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Risultati da 1 a 10 di 24
  1. #1
    Hrodland
    Ospite

    Predefinito Eroi in cui ci riconosciamo

    In questa discussione mettiamo chi, per noi, è un esempio da seguire, sia come intellettuale, sia come uomo d'azione, con brevi articoli su di essi o scritte direttamente da essi.

    Naturalmente uno stesso personaggio può essere messo più volte!

    •   Alt 

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  2. #2
    Hrodland
    Ospite

    Predefinito

    Corneliu Zelea Codreanu:

    'La vita legionaria é bella. Ma non é bella per ricchezze, per divertimenti e lusso. E' bella invece per il gran numero di pericoli che essa offre al legionario; bella per il nobile cameratismo che lega tutti i legionari dell'intero paese in una santa fratellanza di lotta; bella -in misura sublime- per l'inflessibile, virile comportamento di fronte alla sofferenza."

    Questo é il messaggio con cui C.Z. Codreanu, nel "Capo di Cuib", esordisce il discorso riguardante la strada che deve percorrere un legionario nella sua vita legionaria.
    Sul "Capo di Cuib" c'è da dire ben poco, é sicuramente uno dei libri fondamentali per l'uomo di milizia, carico di messaggi e indicazioni indispensabili per procedere correttamente lungo il cammino, faticoso e arduo, della Tradizione. Tra queste regole di vita legionaria, che Codreanu ci ha lasciato come patrimonio, noi vogliamo porre l'attenzione su uno dei passi, a nostro avviso più intensi e significativi, quello riguardante appunto le tre prove a cui un, legionario si deve sottoporre per far propria "quella virtù che lo renderà tale".
    La strada che si dovrà compiere passerà quindi per il monte della sofferenza, la selva delle fiere selvagge e la palude dello scoramento. Queste tre verifiche, che poi rappresentano unicamente tre diversi momenti della vita militante di un uomo, sono il mezzo che tutti noi abbiamo per provare il nostro carattere su tre distinti valori su cui si fondò la Guardia di Ferro e con essa tutte le realtà tradizionali passate e presenti. Questi tre valori fondamentali sono: il Sacrificio, la Virilità e la Fedeltà.
    Quando si inizia la militanza ci si trova subito in uno stato di grande entusiasmo e voglia di agire, ma ciò che ci si pone davanti non é sicuramente una tavola imbandita, come ci dice Codreanu, bensì l'inizio di quel monte della sofferenza che farà scemare l'entusiasmo e farà proseguire fino alla cima solo coloro che hanno fatto proprio il valore del Sacrificio, che non é masochismo ma unicamente azione sacra. In questo primo e faticoso esame molto presto ci si trova a fare i conti con la parte "borghese" e malsana che c'é in noi e che infidamente ci suggerisce di mollare e ritornare sui nostri passi.
    E' questo il momento più di ogni altro in cui ci si deve stringere in un solido cameratismo con i propri fratelli e superare, con le "armi" che ci offre la comunità, la parte malsana che risiede dentro di noi.
    Questa non é che la prima battaglia da vincere, in quanto una volta arrivati sulla cima del monte della sofferenza ci si dovrà scontrare con la selva dellefiere selvagge, altri pericoli ed altri ostacoli che rappresentano un secondo momento della vita legionaria di ciascuno di noi. La staticità e le vane comodità di una vita borghese, lasciataci ancora non definitivamente alle spalle, ci fanno apparire ogni piccolo problema o pericolo come un enorme mostro da cui mettersi in salvo facendo sfumare il lavoro fatto su sé stessi. Non bisogna commettere questo errore, ancora una volta occorre annullare quella voce diabolica che ci risuona dentro ed abbandonare i retaggi di una vita mediocre che abbiamo vissuto fino ad allora. Affrontare i pericoli che ci vengono incontro con la lucidità propria del guerriero, che fugge dalla codardia, è l'unica scelta che abbiamo per rimanere sulla strada legionaria che conduce alla virtù.
    Uno di questi pericoli, forse il più temibile, è la perdita improvvisa della fedeltà alla propria comunità ma soprattutto alla via intrapresa. Può succedere di dubitare del buon esito della lotta, paura dovuta molto spesso a tutta una serie di problemi creati dalle forze contrarie alla Tradizione, e perdere ogni punto di riferimento tanto da portare la persona alla rinuncia ritenendo di essersi liberato di ogni problema ma in realtà non accorgendosi di essere caduto solo nel baratro della falsa vita moderna, o affogato nella palude dello scoramento. Solo chi saprà raccogliere in sé le forze e proseguire lungo la strada, senza curarsi dello scoramento e dei pericoli del resto inevitabili, potrà arrivare vittorioso alla fine dei lungo cammino e dirsi legionario, in quanto ha incarnato i valori fondamentali per cui è stato messo alla prova e la ricompensa sarà la virtù stessa raggiunta.
    Codreanu ci ha tramandato, non solo attraverso le parole del "Capo di Cuib", ma soprattutto attraverso il suo esempio e quello della Guardia di Ferro, che l'unione dell'impegno politico all'ascesi spirituale per mezzo dell'Azione, rappresenta un riferimento dal quale ogni seria organizzazione non potrà mai disgiungersi.
    Per concludere, è peraltro necessario ricordare che quanto Codreanu ci ha tramandato rimane inalterato ed inestinguibile.

