelli in possesso di stranieri. Nemmeno una forte svalutazione da 30 a 3 dollari/oncia avrebbe reso Bretton Woods un sistema di cambi sostenibile. Era chiaro che prima o poi la convertibilità sarebbe finita; l'aumento successivo dell'emissione di dollari (da convertire) accelerò questo processo.





    Il provvedimento di Roosvelt parlò, infatti, di Gold Window (chiusa da Nixon, 40 anni dopo) come periodo di transizione per il ripagamento di una parte dei dollari in possesso di investitori stranieri (quelli che l'oro disponibile poteva ripagare).





    Con la guerra in Vietnam e la crescita economica di Germania e Giappone, gli USA necessitano di finanziamenti eccezionali; l'indebitamento a causa delle guerre costrinse a coniare ingenti quantità di dollari e a svalutare la moneta, fissando un cambio inferiore rispetto all'oncia d'oro (e quindi alle altre valute) perché la riserva d'oro doveva bastare per una massa circolante di moneta molto più alta.

    Per tentare di mantenere il sistema creato a Bretton Woods, si organizza un pool di banche centrali che mantengono il corso del cambio del dollaro sull'oro a 35 $ l'oncia, comprando titoli di Stato USA in caso di perdita e vendendoli in caso di risalita. La Francia si ritira dal pool nel 1967.





    15 agosto 1971: il presidente americano Richard Nixon annuncia che nemmeno i dollari degli stranieri sono più convertibili in oro. La soppressione della convertibilità totale del dollaro in oro è per alcuni una dichiarazione implicita di bancarotta.

    Dopo la guerra del Vietnam, vi era ormai più moneta circolante che riserve di metallo nella banca centrale che non poteva più assicurare la convertibilità della moneta in oro (ovvvero che un ipotetico cittadino si presentasse alla banca centrale, restituisse la banconota in dollari e chiedesse in cambio un'analoga quantità d'oro). Il Gold Standard poneva fine agli accordi di Bretton Woods con un uscita unilaterale degli Stati Uniti.





    Di quegli accordi, continuava però a valere l'obbligo di tenere i dollari a riserva. Gli Stati stranieri non potevano spendere i dollari di cui erano in possesso, chiederne il cambio con la moneta nazionale nè con l'oro; potevano investirli nelle banche americane oppure in Treasury Bond USA.





    La coniazione di dollari aveva subito una forte crescita per finanziare i conflitti americani nel dopoguerra (una guerra ognu due anni, dopo il 1945), con una crescita più marcata per la guerra in Vietnam. Il Gold Standard causa immediatamente una rivalutazione del marco e dello yen.





    Contestuale è la crisi petrolifera del 1974. I Paesi OPEC ridussero drasticamente la produzione di petrolio, causando una crisi energetica mondiale. Il prezzo al barile e delle importazioni quadruplicò. Allora, il petrolio si commerciava soltanto in dollari: con la crisi petrolifera, quadruplicò la domanda mondiale di dollari (a parità di fabbisogni) e il cambio del dollaro si risollevò notevolmente, dopo il crollo detto prima su marco e yen a seguito del Gold Standard. Prima e dopo il Gold Standard e la crisi energetica, i Paesi OPEC continuarono a farsi pagare il petrolio in dollari e a investire i petrodollari nelle banche e titoli di stato americani. Non si trattò affatto di uno scontro fra mondo arabo e USA.





    I Paesi arabi non scelsero di vendere il loro petrolio in una moneta diversa dal dollaro, nemmeno dopo il Gold Standard. Prima del '74 la maggior parte dei petrodollari tornavano in USA ed erano convertiti in oro. Dopo il '74, i produttori Arabi inziarono a investirli in Treasury Bond e in banche americane, sostenendo il cambio del dollaro attuale.





    13 marzo 1979: creazione del Sistema monetario europeo (Sme) per ridurre i margini di fluttuazione delle monete europee tra loro. Contemporaneamente, la Riserva federale americana inaugura una politica del "dollar forte" con il deciso aumento dei tassi d'interesse. Partito a da un cambio di 1:4 rispetto al franco, il dollaro arriva al valore di 10:4 nel 1985.

    Settembre 1985: accordi del Plaza (dal nome dell'hotel dove ebbe luogo la riunione), miranti a far abbassare il valore del dollaro; seguono alle gravi crisi legate al debito estero nell'America latina.

    1 gennaio 1999: nascita dell'euro. Ricomincia la politica di deprezzamento del dollaro, per favorire l'economia interna americana.

    2001: viene messa in circolazione la moneta da 1 dollaro che però non sostituirà la famosa banconota.

    Attualmente il Dollaro resta la principale valuta di riserva.

    Secondo l'economista Paul Samuelson, la richiesta di Dollari all'estero permette agli Stati Uniti di mantenere un deficit commerciale persistente senza avere un deprezzamento della valuta o un riaggiustamento dei flussi commerciali. Diversamente dal collocarsi su una nuovo punto di equilibrio previsto dal concetto di bilancia commerciale, il dollaro non si è svalutato nella misura prevista. Il tasso di cambio con le altre monete è poco sensibile a questo deficit della bilancia commerciale se commisurato a quanto ammonta il saldo esportazioni-importazioni. Gli Uffici di cambio (che dipendono dale Banche Centrali) dei Paesi esportatori verso gli USA raccolgono i dollari che fatturano le loro multinazionali (in USA vendono le merci contro moneta locale, dollari) e li mettono nella riserva ( di valuta estera) della Banca Centrale; la Banca Centrale non chiedi di cambiare i dollari nella moneta nazionale, ma li mette in circolazione per comprare petrolio; i Paesi produttori di petrolio non chiedono alla FED di cambiare i petrodollari nella moneta locale dei Pasi Arabi, ma tengono i proventi del petrolio in conti correnti denominati in dollari e in buona parte investiti in titoli del Tesoro e azioni USA. Fondamentalmente i dollari emessi non si presentano al cambio condizionando il valore del dollaro sulle altre monete. D'altra parte sono investiti in titoli di lungo o in azioni che non vengono scambiate a forte frequenza: per cui quei dollari non sono nemmeno moneta circolante che produrrebbe inflazione rientrando in America.





    Gli accordi di Bretton Woods imponevano alle banche centrali di tutto il mondo di tenere dollari a riserva senza poterli cambiare presso la Federal Reserve in cambio della moneta nazionale. Dal gold standard di Nixon, gli accordi di Bretton Woods non sono più in vigore; tuttavia, il dollaro è ancora la principale moneta di riserva (51% delle riserve mondiali in valuta estera) poiché il petrolio è contrattato esclusivamente in dollari presso l' International Petroleum Exchange (IPE) di Londra o la NYTMEX di New York.





    In queste borse si stabilisce il prezzo al barile ed è unicamente possibile agli operatori acquistare partite di petrolio e gas. Le banche centrali devono tenere notevoli quantità di dollari per gli approvigionamenti nazionali. Di recente l'Iran ha in progetto l'apertura di una borsa in cui la compra-vendita della merce petrolifera avverrà in euro, una valuta alla quale non corrisponde un deficit commerciale così elevato.





    I rischi del dollaro





    Gli USA sono il maggior importatore di petrolio della Russia e acquirente di beni cinesi. Cina e Russia negli ultimi venti anni hanno accumulato una enorme riserva di dollari presso la banca centrale, che rischiano di perdere dal 25 al 40% del loro valore, se il dollaro venisse rivalutato.





    Viceversa, la svalutazione del dollaro avrebbe l'effetto di rendere meno convenienti le importazioni d beni (russi e cinesi) e rallentare queste economie, come quelle europee che si reggono molto sulle esportazioni e sul tenore di vita americano, per taluni consumistico.









    Svalutare il dollaro significa emettere meno dollari, ossia meno titoli di debito di quelli necessari a rifinanziare il debito attuale. La svalutazione genera allarme nei creditori che rischiano di non incassare il loro "credito commerciale" in dollari (gli interessi sui titoli di debito americani).





    Ciò non avviene necessariamente; avviene in un sistema che emette moneta credito, ossia contro titoli di debito pubblico.





    La svalutazione in sè porta ad un nuovo equilibrio del saldo delle partite correnti e di una bilancia commerciale pesantemente in deficit. Troppo. Unico rimedio: la guerra. Già la politica keynesiana di Roosevelt negli anni ’30 aveva portato vicino alla bancarotta gli Stati Uniti. La guerra alla Germania e al Giappone fu provvidenziale.





    La guerra infinita





    A questo punto ci si può porre due distinte domande.

    1) quale economia occorre per mettere in atto una “guerra infinita”?

    2) a quale situazione economica risponde la “guerra infinita”?

    Del primo tema si sono occupati tutti quei critici dei più recenti sviluppi della politica estera USA i quali ritengono che l’attuale sforzo bellico statunitense non sia alla lunga economicamente sostenibile . Si tratta di una prospettiva certamente non priva di un suo fondamento. Essa valorizza una essenziale differenza tra la guerra nel Vietnam e quella dell’Irak – una differenza sfavorevole per gli Stati Uniti di oggi: se all’epoca della guerra del Vietnam gli Usa erano la potenza economicamente egemone (in termini di produzione, di attivo della bilancia commerciale ecc.), oggi le cose non stanno più così. In termini puramente economici, gli Usa non possono permettersi un prolungato dispiegamento di forze in Irak; più in generale, non possono permettersi né una presenza militare diretta – come l’attuale – in gran parte del mondo, né le attuali, spaventose spese in armamenti . È un punto di vista in fondo ottimistico: l’imperialismo americano sarà sconfitto (anche e soprattutto) per motivi economici.





    Le cose, purtroppo, non sono così semplici. Per questo la domanda più interessante a cui rispondere è la seconda: a quale situazione economica risponde la “guerra infinita”? La risposta è semplice: ad una situazione di grave crisi, di crisi strutturale. È questo che rende la situazione internazionale attuale così grave (e, tra le altre cose, la posta in gioco della guerra in Irak così alta).





    La crisi Usa






    Il mantra dell’economia Usa che “vola”, “traina il resto del mondo”, esprime un “balzo” della produttività, mantiene una bassa disoccupazione, ecc. ecc., rappresenta uno dei luoghi comuni più ricorrenti della nostra pubblicistica economica (tra le peggiori del mondo in termini di qualità dell’informazione fornita). I dati, però, ci raccontano una realtà ben diversa. E ci dicono che i “deficit gemelli” degli Usa (bilancia commerciale e deficit pubblico) non solo non accennano a diminuire, ma si ampliano a dismisura. E, ciò che è peggio, che l’aumento della spesa pubblica Usa (+26%, pari a + 500 miliardi di dollari, da quando il giovane Bush si è impadronito della Casa Bianca) (3), e quindi dell’indebitamento pubblico, non ha comportato affatto un recupero in termini di bilancia commerciale.

    Questo deficit è finanziato dal resto del mondo, soprattutto attraverso l’ acquisto di buoni del Tesoro Usa: in particolare, Cina e Giappone dal 2001 hanno comprato il 43% del debito pubblico Usa per evitare un crollo del dollaro, che avrebbe danneggiato le loro esportazioni in Usa.

    Proviamo quindi a fissare qualche punto fermo.





    Il debito Usa (pubblico e privato) nei confronti del resto del mondo è ormai fuori controllo: ha infatti superato del 300% il prodotto interno lordo . Guardando più da vicino la bilancia commerciale Usa, si nota che negli ultimi 5 anni le importazioni Usa sono cresciute del 38,4%, mentre le esportazioni sono aumentate solo del 9,7%; il che ha portato nel 2003 il disavanzo della bilancia commerciale da 160 a 495 miliardi di dollari. A fine 2004 siamo già a 600 miliardi di dollari. Cosa significa questo? Significa che la tanto declamata “crescita economica Usa” è fondata sul debito. Essa non si traduce in crescita della produzione e dell’export, in particolare manifatturiero. Né si traduce in una reale ripresa degli investimenti industriali, nonostante che il prezzo del denaro sia ormai da diversi anni ai minimi storici.

    E difficilmente le cose potrebbero andare diversamente, visto che il grado di utilizzo degli impianti è all’incirca pari al 77% (il che significa capacità produttiva non utilizzata pari a poco meno di un quarto del totale).

    Gli stessi buoni risultati di alcune grandi multinazionali basate in Usa sono prodotti dal reimpatrio dei profitti fatti nei terminali industriali che le grandi corporations statunitensi hanno in paesi come la Cina, l’ India, in Sud Est Asiatico e in America Centrale e Meridionale. In termini classici, si tratta di trasferimento di plusvalore su scala internazionale.

    Quindi: profitti per le grandi multinazionali, disoccupazione per i lavoratori statunitensi. E conseguente accelerazione della polarizzazione sociale negli Usa (i ricchi sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri).

    Certo, gli Usa restano destinatari di ingenti investimenti esteri. Però si tratta di una quota che va scendendo di anno in anno, e che privilegia sempre di più investimenti di portafoglio (per definizione più volatili) rispetto agli investimenti industriali diretti.

    Per rendere l’idea, basterà ricordare che lo scorso anno gli investimenti in Usa sono ammontati a 40 miliardi di dollari, contro i 53 miliardi diretti in Cina. Si tratta di cifre ancor più significative se si pensa che nel 2002 gli investimenti negli Usa erano stati di 72 miliardi di dollari, e nel 2001 addirittura pari a 167 miliardi.

    Si tratta di dati forniti dall’Ocse: essi provano che nel 2003 gli Usa hanno patito più di tutti gli altri 29 stati industrializzati membri dell’Ocse la caduta di investimenti diretti esteri.

