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    Chap Socialist
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    Predefinito Jugoslavia: l'economia dell'autogestione

    Senza troppe pretese, mi permetto di sottoporre all'attenzione generale un estratto della mia tesi di laurea che tratta l'economia jugoslava, penso che, nell'ambito della riflessione aperta da Red Shadow sul socialismo di mercato, possa essere uno spunto interessante
    ***Bratstvo i jedinstvo***
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  2. #2
    Chap Socialist
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    Predefinito Rif: Jugoslavia: l'economia dell'autogestione

    ***Parte Prima: Più stalinisti di Stalin***


    Il caso: la Iugoslavia tra statalismo e autogestione

    Le prime battute di quest'esperienza non sono certamente tra le più consone a una simile linea di pensiero: la vittoria nella Seconda Guerra mondiale del movimento partigiano egemonizzato dal Partito Comunista di Josip Broz “Tito” sposta infatti uno dei Paesi creati dal precedente Trattato di Versailles, la Iugoslavia, direttamente nell'orbita sovietica. In soli due anni, il Paese viene ribaltato da cima a fondo, in quello che, Mongolia a parte, è il primo tentativo al mondo di esportare la rivoluzione dell'Ottobre1. Viene quindi rapidamente adottata una Costituzione modellata su quella staliniana del 1936, che si occupa della gestione economica negli articoli 14-20: il primo di questi assegna la proprietà dei mezzi di produzione al popolo, ovverosia “la proprietà nelle mani dello Stato o delle organizzazioni sociali” con una certà confusione concettuale che presto tornerà ideologicamente utile; l'articolo 15 vieta la costituzione di cartelli monopolistici, e ne permette l'esproprio, tracciando la via per la nazionalizzazione di massa; la terra viene assegnata “ a chi la lavora”, con limiti fissati dalla legge2.
    A parte banche e trasporti, già controllati dal governo monarchico, si nazionalizzano il commercio all'ingrosso e con l'estero, e circa l'80% delle industrie nazionali, risarcendo i proprietari con buoni del Tesoro 3. L'applicazione del modello staliniano è pedissequa, anche nelle prime mosse del regime: dopo le prime elezioni, teoricamente pluraliste ma boicottate dall'opposizione e vinte con l'88% dal Narodni Front egemonizzato da Tito4, si epura drasticamente la pubblica amministrazione dei funzionari di lealtà monarchica e si decreta la collettivizzazione di terre e attività economiche, inauguarando i primi piani quinquennali, cercando lo sviluppo accelerato dell'industria di base, per aumentare il più possibile la capacità produttiva5.
    La prima battaglia affrontata dal sistema economico iugoslavo è la ricostruzione del Paese, gravemente danneggiato dalla Seconda Guerra Mondiale: non poteva essere diversamente, dopo la distruzione del 50% della rete ferroviaria, il 45% degli apparecchi telegrafici e telefonici, il 65% delle navi, il 30% delle fabbriche chimiche, il 40% dei fusi da cotone, il 20% dei fusi di lana, due importanti acciaieri e di tutte le automobili e camion del paese.
    In soccorso del Paese giungono ingenti aiuti esteri, tramite il programma ONU UNRRA, che permettono di coprire il 60% del fabbisogno di granaglie alimentari, e il 100% della domanda di abiti e cotone: tra tre e cinque milioni di persone, su 8 che abitano la Iugoslavia, si alimentano solo grazie agli aiuti ONU, mentre i restanti ricevono comunque sussidi di 28 dollari al giorno. A fianco degli aiuti UNRRA, operano anche la cooperazione economica con l'URSS, tramite la costituzione di società miste (la Justa per l'aviazione e la Juspad per la navigazione fluviale) che organizzano i collegamenti tra i due paesi (favorendo nettamente la “casa madre” sovietica, sopratutto a livello di costi dei terreni e prezzi di accesso ai servizi)6, e una forte mobilitazione, sopratutto per la ricostruzione delle ferrovie, patrocinata dal Fronte Popolare (formato dalle associazioni femminili, dall'associazione di ginnasti sokol, e da alcuni partiti “neutralizzati”, come i vari gruppi contadini, i cristiano-socialisti e il giornale liberale “Slobodni Dom”) e dai sindacati, che inquadrano ben presto l'80% dei lavoratori e in cui si afferma anche una componente “soreliana”, di sindacalismo rivoluzionario, che conserva un certo ruolo nel partito.7
    Nel 1946 viene fissato con una legge quadro l'assetto gestionale dell'industria di Stato: le aziende sono enti giuridici dotati di un apposito registro, che svolgono la propria azione in accordo col piano economico statale e sono controllate dagli AOR, organismi di carattere tecnico-amministrativo. Le aziende sono poi classificate a seconda del livello geografico in cui si esplica la loro produzione, e la gestione è affidata integralmente a direttori nominati dal Governo. Il vero controllo è però, evidentemente, in mano agli ispettori statali delle AOR, cui sono affidati importantissimi poteri decisionali sul processo produttivo e a cui del resto risponde il dirigente, tenuto ad attuarne i piani. 8
    Il primo piano quinquennale titino risale allo stesso anno, ed è identificato simbolicamente dai colossali lavori di ricostruzione della linea ferroviaria Samac-Sarajevo, cui partecipano 65.000 studenti volontari9, e dalle campagne per l'alfabetizzazione di massa19: nonostante Stalin non veda di buon occhio una industrializzazione accelerata della Iugoslavia, che le garantirebbe ampi margini di autonomia decisionale, il modello è ancora una volta pienamente staliniano. Si ricorre massicciamente alle giornate di lavoro “volontarie” di “gruppi d'assalto”, con la partecipazione del 95,5% dei membri del Fronte Popolare, che prestano da soli un contributo di 2,3 milioni di ore12. Emerge da subito la difficoltà, per le regioni più povere, di mantenere il ritmo, assieme ai guasti della burocratizzazione; grossi problemi sono creati anche dalla collettivizzazione dell'agricoltura, il settore trainante dell'economia iugoslava.
    Secondo il modello deciso dai pianificatori di Tito, nella nuova economia agricola possono convivere tre modelli di zadrugas, fattorie “sociali”: 1) contadino proprietario, cooperativa riceve un canone di locazione variabile sulle entrate, o fissata sul valore dei terreni (rispettivamente 8,4% e 27% delle aziende nel 1949) 2) contadino membro della cooperativa, ma proprietario del terreno (53,5% dei casi) 3) terre in comune, senza possibilità di ritirarsi dalla cooperativa (11,6%).
    In seguito a una accusa del Cominform sulla presunta “tenerezza” di Tito verso i kulaki, vengono espropriate le terre dei 500.000 tedeschi espulsi dal Paese (150.000 ettari), dei dissidenti (poco più di 200.000 persone erano state radiate come “collaborazionisti” dalle liste elettorali) e dei proprietari di più di 10-15 ettari 13, con un “voltafaccia” rispetto al limite massimo fissato nel 1945 di 35-45 14. Nel 1948, la Iugoslavia è il paese del blocco orientale con la maggior percentuale di terre collettive, ad esclusione dell'URSS, anche se solo l'anno prima Tito aveva riconosciuto le ingiustizie connaturate al sistema degli Otkup, i prelevamenti obbligatori già tristemente noti ai contadini sovietici15, e che in Iugoslavia erano stati “calibrati” a seconda delle capacità dei territori, innescando così la critica cominformista. Laddove questi erano stati gestiti tramite le organizzazioni di massa o le amministrazioni locali, il successo, e anche la collaborazione dei contadini, non era mancato: ma l'imposizione di prelievi tramite decreti amministrativi aveva suscitato vasta opposizione, arrivando a scavare dissenso anche nei ranghi del Fronte (non si deve dimenticare che la base sociale della guerra di liberazione era all'80% contadina) e mettendo a repentaglio l'approvvigionamento delle città16.
    Il passaggio è talmente repentino da far considerare Tito il più zelante dei leaders del blocco orientale, ma in capo a soli tre anni il rapporto tra i due Paesi va incrinandosi, per le spregiudicate mosse di Tito in politica estera.17 A soffiare sul fuoco è lo stesso Stalin, che mal sopporta le pretese iugoslave di ritenersi un “centro autonomo del socialismo”, e mira a rovesciarlo per sostituirlo con esponenti più malleabili, come il Ministro del Tesoro Andrijja Hebrangg: il casus belli sono le manovre attorno alla Bulgaria e all'Albania, che avrebbero dovuto unirsi al paese iugoslavo in una “Federazione balcanica” .
    Ricevuto un generico nulla osta da Stalin per l'annessione del Paese delle Aquile nel gennaio del 1948, Tito vi aveva inviato due divisioni, suscitando l'ira del leader sovietico. Questa si era accresciuta con il rifiuto titino di sottomettersi al diktat staliniano di unione con la fedele Bulgaria: rapidamente, la rottura precipita, con accuse reciproche di imperialismo e trotzkismo; per quanto il culto di Stalin sui giornali iugoslavi resista ancora per qualche tempo18, e la Iugoslavia resti parte del Cominform, vengono costituite delle “milizie di difesa territoriale”, con lo scopo evidente di organizzare nuclei di resistenza in caso di invasione, visto anche il moltiplicarsi degli incidenti di frontiera. Nel frattempo, gli scambi col blocco orientale, che costituivano il 56% delle importazioni nel 1947, passano in un anno al 14%, per azzerarsi nel 1949, con gravi danni al sistema economico federale, quantificati in 430 milioni di dollari dell'epoca. 19
    ***Bratstvo i jedinstvo***
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  3. #3
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    Predefinito Rif: Jugoslavia: l'economia dell'autogestione