    da: http://www.azionetradizionale.org/ar...p?articolo=338

  3. #3
    gronk
    Ospite

    Predefinito

    ***
    Luigi RIZZO
    Capitano di Corvetta
    2 Medaglie d'oro al Valor Militare
    Per la grande serenità ed abilità professionale e pel mirabile eroismo dimostrato nella brillante, ardita ed efficace operazione da lui guidata, di attacco e di distruzione di una nave nemica entro la munita rada di Trieste.
    Rada di Trieste, notte 9 - 10 dicembre 1917
    Comandante di una sezione di piccole siluranti in perlustrazione nelle acque di Dalmazia, avvistava una poderosa forza navale nemica composta di due corazzate e numerosi cacciatorpediniere e, senza esitare, noncurante del grande rischi, dirigeva immediatamente con le sezioni all'attacco.
    Attraversava con incredibile audacia e somma perizia militare e marinaresca la linea fortissima delle scorte, e lanciava due siluri contro una delle corazzate nemiche, colpendola ripetutamente in modo da affondarla.
    Liberavasi con grande abilità dal cerchio di cacciatorpediniere che da ogni lato gli sbarravano il cammino e, inseguito e cannoneggiato da uno di essi, con il lancio di una bomba di profondità, lo faceva desistere dall'inseguimento danneggiandolo gravemente.

    Costa Dalmata, notte sul 10 giugno 1918

  4. #4
    Hrodland
    Ospite

    Predefinito Carmelo Borg Pisani

    http://www.nuoviorizzontieuropei.com...org_Pisani.htm

    Tra le belle eredità della mai abbastanza maledetta Prima Repubblica, vi è anche e soprattutto l'abbandono, da parte della maggioranza degli italiani, di tutto ciò che costituisce sentimento ed orgoglio patriottico. Tutto ciò che per gli altri popoli europei è assolutamente normale (onorare la bandiera, i Caduti, venerare le memorie patrie, sentirsi orgogliosi della propria Nazione) diventava retaggio ed appannaggio dei soliti, inguaribili <<fascisti>>. Si creava, inoltre, con perfidi e sottili mezzi, un complesso di colpa derivante dalla <<verità>> che noi italiani, popolo notoriamente razzista e xenofobo, non avevamo fatto altro, nel corso della nostra storia, che tormentare ed opprimere le minoranze etniche, esistenti presso di noi, cui sarebbero dovuti tutti i diritti, magari a scapito della maggioranza nazionale, come accade in Alto Adige.