    Non solo: gli stessi investimenti di portafoglio (in particolare in titoli di Stato Usa) stanno divenendo sempre più rischiosi. E infatti le banche centrali dei principali paesi asiatici (Cina e Giappone), che più di altri hanno investito in titoli di stato americani per evitare il crollo del biglietto verde, stanno cominciando a correre ai ripari: non soltanto diminuendo i propri investimenti in dollari, ma anche cominciando a costruire un mercato unico delle obbligazioni asiatiche (che potrebbe rappresentare una valida alternativa agli investimenti in titoli di Stato Usa, oltreché il primo passo verso una moneta unica nippo-cinese); inoltre, il Giappone e soprattutto la Cina stanno accentuando la diversificazione delle proprie riserve di valuta, aumentando il peso dell’euro a scapito del dollaro.

    E veniamo così al punto cruciale. L’attuale economia Usa, imperniata sul ruolo di grande consumatore nella distribuzione internazionale del lavoro (come dimostra la bilancia commerciale di quel paese, che è in rosso ininterrottamente dal 1976), si basa su un presupposto: sull’egemonia valutaria del dollaro a livello mondiale. È tale egemonia che ha reso possibile un flusso ininterrotto di investimenti di capitale negli Usa, e quindi ha consentito loro di avere una bilancia commerciale con il resto del mondo cronicamente in rosso senza che questo comportasse le conseguenze che ogni altro Paese del mondo al suo posto dovrebbe patire: svalutazioni, pagamento di cospicui interessi sui titoli di Stato, crisi finanziarie.

    Il problema è che tale egemonia è oggi insidiata molto seriamente dall’euro . Come prova il fatto che, mentre il dollaro si svaluta nei confronti di quasi tutte le altre valute, l’euro fa passi avanti come valuta internazionale di riserva. La risposta degli Stati Uniti a questa situazione è la “guerra infinita”, concretizzatasi da ultimo nell’aggressione all’Irak.





    . La guerra all’Irak come risposta alla crisi





    La guerra all’Irak (e prima quella all’Afghanistan, ma anche già la guerra del Kosovo) va insomma inscritta in un quadro che è stato così tratteggiato sulla più importante rivista marxista statunitense: “il costante declino dell’egemonia economica americana, che avviene in presenza di una stagnazione economica globale del capitalismo che va approfondendosi, ha condotto gli Stati Uniti in misura sempre crescente a rivolgersi a mezzi extraeconomici per mantenere la propria posizione [dominante]: ponendo in movimento la propria gigantesca macchina bellica per infondere nuova vita ad un’egemonia economica sull’economia mondiale che sta svanendo” .

    La replica è:

    Il business della guerra





    Se c’è una costante nella storia economica degli Stati Uniti, da più di un secolo a questa parte, essa è rappresentata dalla stretta correlazione tra interventi militari e ripresa dell’economia . Questa correlazione è così stretta che chi legga la tabella dettagliata dei cicli economici americani che si trova sul sito di un istituto governativo come il National Bureau of Economic Research si imbatte in questa avvertenza: “i dati in grassetto si riferiscono all’espansione economica dei periodi di guerra [wartime expansions], alle contrazioni economiche postbelliche e all’intero ciclo che include le espansioni dei periodi bellici” . In altri termini: dalla guerra civile americana in poi, il nesso tra guerra ed espansione economica è indiscutibilmente accertato e assolutamente ricorrente.

    A partire dagli anni Quaranta del Novecento, questo è avvenuto con la Seconda Guerra Mondiale, con la guerra di Corea (che diede luogo al cosiddetto “boom coreano”), con la guerra del Vietnam, con la corsa agli armamenti di Reagan negli anni Ottanta, ed infine con la prima guerra del Golfo.

    Le spese militari possono in effetti essere considerate come una forma di spesa pubblica per il rilancio dell’economia. Non a caso il Wall Street Journal del 4 febbraio 2003 scriveva che “mentre gli Stati Uniti si preparano per la guerra in Irak, la spesa militare rappresenta uno dei pochi aspetti positivi di un’economia debole”.

    Nell’aprile dello stesso anno, una copertina del Business Week, sotto il titolo “Come la guerra trasformerà l’economia USA”, recava un sottotitolo ancora più esplicito: “una maggiore spesa governativa rende improbabile la recessione quest’anno”.

    I vantaggi concreti delle spese militari sono molteplici:

    1) La spesa militare alimenta un settore di grande importanza nell’economia degli Stati Uniti: si tratta di quello che Eisenhower (che guardava ad esso con preoccupazione) chiamava “complesso militare-industriale”, e che in tempi più recenti è stato definito “Aeronautic-Computer-Electronics complex” (ACE). Si tratta di un settore composto da più di 85.000 imprese, che impiegano milioni di lavoratori.

    2) Questo settore è sottratto alla concorrenza internazionale (per “motivi di sicurezza nazionale”). Quindi i soldi spesi in armi vanno esclusivamente (o quasi) ad imprese statunitensi.

    3) Le spese militari in realtà finanziano non soltanto imprese militari in senso stretto, ma anche le imprese dell’alta tecnologia, e consentono quindi di effettuare con danaro pubblico enormi investimenti in ricerca e sviluppo tecnologico in uno dei settori produttivi più avanzati.

    4) L’export di armi rappresenta una delle voci più importanti delle esportazioni degli USA, che sono leader mondiali in questo settore, con il 47% delle esportazioni mondiali. Tra l’altro, si tratta di un settore che gode sin dal primo accordo GATT (1947) della “national security exception”: una clausola in base alla quale pratiche protezionistiche e di sussidi all’export che non sono consentite per gli altri settori sono invece considerate lecite per l’industria delle armi.

    Alla luce di quanto sopra, è facile intendere come per le industrie degli armamenti una guerra sia una vera e propria manna dal cielo. Il motivo principale è ovviamente che essa fornisce alla merce-armi il momento del consumo, e quindi ne rialimenta la produzione; ma non va dimenticato neppure che la guerra è un terreno ideale di sperimentazione di nuove armi e al tempo stesso rappresenta una sorta di “passerella” che consente di esibire ai potenziali clienti il funzionamento e l’efficacia delle armi che si desidera vendere loro. Sin qui la teoria. E la pratica? Due anni dopo ( poi le cose si sono messe male sul campo ma questo è un altro discorso) dallo scoppio della guerra in Irak, le rosee previsioni che abbiamo citato sui benefici per i produttori di armi erano confermate?

    Assolutamente sì. Qualche esempio. ( Dati 2004)

    Boeing. Nel terzo trimestre del 2004 i profitti di questa società nel settore della difesa avevano toccato gli 816 milioni di dollari (+45% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, che pure era stato – per gli stessi motivi – un anno ottimo); nel settore bellico i ricavi sono cresciuti del 13%, giungendo a 8,26 miliardi di dollari; al contrario, i ricavi di Boeing nell’aeronautica civile sono diminuiti dell’8% (a 4,4 miliardi), a causa della competizione dell’Airbus europeo; infine, quest’anno Boeing ha fatto il pieno di contratti anche per la difesa missilistica Usa. Risultato: il titolo aveva guadagnato il 21,9% da inizio 2004.

    Northrop Grumman. Nel terzo trimestre del 2004 gli utili di questa società sono saliti a 278 milioni di dollari (contro i 184 di un anno fa). Più in dettaglio: la divisione navale ha aumentato i profitti del 16% (a 96 milioni); anche il fatturato è in crescita (a 1,56 miliardi) soprattutto grazie alle vendite del nuovo cacciatorpediniere DD(X) alla Marina Usa. Molto buono anche il risultato operativo della divisione dei sistemi integrati di difesa, aumentato del 13% a 105 milioni; a questo riguardo l’analista finanziario Gary Liebowitz ha parlato di “buoni margini di profitto resi possibili dalla vendite di aerei da pattuglia E2 Advanced Hawkeye e E10A, utilizzati sia in Irak che in Afghanistan”. Anche in questo caso il titolo ha guadagnato in borsa: il 13% da inizio anno. Ancora poco, se confrontato con un’altra grande corporation del settore, la Raytheon, che ha guadagnato il 25,63% da inizio anno.(16) Alla Lockheed Martin le cose quest’anno sono andate meno bene (anche perché è stata coinvolta in una scandalo riguardante alcune forniture al Pentagono), ma anche in questo caso i suoi azionisti non hanno di che lamentarsi: in fondo, il titolo ha più che quadruplicato il valore delle sue azioni dall’11 settembre 2001 al 2004i…

    Il punto è che la pacchia non è finita qui. Infatti nel corso del secondo mandato di Bush le spese militari Usa aumenteranno del 24% (da 375,3 a 465,7 miliardi di dollari all’anno). Il giro di affari mondiale per spese di difesa, che è stato di 925 miliardi di dollari nel 2003, secondo le stime dell’istituto di ricerca Teal Group sarà di 1.300 miliardi nel 2011. E questo soprattutto a causa degli Usa, le cui spese per armamenti passeranno dal 36% al 45% del totale. Alla luce di tutto questo, davvero non può stupire che il 2 e 3 novembre, nei giorni della vittoria di Bush, Northrop Grumman abbia guadagnato in Borsa il 4,07%, la Lockheed Martin il 3,29%, la Boeing il 2,55%.

    Insomma: è convinzione diffusa che “per l’industria della sicurezza si apra una nuova età dell’oro”; tra gli esperti militari e gli analisti finanziari del settore “il sentire comune prevede anni di vacche grasse per le military stocks, i titoli militari”.





    . Il business ( sperato) della ricostruzione





    Dopo aver lucrato sulla distruzione di un paese, è possibile lucrare anche sulla sua ricostruzione. È quello che hanno fatto e stanno facendo le imprese statunitensi in Irak, a cominciare dai 5 colossi della logistica: Bechtel Group, Flour Corporation, Louis Berger Group, Parson Corporation, Halliburton.

    Quest’ultima società (che sino al 2000 era stata presieduta dall’attuale vicepresidente americano, Dick Cheney), tramite la controllata Kellogg, Brown & Root, già durante la guerra si è vista assegnare un contratto del valore di 200 milioni di dollari per lo spegnimento ed il ripristino dei pozzi iracheni. Il problema però è: “chi paga”? Ecco cosa ne diceva, già prima della guerra, Ari Fleischer, allora portavoce di Bush: “i costi della ricostruzione restano un problema reale per il futuro. E l’Irak, contrariamente all’Afghanistan, è un paese ricco. Ci sono immense risorse che appartengono al popolo iracheno. Quindi, ci sono molti modi attraverso cui per l’Irak sarà possibile sostenere il costo della propria ricostruzione”.

    Dopo la prima fase della guerra, le basi giuridiche per la rapina dell’Irak le ha poste Paul Bremer, il governatore Usa dell’Irak prima del governo fantoccio di Allawi. Il buon Bremer, prima di andarsene alla chetichella ha privatizzato l’economia dell’Irak (elettricità, telecomunicazioni, infrastrutture ecc.), eliminando ogni controllo statale sull’economia e dando il via libera alle società straniere.

    Secondo i suoi decreti, le società straniere potranno acquisire il 100% del controllo delle società in ogni settore; potranno inoltre esportare il 100% dei profitti in valuta estera; l’aliquota fiscale massima, per privati e società, sarà del 15% (in precedenza la tassa sui profitti delle società era del 45%). Per quanto riguarda il fondamentale settore bancario, 6 banche internazionali (scelte dagli Usa) potranno acquisire il controllo degli istituti di credito iracheni per 5 anni (2 di esse avranno subito il via libera, altre 4 dopo i primi 5 anni). Con riferimento a queste misure di rapina legalizzata, il direttore regionale della Banca Mondiale, Joseph Saba, ha detto che si tratta “di un grande passo avanti per creare un ambiente favorevole agli investimenti”. In qualche caso l’ambiente è risultato un po’ troppo “favorevole agli investimenti”, e l’applicazione degli appalti ottenuti è risultata piuttosto spregiudicata. Al punto che il Wall Street Journal del 7 settembre 2004 riferiva dell’intenzione dell’esercito americano di rescindere il megacontratto con Halliburton, a causa delle accuse di aver praticato pesanti sovrapprezzi sulle forniture all’esercito americano in Irak. Lo stesso articolo riportava anche l’andamento delle quotazioni di questo titolo dal 19 marzo 2003 al 3 settembre 2004: da 20 a 30 dollari (+ 50%).





    . Il controllo del petrolio iracheno e le multinazionali Usa del settore

    Che dietro alla guerra in Irak ci sia il controllo dei 112 miliardi di barili di petrolio iracheno (riserve accertate), è francamente il segreto di Pulcinella (soltanto Marcello Pera si ostina a non capirlo – ma devo dire che per chi lo ha conosciuto all’università di Pisa, sperimentandone la vasta cultura e la profondità intellettuale, la cosa non desta il minimo stupore…). Del resto, anche i diretti interessati in qualche caso hanno ritenuto che non valesse la pena di nascondere questa verità. Prendiamo il Washington Post del 15 settembre 2002: “Lo spodestamento, diretto dagli Stati Uniti, del presidente iracheno Saddam Hussein potrebbe aprire un filone d’oro per le compagnie petrolifere americane a lungo bandite dall’Irak, facendo naufragare accordi petroliferi conclusi con Bagdad da Russia, Francia e altri Paesi, e provocando un rimescolamento dei mercati petroliferi mondiali”.