    *** Le premesse ideologiche ***

    La prima reazione dei comunisti iugoslavi, di fronte all'isolamento internazionale, è accentuare i tratti “collettivistici” del regime, per evitare le accuse di “eterodossia” e scongiurare il rischio di azione militare 20; tuttavia, il Pcj decide di sottolineare progressivamente la sua distinzione dalla casa madre sovietica, e nel 1949 l'ideologo Edvard Kardelj proclama la Iugoslavia prima vera alternativa al “Capitalismo di Stato sovietico e alla sua deriva burocratica” 21, dando inizio a un innovativo filone di riflessione politica ed economica centrato sulla partecipazione in prima persona dei lavoratori alla guida dell'economia. La tradizione iugoslava in merito affondava le sue radici nella tradizione socialista serba di Svetozar Markovic, che a fine '800 aveva teorizzato “l'autogoverno integrale” della società e delle forze produttive, adottato come rivendicazione anche nei primi scioperi del 1876. 22
    Nello stesso periodo, i socialdemocratici ungheresi ed austriaci veicolavano queste idee nei ceti operai nascenti di Croazia e Slovenia, e simili tendenze erano emerse anche nella riflessione dei “cristiano-socialisti” di Lubiana, per quanto questi partissero dal corporativismo piuttosto che dal pensiero marxiano.23 Embrioni del pensiero politico-economico centrato sulla partecipazione operaia potevano rintracciarsi anche nel guild socialism tanto avversato da Mises, e nelle iniziative degli anarchici spagnoli e della Industrial Workers of the World statunitense, oltre che nell'esperienza di quei Consigli Operai nati un po' ovunque nell'Europa del primo dopoguerra, in seguito agli entusiasmi suscitati dalla Rivoluzione d'Ottobre, e immortalati dall'opera di Antonio Gramsci 24.
    E' quest'ultima tendenza, in particolare, a rappresentare un esempio vivo e palpitante, sia per la sua vicinanza geografica, sia per la sua maggiore “spendibilità ideologica” rispetto ai partiti comunisti esteri. L'attenzione dei teorici iugoslavi si fissa sopratutto sulle nuove Commissioni Interne, elette non più dalle maestranze, ma da tutti gli operai del singolo reparto, e che nominavano poi commissari chiamati a scegliere tra loro dei Comitati Esecutivi, coordinati anche a livello cittadino 25; la loro funzione viene da subito distinta rispetto ai sindacati, chiamati a “trattare i prezzi nel campo della concorrenza borghese”, laddove le Commissioni si occupano di “amministrare i mezzi di produzione e le masse di uomini”, preparandoli “a sostituire la proprietà padronale nell'impresa, a inquadrare in una nuova disciplina la vita sociale.”26
    L'esperienza torna in auge con la Liberazione, e fino ai primi anni '50: prima che la scissione sindacale e lo “scelbismo” li depotenzino fino a causarne l'estinzione, i ricostituiti Consigli di Gestione (ora paritetici rispetto al rapporto padroni / dipendenti) svolgono numerose funzioni, tra cui delineare strategie di ammodernamento, sovrintendere alla sicurezza sul lavoro, giudicare la fattibilità delle richieste economiche operaie.27 Curiosamente, per quanto siano generalmente egemonizzati dal Partito Comunista Italiano, i Consigli di Gestione del secondo dopoguerra recuperano nella loro piattaforma classiche battaglie liberali, come quella contro i monopoli.28
    A pesare sull'esaurirsi di questo movimento era stata non solo l'offensiva della Confindustria e del Governo, ma anche una serie di limiti strutturali alla loro azione: anzitutto, la tensione verso il “potere”, che spingeva molti Consigli verso posizioni estremistiche, quasi ad accelerare un rapido trapasso della gestione nelle loro mani; il loro eccessivo inquadramento in forme giuridiche, peraltro poco chiare e continuamente in attesa di una riforma organica; la sconfitta elettorale dei loro referenti politici comunisti e socialisti nelle elezioni del 1948; una certa diffidenza delle gerarchie sindacali all'impegno diretto e spontaneo dei lavoratori.
    Ma fattore determinante era stato anche la divisione che questi Consigli avevano creato tra operai e quadri tecnici dell'azienda, nei confronti dei quali perdurava la diffidenza e che vennero quindi risospinti verso la tutela degli interessi imprenditoriali29 (errore, questo, ricorrente nella storia del movimento operaio italiano, come dimostrato anche dalla conclusione delle lotte sindacali anni '70).
    La spinta verso un cambiamento di prospettiva viene anche da una pragmatica osservazione degli effetti di una economia pianificata centralmente: non solo “uguaglianza delle paghe e degli stomaci” e sottomissione alla “piramide del sistema burocratico” corrodono il senso critico e la capacità di giudizio dei lavoratori, ma a lungo termine l'economia diretta tramite metodi amministrativi diminuisce la produttività del lavoro, rende inefficiente la distribuzione delle risorse e generalmente abbassa la qualità dei prodotti30. Per quanto l'operaio non abbia comunque percezione del suo contributo individuale di plusvalore, un sistema economico partecipativo avvicina l'operaio alla proprietà, stimolando così “l'interesse individuale e collettivo a migliorare la produzione, a razionalizzare la gestione, a far sì che l'ammontare dell'aliquota di plusvalore sia la più cospicua possibile” 31
    Elemento più curioso della nuova ideologia è il suo tratto progressivamente “minarchico” : “Da quanto esposto si può vedere anche come nella nostra prassi abbia inizio l'estinzione dello Stato”32. Non scompaiono certo la repressione poliziesca, il partito unico, l'interferenza statale nel mercato: tuttavia, l'economia e la società iugoslave vengono effettivamente attraversate da un fermento marcatamente “anti-statalista”, che si propone in continuità con la tradizione più radicale e libertaria del marxismo, e in particolare con l'entuasiastica adesione del filosofo di Treviri agli obiettivi della Comune di Parigi: soggetto del diritto di proprietà non è il lavoratore, cosa che condurrebbe al noto “sindacalismo” misesiano, né lo Stato, ma la società, un ente “sfumato” formato dalla sintesi tra queste due istanze33. Il partito smette di essere identificato ipso facto con lo Stato, l'Alleanza Socialista del Popolo Lavoratore (nuovo nome del Fronte) guadagna margini di manovra autonomi, nelle riviste politiche e culturali il dibattito inizia a smarcarsi dall'ortodossia. Ancora più significativamente, il mercato diventa un mezzo da sfruttare pragmaticamente: come asserito con un pizzico di inquietudine, dal docente comunista di statistica Paolo Fortunati, “[...] ho avuto l'impressione […] che la lontana prospettiva della loro impostazione sia quasi la costruzione di un tipo di società socialista, in cui le leggi economiche verrebbero talmente utilizzate da rende quasi irrilevante ogni e qualunque piano.”34 Il rischio paventato dai comunisti più ligi è di “intervenire solo in fasi congiunturali”: a quel punto non si potrebbe “certamente parlare di pianificazione socialista: si tratta in questi casi degli interventi che oggi si hanno in qualsiasi stato capitalistico e che rientrano nell'ambito della politica di tipo keynesiano [...]” 35.
    ***Bratstvo i jedinstvo***
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  4. #4
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    Predefinito Rif: Jugoslavia: l'economia dell'autogestione