    Controparte quasi ovvia di questa propaganda era il tacere assolutamente sull'esistenza di minoranze linguistiche italiane all'estero, sul fatto che i confini della Repubblica Italiana non conclude per niente con i confini geografici della penisola italiana, né con i limiti linguistici, ecc. Su tutto questo, silenzio assoluto. Non dimenticherò mai la triste ilarità che mi provocò il commento di un giornalista della Rai quando, a adunata degli Alpini, aperta dai profughi di Zara, Fiume ed Istria, affermò trattarsi d'alpini emigrati, (sic!) in terra jugoslava e tornati per partecipare al raduno; non insisterò, poi, sulle località della Corsica pronunciate, per esempio, Cavallo e Bastia o sul fiume Boja ribattezzato Sosgià…

    E' quindi comprensibile che nessuno ricordi ciò che accomuna, storicamente, linguisticamente ed etnicamente, l'Italia a Malta. Nessuno ricorda che la vicina Repubblica abbia dato alla storia, propria ma anche italiana, un personaggio come Carmelo Borg Pisani, le cui vicende ricordiamo da vicino quelle di Cesare Battisti.

    Sul patriottismo maltese scrisse una bella pagina, Giorgio Del Vecchio una trentina d'anni fa (era il 9 aprile 1965). Egli ricordò Fortunato Mizzi (1844 / 1905), che si oppose coraggiosamente ai primi tentativi britannici di eliminare la lingua italiana; l'opera sua fu ripresa dal figlio Enrico (1885 / 1950), condannato dalla Corte Marziale britannica nel 1917 per aver espresso l'opinione che la miglior soluzione della questione di Malta fosse la sua cessione all'Italia.Dal 1940 al 1945 fu inoltre internato, insieme al fiore dell'intellettualità della sua terra, in un campo di concentramento in Uganda: malta sa, in ogni modo quanto deve a tale personaggio, e gli ha eretto un monumento di fronte alla cattedrale di La Valletta; e che dire di Filippo Sceberras, discendente da una famiglia molto attiva nel Risorgimento e primo presidente dell'Assemblea Nazionale Maltese nel 1919? E del giurista Ugo Mifsud, che morì pronunciando un'appassionata orazione in difesa d'Enrico Mizi?

    Ma la figura più tragica fu, appunto, quella di Carmelo Borg Pisani, che è rievocata in uno splendido libro pubblicato da Giovanni Volpe nel 1981, dovuto alla penna di Laurence Mizzi, ed intitolato <<Per il sogno della sua vita>>. Carmelo era nato a Senglea il 10 agosto 1915. Frequentò l'Istituto Umberto I, centro culturale di prim'ordine ed autentica bandiera d'italianità, e poi le scuole di pittura d'alcuni celebri pittori suoi conterranei. Ma il suo cuore era rivolto sempre verso l'Italia e verso Roma, la Madre di cui, secondo lui, i maltesi vivevano artificialmente staccati.

    Poco prima dello scoppio della guerra, Carmelo si scrisse al Partito Nazionale Fascista e, tre giorni dopo l'inizio delle ostilità, andò ad arruolarsi volontario. A tutta prima fu respinto per la sua vista molto debole ma dopo aver mosso mari e monti grazie all'aiuto di potenti raccomandazionì, riuscì a farsi incorporare nella 112a Legione CC.NN. In precedenza, tramite l'ambasciata americana in Italia, che curava gli interessi britannici in Italia, aveva rinunciato alla cittadinanza inglese. Una volta arruolato, Carmelo fu inviato a combattere sul fronte greco, dove partecipò all'occupazione di Cefalonia. In seguito frequentò la Scuola Ufficiali della Milizia d'Artiglieria Marittima, un corpo adoperato soprattutto per la difesa costiera.

    Fu in quell'ambiente che maturò in Carmelo l'idea di recarsi in missione segreta a Malta, dove i servizi d'informazione italiani in sostanza non esistevano. Non si sa se la scelta di Carmelo sia stata del tutto spontanea, oppure se sia stato quasi influenzato da qualcuno (Umberto Biscottini, cui Carmelo affidò il proprio testamento spirituale ed uno dei massimi esperti di cose maltesi in Italia?). Sta di fatto che nella notte tra il 17 ed il 18 maggio 1942, Carmelo iniziava il proprio viaggio fatale. Un barchino silurante lo fece scendere in un punto, scelto peraltro dallo stesso Carmelo, molto scosceso della costa occidentale di Malta. Oltre alle difficoltà di scalare la parete, si aggiungevano quelle del mare rosso, che gli strappò via tutto: radio, munizioni, viveri, ed armi Il naufrago è raccolto in condizioni pietose da una motovedetta inglese che lo trasferì all'ospedale militare di Mtarfa, dove fu riconosciuto da un ufficiale medico anglomaltese che era stato suo vicino di casa, Carmelo, in ogni modo, non negò nulla e si assume tutte le proprie responsabilità.