    O l’editorialista Thomas Friedman, sul New York Times del 5 gennaio 2003: “È ridicolo negare che si tratti di una guerra per il petrolio”. Infine, ecco come il sionista Paul Wolfowitz, uno degli esponenti di punta dei “neoconservatori” che attorniano Bush, ha motivato la “preferenza” accordata all’Irak rispetto alla Corea del Nord: “la differenza più importante fra la Corea del Nord e l’Irak è che, sul piano economico, in Irak non abbiamo scelta: quella regione nuota in un mare di petrolio”. Si potrebbe obiettare che i vantaggi per le multinazionali Usa siano tutto sommato teorici, almeno fintantoché l’Irak non sarà “pacificato”. Non è così. Già oggi questi vantaggi sono concretissimi. Basti pensare al fatto che, grazie all’aumento del prezzo del petrolio (giunto a superare i 50 dollari al barile), le tre principali compagnie petrolifere statunitensi “hanno incassato 10 miliardi di dollari supplementari”. Quanto all’interesse delle compagnie petrolifere (più ancora dei paesi produttori) a tenere il prezzo del petrolio elevato, basterà citare un fatto che quando –all’inizio di dicembre – il prezzo del petrolio è ridisceso a 42 dollari al barile, subito la Exxon si è affrettata a rendere pubblico un report secondo cui la domanda energetica globale aumenterà dell’1,7% annuo sino al 2030.





    3.4. Il controllo del petrolio iracheno e gli effetti sugli altri paesi produttori

    Da un punto di vista strategico, più ancora che i vantaggi per le multinazionali Usa del settore, sono importanti alcuni effetti del controllo del petrolio iracheno sui principali paesi produttori e consumatori di petrolio. Per quanto riguarda gli effetti sugli altri paesi produttori, l’effetto del rientro in gioco sotto controllo USA del petrolio iracheno è duplice: ridimensionamento del ruolo dell’Arabia Saudita e più in generale del potere di mercato dell’OPEC; contemporaneamente, ridimensionamento delle ambizioni russe come fornitore alternativo all’Arabia Saudita. Il primo aspetto non necessita di particolari spiegazioni: con la piena entrata in campo del secondo produttore mondiale, l’Arabia Saudita ed il cartello dell’OPEC riceveranno un duro colpo. E del resto già oggi il delegato iracheno all’ OPEC esegue con precisione gli ordini degli USA.

    Quanto al secondo aspetto, esso merita qualche parola di più: a seguito dell’11 settembre, la Russia ha tentato di imporsi come secondo produttore mondiale di petrolio.

    L’operazione è riuscita, ed infatti la borsa di Mosca, trainata dai titoli energetici, ha registrato dopo l’11 settembre un rialzo spettacolare. Ora, il problema è che il petrolio iracheno ha costi di estrazione e (soprattutto) di trasporto significativamente inferiori a quelli del petrolio russso. Quest’ultimo potrebbe quindi trovarsi all’improvviso fuori mercato, qualora l’entrata in gioco del petrolio iracheno abbattesse i prezzi del petrolio sotto la soglia minima necessaria per rendere profittevole il petrolio russo (circa 20-21 dollari al barile). Questo sinora non è avvenuto unicamente perché le cose per gli invasori non sono affatto andate lisce come previsto.





    3.5. Il controllo del petrolio iracheno e gli effetti sui paesi consumatori: Giappone e Cina

    A differenza di quanto comunemente si pensa, il Golfo non è il principale fornitore di petrolio degli USA, che ricevono la maggior parte del petrolio che importano da Messico, Venezuela e Canada. Viceversa le risorse energetiche del Golfo sono fondamentali per i paesi asiatici, ed in particolare per Giappone e Cina. Nel 2001, su 5,2 milioni di barili al giorno importati dal Giappone, ben 4,2 provenivano dal Medio Oriente. Quanto alla Cina, nel 2002 ha importato in tutto 70 milioni di tonnellate di petrolio, di cui il 60% proveniva dal Medio Oriente. Nel caso della Cina, però, più importante della situazione attuale sono le linee di tendenza: a partire dal 1993 questo paese è diventato un importatore netto di petrolio; attualmente i fabbisogni energetici cinesi crescono del 15% annuo, e si calcola che nel 2020 l’incidenza del petrolio importato sul consumo interno raggiungerà il 50%. (27) La possibilità che gli USA giungano a controllare il Medio Oriente, potendo quindi bloccare le forniture alla Cina, costituisce una seria minaccia. È anche una minaccia reale, se pensiamo che la Cina è esplicitamente considerata dai teorici della destra americana, e non solo da loro, come la sfida più seria - almeno a medio-lungo termine - all’egemonia planetaria americana: il direttore dell’Economist, Bill Emmott (quello che Berlusconi considera un “comunista”…), nel suo ultimo libro considera la corsa della Cina al ruolo di prima potenza mondiale come una minaccia alla stabilità mondiale (evidentemente identificata con l’egemonia statunitense) più seria del terrorismo. È quindi tutt’altro che campato per aria quanto ha detto Giorgio Bocca, quando ha spiegato la guerra all’Irak “innanzitutto con l’obiettivo di assicurarsi il controllo dei beni del petrolio, il controllo del continente asiatico - in previsione di un futuro conflitto con la Cina”.

    Non è un caso, quindi, che la Cina negli ultimi mesi abbia raddoppiato gli sforzi per trovare approvvigionamenti energetici alternativi, siglando accordi con l’Indonesia, il Kazakistan, la Russia, e da ultimo con l’Iran.

    Che è peraltro uno dei più probabili prossimi obiettivi degli Stati Uniti.





    3.6. Il petrolio iracheno e le dinamiche valutarie dollaro/euro

    L’Europa, nonostante le riserve petrolifere britanniche e norvegesi (del resto in esaurimento), è ancora più drammaticamente dipendente dall’import di petrolio di quanto lo sia la Cina, anche se buona parte del fabbisogno energetico è colmata dalla Russia. In ogni caso le sue importazioni dal Golfo Persico sono cospicue. Nel caso dell’Europa, però, l’elemento da tenere presente è l’intreccio tra petrolio e dinamiche valutarie.

    L’Irak di Saddam Hussein, sin dal novembre 2000, aveva deciso di farsi pagare il petrolio in euro, anziché in dollari. Qualora tale opzione fosse stata scelta anche da altri paesi produttori di qualche importanza, sarebbe venuto meno l’aggancio del prezzo del petrolio al dollaro, e con questo uno dei più importanti fattori dell'individuazione nel dollaro della valuta internazionale di riserva.

    Ma perché è così importante per gli Usa che la valuta con cui si compra il petrolio sia il dollaro? Il motivo è spiegato con chiarezza in un articolo pubblicato da un periodico online americano: dal momento che il petrolio può essere comprato soltanto in dollari, “i paesi non produttori di petrolio devono vendere le loro merci contro dollari per poter comprare il petrolio.

    Se non possono ottenere in questo modo dollari a sufficienza, devono prenderli a prestito dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale, a cui ripagheranno questo prestito in dollari e con gli interessi”. La denominazione del petrolio in dollari, insomma, “crea una grande domanda per i dollari al di fuori degli Usa.” In questo modo, “il fatto che petrolio per un valore di miliardi di dollari sia prezzato in dollari garantisce il dominio mondiale del dollaro. Questo consente agli Usa di agire come la banca centrale a livello mondiale, stampando moneta che è accettata ovunque. Il dollaro è diventato una moneta garantita dal petrolio, non dall’oro. Se il petrolio dell’Opec fosse venduto in altre valute, ad es.in euro, il dominio economico degli Usa – l’imperialismo o egemonia del dollaro – sarebbe seriamente posto in discussione”. Da questo punto di vista, con l’invasione dell’Irak gli Usa hanno quindi ottenuto una serie di importanti obiettivi:

    1) salvaguardare l’economia Usa ridenominando il petrolio iracheno in dollari, anziché in euro;

    2) inviare un chiaro messaggio ad altri paesi produttori di petrolio su quello che potrebbe succedere se decidessero di abbandonare le transazioni in dollaro;

    3) porre la seconda più grande riserva di petrolio del mondo sotto il controllo diretto degli Usa;

    4) creare uno stato sottomesso agli Usa, nel quale mantenere grandi forze militari, utili per controllare il Medio Oriente e il suo petrolio;

    5) dare un forte colpo all’Unione Europea ed all’euro.

    Da questo punto di vista, la guerra all’Irak è un capitolo della guerra tra dollaro ed euro. E ritengo quindi che abbia ragione Slavoj Zizek nell’affermare che “la guerra Stati Uniti-Irak” è stata, “nei termini del suo reale contenuto sociopolitico, la prima guerra degli Stati Uniti contro l’Europa”.(33) Del resto, anche già soltanto l’effetto destabilizzante della guerra sull’area mediorientale ha inevitabilmente effetti negativi sull’economia e la valuta europee. Ecco quanto si poteva leggere, in tempi non sospetti, in uno studio pubblicato dall’Istituto Universitario Europeo di Firenze: i Paesi del Medio Oriente e del Nord Africa sono tra quelli “nei quali probabilmente il ruolo internazionale dell’euro crescerà più rapidamente ed estesamente. Già oggi l’euro gioca in molti di questi Paesi un ruolo preminente per la determinazione dei tassi di cambio come riserva in valuta straniera”. Per questo motivo “l’Europa sarebbe maggiormente colpita da crisi politiche ed economiche in Medio Oriente di quanto lo sarebbero, per esempio, gli USA”.





    4. La crisi si aggrava: re dollaro ha perso il trono?





    Alla luce di quanto si è visto, è indubbio che l’aggressione statunitense all’Irak abbia giovato all’economia americana. Una parte non piccola della crescita del PIL dalla fine del 2002 in poi ha proprio questa origine. Del pari targata Irak è la ripresa dei listini di borsa Usa dell’ultimo anno e mezzo in qua. Ma i problemi per gli Usa non sono risolti. Anzi. Insomma: la guerra all’Irak è servita, ma non è bastata. Il deficit commerciale cresce, quello pubblico anche (di recente il Congresso USA ha di nuovo autorizzato il governo a sfondare il tetto massimo di spese stabilite per legge). Ma è soprattutto il rapporto di cambio tra il dollaro e le principale altre valute che in questi ultimi mesi ha conosciuto un’accelerazione. Gli esiti possono essere imprevedibili.

    Anche perché la svalutazione odierna del dollaro avviene in un contesto che presenta caratteri di assoluta novità rispetto al passato.

    Per capire cosa sta succedendo è utile riprendere un recente articolo di James K. Galbraith: “Nel corso degli anni abbiamo lasciato deteriorare la nostra posizione commerciale nell’economia mondiale, passando dall’assoluta supremazia di 60 anni fa alla situazione attuale, in cui l’alta occupazione negli Stati Uniti genera deficit delle partite correnti ben superiori a mille miliardi di dollari all’anno. Per il mantenimento del nostro standard di vita siamo divenuti dipendenti dalla disponibilità del resto del mondo ad accettare assets in dollari (azioni, obbligazioni e liquidità) in cambio di beni e servizi reali: il prodotto del duro lavoro di gente molto più povera di noi in cambio di biglietti che non richiedono alcuno sforzo per essere prodotti.

    Per decenni, il mondo occidentale ha tollerato l'‘esorbitante privilegio’ di un’economia fondata sul dollaro come riserva mondiale perché gli Stati Uniti rappresentavano la potenza necessaria per garantire - senza far ricorso all’oppressione e a violenza intollerabili – una sicurezza affidabile contro il comunismo e la rivolta sociale, così da creare le condizioni nelle quali molti paesi da questa parte della cortina di ferro hanno potuto crescere e prosperare. Queste motivazioni sono svanite 15 anni fa, e la “Guerra globale contro il Terrorismo” non ne rappresenta un sostituto persuasivo. Così, quello che un tempo era una transazione effettuata a malincuore con il paese egemone - che rappresentava pur sempre l’elemento di stabilizzazione del mondo - è ora visto, in cerchie molto ampie, come una perdurante sovvenzione ad uno stato predatore”.





    Qualche settimana prima dell’inizio dell’aggressione all’Irak, Martin Wolf, un giornalista del Financial Times, osservò: “gli Stati Uniti sono al tempo stesso la più grande potenza del mondo ed il maggiore debitore del mondo. Questo ha permesso loro di dispiegare cannoni e di consumare burro…

    Il burro lo paghiamo noi!

  4. #4
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    La lobby sionista italiana vuole ministri più filo israeliani









    Attacco a Massimo D’Alema






    L’attacco di alcuni caporioni sionisti di Roma al ministro degli esteri italiano Massimo D’Alema è vergnoso. Ma ampiamente previsto. Per dire la verità non è certo vergognoso che le comunità ebraiche, tutte sempre compattamente sioniste ( ma non è affatto detto che davvero rappresentino tutti gli ebrei) anche se poi fingono di distinguersi dagli israeliani, dicano il loro parere. E’ vergognoso che il mondo dell’informazione e della politica diano un peso spropositato all’opinione di chi afferma rappresentare 27.000 persone ( tanti sono gli ebrei in Italia) senza tener conto che in Italia ci sono quasi sessanta milioni di abitanti e gli ebrei contani numericamente meno della federazione delle bocciofile. I soli marocchini sono almeno 150.000. Nessuno si sogna di chiedere la loro opinione. E in effetti i politici dovrebbero fare gli interessi dell’Italia che non coincidono affatto con quelli dei sionisti. Eppure non passa giorno che il Corriere della Sera ( tanto per citare un giornale “indipendente”) non ci fassa gentilmente conoscere cosa pensano i Reibman ( un campione di arroganza che pretende essere il rappresentate di 4 o 5 mila ebrei Milano) o un certo Pacifici, facinoroso agit prop degli ebrei romani, Luzzato, Morpurgo e via discorrendo

    Ci sono in Italia movimenti politici che hanno una rilevanza numerica 10 volte superiore alla totalità degli ebrei ma il parere dei loro rappresentanti non viene quasi mai citato. Gli ebrei tutti i giorni, con foto e curriculum. Cosa sono, democratici con quadruplo diritto di voto?