    *** Dalla contrapposizione ideologica al disgelo, nascita dell'autogestione***

    A inagurare fattivamente il nuovo corso sono alcune disposizioni, emanate nel 1949, sulla consultazione dei “migliori lavoratori” riguardo la gestione dell'azienda da parte dei dirigenti36 e sullo sfoltimento dell'apparato burocratico, con 100.000 dipendenti pubblici trasferiti alle amministrazioni periferiche o nelle aziende sul mercato37.
    Rapidamente, viene approntato un pacchetto di riforme costituzionali varato tra 1950 e 1952, in occasione del VI Congresso del Partito. Nell'architettura istituzionale iugoslava vengono eliminati numerosi ministeri, accorpati (da 34-36 ministeri federali, replicati a livello repubblicano, si passa a 5 segretari di Stato federali e altrettanti per Repubblica) o sostituiti da corpi collegiali38, e inserite due nuove Assemblee, il Consiglio Nazionale e il Consiglio dei Produttori: quest'ultima è composta di delegati delle imprese di Stato in ogni settore, con lo scopo di coinvolgere i lavoratori nella gestione dello Stato (per quanto la quota toccante ai contadini, ancora il 61% della popolazione, sia “ritoccata” verso il basso).39
    In questo compito, le si affiancano i Consigli Operai, istituiti in ogni azienda statale o cooperativa con il diritto di esprimersi sulle scelte fondamentali di produzione e conduzione delle imprese e formati da 15-20 membri, rinnovabili per un massimo di tre mandati40. A questi organi si demanda anche il compito di eleggere Comitati di Gestione di 3-10 delegati, dotati di poteri esecutivi e che sostuiscono i vecchi “ispettori del lavoro”, rappresentanti della produzione e commissari di supervisione: ne mantengono i poteri decisionali sui piani economici e di lavoro, i regolamenti, la ripartizione degli utili41 e la nomina dei capireparto 42. I membri dei consigli sono protetti dal licenziamento per tutta la durata del loro mandato, e continuano a lavorare in azienda, percependo rimborsi solo per le ore di riunione: competente a giudicare su loro infrazioni è solo l'amministrazione comunale. 43
    Un primo limite all'autonomia dei lavoratori è dato dall'obbligo di destinare risorse sia a un fondo per l'ammortamento dei mezzi di produzione (in cui si riversano anche i proventi dell'eventuale vendita di attrezzature dell'azienda) sia a un fondo per la costruzione di case popolari, a cui viene destinato il 10% degli utili44. In questa prima fase dell'autogestione, i livelli salariali vengono fissati in una contrattazione tripartita tra i consigli operai, i sindacati e i comitati popolari (consigli comunali cittadini), in rappresentanza dei consumatori, con lo scopo di armonizzare le paghe alla struttura dei prezzi e degli stipendi territoriale; le norme tariffarie prevedono la redistribuzione ai lavoratori di una quota fissa dei guadagni, e la possibilità di destinarne una quota aggiuntiva con criteri premiali, per stimolare l'operosità individuale.45
    La partecipazione viene estesa anche alle piccole e medie imprese: in quelle con meno di 30 dipendenti, si mantiene il comitato di gestione, mentre il comitato operaio si identifica col collettivo di lavoro; nelle microimprese di 6 dipendenti o meno, questo esercita anche i compiti esecutivi. Tutti gli organi devono rendere conto del loro operato davanti all' “adunata operaia” , obbligatoriamente convocata ogni tre mesi e con facoltà di presentare proposte agli organi competenti ( è previsto anche l'uso dello strumento referendario) : se questi non le accolgono, l'adunata può riunirsi per discutere l'elezione di nuovi rappresentanti 46. Il diritto di voto è conferito a tutti gli impiegati dell'azienda, è segreto ed avviene su liste di candidati contrapposte, presentate dal sindacato o da almeno un decimo degli impiegati. A venire eletti sono i candidati più votati, a prescindere dalla lista di collocazione47.
    Un ruolo particolare è assunto nel nuovo schema dal direttore dell'azienda, che “organizza il processo di lavoro aziendale e dirige gli affari” ma in base alle “conclusioni e direttrici del consiglio operaio”. Nonostante questo limite, è lui l'unico esecutore diretto delle decisioni di Consiglio e Comitato, del quale è membro di diritto, con la facoltà di sospenderne l'applicazione qualora le ritenga illegali; gli spetta inoltre il potere di infliggere punizioni e misure disciplinari per le infrazioni meno gravi, ma è costretto a deferire quelle più gravi a un comitato paritetico.48 La sua nomina spetta al consiglio comunale, su una lista proposta da un altro comitato, per metà nominato dagli operai dell'azienda, e al medesimo comitato spetta la possibilità di far dimettere il direttore.
    La riforma muta anche l'assetto del diritto di proprietà: gli strumenti di produzione vengono concessi in ius utendi alle fabbriche, sotto diretto controllo dei collettivi di lavoro, che pagano in cambio un canone del 6% del loro valore; tali mezzi non possono essergli sottratti se non dietro adeguato indennizzo, e l'azienda risponde delle perdite esclusivamente con i suoi mezzi (almeno in teoria, vista la difficoltà sociale di liquidare le fabbriche improduttive)49 , col coinvolgimento in prima persona dei dirigenti responsabili (“l'individuo può sbagliare, la collettività no” 50), per quanto così si sminuisca il ruolo dei “corpi intermedi” della fabbrica nel processo decisionale, come i servizi tecnici51. Il diritto di amministrare le aziende viene garantito ai collettivi al momento della costituzione, ed è revocabile solo in casi speciali, come la liquidazione forzosa.52 Da questo punto di vista, la soluzione iugoslava è politicamente geniale : anche altre Costituzioni comuniste fanno infatti riferimento alla proprietà sociale, ma ritenendo la società una finzione giuridica, questa viene riferita allo Stato o, laddove esista una distinzione, a organizzazioni sociali determinate, come il Partito o i sindacati.
    Al contrario, in Iugoslavia, sotto la categoria di “proprietà sociale” vengono riversati i beni di proprietà collettiva, ma anche di proprietà cooperativa e quelli delle fabbriche autogestite, eliminando completamente il concetto di proprietà statale persino in relazione ai beni demaniali (che sono beni di uso collettivo eventualmente amministrabili da aziende costituite ad hoc , anche da privati concessionari): “l'impresa” almeno in teoria “non ha alcun diritto reale sul bene che intende alienare, non può di conseguenza trasferire alcun diritto all'acquirente”53. Di conseguenza, la compravendita rappresenta non il trasferimento di un diritto, ma solo di un bene economico, da un soggetto all'altro.
    Anche se nei fatti il diritto dell'impresa di utilizzare a sua discrezione i frutti del proprio lavoro è riconosciuto, questo è esercitato non da un determinato proprietario, ma dalla collettività dei lavoratori, o da un loro mandatario diretto, e non mediato, come lo Stato o il Partito. Il sistema giuridico iugoslavo riesce a trovare una forma coerente per realizzare il sogno marxiano della “utilizzazione in comune di tutti gli strumenti di produzione e la distribuzione di tutti i prodotti tramite un comune accordo”, senza bisogno di distruggere il valore della moneta tramite l'inflazione per tornare a scambi di unità fisiche e di lavoro, come tentato dai bolscevichi russi nella loro crociata contro l'operare della “legge del valore” nell'economia russa.
    A cambiare radicalmente è inoltre il ruolo delle AOR, che perdono i loro compiti di “ispettorato” per diventare Direzioni Generali, con compiti di semplice coordinamento,54 pur non intaccando ancora l'esecuzione obbligatoria dei piani quinquennali. L'obiettivo dichiarato della manovra è supportare lo sforzo macroeconomico governativo, mirato a una crescita rapida in grado di eliminare le notevoli differenze regionali: il regime riesce nell'obiettivo senza cedere molto, in termini di potere reale della direzione economica, visto che i due terzi delle risorse restano comunque in mano allo Stato centrale e la guida delle aziende è sostanzialmente delegata ai sindacati di Partito55.
    In particolare, il controllo statale resta esclusivo nei settori della difesa nazionale e degli investimenti infrastrutturali, dello sviluppo regionale, della ricerca scientifica, nella politica dei prezzi, influenzata tramite l'acquisizione o la vendita di scorte di merci, e nella gestione del commercio estero e dello scambio di valuta; non è da sottovalutare neanche il finanziamento del crescente debito pubblico, specialmente quello associato alle amministrazioni locali56 e la presenza di limiti massimi nei prezzi di alcune merci, fissati a livello centrale57: l'importazione diventa in questo periodo uno strumento, assieme alle consegne obbligatorie, per mantenere il più bassi possibile i prezzi dei beni alimentari, a fronte dell'esodo urbano della popolazione rurale58 . Le principali fonti d'entrata dello Stato, sono l'imposta del 6% sui capitali, le quote del 2-2,5% per i fondi di investimenti repubblicani, le imposte sul reddito (che vanno a finanziare l'amministrazione pubblica e la cultura), i contributi assicurativi.59
    Il sistema riceve consacrazione ideologica con il nome di “Autogestione” (Samoupravljanje), ed è la base su cui si fonda la vertiginosa crescita successiva: tra gli anni delle riforme e il 1961, la produzione industriale cresce oltre ogni limite (+11% nel 1953, +14% nel 1954, +10% nel 1955, +17% nel 1956, addirittura un +45,8% aggregato nel triennio 1957-196060) mentre l'occupazione aumenta di 550.000 unità e i consumi individuali del 21% 61. La moderazione salariale per metà imposta e per metà organizzata dal basso, comprime i consumi e l'industria leggera, ma l'industria pesante, le infrastrutture e la produzione energetica conoscono un autentico decollo, assieme alla rete dei trasporti, nonostante il basso numero di auto (1 ogni 680 abitanti)62.
    Le speranze di coinvolgimento dei dirigenti sono ampiamente ripagate: a un primo campione di 215 fabbriche, se ne aggiungono volontariamente altre, fino a un totale di 520 alla metà del 1950, che coprono circa 14.000 lavoratori,63 di cui 9856 operai, 4106 impiegati, 432 ingegneri e 934 tecnici64. La prima elezione dei comitati avviene in seguito alla promulgazione definitiva della legge sulla partecipazione, datata 27 luglio 1950, e porta all'elezione di ben 114.313 membri rappresentanti 6.131 stabilimenti industriali con più di 30 dipendenti, e di altri 34.770 nelle fabbriche minori.
    Il numero dei delegati, al 76-78% di estrazione operaia, resta stabile fino al 1954, quando il boom delle aziende di trasporti fa schizzare in alto anche quello dei rappresentanti operai. La percentuale di rielezione dei delegati, dopo il primo anno di mandato, è del 31-38%, segno della notevole partecipazione dal basso al meccanismo, che lentamente coinvolge anche i più giovani e le donne65.
    Anche in agricoltura la svolta è netta, con l'abbandono della fallimentare collettivizzazione e l'adozione, nel marzo 1953, di un modello di impresa cooperativa nell'orticultura, nell'allevamento e nella pesca: le cooperative godono dell'accesso preferenziale alle attrezzature, e acquistano i prodotti dai loro soci, rivendendogli anticrittogamici, sementi e abbigliamento, con la redistribuzione di circa il 20% degli utili raccolti a fine esercizio. Viene mantenuta ovviamente la coltivazione privata, fino a 10 ettari di terreno (15 in montagna), che ottiene un successo immediato : entro la fine del 1953, chiude più dell'80% delle cooperative agricole, mentre le 1.250 rimaste gestiscono solo l'8,7% delle terre. 66
    Ironicamente, la Iugoslavia diviene ora il paese del blocco socialista col minor numero di terre gestite “collettivamente”, nonostante il nuovo corso si affermi con difficoltà per l'opposizione ideologica di branche del partito (fino a metà anni '60, i contadini possono acquisire automobili a credito presso lo Stato, ma non trattori o altri veicoli agricoli)67. La riforma agricola resta in ogni caso un successo dal punto di vista “distributivo”, aumentando il numero dei proprietari di 630.000 persone rispetto al 1931, ma non ottiene i risultati sperati sul versante della produttività : gli investimenti restano fermi al 7% circa del prodotto nazionale, con una crescita della produzione mediamente del 3% e il paese, esportatore netto nell'anteguerra, rimane costretto a importare beni alimentari dall'estero, nonostante i rendimenti molto elevati del settore agricolo cooperativo (mediamente triplicati tra gli anni '40 e '80).
    Vengono tuttavia creati degli autentici colossi agro-industriali, come la Agrikomerc nella Bosnia occidentale, che entro gli anni '80 poducono sul 15% della superficie agricola quasi la metà dell'intera produzione di merci, spesso egemonizzando non solo l'economia, ma anche il settore assistenziale-sociale, delle zone in cui sorgono68 (al punto che durante la guerra civile iugoslava il manager musulmano-bosniaco Fikret Abdic riuscirà ad utilizzare la struttura della Agrikomerc per impiantare una effimera “Repubblica Democratica della Bosnia Occidentale”, destreggiandosi per circa un anno tra le opposte fazioni, e garantendosi la lealtà della popolazione tramite un generoso “welfare aziendale” e tattiche pubblicitarie da schema piramidale delle vendite).
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  5. #5
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    Predefinito Rif: Jugoslavia: l'economia dell'autogestione