    E torniamo a D’Alema. Sta dimostrando una statura di politico fuori dal comune il Italia, anche se temiamo che non resisterà a lungo. La sua determinazione a mantenere una linea politica equilibrata dimostra che non ha completamente rinunciato a posizioni ideali che, anche se per molti aspetti non condivisibili, lo differenziano positivamente dai venduti alla nota lobby.

    Fin dalla vigilia elettorale i sionisti lo avevano pesantemente boicottato, naturalmente con la massima eco dalla stampa controllata.

    Ecco per esempio un articolo apparso su Repubblica





    Titolo: la comunità ebraica «Agli Esteri meglio Rutelli»


    «Ti preferiremmo a D’Alema». E lui: prima fateci vincere




    ( si noti il "fateci vincere" di Rutelli, cosciente della potenza della lobby)





    " ( da La Repubbkica) ROMA - Come spesso accade, e come spetta al suo ruolo, è il portavoce degli ebrei romani romani, Riccardo Pacifici, a portare a galla i sentimenti che nella comunità restano sotto il pelo dell’acqua, condivisi ma non detti: «Insomma, il prossimo ministro degli Esteri sarà D’Alema oppure sarai tu? Perché noi a D’Alema preferiremmo te, Francesco».





    Francesco Rutelli è seduto al suo fianco nella sala conferenze della sede della Margherita per un incontro con l’associazione ebraica Bené Berith. ( ce ne sono un miliardo di associazioni, anche se sono quattro gatti, ndr) un dibattito per pochi intimi, abito formale. Si parla del viaggio di Rutelli in Israele di due settimane fa. Si discute - dice il programma - del «possibile accordo fra Kadima (il partito fondato da Sharon, ndr ) e la Margherita per dare origine a un nuovo partito democratico europeo». Ma fin dall’inizio dell’incontro - quando tutti sono ancora in piedi alle prese con le tartine - si capisce che il tema vero sarà il toto ministri. Concentrato sulla casella che più sta a cuore alla comunità ebraica, la Farnesina. E infatti quella domanda a Rutelli, Pacifici la fa due volte. Prima in privato, poi dal microfono quando modera il dibattito.





    - Rutelli risponde da diplomatico, ( anziché mandarlo al diavolo, come sarebbe logico, ndr) come se stesse già studiando per andare davvero alla Farnesina: «Non so quello che farò ma posso dire che se vinceremo le elezioni la Margherita designerà Gianni Vernetti come sottosegretario agli Esteri». ( notare ora come prosegue l’articolista ndr) Il nome di Vernetti dice molto più di quello che può sembrare. Deputato della Margherita, ex assessore al Comune di Torino ai tempi di Castellani, non è ebreo ma molto vicino alla comunità ebraica al punto da aver chiamato suo figlio Mosè. È stato lui l’artefice della viaggio di Rutelli in Israele. Non a caso l’annuncio del presidente della Margherita viene salutato dai presenti con un lungo applauso.(! sic!) Così lungo da costringere Rutelli ad una (scherzosa) marcia indietro: «Queste cose non si dicono prima delle elezioni». ( si noti lo “scherzosa” , di impaurito rispetto, ndr)


    Ma quel nome è la spia di una linea che, Farnesina o non Farnesina, Rutelli ha ben presente e che spiega alla comunità ebraica di Roma con cui sta rinsaldando un rapporto stretto fin dai tempi in cui sedeva in Campidoglio: «Tra le poche cose buone fatte dal governo Berlusconi - dice - c’è sicuramente il miglioramento dei rapporti fra Italia e Israele. Ecco, un governo di centrosinistra che vincerà le elezioni, manterrà questa direzione e sicuramente non farà passi indietro».

    ( Alla faccia.! Rutelli riesce ad essere ignobile) E ancora: «Gran parte dell’opinione pubblica italiana non è mai stata troppo filoisraeliana.” ( Meno male che lo riconosce: dovrebbe aggiungere nonostante la bestiale propaganda) In tutta la regione c’è una sola democrazia: la stragrande maggioranza degli italiani deve essere consapevole di questo». Applausi, naturalmente. “

    Fine dell’articolo della Repubblica.

    Dopo Prodi vinse le elezioni e Rutelli mantenne la promessa: Vernetti è sottosegretario agli esteri, è un filo sionista sfegatato ed ha già proposto l’ingresso di Israele nella NATO.

    Assieme a Rutelli i sionisti DOC sono naturalmente Pannella con i suoi falsi digiuni e la Bonino ( i radicali sono il nuovo partito degli interessi ebraici, dopo la scomparsa dei repubblicani che erano il partito di riferimento. Non per nulla i radicali si battono per una scelta esiziale per l’Europa: portare Israele nell’UE) . D’Alema però, con gran scorno dei sionisti che pretendevano decidere persino i ministri che deve avere l’Italia, ( la democrazia maggioritaria per loro non ha alcun significato e gli interessi dell’Italia nemmeno: il loro problema è Israele) è diventato ministro degli esteri.

    Ed ha osato andare a Beirut e parlare con un ministro ( regolarmente eletto) vicino all’Hetzbollah.

    Ed ha osato dire quello che era sotto gli occhi di tutte le persone di buon senso, ovvero che radere al suolo intere città , massacrare mille persone e provocare un milione di profughi non è un gesto “proporzionato” per un atto di terrorismo ( anche se i veri terroristi nella regione sono gli israeliani).

    Tutto questo può costargli molto caro. La stampa sionista è mobilitata. L’ayatollah sionista Furio Colombo, passato da uomo della FIAT e faccendiere a New York e nelle isole della finanza off shore a direttore dell’ “Unità” ( un vero idealista, come si vede) ha già lanciato l’alto là: D’Alema non è abbastanza filo israeliano, come i telegiornali ( pazzesco: i telegiornali sono spudoratamente filo sionisti) e va raddrizzato. Gli uomini del nano Berlusconi naturalmente sono d’accordo con il “compagno” Colombo. L’attacco a D’Alema sarà pesante. La politica estera in Italia devono deciderla i sionisti..

    Ecco cosa scrive in proposito Maurizio Blondet, uno dei rarissimi giornalisti non di sinistra che mantiere a carissimo prezzo la sua indipendenza:









    .

    “ Una vera campagna, che - vedrete - crescerà.

    Molto significativa per vari motivi.

    Anzitutto, rivela cosa vogliano gli israeliani e i loro lobbysti italici dalla «forza d’interposizione»: che spari contro Hezbollah, che faccia il lavoro d’Israele.

    Secondo, non vogliono che nessuno «parli» con Hezbollah.





    E’ l’atteggiamento tradizionale dei likudnik: attorno a noi solo «terroristi», e non trattiamo coi terroristi; ergo, non abbiamo nessuno con cui trattare; ergo, il solo linguaggio possibile è quello della violenza e dei bombardamenti.

    Questa «politica» si basa su una menzogna iniziale e radicale; che palestinesi ed Hezbollah, Teheran e Siria, siano tutti solo dei folli, degli irrazionalisti fanatici, dei criminali esclusi dal consorzio umano in quanto non solo assetati di sangue, ma chiusi alla ragione.

    Il risultato è guerra totale e infinita, disastrosa per tutti, e alla fine, anche per Israele. (1)

    Sono riusciti ad imporre questa politica demenziale e nichilista agli Stati Uniti, che non trattano e non parlano, minacciano e sparano.





    In Europa, funziona meno bene.

    Funziona sull’opinione pubblica, allarmata dalla presunta cieca violenza delle cosiddette masse islamiche, immaginate tutte massicciamente pronte a sgozzare, ad esplodere e a morire nel jihad (intanto, compriamo il pane dall’innocuo panettiere egiziano dell’angolo).

    Ma la propaganda funziona meno bene con i politici europei; gli ebrei non riescono a chiudere completamente questa parte del mondo nel terrore che paralizza la ragione e il pensiero.

    Sub-normali come Bush non si trovano in tutti i governi.

    D’Alema ha fatto bene a «parlare con Hezbollah»: se no, con chi parlare?

    Hezbollah è uno dei belligeranti, e tenere canali aperti con loro è ovvia prudenza per la sicurezza stessa dei nostri soldati, visto che li vogliamo mandare nel tritacarne libanese.

    Inoltre, Hezbollah è un partito politico e una parte importante della società civile libanese: è ovviamente saggio aprire con loro una linea di convinzione e di dialogo, per vedere se è possibile indurli al disarmo.

    «Parlare» con le parti è il preliminare elementare di ogni tentata mediazione.

    E dunque, bisogna sottolineare il secondo fatto significativo: Israele e le sue lobby «non possono permettere che la politica del ‘parlare’ abbia successo».

    Tutta la loro egemonia sull’America si fonda sulla proclamata necessità della violenza come «prima ratio», sul presupposto che parlare è inutile, anzi addirittura criminale, con «terroristi».

    Già il fatto che Hamas «parli», che Hezbollah «parli» in modo articolato, indebolisce questa visione paranoica del mondo.

    E rischia di far fallire una strategia basata sul terrore per l’irrazionale, che hanno così felicemente cavalcato dall’11 settembre.

    Israele - l’Israele maggioritaria, paranoide - non può consentire alcun successo della trattativa.





    Ecco perché riteniamo, seriamente, che D’Alema sia oggi in pericolo; che sia più vicino il pericolo di un mega attentato «islamico» in Italia - magari lo rivendicherà Al Qaeda, la sezione «Al Qaeda in Hollywood» - e che un grave pericolo attenda i nostri soldati nella forza d’interposizione.

    Vanno là nella terra del «false flag», interposti tra specialisti dell’attentato vero a bandiera falsa.

    Speriamo che D’Alema sia cosciente di quanto sia serio il pericolo.

    Attento alle telefonate, attento alle foto.

    Che si circondi di guardie del corpo personali, fidate, magari di «compagni» esperti di sicurezza. Esperti anche tecnologicamente, capaci di controllare il funzionamento dell’auto, dell’aereo,

    di frugare bene la barca prima di una regata, ed ogni altro mezzo di trasporto.

    Coscienti di avere contro una forza piena di truce esperienza e di feroce immaginazione.

    E con i suoi «specialisti».

    Ricordiamo a D’Alema e alla sua security due fatti.

    Anna Lindh, la donna ministro degli Esteri svedese: trucidata a coltellate l’11 settembre 2003 (un altro simbolico 11 settembre!) pubblicamente, in un supermercato di Stoccolma.

    L’omicida, dissero i giornali era «un immigrato serbo senza chiare motivazioni politiche».

    In ogni caso, un professionista dell’omicidio, capace di colpire in modo non solo letale ma irreversibile (i medici del pronto soccorso furono agghiacciati da come era stato ridotto il fegato di Annal Lindh, così da provocare un’emorragia inarrestabile), e sparire da mezzo una intera folla.

    Quanto alle «motivazioni», Anna Lindh era filo-palestinese, garante di una politica mediterranea cordiale.

    Aveva creato un «Programma sul dialogo fra culture e civiltà» orientato sui giovani, l’istruzione e i media che costituiva la sostanza di un apposito Piano d’Azione varato a Valencia nel 2002.

    Insomma, un’azione esattamente contraria allo «scontro di civiltà».





    Pochi mesi prima, 4 giugno 2003, era morto in modo non chiaro un altro politico di primo piano: il tedesco Juergen Moellemann, liberale, già vice-cancelliere in uno dei governi Kohl.

    Esperto paracadutista e atletico 57enne, secondo la procura di Muenster, Moellemann, era salito a bordo di un aereo assieme a nove paracadutisti all’aeroporto di Marl Lohmuehle (nord Reno Westfalia) e si era lanciato da 4.000 metri.

    Il suo paracadute però, non si era aperto.

    Suicidio, hanno detto subito.

    Ma nulla è più facile che manomettere un paracadute, per esperti professionisti di omicidio, per i kidon.

    Il paracadutista che si era gettato dopo di lui ha testimoniato: «Ho visto il suo paracadute aprirsi normalmente, ma poi staccarsi dal corpo di Moelleman».

    Suicidio?

    Il fatto è che Moellemann era appena stato espulso dal suo partito libera-democratico, che aveva fondato e di cui era presidente, per «antisemitismo».

    Era stato accusato in un talk-show televisivo condotto da Michel Friedman, giornalista televisivo che è anche il vicepresidente del Consiglio ebraico germanico.

    Accusato di fomentare sentimenti antisemiti, nel caldo del dibattito, Moellemann aveva ritorto: «Nessuno crea più antisemitismo di Ariel Sharon; e di Herr Friedman, col suo stile arrogante e intollerante».

    Seguirono, come disse lo stesso Moellemann, «sei mesi di caccia all'uomo contro di me, per sbattermi fuori».

    E aveva scritto un libro in cui accusava apertamente il Mossad, «Klartext» («Parlar chiaro»).





    Era intenzionato a dar battaglia.

    Aveva detto: «Una cosa non farò mai: rinunciare a ciò a cui credo e al mio impegno verso ciò a cui credo. Per gli stessi scopi per cui mi sono battuto dentro l’FDP, ora mi batterò come democratico indipendente e indipendente parlamentare».

    Non si poteva permettere che un politico di così alto livello e prestigio avesse successo nella sua battaglia. ( da notare che il suo accusatore principale, Micael Friedman, vice presidente del congresso ebraico europeo , fu accusato con prove di essere implicato in affari di droga e tratta della prostituzione dall’Est: scappò a Venezia e dell’affare non si seppe più nulla. A certa gente tutto è permesso, ndr)

    Cercheranno di impedire a D’Alema di avere un qualunque successo.

    Le indignazioni di Pacifici e gli stupori di Furio Colombo devono suonare come segnali d’allarme. Attenzione, guardie del corpo.

    Attenzione, soldati in Libano.

    Attenzione agli attentati in Italia: ma questo, a chi dirlo?

    Ci sono patrioti italiani, nei servizi, consapevoli di chi sia il nemico da cui guardarsi?





    Nota

    Da anni ormai Israele si comporta come se non ci fosse alcun interlocutore per la pace. Questo è il senso vero dei «ritiri unilaterali» dal Libano e da Gaza, tanto lodati dai suoi cantori e complici. Ritirandosi unilateralmente, Israele lo fa alle sue condizioni, rubando la terra che vuole quando vuole, senza negoziare nulla e anche senza impegnarsi a nulla verso la controparte, nemmeno con un patto di non-aggressione. La controparte «non esiste», è una bestia feroce e basta. Nel 2000 Ehud Barak troncò i negoziati di Oslo proclamando che Arafat «non era un partner per la pace»; subito dopo Sharon ha praticamente arrestato Arafat nel suo quartier generale a Ramallah, tentando più volte di ucciderlo come «terrorista». Israele ha bisogno di una lezione di galateo internazionale, deve imparare a stare al mondo; altrimenti sempre più Stati - e non solo i vicini angariati e violentati - cominceranno a concludere che è lo Stato ebraico la causa di troppi mali. Allora sì che sarà in pericolo «la sua stessa esistenza».





    E per ora , cari letteri, crediamo basti.

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    Orrori, massacri, distruzioni


    Ma il peggio deve forse arrivare!








    Gli antefatti


    La guerra del Libano è finita. Forse. Prima di commentarla diciamo che è stata la guerra soprattutto delle menzogne. La percezione che i giornali e le televisioni hanno volto dare alla pubblica opinione è stata grossolanamente falsata – come sempre – a favore di Israele. Ma questa volta si è trattato di un guerra vera, seppur in miniatura. Un esercito, un’invasione, bombardamenti aereo navali, stragi di civili, persino armi vietate, attacchi a ospedali e ambulanze, terrore pianificato. L’attacco israeliano è stato definito “legittima difesa” , la replica dei libanesi ( Hezbollah non è la fantomatica e assai dubbia Al Quaida: è un partito che comunque gode del sostegno di vasta parte della popolazione libanese, con due ministri eletti democraticamente, ammesso che questo termine abbia un senso) la replica Hezbollah terrorismo.

    Perché è scoppiata la guerra? Il classico “casus belli” è stata la cattura di due soldati israeliani. Ma il fatto che Israele catturasse da anni e detenesse in prigione e spesso torturasse uomini di Hezbollah (e ovviamente palestinesi, bambini compresi) è stato tenuto sotto silenzio.

    In realtà poi la guerra al Libano era stata pianificata molto prima, esattamente come quella all’Iraq.

    La bufala dei soldati “rapiti” è ovviamente una bufala da bar sport. Neanche uno stato canaglia come Israele scatena un guerra rischiosa per due soldati , su una frontiera calda come quella israelo-libanese. D’altronde, con l’abituale impressionante ottusità ( è pazzesco che un uomo simile sia alla testa della prima potenza mondiale) Bush aveva dichiarato a San Pietroburg: “ Non si tratta di un’operazione israeliana approvata dagli americani ma di un’operazione americana fatta dagli israeliani” . Chiaro anche agli imbecilli.

    Altrettanto risibile poi l’accusa di terrorismo da parte di uno stato che applica quotidianamente il più spietato terrorismo contro le popolazioni indifese a Gaza e Palestina. E non vale per nulla l’obiezione che si tratta di repliche ai loro attentati suicidi. Primo perchè da 40 anni Israele dovrebbe lasciare tutti i territori occupati con la guerra di aggressione nei famosi 6 giorni: non l’ha mai fatto e non intende farlo, in violazione di tutte le leggi internazionali.

    Secondo perché nessuno Stato può rispondere al terrorismo con i terrorismo. Un esempio fra mille: recentemente è stato ucciso un leader palestinese a Gaza. Un missile ha centrato la sua auto ed ha ucciso insieme al lui i suoi due figli piccoli.

    Ora uno Stato che si vuole civile primo non può uccidere senza processo ( ricordate il processo Eichman fatto con grande scialo di propaganda? Lo rapirono solo per fare un processo che peraltro non aveva alcun senso giuridico. Ma allora serviva un processo con parvenza di legalità), non può giustiziare neanche un sospetto terrorista ( e se non lo fosse? E se fosse innocente? ) ma è delirante poi uccidere senza problemi anche i famigliari. Questo Israele lo fa abitualmente. Uno stato terrorista, nato d’altronde sul terrorismo. Mai i britannici in tanti anni di attentati sanguinosi dell’IRA uccisero irlandesi a casaccio. Questa vale per l’Eta e la Spagna, l’Italia e le BR, la Germania e la Rote armee fraktion ecc. Non è nemmeno discutibile legittima difesa da Far West, ovvero sparare al bandito anche preventivamente: no , qui gli ebrei gli ammazzano anche i famigliari, anche gente che non c’entra nulla. E si mettono sullo stesso piano dei terroristi. Altro che stato civile.







    Beirut in rovina




    Da quando esiste il Libano non ha mai aggredito nessuno. Era un paese ricco e pacifico. Gli ebrei occupando la Palestina provocarono ondate di profughi molti dei quali arrivarono in Libano. Per senso umanitario i libanesi non li cacciarono e nei campi profughi attecchì anche la resistenza anti israeliano. Ma i libanesi non c’entravano. In compenso gli ebrei hanno invaso il Libano 6 volte ( questa è la settima!!) Nell’82 gli ebrei scatenarono l’invasione più massiccia. Con l’aiuto di bande di cristiani venduti ai sionisti massacrarono molti palestinesi nel campo di Chabra e Chatila, ma ovviamente non riuscirono a sterminarli. Contro l’occupazione israeliana nacque Hezbollah. Che senza Israele e l’invasione non sarebbe mai esistito. Fu grazie al coraggio dei guerriglieri Hezbollah che, piaccia o meno, Israele fu costretto a ritirarsi.





    17.000 violazioni israeliane


    Ma non lo fece affatto pacificamente e non ha mai smesso: le violazioni della sovranità libanese sono sempre stata all’ordine del giorni. Gli assassini del Mossad hanno in Libano una potente rete terrorista . Gli stessi osservatori dell’ONU hanno denunciato continue violazioni dello spazio aereo libanese: il premier Siniora, certo non vicino ad Hezbollah e considerato amico degli americani, ha denunciato oltre 17.000 violazioni dello spazio aereo libanese prima della guerra.

    Una specialità della propaganda ebraica è la “memoria selettiva” : si ricorda ossessivamente e spesso scorrettamente cio che fa comodo e si cancella ciò che non fa comodo. Grazie al totale controllo dei media l’opinione pubblica è disorientata: dimentica che la storia non fa salti ( historia non facit saltus, dicevano già i latini) e le menzogne non la cancellano, neanche vietando di dire la verità, che prima o poi viene a galla. Tutto ha un inizio ed è sempre dall’inizio che bisogna ripartire.. Il disastro in Medio Oriente, la lotta dell’Islam contro l’Occidente hanno due motivazioni: l’illegale e piratesca nascita di Israele e la politica neo coloniale del secondo Novecento volta al furto del petrolio e alla protezione di Israele. Se si parte da queste elementari verità storiche si vedrà che non sono gli islamici ad attaccare ma l’Occidente guidato dai politicanti anti nazionali e filo-sionisti: tant’è vero che prima dell’attuale “pericolo islamico” la lotta contro il sionismo fu condotta dal leader come l’egiziano Nasser, il palestinese Arafat, l’iraniano Mossadeq, l’iracheno Saddam, il siriano Assad che erano anti islamici: erano semmai nazionalisti laici . Ricordare questi particolari non fa comodo ai fanatici cristo-sionisti che sono altrettanto fondamentalisti degli islamici. L’islamismo radicale nasce dopo la distruzione sistematica dei movimenti laici nazionalisti in medio oriente. Ma è stato il cosiddetto Occidente a farlo diventare forte.





    Dell’Islam e dell’Europa parleremo comunque in altra occasione: è urgente svergognare i “fallacisti”, la sui ignoranza è pari all’arroganza, che si annidano in tutti i partiti.

    Restiamo al Libano.





    La truffa del terrorismo


    Tutti i somari che dicono che l’11 settembre ha cambiato il mondo non sanno che non è un attentato, tanto più di matrice assai dubbia come le due torri, ( clicca per pro memoria il 444) (408) (324) che cambia il corso delle cose.

    Quando nel 1914 lo studente ebreo Gravrilo Prinzip uccise a Serajevo l’arciduca Francesco Giuseppe , diede la scintilla ad una guerra che era già inevitabile: forze potenti avevano dichiarato da tempo guerra all’Europa tradizionale che aveva il suo fulcro negli Imperi centrali. Per questo quell’atto di terrorismo, stranamente, non fu giudicato sufficiente, dalle democrazie di allora, a giustificare la repressione del terrorismo degli austriaci. Quelle stesse democrazie che oggi predicano la “guerra preventiva” contro il terrorismo allora dichiararono guerra all’Austria per la reazione al terrorismo. Viva la coerenza. Resta il fatto che la guerra scatenata da Bush dopo l’11 settembre era stata decisa ben prima. Afghanistan, Iraq, Libano sono battaglie di quella guerra. Poi verranno la Siria e l’Iran e allora le cose si faranno davvero serie. Ma il terrorismo non c’entra: bisogna essere cerebrolesi per credere davvero che una nazione entri in guerra e massacri migliaia o milioni di persone per quella che è in realtà un’operazione di polizia. Il terrorismo è fumo negli occhi, nessun terrorismo mette realmente in pericolo paesi come gli Stati Uniti o l’Inghilterra. La partita che si gioca è per il dominio del mondo. Ma l’Islam non c’entra anche perché non ha neppure i mezzi per entrare in partita. Se la giocheranno l’asse del male sionista americano, la Cina, la Russia: gli altri, fra cui l’Europa, sono attori di riserva. Questa è la realtà, babbei che credete alla “guerra di civiltà” contro l’Islam!

    Quel che è certo è che noi europei non abbiamo alcun interesse a fare la guerra a mezzo mondo per gli interessi degli americani, dei sionisti e di Israele. Ma ci siamo trascinati per i capelli. Anche questo è un punto che troppi poveri fessi che pur militano nei partiti semi nazionalisti non riescono a capire. Lo capiscono assai meglio le sinistre.

    La battaglia del Libano ha svelato al mondo in modo brutale il volto di Israele e del sionismo. Questa volta solo con sforzi enormi la propaganda di regime ha parzialmente tamponato la falla. Ci aspettano dosi da cavallo di giornate della memoria, per farci dimenticare queste giornate della vergogna. Purtroppo per i sionisti ( e per fortuna per tante povere vittime potenziali) è fallito l’attentato dei giorni scorsi sventato dai servizi segreti britannici non deviati.Un attentato assolutamente previsto. Dopo l’attacco al Libano era indispensabile per la propaganda israelo-americana un mega attentato firmato Al Queida per mobilitare l’opinione pubblica alla “guerra globale” .

    L’attentato per fortuna è fallito, le immagini del terrore vero sono tornate sugli schermi e l’immagine di Israele è crollata anche fra i più ingenui.





    Perché questa guerra


    Intanto vengono a galla i particolari reali e le ragioni vere della guerra.

    Hezbollah, in questo la propaganda sionista ha ragione, è un avamposto iraniano-siriano, militarmente parlando.

    Ora si dà il caso che Israele voglia attaccare l’Iran per impedirgli di avere armi atomiche che determinerebbero l’impossibilità di altre guerre in Medio Oriente. Nel contempo Israele vuole un’altra guerra per liberarsi del problema palestinese. Deve creare in Palestina il Regno di Giuda biblico e per farlo deve togliersi dai piedi gli arabi che fanno molti più figli degli israeliani. Una bomba demografica. Una sopravvivenza di un Israele non razzista sarebbe in realtà possibile, convivendo con gli arabi: ma sarebbe la fine del sogno di potenza sionista. Quindi in Palestina devono restare solo ebrei. E per farlo, piaccia o no ci vorrà ancora una o più guerre. E nessuno Stato nemico di Israele potrà avere la bomba se no di guerre non se fanno più.

    L’Iran quindi sarà attaccato. Ma anche se saranno gli americani a farlo, cosa che sperano i sionisti per ottenere quel che vogliono a buon mercato mandando al fronte gli altri, non è detto che Israele se la cavi senza danni.

    I missili iraniani attualmente devono fare centinaia di chilometri prima di arrivare ad Israele. Possono essere intercettati dal sistema anti missile Patriot.

    Ma se si trovano in mano a Hezbollah ai confini del Libano, allora sono dolori. Partono e arrivano.
    Si è visto cosa hanno fatto dei relitti tecnologicamente della seconda guerra mondiale o giù di li come i katiuscia. Figurarsi dei missili moderni. Ci sono missili dalla potenza esplosiva sufficiente a radere al suolo interi quartieri in un colpo solo.

    Israele dopo una guerra con l’Iran si ritroverebbe come un groviera. Ecco perchè bisognava urgentemente liquidare Hezbollah. A fine agosto quel personaggio da spazzatura holywoodiana che è Giorgio Bush ha promesso sanzioni con l’Iran. Le sanzioni si sa come cominciano, non come finiscono. Se scoppia la guerra Israele è sotto tiro: quindi attacco “preventivo” al Libano.

    Ma è andata non male, malissimo. Israele non ha vinto. E’ avanzato di qualche chilometro con perdite pesanti. Ma quel che è peggio, e Olmert ha avuto almeno l’intelligenza di capirlo, una avanzata a fondo sarebbe stata una catastrofe. Lo ammettono gli stessi giornali ebraici.





    Il punto debole di Israele


    Gli arabi hanno forse finalmente imparato la lezione: inutile contrapporre a Israele un esercito convenzionale. Armati massicciamente in modo ultramoderno dagli USA, da cui succhiano qualcosa come 12 miliardi di dollari all’anno come sovvenzioni agli armamenti, gli ebrei non hanno problemi a battere gli eserciti straccioni degli arabi.