    La robba è tanta, quindi aspetto un pò di vostro feedback prima di proseguire

    Per intanto vi posto la mia bibliografia :

    Bibliografia
    1.Andrijasevic, Jovan e altri, “Autogestione operaia in Iugoslavia 1950-1970”, Belgrado, Medunarodna politika, 1970.

    2.Arrighi Giovanni, “Adam Smith a Pechino”, Milano, Feltrinelli, 2007.

    3.Assanti, Cecilia, “La partecipazione dei lavoratori alla disciplina dei rapporti di lavoro in Italia e Jugoslavia”, Trieste, ISDEE, 1976

    4.AA.VV., “I consigli operai in Iugoslavia : atti del convegno tenuto all'istituto Gramsci in Roma, nei giorni 13-14 aprile 1957”, Roma, Editori Riuniti, 1957

    5.Barca Luciano, “Da Adam Smith con simpatia”, Roma, Editori Riuniti, 1997

    6.Benacchio, Giannantonio, "La proprietà nell'impresa autogestita jugoslava", Milano, Giuffrè editore, 1988,

    7.Bianchini Stefano, a cura di, “L'autogestione jugoslava”, Milano, Franco Angeli, 1982

    8.Bianchini, Stefano, “Nazionalismo croato e autogestione”, La Pietra, Milano, 1983

    9.Bianchini, Stefano, “La diversità socialista in Iugoslavia”, Trieste, Editoriale Stampa Triestina, 1984

    10.Bianchini, Stefano, “La Jugoslavia alla ricerca di una via d'uscita dallo stalinismo”, in “Nuove Questioni di Storia Contemporanea” Milano, Marzorati, 1985

    11.Bohm-Bawerk, Eugen von, con Hilferding Rudolph e Bortkiewicz Ladislaus,“Economia Borghese e Economia Marxista”, Firenze, La Nuova Italia, 1975

    12.Bohm-Bawerk, Eugen von, “Potere o legge economica ?”, 1999, Rubbettino Editore

    13.Bornstein, Morris, a cura di, “Economia di mercato e economia pianificata: un'analisi comparata”, Milano, Franco Angeli, 1973

    14.Bressan Aldo, con Scotti Giacomo, “La legge sul lavoro associato: autogestione e socialismo in Jugoslavia”, Milano, La Pietra, 1978

    15.Briganti Walter, “Cooperazione e autogestione in Italia e Jugoslavia: Atti del seminario, Roma, 21 aprile 1983”, Roma, istituto italiano di studi cooperativi “L. Luzzatti”, 1986

    16.Cerroni Umberto, “Il Pensiero di Marx”, Roma, Editori Riuniti, 1975

    17.Cingolani Giorgio, “Nascita, crescita, declino del modello di autogestione in Jugoslavia”, Dipartimento di Scienze Sociali “D. Serrani”, Facoltà di Economia “Giorgio Fuà”, Università Politecnica delle Marche, 2006

    18.Dizdarevic, Raif, “La morte di Tito, la morte della Iugoslavia”; Ravenna, Longo Editore, 2001

    19.Drulovic Milojko, “La democrazia autogestita”, Roma, Editori Riuniti, 1977

    20.Engels, Friedrich, “L'evoluzione del Socialismo dall'Utopia alla Scienza”, da “Anti-Duhring”, Edizioni Città del Sole in Resistenze.org - sito di controinformazione del C.C.D.P. - Via Reggio 14 - Torino

    21.Kardelj Edvard,“Proprietà sociale e autogestione”, Milano, Teti, 1975

    22.Kautsky, Karl, “The Social Revolution”, 1902, in Marxists Internet Archive ; in appendice anche a Lange, Oskar (vedi sotto)

    23.Kautsky, Karl, “La Lotta di Classe: il programma di Erfurt”, Londra, Charles Kerr & Co. 1910, da Marxists Internet Archive

    24.Kessler Harry, “Walther Rathenau”, Bologna, Il Mulino, 1995

    25.Kovac Pavle, “Lo sviluppo dell'autogestione in Iugoslavia” Belgrado, Sezione Iugoslava dell'Esposizione internazionale del lavoro a Torino, 1961

    26.Krulic Josip, “Storia della Jugoslavia dal 1945 ai giorni nostri”, Bompiani 1992

    27.Hayek, Friedrich von e altri, “Collectivist economic planning”, Londra, Routledge Press, 1935

    28.Hayek, Friedrich von, “Conoscenza, mercato, pianificazione”, Bologna, Il Mulino, 1989

    29.Hegedus, Andras, “Le alternative dello sviluppo socialista”, Bari, De Donato, 1979

    30.Horvat Branko e altri,“Il sistema iugoslavo” , Bari, De Donato, 1980

    31.Lange Oskar, con Taylor Frederick e Lippincott Benjamin,“On the economic theory of socialism”, Minneapolis, University of Minnesota Press, 1956

    32.Marx, Karl, “Critica al programma di Gotha”, da Resistenze.org - sito di controinformazione del C.C.D.P. - Via Reggio 14 - Torino traduzione da edizioni estere sovietiche

    33.Marx, Karl con Engels, Friedrich, “Opere Complete 1845-1848”, Roma, Editori Riuniti, 1973

    34.Marx Karl, con Engels Friedrich, “Manifesto del Partito Comunista”, Roma-Bari, Laterza, 2005

    35.Marx, Karl, “Il Capitale”, Roma, Newton and Compton, 2008

    36.Michelini Luca, “Innovazione e sistemi economici comparati: il contributo di Enrico Barone e il pensiero economico italiano (1894-1924), Bari, Facoltà di Economia “Jean Monnet”, I.U.M.