    Ma hanno un altro, fondamentale problema: non hanno la massa critica per una vera guerra.

    Dai tempi di von Clausewitz l’arte della guerra prevede due fondamentali regole per vincere: il numero e lo spazio. Napoleone e Hitler persero contro la Russia, che tecnicamente stracciavano, perchè i russi avevano il numero e lo spazio. Potevano ritirarsi e aspettare.

    Israele non ha neppure la capacità militare degli eserciti di Napoleone e Hitler: sono bastati dei guerriglieri determinati a creare seri problemi. Secondo notizie riservata gli israeliani avrebbe avuto annientata una divisione blindata: e ne hanno alla fine solo sette.






    Stroncata una divisione corazzata israeliana


    La stampa israeliana segnalava la difficoltà a far arrivare in prima linea viveri e rifornimenti. E si era a 10 chilometri. Figurarsi dopo un’avanzata di cento chilometri, quando i problemi si moltiplicano mentre aumenta lo spazio da controllare e la guerriglia attacca anche nelle retrovie. Israele poi ha 6 milioni di abitanti , che non sono affatto guerrieri come si danno arie di essere. Non può assolutamente mantenere 200.000 uomini in armi per sei mesi. La sua struttura non può reggere una pioggia di missili per mesi e un esercito mobilitato. Crollerebbe l’economia del paese: Israele può invadere il Libano o la Siria, ma poi deve ritirarsi, non può certo occupare vasti territori. Per questo ci vogliono milioni di uomini. I numeri e lo spazio, direbbe von Clausewitz, sono proibitivi per la nazionale ebraica. E quindi tutto da rifare.





    Coraggioso intervento svizzero all’ONU


    Cosa accadrà ora? Era falso dire che il Libano minacciava la sopravvivenza di Israele, ma paradossalmente dopo questa guerra Israele teme davvero per la sua sopravvivenza, almeno come potenza sionista.

    Militarmente la sorpresa per l’arroganza sionista è di quelle brutte: un attacco massiccio missilistico può fare enormi danni in Iran e Siria ma può cancellare Israele. Almeno sul piano delle infrastrutture industriali. Gli israeliani sono abituati bene, hanno un tenore di vita europeo. Una guerra seria di qualche mese li piomberebbe in una intollerabile ( per loro: i palestinesi ci vivono da sempre) miseria.

    I sondaggi dicono che gli israeliani sono convinti che una nuova guerra sia molto vicina: hanno ragione. Se la Siria e Hezbollah si rinforzano, ora che hanno una strategia, per Tel Aviv è notte. Quindi bisogna attaccare subito.

    Nessuno li fermerà, anzi. Il comportamento americano è stato come sempre di questi tempi, ignobile.

    Nessuno scrupolo umanitario, totale scorrettezza, totale parzialità. Un altro governo sionista.

    L’ONU ha dimostrato di essere il solito inetto carrozzone: agli ordini degli americani. Serve solo come vetrina dell’indignazione delle vittime e degli impotenti.

    Con grande lucidità e non senza coraggio, il rappresentante permanente della Svizzera all’ONU Peter Maurer ha attaccato all’assemblea permanente il diritto di veto. “Il diritto di veto” ha detto “ non deve servire a difendere interessi particolari” Negli auspici dell’ONU poi, ha aggiunto Maurer, sta scritto che occorre evitare l’uso del veto in caso di genocidi o crimini umanitari.

    “…ma questo diritto viene utilizzato in modo abusivo, paralizzando l’Organizzazione anche neo casi genocidio e crimini contro l’umanità o in occasione di crisi gravi..Tutto ciò dà ragione a coloro che pensano che il diritto di veto non è un attributo legato ad una responsabilità particolare di grande potenza in materia di pace e sicurezza internazionale ma di privilegio utile a difendere i propri interessi. Questo paralizza il Consiglio di sicurezza in numerose crisi, cosa che la Svizzera deplora insieme con molti altri”. Bene. Sarebbe facile aggiungere che gli avversari all’adesione all’ONU tutto questo lo sapevano già prima e che è del tutto utopistico immaginare che le cose cambino senza un nuovo conflitto mondiale. L’ONU è una cattedrale di ipocrisia. Ma almeno la Svizzera salva l’anima non accettando il gioco sporco del ripugnante americano Bolton.





    E perchè un'altra guerra..





    La sola speranza di evitare un conflitto spaventoso voluto dai sionisti e ormai quasi inevitabile è una reazione dell’opinione pubblica americana ed europea. Sarà assai difficile perché le moltitudini sono rimbesuite dalla propaganda: tutta la grande stampa è filo sionista, un giornale non filo ebraico o perlomeno rispettoso degli interessi sionisti non avrebbe una riga di pubblicità. In Francia è stato dimostrato che solo un grande settimanale ( Marianne) ha dedicato la copertina alla guerra del Libano. Gli altri vergognosamente la mettevano in secondo piano. Così in Italia, Espresso e Panorama. I sionisti terrorizzano i pennivendoli.

    Tuttavia la gente comincia ad averne piene le scatole di Israele e delle sue guerre che devono per forza diventare le nostre. E le quotazioni di Bush e dei cristo-sionisti ( in Italia e in Ticino i più vicini ai cristo-sionisti sono- è giusto dirlo - quelli di Comunione e Liberazione: mistica degli affari) sono in caduta libera. In Europa i sionisti ( una fogna come Marco Pannella per esempio , i il Forza Italiota Bondi) tentano il colpaccio: portare Israele nell’UE. I contribuenti americani, per la bella faccia dei sionisti, scuciono 12 miliardi di dollari all’anno solo per contributi armamenti. E Israele gode di molte altre agevolazioni. Gli Stati Uniti da tempo vogliono scaricare il fardello anche sui contribuenti europei e le organizzazioni sioniste con le loro centrali di propaganda e le lobby politiche sono già in azione. Con gravissimo pericolo per l’Europa, trascinata nelle follie di Israele.

    La politica sionista è ormai fuori controllo e il Libano lo ha dimostrato.

    Ma le cortine fumogene mascherano la realtà. Un esempio fra mille. Il Corriere della Sera e La Repubblica hanno dedicato paginate alla morte del figlio dello scrittore ebreo David Grossman. Morto in combattimento nell’armata di invasione del Libano. Mica morto in missione umanitaria. Ma hanno accuratamente evitato di pubblicare le fotografie dei bambini uccisi dalle bombe al fosforo, dalle bombe a frammentazione. Quelle si che avrebbero meritato pagine di commenti. Quei bambini non erano soldati e quelle armi erano e sono vietate. E’ strano: i morti ebrei valgono molto di più. Un centinaio ad Israele, oltre un migliaio in Libano. Qualche danno alle case in Israele, intere città distrutte , villaggi cancellati, infrastrutture azzerate, milioni di sfollati in Libano. Alla pari!

    E adesso a far la guardia alla frontiera per conto degli ebrei andranno italiani, francesi e altri. A spese dei contribuenti, mica di Israele.

    E quello finanziario è il male minore: perché gli europei saranno intrappolati nella infernale macchina da guerra e da menzogna israeliana. Morire per Tel Aviv non è il massimo degli interessi degli europei ma è quanto potrebbe accadere.

    Sempre che non accada di molto peggio: sempre più apertamente si parla di armi atomiche. E l’asse del male Washington Tel Aviv non avrà scrupoli ad usarle.

  6. #6
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    La guerra di Israele



    Orrore e menzogne



    La Svizzera, se si escludono i tromboni troppo noti, come l’Udc Schmid e il radicale Couchepin, nella criminale guerra di Israele contro il Libano si è comportata bene, meglio di molti paesi dell’UE.

    Pur filo israeliana nella misura in cui in Europa è impossibile condannare Israele e metterlo ai margini del mondo civile come merita, la Svizzera ha però saputo tenere una posizione dignitosa. E’ vero che il Consiglio federale è stato come sempre ormai il “coniglio” federale, tirando fuori persino la neutralità per evitare giudizi morali, che invece si imponevano senza scomodare la neutralità: ma in genere si è capito molto bene che le persone oneste in Svizzera ne hanno piene le tasche della lobby sionista e sono ben lontane dall’infatuazione filo israeliana della guerra dei sei giorni.

    La Croce Rossa Internazionale ha fatto ben intendere cosa pensava sulle reali responsabilità del terrorismo contro i civili. E l’opinione pubblica ha potuto rendersi conto del livello di irresponsabilità che ormai guida la forza bruta delle armate ebraiche.

    Purtroppo la realtà è ancora molto più devastante di quanto appare dalle mascherature della propaganda della stampo ( quasi tutta) filo sionista.

    Per rendere l’idea basta leggere quanto scrive la pubblicazione zurighese Zeit-Fragen che pubblica una lettera e un appello.

    La lettera, scritta in fretta e in cattivo inglese, è di un medico palestinese a Gaza.

    Gaza è il più schifoso laboratorio di dissoluzione di un popolo, o almeno ormai quanto ne resta, messa in opera dallo stato ebraico, sempre pronto a martellarci i timpani da sessant’anni per ottenete risarcimenti dalle persecuzione subite dagli ebrei. A Gaza non si vive, si sopravvive. Sempre peggio e sempre meno. Ma ora le cose precipitano, la cricca di Tel Aviv si sente le mani libere. Grazie a Bush può finalmente fare quasi tutto quel che vuole.

    Ecco cosa scrive il medico palestinese.

    “E’ un vero crimine quello cui assistiamo a Gaza.


    Riceviamo corpi che sono tagliati in centinaia di pezzi, che sono per di più gravemente bruciati o completamente fusi, tanto da rendere impossibile l’identificazione.


    Le ferite presentano gravi ustioni: quando cerchiamo di spegnere il fuoco esso riprende, con odore di fosforo.


    Tali ustioni danneggiano tutti i tessuti fino all’osso. ( Classico effetto delle bombe al fosforo usato contro la popolazione tedesca dai civilissimi americani, ndr)






    Un orrore senza parole



    L’arto colpito dalle schegge (shrapnel) viene immediatamente amputato per nostra decisione, dato il constatato cattivo risultato sulla vita della vittima entro pochi giorni.

    All’esterno troviamo i segni di centinaia di shrapnels che hanno penetrato il corpo e non appaiono ai raggi X.

    Questi causano gravissime ustioni agli organi interni e cuociono [sic] il fegato.

    Altre ferite non mostrano alcun foro d’entrata all’esterno; ma quando esploriamo l’addome chirurgicamente troviamo visceri, milza e fegato spappolati e frammentati.

    Abbiamo amputato oltre 70 arti.

    Abbiamo avuto 200 uccisi in questo modo.

    Abbiamo 1200 feriti, in massima parte invalidati o sfigurati.

    Abbiamo conservato alcuni tessuti dalle ferite e campioni delle schegge, ma non possiamo esaminarli perché gli israeliani hanno distrutto il nostro unico laboratorio.

    Posso mandarvi delle foto per analisi, ma domani perché sono all’ospedale.

    In attesa di vostre nuove, dottor X».













    Zeit-Fragen lancia un appello:

    «Qualcuno sa di più a proposito di queste ferite? Ci sono medici tra i vostri conoscenti che sanno qualcosa?


    Occorrono medicazioni speciali?


    Quali apparati diagnostici o di laboratorio servono?


    Quale tipo di medico, con quale specializzazione, deve accompagnare la Croce Rossa o l’Agenzia elvetica per lo sviluppo (DEZA/SDC), e con quali ausili terapeutici?


    C’è qualcuno di vostra conoscenza che ha una preparazione su questo fenomeno, in modo che possa coordinare gli altri?


    Ci sono testi e letture scientifiche da raccomandare?».


    Rispondere al seguente indirizzo:

    Erika Vögeli, Chief Editor Zeit-Fragen,

    Postfach CH-8044 Zurich.

    Mail: redaktion@zeit-fragen.ch.




    L’uso di armi sconosciute e sterminatrici viene segnalato anche a Beirut, come riporta il sito Uruknet.

    «Abbiamo un tasso di mortalità del 30 % fra i pazienti ricoverati con ferite», dice Bilal Masri, primario del maggior ospedale di Beirut: «Ciò significa che il 30 % di ognuno che è stato colpito dalle bombe israeliane sta morendo. E’ una catastrofe».

    Il 55 % dei morti e dei feriti presso l’ospedale dell’università di Stato sono bambini sotto i 15 anni.

    Il tasso di mortalità è innalzato, dice il dottore, «dal fatto che gli israeliani usano un tipo di bombe che penetrano nei rifugi. Bombardano i rifugi che sono pieni di gente».

    Qui almeno sappiamo di che bombe si tratta: le bunker-buster rinforzate con dardi di uranio impoverito che Bush ha mandato in fretta ai suoi eletti padroni con voli speciali.

    Destinate in teoria a eliminare i bunker Hezbollah, vengono generosamente usate per sventrare le cantine in cui le famiglie si riparano dai bombardamenti aerei.

    Al punto che a Beirut, quando arrivano i bombardieri, è ormai meglio restare all’aperto invece che correre sotto le case.

    Simili informazioni - e simile appello internazionale - sono stati diramati dalla professoressa Paola Manduca, docente di genetica all’università di Genova.

    «Sono ormai numerose le testimonianze, raccolte da ospedali, testimoni, artificieri, giornalisti, che sollevano dubbi gravissimi su alcuni episodi dell’attuale offensiva israeliana in Libano e a Gaza.

    A parte la dispersione a tappeto di uranio impoverito […], destano particolare preoccupazione i racconti e le immagini che mostrano ‘sintomi strani e sconosciuti’ nelle vittime.

    Corpi in cui i tessuti sono morti [necrotici], ma che non mostrano ferite apparenti; corpi apparentemente ‘rimpiccioliti’; civili con gravissimi danni agli arti inferiori che richiedono l’amputazione, la quale però è seguita da inarrestabile necrosi e morte; sono stati descritti casi con ferite interne come da esplosione, ma senza traccia di schegge; o cadaveri anneriti ma non bruciati, o altri gravemente feriti, ma senza sanguinamento...

    Tutto questo suggerisce che siano utilizzate armi nuove: armi ad energia diretta, ed agenti chimici e biologici, in una specie di macabro esperimento di guerra futura in cui non si rispetta alcunché: regole internazionali (dalla convenzione di Ginevra ai trattati sulle armi chimiche e biologiche), rifugiati, ospedali e Croce Rossa, per non parlare delle persone e del loro futuro, dei loro figli, dell’ambiente, avvelenato dall’uranio impoverito e dalle sostanze tossiche provenienti dai depositi bombardati».










    Bombe che non si dovevano vedere












    «I problemi per i popoli palestinese e libanese sono urgenti e impellenti, ma questi episodi non devono passare sotto silenzio.

    Diversi appelli sono stati già rivolti a e da esperti e scienziati perché si indaghi.

    Abbiamo ritenuto di rispondere a questi appelli, e di mettere a disposizione le nostre esperienze, conoscenze e capacità specifiche.

    Ci stiamo organizzando per offrire sostegno alle istituzioni sanitarie libanesi e palestinesi che chiedono sostegno e verifiche indipendenti.

    Abbiamo allestito un gruppo per esaminare le testimonianze, le immagini, e possibilmente le prove materiali disponibili, per formulare ipotesi di indagine che possano essere sottoposte a verifica.

    Chiediamo un intervento da parte delle istituzioni scientifiche che ci rappresentano, e che hanno il dovere di vigilare e di intervenire in casi come questo.

    Sosteniamo la richiesta che viene da più parti, e in particolare dai medici delle zone di conflitto, perché l’ONU istituisca una commissione internazionale e indipendente dai governi per verificare sul campo le denunce sull’uso di armi di nuovo tipo e di distruzione di massa da parte di Israele nell’attuale conflitto.

    Chiediamo con forza che a questo scopo si attivino subito procedure per garantire che i campioni biologici prelevati dalle vittime siano preservati in condizioni adeguate per essere esaminati scientificamente in futuro.

    Chiediamo dunque che questa commissione internazionale abbia accesso a tutte le fonti disponibili, sia operativa e rispetti le procedure di controllo incrociato da parte di diversi laboratori che regolano la ‘scienza civile’, e che quindi porti il caso di fronte alle autorità competenti, inclusi il tribunale per i diritti umani, e le corti di giustizia internazionale.

    Da parte nostra, ci riuniremo il prossimo 25 agosto per dare forma operativa all’esame di tutti gli elementi sin qui disponibili, e allargare il gruppo di lavoro ad altri esperti.

    Come persone e come scienziati, mettiamo a disposizione quanto possiamo per giungere alla conoscenza dei fatti, convinti che giustizia, equità e convivenza pacifica tra i popoli siano approssimabili solo con il rispetto delle regole che la comunità internazionale si è data sin ora circa i comportamenti delle parti nei conflitti.

    Chiediamo che il rispetto di tali regole sia sottoposto a verifica nel presente conflitto.

    Ci rivolgiamo a tutti gli scienziati affinché contribuiscano a questo lavoro portando competenze specifiche.

    In particolare, cerchiamo tossicologi, chimici, farmacologi, anatomo patologi e medici esperti di ustioni/traumi, e chimici.

    Possono contattare il nostro gruppo all’indirizzo che abbiamo attivato a questo scopo: nuovearmi@gmail.com».









    Una cosa appare chiara: le «nuove armi» che Israele usa sono concepite per la «soluzione finale» del problema che più preoccupa lo Stato sionista: l’esplosiva demografia araba.

    Gli arabi fanno più figli degli ebrei; entro cinquanta o cento anni il rapporto fra le popolazioni sarà schiacciante a danno dello stato sionista..

    Armi che obbligano ad estese amputazioni - inutili perché non arrestano la necrosi e la morte; armi che spappolano gli organi interni; armi che portano a morte sicura il 30 % dei feriti, non sono armi concepite contro combattenti.

    Sono armi studiate contro la popolazione civile e disarmata.

    Quelle morti di civili non sono «danni collaterali».

    Sono un genocidio, e coscientemente perseguito.

    Ma le nostre televisioni e i nostri giornali queste immagini non ce le mostrano. Solo gli stessi fotogrammi, ben elaborati, di sessant’anni fa. Loro hanno il culto della memoria che cancella il presente.

  7. #7
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    La criminale guerra di Israele

























    Le agenzie avevano appena finito di battere la vergognosa sortita di Couchepin di cui abbiamo parlato e di una manifestazione anti israeliana a Berna, che sono arrivate le immagini agghiaccianti del bombardamento ebraico di Cana.

    Non siamo succubi dell’emotività mediatica e non faremmo dello spaventoso bombardamento, che è un classico della grande civiltà ebraico americana, un caso particolare, seppur spaventoso.

    La politica criminale di Israele infatti non diventa tale per una strage in più, per quanto orrenda: è criminale in se la politica sionista.

    Noi viviamo sommersi nelle falsità della propaganda sionista. Dal Corriere della Sera, un caso da antologia tanto sono sfacciate le menzogne che diffonde per la causa ebraica, sino al provinciale Corrierino del Ticino: abbiamo una raccolta delle amenità di Gerardo Morina da esposizione: ne avesse imbroccata una in questi anni: pubblicheremo in futuro per la gioia dei lettori.

    Ma in verità in questi giorni abbiamo visto di peggio. Più sfacciate sono le menzogne sioniste più clamorose sono le fandonie propagandistiche della stampa prezzolata.

    Proprio nel giorno del massacro il sionista preferito dal CdS Bernard H. Levy scriveva in prima pagina che i nemici di Sion sono “le falangi del Male” ( questi cialtroni naturalmente sono “il bene” incarnato, come si è visto) e il Giornale del pelato Berlusconi è arrivato a titolare a tutta pagine, accanto all’editoriale di un altro sionista doc Vittorio Segre ( ormai scrivono solo più loro) “ Gli Hetzbollah fanno uccidere 37 bambini” (sic!!) Arrivano a questo punto i sostenitori del nano malefico e a questo punto siamo costretti ad ammettere che la sinistra coprendo di insulti il personaggio non aveva tutti i torti. Da tutta la stampa intanto viene sostenuta un’altra colossale infamia: non si può dicono, fare una comparazione dei morti. Come dire che 50 ebrei uccisi ( in maggioranza militari in combattimento), valgono migliaia di civili libanesi, in maggioranza donne e bambini. Come se un morto ebreo valesse più di un morto arabo. Ma provate a pensare cosa sarebbe accaduto se lo stato sionista avesse avuto 1000 morti: tutti i rabbini del mondo avrebbero gridato al nuovo “olocausto” e Tel Aviv ( non aspetta altro ormai) avrebbe tirato fuori l’atomica.

    Viene falsificata costantemente la storia ( questa è una grande specialità sionista) e la cronaca.

    I caporioni dello stato ebraico mentono con una sfacciataggine che ormai solo le nostre tremebonde partitocrazia fingono di credere: la gente, in massa, non ci crede più.

    I “diritti” di Israele sono quelli di un rapinatore che ha rubato la terra e vuol tenersi il malloppo.

    Anche il rapinatore infatti vuole “la pace e la sicurezza” dopo il furto : il problema è che il rapinato non vuol regalargli tutto.

    Israele rivendica il diritto all’esistenza in base alla risoluzione dell’ ONU del 1948: ma l’ONU non è la fonte di alcuna legittimazione. E proprio Israele se ne frega costantemente delle risoluzioni dell’ONU. Ma si continua a mentire come se la risoluzione del 1948 fosse la bibbia , ma , per esempio , non valgono nulla le decine di risoluzioni che imponevano il ritiro dai territori occupati.Bisogna sempre ricordare questi fatti per capire quanto sta accadendo e dove sta la ragione. Israele vuole solo le risoluzioni ONU che gli fanno comodo.

    L’ONU è un inutile baraccone: e basta il veto usato di continuo dagli USA in favore di Israele per renderlo una laida pagliacciata.

    Dunque piantiamola con la commedia dei “diritti” e restiamo all’eterna verità di sempre: quella di Israele è una guerra di conquista. Dal 1920 sino ad oggi. Gli sconfitti e vittime, minacciati di sterminio, non sono gli ebrei mai i palestinesi.

    La politica degli ebrei è trasparente: vogliono costringere tutti i palestinesi a sloggiare come fecero nel 1948 col terrorismo ( i governanti sionisti eran fior di criminali terroristi, da Beghin a Shamir) e conquistare Heretz Israel, la grande Israele.

    Ai palestinesi tolgono ogni giorno un pezzo di terra, l’acqua e potessero anche l’aria.

    I nostri viscidi governanti invece di mandare i nostri figli in pellegrinaggio ad Auschwitz a costatare religiosamente l’indiscutibile “olocausto” di 60 fa, dovrebbero mandare i ragazzi a visitare l’inferno di Gaza. Per vedere cosa fanno oggi gli ebrei che continuamente si lamentano delle loro disgrazie che sono finite da un pezzo e per le quali hanno chiesto ed ottenuto ampi risarcimenti che i palestinesi non otterranno mai.

    Detto questo il massacro di quaranta bambini in Libano, di un migliaio di civili, la distruzione di un intero paese, persino il cinico bombardamento di una postazione ONU stanno a dimostrare che il governo israeliano ha perso il senno, più di quanto non potessero sperare i suoi peggiori nemici.

    Il Libano è distrutto: altro che la primavera libanese che il Morina sul Corriere del Ticino vaneggiava dopo il colpo di mano americano contro la Siria circa un anno fa. Ricordate? Quell’articolo dovrebbe essere inquadrato: le elezioni in Iraq, la Siria in ritirata, il Libano finalmente democratizzato dalla grande politica americana. E’ bello essere esperti di politica estera così.

    Ma non raccontiamo barzellette, non tira aria giusta.

    Facciamo rapidamente il punto.

    I motivi dell’invasione del Libano sono parecchi: l’unico certamente falso è il “rapimento” dei soldatini sionisti o i missilotti Hezbollah. Grazie alla guerra all’Irak ( e alla balla della guerra al terrorismo) gli ebrei stanno cercando la politica del fatto compiuto. Fare della popolazione dei Territori una riserva di schiavi, lavoratori a basso costo, o farli sloggiare. Nessuna reale autonomia.

    Per farlo stanno massacrando i palestinesi nel lager di Gaza.

    La cosa avviene con la condiscendenza dei governi fantoccio di molti paesi arabi: Giordania, Egitto, Arabia ecc.

    Resiste la Siria appoggiata dall’Iran. La Siria a sua volta aiuta Hezbollah e questa milizia è una spina nel fianco del mini imperialismo ebraico.

    Ma Israele sa anche che l’acqua è il petrolio prossimo venturo. Questa guerra serve a conquistare anche il fiume Litani. Gli ebrei dal Libano non vogliono più sloggiare. E’ la loro tattica, poverini, visto che c’è sempre qualcuno che vuole sterminarli aumentano lo spazio vitale. Vi ricorda qualcosa?

    Gli Stati Uniti, guidati, si fa per dire, da quel George Bush Jr che è l’incarnazione della democrazia-truffa americana ( si scrivono libri (bushismi) sulle scemenze che dice, è ignorante come una scarpa, non sarebbe eletto nemmeno municipale di Bellinzona ma è alla testa degli Stati Uniti.) sono ovviamente in ginocchio davanti alla lobby ebraica. Che vuole la guerra.

    Mica solo al Libano: alla Siria e all’Iran.

    Israele vuole dominare il Medio Oriente, tenere il mondo sotto ricatto atomico e petrolifero, dare vita al sogno sionista. Ma il tempo non gioca a suo favore. Il mondo negli ultimi anni è improvvisamente cambiato. La folle guerra all’Iraq e l’ascesa della Cina hanno portato il petrolio a 80 dollari al barile. Il dollaro sta diventando carta straccia. L’Iran in compenso è sempre più ricco. E l’Iran ha settanta milioni di abitanti. Può avere un mercato interno, un’industria bellica. E forse l’atomica. Israele teme l’atomica iraniana? Si ma solo perché non potrebbe più usarla lui. E gli ebrei l’atomica prima o poi la vogliono usare. Con la solita scusa: siamo un povero piccolo popolo tanto minacciato…Quindi l’Iran non la deve avere.

    Il problema è che il mondo è appunto cambiato. La Russia è una potenza militare e Putin, che i sionisti di tutto il mondo odiano a morte, è schierato con Siria e Iran. Idem la Cina.

    E allora se si fa la guerra sono guai. Ma se non la si fa per i sionisti è notte fonda.

    Ecco un altro motivo dell’assurdo e spaventoso conflitto libanese: creare un possibile allargamento del conflitto.

    Tra poco, quasi certamente , salterà fuori un bell’attentato di Al Queida. Dopo il massacro dei bambini gli israelo americani hanno disperatamente bisogno di Bin Laden, al Zawiri o qualche altro fantasma: ci vuole un attentato atroce. Così si dimenticheranno i bambini libanesi.

    Un gioco sporco e molto, molto pericoloso per tutti noi.

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    Iran e Corrierini


    Così la raccontano




    L’Iran non intende piegarsi ai diktat americani. E fa benissimo a farlo.