    37.Mises, Ludwig von, “Socialismo: un'analisi economica e sociologica”, Torino, Bompiani, 1989

    38.Pareto Vilfredo, “I sistemi socialisti”, UTET, 1954

    39.Sznajder, Mario, “Economic Marginalism and Socialism: Italian Revolutionay Syndicalism and the Revision of Marx”, Belgrado, PRAXIS International, 1991, n° 1/1991

    C'è dentro un pò di tutto, anche le parti precedenti.

    Se foste interessati, i libri sulla Jugoslavia li ho reperiti presso la Biblioteca dell'Università di Macerata, presso la Biblioteca "Ruffilli" dell'Università di Forlì e presso l'Istituto Gramsci di Ancona; per chi è nei dintorni di Verbania, la Casa della Resistenza "Aldo Aniasi" ha moltissimo materiale
    Ultima modifica di Manfr; 29-01-10 alle 20:32
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  6. #6
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    Predefinito Rif: Jugoslavia: l'economia dell'autogestione

    manfr, io leggerò domani xkè ora non ho proprio tempo
    -Ma dai, sarà la bora..
    -Ma non siamo a Trieste!

  7. #7
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    Predefinito Rif: Jugoslavia: l'economia dell'autogestione

    Ho letto superficialmente, Mi sembra davvero interessante. mi riprometto di approfondire.

  8. #8
    Chap Socialist
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    Predefinito Rif: Jugoslavia: l'economia dell'autogestione

    *** Disgelo e Decollo ***

    Gli anni del disgelo portano una diminuzione delle spese militari, dal 22% del 1952 all'8,5 del 1957, e l'apertura di importanti linee di credito all'estero, permettendo un rilancio degli investimenti (particolarmente significativi i rapporti economici con l'Ungheria, che in quegli stessi anni, sotto la guida dello “stalinista moderato” Janos Kadar inizia un esperimento di “mercato socialista”).
    Nello stesso periodo Tito ottiene importanti successi diplomatici come leader del nascente “Movimento dei Non Allineati”, come le mozioni ONU sul disarmo e sulla decolonizzazione: questo sforzo “equilibristico” permette di assecondare contemporaneamente le pulsioni occidentalistiche di Slovena e Croazia, ottenendo così l'accesso ai crediti e ai beni di consumo occidentale, e la tradizionale vicinanza serbo-russa, che si esplica anche in rapporti di clearing nel commercio internazionale. 69
    Viene progressivamente meno il ruolo della pianificazione centralizzata, sostituita dal “regolatore che alla lunga permetterà di eliminare le rendite di posizione e questo spreco di energie produttive […] la concorrenza 70”,ma anche dalla cosiddetta pianificazione sociale, meno ambiziosa e focalizzata sulla gestione complessiva del sistema economico e dei flussi di investimenti, con forme che potremmo effettivamente definire keynesiane71.
    Un ruolo importante nella nuova pianificazione decentrata spetta ai comuni, ai quali i piani annuali federali non pongono limiti di sorta, permettendo loro di superare, eventualmente, gli obiettivi fissati dal centro, e di dirigere autonomamente i propri fondi e bilanci, istituendo dei “parametri d'azione” all'interno dei quali devono muoversi le unità produttive locali 72. A questa si affianca la pianificazione aziendale, svolta a livello di singola industria e poi coordinata con il resto del settore, nonostante le numerose inefficienze del sistema 73: le spinte autarchiche di molti comuni portano infatti molto spesso allo scontro diretto con l'azienda in espansione, col risultato di creare fondamentalmente due piani indipendenti e non coordinati tra loro, se non apertamente conflittuali74.
    Nel nuovo sistema, alla Banca Centrale, da cui passano le decisioni di investimento predisposte dal piano, e che finanzia le attività economiche indipendenti seguendo alcuni criteri privilegiati, spettano competenze fondamentali: una posizione prioritaria nell'ottenimento di crediti è assegnata ai progetti che possono portare alla restituzione del prestito entro 5 anni, a quelli avviabili entro un anno e mezzo, agli investimenti avviati in zone dotate di energia elettrica, e ai progetti per il largo consumo. Il tasso di interesse viene determinato a seconda delle condizioni offerte dal cliente.75
    Sopravvivono tuttavia il divieto di scambi monetari nel settore pubblico, regole di contabilità centralizzata e la registrazione statale dei bilanci, con l'imposizione di non calcolare i salari come costo che determina anche una scarsa attenzione verso la ricostituzione delle scorte.76 Si creano inoltre le associazioni economiche, dei cartelli patrocinati dallo Stato che raggruppano le aziende di vari settori economicie si estende l'autogestione alle ferrovie, ai telegrafi e parzialmente ai servizi pubblici (1952-1954)77 .
    Il governo mantiene comunque una serie di strumenti che gli permettono di intervenire direttamente nei meccanismi di mercato, come i calmieri dei prezzi, i prezzi concordati in fascie di fluttuazione, il contingentamento della produzione, l'imposizione di standard o allocazioni particolari, e incentivi diretti sia alle aziende che ai consumatori 78: in generale, i prezzi dei prodotti di investimento restano interamente “controllati”, anche per assicurare la piena occupazione79, con il numero di lavoratori attivi che aumenta annualmente di circa il 12%.80 Il 1957 è un anno cruciale per l'autogestione, il cui ruolo viene ulteriormente sottolineato con l'attribuzione ad apposite commissioni dei Consigli Operai dell'opportunità di assumere o licenziare nuovi dipendenti, competenza precedentemente in mano ai direttori81. Nel medesimo anno, si svolge il primo Congresso nazionale dei Consigli, tenuto a Belgrado in primavera, da cui proviene la richiesta di una tassazione più equa e dilazionata nel tempo, e di maggiori margini di manovra nell'utilizzo delle attrezzature e nella disponibilità dei fondi per l'ammortamento. I comitati aziendali chiedono inoltre l'avvio di una decentralizzazione funzionale all'interno della fabbrica stessa, proseguendo la sperimentazione sui comitati di reparto inaugurata in quegli stessi anni82.
    Nelle aziende si vanno così a creare nuovi organismi a livello delle singole unità di produzione, dotati per ora di poteri solo consultivi: il risultato è il dilatarsi progressivo dei processi decisionali, specialmente quando ai numerosi gruppi di delegati si sommano le interferenze del partito e del sindacato, e le richieste di “informazione” degli altri lavoratori. 83
    Si afferma inoltre, a livello redistributivo, una tendenza a delegare la fissazione dei salari direttamente al voto dei collettivi di lavoro, con l'emanazione di appositi regolamenti, fissando a livello consiliare solo la loro ripartizione nei diversi settori aziendali, e a estendere il campo d'intervento dei fondi aziendali anche alle politiche abitative.84 I Consigli guadagnano il controllo su gran parte delle risorse economiche dell'impresa, ovviamente una volta detratti i fondi per l'ammortamento e gli oneri legali (imposta sul “fondo operativo”, ossia il canone per l'affitto dei mezzi, contributo per l'acqua, imposta sul giro d'affari, imposta sul suolo pubblico, previdenza sociale, contributi straordinari come quelli per il terremoto di Skopje). Il reddito netto dei lavoratori viene determinato sottraendo dalla quota individuale una serie di contributi pensionistici, sanitari, familiari, educativi e quelli per l'assicurazione sulla disoccupazione. 85
    Tuttavia, nel 1958, il VII Congresso del Partito, ridenominato Lega dei Comunisti di Jugoslavia per enfatizzarne il ruolo più “culturale” che di comando, deve affrontare lo spinoso problema delle differenze regionali, portato alla ribalta dal lungo sciopero delle miniere slovene di Trbovlje 86. Un'ampia corrente di riformatori, forte in Croazia e Slovenia, preoccupata dall'esclusione rispetto alla nascente Comunità Europea, e dal rifiuto di aiuti economici americani, chiede di puntare sulla modernizzazione tecnologica, se necessario importando dall'occidente, e sulla fine della pianificazione centralizzata e dei suoi clamorosi sprechi, come la tristemente nota acciaieria montenegrina di Niksi, costruita in assenza di strade e ferrovie.
    Gli si oppongono i gruppi più più conservatori, radicati in Serbia e Bosnia-Erzegovina, che puntano il dito contro il deficit della bilancia commerciale causato dalle importazioni alimentari, chiedendo una politica autarchica e protezionista e la fine dell'autogestione: i “pianificatori” ritengono infatti che lasciare ai lavoratori la possibilità di scegliere tra salari e investimenti sia un azzardo destinato a colpire lo sviluppo economico87. La risposta dei riformisti si concentra sul legare alla produttività le retribuzioni, e sull'identificazione tra operaio e impresa. Al netto dell'inflazione, tra il 1957 e il 1961, i salari salgono effettivamente del 5% (tra 8 e 13% lordo), nonostante si conservi un certo appiattimento retributivo: all'aumento del livello di vita fa da riscontro la migliore qualità dei prodotti alimentari e dei generi di consumo. Tuttavia, va rilevato come solo il 54% delle spese familiari sia coperto dal lavoro principale, con gli assegni familiari che contribuiscono per il 28% e il restante 16% ottenuto tramite doppi impieghi 88.
    Viene inoltre avviato un complesso processo di decentramento decisionale, particolarmente accentuato nelle istituzioni educative, culturali e scientifiche, tramite la gestione sociale, affidata alla collaborazione tra utenti e fornitori del servizio, e che viene introdotta per la prima volta nel settore delle assicurazioni sociali con un provvedimento datato 1952 che ne conferisce la gestione direttamente agli assicurati; un anno dopo, il campo viene allargato ai summenzionati campi della cultura e dell'istruzione, alla sanità, alla protezione sociale e all'edilizia pubblica. Istituzioni analoghe sono previste per il commercio al dettaglio, l'editoria e persino gli ordini professionali, a partire dal 1957.89
    A livello numerico, la maggior parte dei delegati negli organi della gestione sociale spetta agli utenti; è previsto un comitato di gestione analogo a quello di fabbrica, e un direttore. La loro efficacia è però decisamente depotenziata dai limiti di un personale assunto con contratti statali, anziché privati, e dalle controversie sui meccanismi di finanziamento, affidato alle amministrazioni locali a loro discrezione: su questa base, si emanerà nel 1960 una norma che riserverà al finanziamento dei servizi pubblici una voce apposita separata dal bilancio delle amministrazioni90.
    Il decentramento ottiene comunque un buon successo: le risorse economiche sono per il 61,7% ancora in mano allo Stato, ma il 52% di queste è assegnato direttamente agli organi periferici, contro un 29,5% a disposizione dei collettivi di lavoratori, un 7,9% controllato da istituti statali indipendenti e lo 0,9% gestito dalle banche 91. Tuttavia, sorgono anche nuovi problemi, come la concentrazione della popolazione nelle città, grazie anche alla crescita degli operai industriali (dal 25 al 52% dei cittadini attivi) e al basso livello degli affitti, che non permette di coprire le spese di manutenzione e neanche la costruzione di nuove abitazioni (a ciò vanno sommate le lungaggini e le inefficienze del processo burocratico di assegnazione).
    La risposta governativa è radicale, con un aumento di due volte e mezzo degli affitti sociali, il riconoscimento di una indennità compensativa ai cittadini e, sopratutto, la liberalizzazione relativa del mercato immobiliare, tramite l'autorizzazione ad accedere individualmente al Fondo Sociale per la costruzione di immobili, ottenuti poi in aste pubbliche: pur colmando in parte l'emergenza abitativa, il provvedimento non riesce a sradicare il diffuso clientelismo nella politica immobiliare, che condizionerà la Iugoslavia fino al suo crollo92. Per ridurre i costi, ci si affida anche alle cooperative edilizie, che generalmente assicurano spese inferiori anche del 50%93. Viene riformata anche la normativa sulla proprietà di alloggi, consentendo a ciascun cittadino di essere proprietario di : 1) un edificio di due appartamenti standard, o tre appartamenti più piccoli 2) una casa e un appartamento separato 3) due edifici distinti, con limite di due appartamenti di media grandezza e uno piccolo 4) due appartamenti separati. Più tardi, si includerà nel limite anche la casa di vacanza, mentre si autorizza il possesso contemporaneo di immobili ad uso abitativo e altri a uso commerciale di superficie non superiore a 70 mq. 94
    Ma altri problemi arrivano anche, paradossalmente, dalla forte crescita economica, che presto fa uscire allo scoperto le prime tensioni tra regioni povere e regioni ricche: il piano quinquennale del 1961 viene varato solo dopo che Slovenia e Croazia ottengono un allentamento dei vincoli burocratici nella “cosa economica”, esplicitato in un decreto redatto da Kardelj che liberalizza completamente i prezzi di beni e servizi, muove verso la convertibilità del dinaro e ristruttura profondamente la struttura creditizia e fiscale, con maggiori margini di manovra per le imprese.
    Il teorico ed economista sloveno ottiene quindi l'abolizione della tassa sui redditi aziendali, e quella sul giro d'affari complessivo trasformata in una comune imposta sul valore aggiunto. L'imposta sul circolante, che simula oramai (come previsto a suo tempo da Bohm, Pareto e Barone) il tasso di interesse sul capitale, viene abbassata al 4% mentre la quota di utili spettante alle aziende passa dal 47 al 58%.95
    Il risultato, non voluto ma prevedibile nel passaggio da un regime di prezzi controllati a uno libero, è un rincaro generalizzato, con picchi del 30% nei settori delle poste, dei trasporti e dei prodotti agricoli, unito ad un aumento della disoccupazione: le proteste popolari sfociano in aumenti salariali largamente disgiunti dalla produttività, con un crollo della crescita economica dal 15 al 4% determinato anche dall'esaurirsi dei crediti esteri per l'acquisto di semilavorati. 96
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  9. #9
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    Predefinito Rif: Jugoslavia: l'economia dell'autogestione