    Ancora una volta i sionisti e la super potenza ( in rapido declino) impongono all’Europa una barriera di menzogne per costringere i servili governanti dell’UE a fare il loro gioco. Menzogne enormi, veicolate da un’informazione spudorata che tocca anche i piccoli giornali di provincia.

    Così per esempio il Corriere del Ticino, sempre più fotocopia in formato ridotto del Corriere della Sera.

    Ci fu un tempo in cui l’ideologia dominava l’informazione di sinistra. Oggi è patologica anche a destra, se si può chiamar destra l’accozzaglia affaristico falso liberista che si presenta assurdamente come “destra”.

    Informazione ideologica significa distorsione della realtà in nome delle convinzioni astratte. Così l’Unione Sovietica era un paese meraviglioso in cui tutti erano eguali, così oggi abbiamo i difensori della libertà , della democrazia, della giustizia in Israele e negli Stati Uniti.

    Bisogna essere ciechi per non vedere le enormi menzogne ma ideologia e opportunismo vanno a braccetto e oggi i giornalisti che osano contestare si contano sulle dita di una mano.

    Gli altri scrivono tutti come Gerardo Morina sul Corriere del Ticino: dall’11 settembre ad oggi se si facesse una raccolta delle affermazioni e previsioni di quegli articoli ci sarebbe da morir dal ridere. Ma domani è sempre un altro giorno, le scemenze di ieri sono dimenticate, via libere alle sciocchezze future.

    Il fatto è che queste scemenze imposte alla gente che non mezzi né tempo per farsi un’idea della verità e della realtà , finiscono per avere conseguenze nefaste per tutti.

    In politica estera i danni si vedono più a lungo termine che in politica interna ma i danni sono anche peggiori. L’opinione pubblica percepisce la follia dell’immigrazione senza controllo e talvolta costringe le autorità a reagire per limitare i danni. In politica estere le menzogne sono più facili, la falsificazione più difficile da scoprire.

    Il citato Morina per esempio, dopo aver preso ispirazione da un articolo di un certo Lewis, ebreo americano vicino al gruppo estremista di Bush presentato come uno dei “ massimi storici dell’Islam a livello mondiale” che è un po’ come dire Khomeini esperto di storia europea, sostiene che l’Iran cerca l’apocalisse ( vi risparmiamo le scemenze cabalistiche che sostengono le raffinate tesi del Lewis secondo cui l’apocalisse islamica arrivava il 22 agosto) .

    L’apocalisse non c’è stata , nota con tristezza il Morina, ma “C’è stata invece, da parte di Teheran, una risposta, o meglio un accenno di risposta, alla comunità internazionale sulla questione nucleare. L’Iran ha fatto sapere di essere pronto a negoziati, ma sul punto fondamentale della sospensione dell’arricchimento dell’uranio, Teheran ha nuovamente glissato. Fatto, questo, che avvicina sempre più la possibilità di una risoluzione ONU volta a imporre sanzioni contro un Paese che sembra prendersi beffa di ogni istituzione occidentale e che possiede l’arte bizantina del prendere continuamente tempo” . Invece dell’arte europea di calare subito le braghe davanti agli americano-sionisti.

    L’Iran no. “ il regime tiene duro e può contare sul sostegno della popolazione. Anzi, le pressioni internazionali rendono Ahmadinejad ancora più popolare. Inoltre, come se non bastasse, Teheran non rinuncia a provocare, dal momento che ha da poco collaudato con successo un nuovo missile.” scrive Morina.

    Leggendo queste righe da agit prop di cellula estremista vien da chiedersi se davvero certi giornalisti credono alle panzane che scrivono o se lo fanno per campare meglio, alla Magdi Allam.

    Primo: il regime. Ahamadin Nejad ha largamente vinto le elezioni. Gli iraniani sono una repubblica islamica come gli Usa sono ( così almeno sostengono) una repubblica democratica. Gli uni e gli altri hanno pieno diritto di scegliere una via nazionale alla politica. Da noi si va in galera se si osa contestare la Storia rivelata, in Islam vanno in galera quelli che contestano Maometto. Tolleranza non c’è ne da una parte né dall’altra.

    Secondo, lo stesso Morina ammette che la leadersheep iraniana è sempre più popolare. Bush sempre meno, ma tralasciamo. Teheran poi collauda missili e per questo “provoca”.

    Domanda: quando gli americani collaudano aerei invisibili, nuove bombe atomiche, usano proiettili radiottativi all’uranio impoverito, testano armi sempre più micidiali, non provocano? Neanche un po’? E perché non provoca il paese più armato del mondo se prepara nuove armi ( da usare in cucina?) mentre certo l’Iran non prepara guerre stellari, al massimo cerca di difendersi. E ancora una volta la favola del lupo e l’agnello. Il più debole non provoca mai il più forte, ma il più forte, se è uno stato canaglia, si sente sempre provocato.

    Continua Morina: “. Ora appare sempre più probabile che gli iraniani hanno o avranno molto presto a disposizione armi nucleari, ma il timore della reciproca distruzione riuscirà a trattenere l’Iran dall’usare le proprie armi nucleari contro gli Stati Uniti o contro Israele? Lewis è convinto di no.”

    Lasciamo Lewis e quelli come lui alle sue convinzioni: le conosciamo anche troppo bene. A cercare e a credere nell’apocalisse biblica non sono solo gli islamici. La follia sionista dell’ heretz Israel è altrettanto apocalittica di eventuali deliri islamici.

    Proviamo invece a restare nei fatti, nella realtà, non nel processo alle intenzioni che è la specialità dei sionisti e dei loro leccapiedi. Alcuni esempi.

    Primo.

    Perché Israele non è mai stato controllato nel suo programma di armamenti atomici? Perché nessuno ha mai minacciato sanzioni? Perché Israele dovrebbe essere una potenza atomica e l’Iran no? Sono più belli degli altri, gli ebrei?

    Secondo.

    L’Iran ha pieno diritto di avere centrali nucleari, un diritto riconosciuto a livello internazionale. Ma gli americani si oppongono, perché , dicono con le canaglie che li sostengono, l’Iran è una minaccia. E le atomiche americane sono cioccolatini? E Israele non ha forse minacciato , seppur velatamente , di usare l’atomica? Non sono stati per primi gli americani ad usare l’arma atomica nel peggior olocausto della storia? Perché è dogma religioso fidarsi degli americani e dei sionisti e degli altri no?

    Terzo.

    Quali guerre ha fatto l’Iran? Mai. E’ stato attaccato da Saddam armato dagli americani, invece. Ma guarda un po’!! E se oggi sperimenta dei missili difensivi “provoca”. Ma senti un po!!

    E gli americani non hanno forse apertamente minacciato di usare armi atomiche contro l’Iran? Ma di loro bisogna fidarsi!

    In compenso gli americano sionisti hanno invaso l’Iraq ( oltre che l’Afghanistan) senza alcuna motivazione, inventando falsi clamorosi ( ma di loro bisogna fidarsi) ha massacrato quel povero paese, torturato da quasi un lustro, dando la colpa ai “terroristi” , ha trasformato una popolazione benestante in tribù di poveri derelitti ormai costretti a vegetare in un mondo invivibile. Questi sono i liberatori di cui ci si deve fidare sulla parola? Perché lo dice il Lewis di turno? Bugiardi!





    Questi sono fatti indiscutibili non opinioni. Fatti che dimostrano quanto è falsa e mistificatrice l’opinione di regime ( si , di regime, come a Teheran) che ci vuole portare allo scontro con l’Islam con un solo scopo: permettere ad Israele di sottomettere il Medio Oriente che lo vomita.

    Non solo in Iran: tutte le masse arabe, dall’Egitto alla Giordania, dalla Siria all’Iraq, detestano Israele visto come uno stato nato su una rapina.

    Uno stato che perseguita i palestinesi in modo feroce, che applica la tortura, che uccide ogni giorno innocenti: Israele, non l’Iran.

    Ma siccome si vuole ad ogni costo attaccare l’Iran la propaganda della stampa sionista o filo sionista alza ogni giorno il tono: sembra di rivivere la vigilia dell’attacco all’Iraq quando Saddam sembrava in procinto di gasare il mondo con il gas che non aveva, con l’antrace che era diventata una psicosi negli strati più imbecilli della popolazione americana ( chi ne parla più oggi? Neanche la ricordano!) . con le inesistenti armi di distruzione di massa.

    L’islam è diventato il pericolo numero uno: lo dicono proprio quei giornali da carta straccia ( ad essere gentili) che gli islamici ci hanno portato a casa a barconi, proprio quei giornali ( e in primis le comunità ebraiche) che hanno voluto l’Europa “multiculturale”, la folle migrazione di massa, hanno perseguitato i rari politici coraggiosi ( Le Pen , Haider, Blocher, il Vlaams Bloch ecc) che volevano frenare l’invasione non perché fossero anti islamici pregiudizialmente ( lasciamo queste scemenze alla parte più stupida dell’Udc e dei ciellini) ma perché ritenevano giusto che ognuno restasse a casa propria. Ma senza la folle politica di Israele ( cioè la fine dello stato sionista e la convivenza con gli arabi a parità di diritti civili e politici) non ci sarebbe stato problema islamico. Sono secoli che l’Islam non era più aggressivo, lo ha risvegliato Israele.

    Un episodio illustra bene il livello di faziosità.

    In Italia una comunità islamica ha affermato che Israele è simile alla Germania nazionalsocialista.

    Si tratta di una forzatura in tutti i sensi, tra lo stato sionista e il Terzo Reich ci sono differenze enormi, tuttavia è chiaro che le rappresaglie ebraiche contro i civili non hanno nulla da invidiare ai reparti più feroci della Wehrmacht, anzi.

    Naturalmente c’è stata una levata di scudi e due deputati forza italioti hanno denunciato la comunità islamica per “razzismo” e la procura di Roma ha ..aperto un’indagine.

    Ma come si fa ad essere denunciati per “razzismo” ( denuncia comunque idiota) per un attacco contro Israele? Uno Stato non è una razza! E poi gli ebrei non hanno sempre sostenuto, spesso anche contro l’evidenza , che fra loro e Israele non c’è alcuna identità?

    E soprattutto perché Bush può accusare gli islamici di fascismo ( altra cretinata) e non essere accusato di razzismo a sua volta, magari dai forza italioti? Perché lui appartiene all’asse del Bene?

    Per tornare alla politica e alla “minaccia” iraniana, citiamo il titolo a tutta pagina del giornale pagato dai contribuenti, il Foglio del super sionista Giuliano Ferrara:titolo di scatola a quattro colonne in prima pagina il 24 luglio: “ Israele sarà costretta ad usare l’atomica”

    Israele, non l’Iran che non c’è l’ha. A questo punto vien da sperare che ce l’abbia in fretta per far capire ad americano sionisti che se l’Iraq è stato un disastro la guerra all’Iran sarebbe una catastrofe mondiale.

    Che non sarà evitata dalle menzogne della stampa a mezzo servizio.

















































    motivo è che la leadership iraniana pensa che un attacco militare non sia imminente e che i giochi siano ancora aperti per dividere i Paesi membri del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Dopo la guerra «per procura» contro Israele fatta combattere da Hezbollah, il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad si ritiene sulla cresta dell’onda e vede un compromesso con l’Occidente come un boccone amaro. La comunità internazionale minaccia sanzioni se l’Iran non abbandonerà il suo programma nucleare? Ebbene, il regime tiene duro e può contare sul sostegno della popolazione. Anzi, le pressioni internazionali rendono Ahmadinejad ancora più popolare. Inoltre, come se non bastasse, Teheran non rinuncia a provocare, dal momento che ha da poco collaudato con successo un nuovo missile.

    Continua così a perpetuarsi all’infinito un rapporto asimmetrico tra Iran e Occidente che,nello stesso articolo in cui compare il riferimento alla data fatidica del 22 agosto, Bernard Lewis fa derivare principalmente dall’impossibilità che possa valere tra le due parti il vecchio principio della deterrenza reciproca. Durante la Guerra Fredda, ricorda Lewis, USA e URSS possedevano armi di distruzione di massa, ma nessuno dei due schieramenti le usava, perché trattenuti da ciò che si definiva il MAD («Mutual Assured Destruction»), la sicurezza delle reciproca distruzione. Ora appare sempre più probabile che gli iraniani hanno o avranno molto presto a disposizione armi nucleari, ma il timore della reciproca distruzione riuscirà a trattenere l’Iran dall’usare le proprie armi nucleari contro gli Stati Uniti o contro Israele? Lewis è convinto di no.

    In teoria, secondo gli osservatori occidentali, esisterebbero due forme di deterrenza. La prima è costituita dal fatto che un attacco che spazzasse via Israele porterebbe anche alla distruzione dei palestinesi. La seconda è che un eventuale attacco iraniano provocherebbe una devstante rappresaglia da parte di Israele, dal momento che si suppone che gli israeliani abbiano già pensato ad adottare tutte le misure necessarie per poter contrattaccare. Ma in pratica entrambe le forme di deterrenza non reggono. La prima,infatti, potrebbe avere effetto con i palestinesi, ma non con i loro fanatici sostenitori del governo iraniano. La seconda, ovvero la minaccia di una rappresaglia diretta contro Teheran, è, nel caso dell’Iran, neutralizzata dall’ideologia del suicidio e del martirio che domina oggi in alcune parti del mondo islamico: un fenomeno che, secondo Lewis, non ha paralleli nelle altre religioni e nemmeno nel passato islamico. Oggi tale ideologia è diventata anzi ancora più forte perché si è legata ad una visione «apocalittica», tale da ricordare la profezia dell’ayatollah Khomeini, che ammoniva: «O il mondo si converte alla nostra religione o noi lo combatteremo fino a distruggerlo». Ecco perché, in un certo senso, oggi Iran e Occidente è come se fossero chiamati a combattere ad armi decisamente impari.

 

 

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