    ***Riformisti e Conservatori***

    Nel dicembre 1961 i conservatori sembrano dunque riguadagnare l' “upper-hand” nei rapporti interni alla Lega, imponendo il congelamento delle norme appena varate e la fissazione di norme rigorose sulla distribuzione degli utili industriali. La fazione “ortodossa” passa quindi all'attacco con il Ministro degli Interni, Aleksandr Rankovich, che nella primavera del 1962 accusa i dirigenti croati e sloveni di non curarsi dei problemi della collettività. Nella speranza di arrivare a una mediazione, viene varata nel 1963 una nuova carta costituzionale, che non risolve comunque i problemi di gestione del potere a livello federale: esaurito quest'ultimo tentativo, non si può che arrivare allo scontro aperto. 97
    A vincere sono i riformisti, appoggiati dalla componente sindacale, con una piattaforma di aumento dei consumi individuali, intensificazione della produzione, integrazione coi mercati mondiali, riduzione degli investimenti e dell'urbanizzazione selvaggia. La nuova linea politica si accompagna anche un forte svecchiamento della classe dirigente, col completo rinnovo del 50% dei membri del Comitato Centrale della Lega. Da qui, il passo verso le riforme economiche è breve: già nel 1963 si erano soppressi i Fondi sociali di investimento, cuore della pianificazione centralizzata, per affidarne il pieno controllo alle banche su criteri di economicità (la federazione si riservava l'istituzione di fondi specifici, come il neonato Fondo per l'aiuto alle regioni meno sviluppate). Le stesse vengono divise in banche d'affari per gli investimenti e banche di credito al consumo, e si pone un limite all'ingerenza politica nella loro gestione, fissando a un massimo del 20% la quota pubblica di controllo dell'impresa. A queste si affiancano anche un sistema di Casse Rurali e di banche attive nel finanziamento del commercio estero. 98
    Da notare come il sistema di autogestione si estenda anche alle decisioni creditizie, per quanto il collettivo di lavoro debba “coabitare” con i rappresentanti del Comune e con un Consiglio di Amministrazione dominato dalle imprese (pur limitate a una quota massima del 10% ciascuna), che, caso unico nell'economia iugoslava e in generale nei sistemi socialisti, possono percepire gli utili della loro partecipazione azionaria.99 Si tratta di una svolta epocale: per quanto lo Stato mantenga saldo il controllo sulla politica monetaria, le imprese sono libere di procacciarsi da sé le risorse economiche, anche se resta la proibizione di emettere obbligazioni.100 Nel 1964 viene nuovamente disciplinata la legge elettorale degli organismi autogestiti, che introduce la prassi di rielezione per i direttori, in modo da garantire il più possibile la continuità delle funzioni101 : la Costituzione aveva nel frattempo garantito a ogni collettivo aziendale la possibilità di stendere un proprio Statuto di fabbrica, da cui far discendere eventuali organi aggiuntivi dell'autogestione, come le commissioni di controllo. 102
    Due anni dopo, nell'estate del 1965, il Parlamento approva le norme proposte da Kardelj, dall'economista sloveno Borjs Krajgher e dal leader croato Bakaric, basate sul ruolo del mercato come arbitro neutrale del sistema produttivo, in un contesto internazionale di espansione economica 103. Sforzo notevole per un paese socialista, si abbandona definitivamente il sistema di cambi fissati dal governo, per una coraggiosa svalutazione del dinaro che permette l'introduzione successiva del “dinaro pesante” (100 vecchi dinari = 1 nuovo dinaro) e il raggiungimento della piena convertibilità della moneta, con un tasso di cambio rispetto al dollaro di 1250 a 1.104 A questo provvedimento si accompagna la fine del commercio di valuta centralizzato e l'adozione dei prezzi internazionali come riferimento sia per il commercio estero che per il mercato interno: proprio nel 1965, l'economia iugoslava raggiunge l'attivo della bilancia commerciale105 mentre l'adesione al Movimento dei Non Allineati trova un riscontro “pratico” nella stipula di vantaggiosi contratti con numerosi paesi del Terzo Mondo106, che cambiano la faccia dell'industria iugoslava: diminuisce la dipendenza dal carbone, in favore di usi più massicci del petrolio ( da 71-21 a 51-36), incentivando così una ristrutturazione di fondo del sistema economico giocata sulla chimica, l'elettronica e le nuove tecnologie, con la nascita di numerose nuove aziende dai tassi record di sviluppo (il settore chimico toccherà un 22% di crescita annua nel 1969). 107
    Dopo la Riforma, le imprese, oramai svincolate da ogni pianificazione sia centralizzata che comunale, possono venire costituite dalle comunità, dai sindacati, da associazioni di cittadini, da gruppi politici o da almeno 10 privati, purchè ne sussistano i “presupposti economici indispensabili”: a tal fine devono presentare una giustificazione di apertura attività, elaborare un programma di investimento e garantire i mezzi finanziari necessari allo start-up, assolvendo inoltre a ogni obbligo tecnico o giuridico specifico.
    C'è comunque da tenere in considerazione che l'attività dei singoli è condizionata da alcuni prerequisiti addizionali, come il divieto di commercio all'ingrosso, servizi d'agenzia o di mediazione, e la necessità di una approvazione comunale. Viene tuttavia garantito il diritto al rimborso, maggiorato del tasso di interesse, tramite ritenute sugli utili, per i fondi versati dai sottoscrittori all'avviamento dell'attività: la chiusura o meno di una azienda viene generalmente decisa dalle amministrazioni locali, che dispongono anche di alcune opzioni alternative per evitare il fallimento.108 La tassazione sulle imprese viene inoltre ulteriormente abbassata, in modo da portare la quota di utile gestito direttamente dalle aziende fino al 70%.109
    Agli operai viene nuovamente demandata la sovranità su prezzi, investimenti / salari e assunzioni, pur con il vincolo della produttività, e sui diritti/doveri contrattuali 110: le imprese poi sono autorizzate a commerciare con l'estero per procurarsi tecnologia e semilavorati, e viceversa si rende possibile alle industrie straniere ( prevalentemente aziende automobilistiche tedesche e italiane) di formare joint-ventures con le imprese iugoslave, con un limite del 49%, e altri obblighi, molto stringenti, come la tassa sui profitti del 33% e l'obbligo di reinvestire sul territorio il 20% degli stessi 111. Ben presto, il 25% delle merci iugoslave viene esportato all'estero (anche grazie ai generosi sussidi concessi dalle repubbliche dopo l'abolizione di quelli federali, e che si attestano progressivamente sul 10% della spesa pubblica), mentre un terzo dei beni di consumo generali sono importati112. La decisione di incentivare il più possibile le forze di mercato è rafforzata anche dalla speranza di arrestare il galoppo progressivo dell'inflazione, determinato dall'elevato livello di investimenti (33,4%) rispetto al consumo di beni 113.
    Tra il '66 e il '67, a questi provvedimenti di portata strutturale si unisce la chiusura di molte delle “fabbriche politiche” nate dalla preoccupazione di assicurare l'occupazione nelle regioni meno sviluppate, ma anche da marcati fenomeni di clientelismo. Il legame salari / produttività, d'altro canto, non impedisce l'estendersi della disoccupazione e provoca il formarsi di ampie differenze salariali tra regioni, oltre a disincentivare progressivamente il rifinanziamento dei mezzi di produzione, e il loro miglioramento tecnico, che cala del 7% tra il 1964 e il 1967, ribaltando quella che invece era stata una tendenza consolidata nei primi anni dell'autogestione.114
    L'apertura al mercato coinvolge anche il settore agricolo, con la “liberalizzazione dei trattori”, il piccolo commercio e il turismo,115 determinando il sorgere di un settore di piccole imprese private, seppur limitate a 5 dipendenti,116 che rappresentano presto circa il 14% del prodotto sociale, ma fino al 40,1% della forza lavoro, se all'industria e all'artigiano si somma l'agricoltura.117 In particolare, il settore turistico, con l'apertura progressiva delle frontiere, è senza dubbio il più coinvolto dalle riforme: nella seconda metà degli anni '60, gli investimenti nel turismo passano dal 2,5 al 7,4%, con ingenti investimenti sulle coste dalmate (peraltro attuati con una incipiente attenzione alle tematiche ambientali). Una media di 255 posti-letto per hotel, rispetto ai 40-50 della costa adriatica italiana, assicura un'amplissima ricettività, mentre il piccolo commercio viene incentivato con crediti trentennali all'1% di interesse, che nel solo 1965 toccano i 200 milioni di dinari. 22 Rispetto al 1945, con 6137 turisti complessivi, nel 1965 si arriva a 2.658.000, raddoppiati nei dieci anni successivi, con ritmi di crescita del 27% annuo, concentrati sulla costa e nei mesi estivi.
    Un tratto caratteristico del turismo iugoslavo è il ruolo degli affittacamere, che coprono il 40% ufficiale (probabilmente, i dati reali sono più elevati, dato lo scarso controllo sulla registrazione) dell'offerta abitativa, utilizzando questa opportunità come reddito integrativo: la costa iugoslava è però carente in termini di strutture ricreative, portando la spesa giornaliera del turista a uno dei livelli più bassi del Mediterraneo.118 Il turismo rappresenterà però un volano formidabile per l'economia iugoslava, portando all'ammodernamento della rete viaria, dei trasporti aerei e dei collegamenti con le isole, e alla nascita di servizi taxi, oltre a rappresentare ovviamente un motore di modernizzazione culturale.
    L'apertura delle frontiere all'esterno coincide con una all'interno: ai lavoratori iugoslavi si dà la possibilità di recarsi all'estero per viaggi turistici, portando con sé fino a 1500 dinari,119 o in cerca di mestiere, fornendo una provvidenziale via d'uscita per il crescente numero di disoccupati. A organizzare i flussi sono le aziende occidentali, tramite “cacciatori di teste”, assieme alle amministrazioni locali e agli uffici del lavoro statali, che si adoperano per evitare l'eccessivo esodo di manodopera specializzata, autorizzato solo dietro “sponsorizzazione” di una azienda straniera, nonostante l'ampia elusione della normativa col ricorso ai visti turistici.
    Il trade off dell'emigrazione è difficilmente quantificabile: se gli operai all'estero forniscono valuta pregiata con le loro rimesse, la fuga dei cervelli e gli sprechi assistenziali (forte è il malcontento verso le famiglie dei migranti, che godono di redditi elevati grazie alle rimesse in valuta estera, ma che continuano a godere dei benefici del generoso welfare iugoslavo) sono ua ferita aperta per i bilanci della Federazione. Cresce nuovamente l'opposizione dei conservatori, sempre guidati da Rankovich, che sfrutta le attività spionistiche dell'SdS, i temuti servizi di sicurezza: sotto la guida del Ministro degli Interni vengono infatti schedati 1.300.000 cittadini iugoslavi, perlopiù sloveni e albanesi. Lo scontro decisivo arriva nel 1966, quando Kardelj e Bakaric, con l'appoggio sofferto di Tito, accusano Rankovich di mirare alla Presidenza e, dopo una inchiesta infuocata sui suoi abusi, lo costringono alle dimissioni.
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    Predefinito Rif: Jugoslavia: l'economia dell'autogestione

    *** Il bilancio delle riforme degli anni '60***

    Il bilancio delle riforme del 1965 è in chiaroscuro: se la produttività del lavoro nel periodo '65-'71 cresce dell'80%, e l'economia del 18% complessivo, a questo si accompagna anche un'impennata dell'inflazione (14% alla fine degli anni '60) che aumenta a sua volta il disavanzo commerciale: la crescita dei prezzi delle imprese “libere” (quelle di grande consumo) impone alle imprese “controllate” (ovverosia quelle impegnate nell'industria pesante) una restrizione della produzione che colpisce anche le attività estrattive; paradossalmente, nonostante la ricchezza del sottosuolo iugoslavo e la presenza di giacimenti petroliferi in Kosovo, le importazioni di energia guadagnano sempre più spazio, incrinando la bilancia commerciale120.
    Nonostante quasi 6000 prodotti nuovi vengano immessi sul mercato in pochi anni, segno di un grande sforzo di modernizzazione, diminuisce l'efficacia degli investimenti, per la scarsa preparazione della classe dirigente e degli operai stessi a un cambio di paradigma così netto121, ma anche a causa dell'affermarsi di una serie di “degenerazioni” interne al sistema.
    La più evidente è la tendenza delle industrie iugoslave a costituire dei trusts di livello repubblicano, per reggere la concorrenza dell'industria straniera, ma creando gravi problemi, in tempi di difficoltà, all'economia delle singole repubbliche cui sono così legati122 : la loro politica, volta ad accorciare la filiera il più possibile, causa fenomeni come l'acquisto dai contadini a minor prezzo possibile, per imporre poi ai consumatori prezzi molto elevati, e svincolati dai reali rapporti di mercato, con effetti pesanti sull'inflazione e sul commercio estero.123 Le ristrette dimensioni del mercato iugoslavo amplificano il problema: nel 1965, 462 imprese su 2500 controllano il 69% della produzione, e anche nell'artigianato la concentrazione è evidente, con il 22% della forza lavoro impiegato nelle prime 100 aziende. Il problema riceve però scarsa attenzione nella letteratura scientifica iugoslava, venendo citato in un singolo articolo dell'Istituto di Statistica datato 1964, seguito da altri che auspicano un intervento radicale dello Stato, sulla scorta di una crescente consapevolezza sulle conseguenze nefaste del monopolio, ma con una rilevanza comunque marginale.
    Un primo tentativo di regolare la questione, per quanto il monopolio sia teoricamente proibito dalla Costituzione, arriva solo nel 1967 con la “Legge fondamentale sul commercio dei beni”, che vieta esplicitamente ogni accordo su quote di mercato, prezzi interni, limitazioni della produzione, speculazione, concorrenza sleale (in cui viene inclusa anche la pubblicità), oltre a sanzionare i governi repubblicani che cerchino di minare l'unità e la concorrenzialità del mercato comune iugoslavo, di fronte ai tentativi protezionistici nel settore del piccolo commercio.
    Vengono tuttavia esplicitamente ammessi gli accordi sui prezzi che permettano di stabilizzarne il livello, o di migliorare l'organizzazione e le linee di distribuzione; a giudicare sulle pratiche monopolistiche e di concorrenza sleale dovrebbero essere, curiosamente, gli stessi interessati dalla legge, ovverosia le Camere di Commercio: non è sorprendente che negli anni successivi vi siano solo due cause per concorrenza sleale, ambedue intentate da oligopolisti schierati contro un abbassamento dei prezzi da parte della concorrenza. La prima linea di difesa contro l'inflazione e i monopoli diventa quindi l' ”Ufficio Centrale per il controllo dei prezzi” che, in caso di spirali al rialzo può imporre livelli massimi con l'accordo delle imprese di settore nella misura del 65% della produzione e del consumo; l'ufficio deve inoltre registrare tutti i prezzi nazionali, e autorizzare direttamente l'eventuale aumento di quelli dei prodotti già sul mercato (nessuna restrizione, oltre all'obbligo di registrarsi, sussiste invece per i prodotti di nuova commercializzazione).
    I meccanismi concordati di controllo sembrano parzialmente funzionare, assicurando un aumento del 2% per i prodotti industriali nel 1966 fino a raggiungere la stabilizzazione l'anno successivo, anche se i prezzi al dettaglio aumentano comunque del 17% in due anni, e la corsa non si ferma negli anni successivi 124: questo chiaramente porta per reazione all'aumento non proporzionale dei salari, innescando la ben nota spirale salari-prezzi125.
    A questa tendenza alla trustificazione contribuisce indirettamente anche l'abbassamento dei dazi doganali, dal 23 al'11%126 e la fine delle restrizioni quantitative sull'import, con quote e licenze che coinvolgono oramai solo il 20% delle attrezzature e il 37% dei beni di consumo127, e che spingono le industrie nazionali a reagire in difesa dei propri mercati.
    Il sistema autogestionario porta alcuni problemi anche a livello di politiche del personale: come notato da Bakaric nel 1969 “nessun consiglio operaio accetterà mai di allontanare i lavoratori in esubero. […] non si può introdurre […] una tecnologia moderna se non a prezzo di nuovi e rilevanti investimenti che superano i fondi concessi all'impresa interessata.”128 L'analisi dell'economista Bruno Jossa, è a questo proposito illuminante sui meccanismi che determinano l'insorgere di simili rigidità nel mercato del lavoro iugoslavo: se i poteri in merito di gestione del personale sono delegati non alla Direzione, ma al Consiglio Operaio, è naturale che i lavoratori, temendo ciascuno di essere licenziato, preferiscano evitare questa soluzione, anche in tempi di crisi globale. Se anche si arrivasse a una votazione a maggioranza, che consentisse la riduzione del personale, si genererebbe presto un clima di sospetto reciproco che impedirebbe il corretto funzionamento della fabbrica autogestita. Una possibilità diversa sarebbe il licenziamento tramite estrazione a sorte, dagli ovvi effetti negativi sulla produttività della fabbrica, se non in presenza di scremature successive dei potenziali “candidati”.
    In generale, comunque, se si assume come scopo dell'impresa autogestita la massimizzazione del reddito medio degli operai, in particolare degli operai votanti, i licenziamenti si dovrebbero verificare quando la produttività marginale del lavoro diventerà inferiore al guadagno previsto dal licenziato qualora gli venisse offerto un altro impiego, o gli venisse corrisposto un adeguato assegno statale: in assenza di queste condizioni, ed è il caso dell'indubbiamente rigido mercato del lavoro iugoslavo, gli operai dell'impresa preferiranno rinunciare alla diminuzione del personale129, determinando un crescente gap tra insiders del mercato del lavoro, protetti dall'azione dei Consigli, e outsiders vittima, in tempi di incertezza economica, di una disoccupazione quasi cronica per la riluttanza ad espandere gli organici (in questo senso, vanno considerate errate le conclusioni di Jossa sulla superiorità del sistema autogestito nel trattamento della disoccupazione, complessivamente carente nell'affrontare le cause generali del problema, in assenza di politiche attive del lavoro).
    Tale genere di decisioni è incentivato anche dalla macchinosa normativa sull'assunzione di nuovi lavoratori, che per i posti a tempo indeterminato si svolge su criteri concorsuali che incentivano l'assunzione di residenti nel Comune, appartenenti a famiglie numerose e anzianità di impiego, con un controllo a posteriori affidato alle SIZ locali. L'assunzione diretta è consentita solamente per contratti bimestrali, lavoratori stagionali già assunti in precedenza, per l'assunzione di personale qualificato o come forma di “compensazione” di chi finanziasse l'azineda con mezzi o dotazioni monetarie. Il licenziamento, di fronte a considerazioni come quelle appena svolte, viene invece regolato dalla legge per colpire solamente chi si rendesse responsabile di assenza ingiustificata protratta, o comportamenti colposi, ma con possibilità, da parte del Consiglio, di “condonare la pena” 130.
    Responsabili di questi effetti distorsivi sono anche le banche, fortemente influenzate dalle imprese nella loro politica creditizia, e quindi portate a non considerare politiche di tipo restrittivo, appoggiandosi poi alle amministrazioni locali (blandite col credito facile) per evitare conseguenze da eventuali irregolarità131. L'importanza di una corretta gestione bancaria diviene immediatamente evidente se si considera come, nel 1971, le banche controllino ormai il 50,9% delle risorse per investimenti, contro un 7,1% agli istituti, un 26,8% alle industrie e solo il 15% in mano ai vari enti governativi132.
    Un campo in cui la riforma dell'autogestione ottiene invece un netto successo è quello della prevenzione infortunistica e della salubrità dei luoghi di lavoro: in 7 anni, la percentuale di imprese dotate di regolamenti e strutture di controllo ad hoc passa dal 23 al 71%. I risultati sono buoni anche dal punto di vista della formazione professionale, con il 16% della forza lavoro che ha usufruito di una istruzione universitaria, contro l'1% del 1960.133 Il dato si riflette anche sui dirigenti e i tecnici, rispettivamente al 50% e al 57% di laureati. 134
    Importante per misurare la tenuta “ideologica” del modello autogestionale è verificare la sua capacità di coniugare uguaglianza e libertà economica: se nel socialismo “amministrativo”, il rapporto tra redditi massimi e minimi dei cittadini comuni era di 1:2, e nella prima fase autogestionale si era arrivati a 1:2,7, la riforma aumenta la disuguaglianza di pochi decimali, a fronte di una netta diminuzione delle imprese in cui il rapporto è superiore all'1, dimezzate tra anni '60 e '70. L'apertura al mercato permette quindi di conservare la sostanziale struttura egualitaria della società a fronte di livelli salariali molto più divaricati in altri paesi europei, compresa l'URSS (in cui il rapporto è 1:4) : solo la Norvegia, con un rapporto 1:2,4 ha una ripartizione salariale più livellata, nel 1970. La forbice tra il 10% più ricco e il 10% più povero della popolazione si attesta sul 1: 6,7, nettamente inferiore a tutti i paesi dell'Europa occidentale (il più egualitario, nel periodo in esame, è la Gran Bretagna a 1:14,6). Solo 142.000 persone su 4 milioni di abitanti sono soggette alla tassa sui grandi patrimoni, che parte da 2.000 dollari (quattro volte il reddito medio), e solo 223 persone superano gli 8.000 dollari annui 135.
    Desta semmai una certa preoccupazione il mantenersi delle nette differenze regionali (dalla fine della guerra alla fine della Iugoslavia, uno sloveno gode sempre di un reddito quasi doppio rispetto a un kosovaro e superiore del 20-30% a quello del resto della Federazione) e la frastagliata struttura pensionistica (del resto eccessivamente generosa, con circa un 10% di beneficiari che ha meno di 50 anni, a fronte dell'obbligo di lavoro per 40 anni – pur considerando che sei mesi di lavoro “usurante” valgono un anno di lavoro “leggero136) , mentre piuttosto penalizzati sono anche i lavoratori “semipubblici” della conoscenza137.
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