    Il processo, affidato solo ai giudici togati e non anche alla giuria popolare, come previsto dal diritto maltese, mutuato da quello britannico, non lasciava alcun dubbio su come sarebbe terminato. Infatti, il 19 novembre 1942 Carmelo è condannato a morte per cospirazione e tradimento come suddito britannico era passato al nemico, di cui aveva indossato l'uniforme. A nulla valse il suo rifiuto del passaporto britannico comunicato all'ambasciata degli Stati Uniti d'America, di cui s'è già detto. Fu impiccato all'alba del 28 novembre 1942, nel carcere di Corradino, presso La Valletta. Nella cella della morte, uno dei suoi pochi commenti, relativi alla di lui triste sorte, fu:

    "Non mi spiace di morire, ma, sono amareggiato per la mancata invasione di Malta da parte dell'Italia".

    La notizia dell'esecuzione arrivò, in Italia, deformata, e a lungo si pensò che Carmelo fosse stato fucilato, segno di come i nostri servizi d'informazione funzionavano bene a Malta…L'errore è ripreso anche dalla motivazione del conferimento della medaglia d'Oro al Valor Militare alla memoria, firmata da Vittoria Emanuele III in data 4 maggio 1943:

    <<Irredento maltese e, come tale, esente da obblighi militari, chiedeva ripetutamente ed otteneva di essere arruolato, nonostante una grave imperfezione fisica. Come Camicia Nera partecipava alla campagna di Grecia, durante la quale contraeva un'infermità perciò sarebbe dovuto essere sottoposto ad un atto operatorio, al quale si sottraeva per non allontanarsi anche solo per pochi giorni dal corpo di battaglia. Conseguita la nomina ad ufficiale della Milizia Artiglieria Marittima, chiedeva insistentemente di essere utilizzato in una rischiosissima impresa di guerra, alla quale si preparava in lunghi mesi d'allenamento e di studio, in perfetta serenità di spirito e in piena consapevolezza della gravità del pericolo. Catturato dal nemico, riaffermava, di fronte alla Corte Marziale britannica di Malta, la sua nazionalità italiana e cadeva sotto il piombo del plotone d'esecuzione al grido di <<Viva l'Italia>>. Fulgido esempio d'eroismo, di fede, d'abnegazione e di virtù militare, che si riallaccia alle più pure tradizioni dell'irredentismo>>.

    D'obbligo il paragone con Battisti che, a differenza di Carmelo, non giace nella fossa comune di un carcere con i resti dei malfattori. Eh si, perché sulla tomba Carmelo non ha neppure il nome, anche se c'è un certo movimento dì opinioni che lo stima degno di quella tomba personale che hanno tutti i cristiani. Qualche anno fa, in piena Prima Repubblica, scrissi al Commissariato Generale Onoranze Caduti in Guerra sottoponendo la questione. Mi si rispose, in arido linguaggio burocratico, che il nostro governo non poteva pigliare iniziative poiché, pur avendo indossato la nostra uniforme, Carmelo Borg Pisani non era cittadino italiano. Lo era per andare a farsi ammazzare, ma non per avere una tomba degna di questo nome.

    Ad ogni amarezza corrisponde una dolcezza: quando, ad un congresso medico in una lontana terra dell'Europa settentrionale conobbi un illustre collega maltese il cui nome in questa sede è inutile scrivere, mi professai con lui ammiratore di Carmelo; il collega allora, mi abbracciò come un fratello e parlammo a lungo, trovando una perfetta intesa di sentimenti; la comune ammirazione per il Martire di Malta ci univa e forse, in un prossimo futuro, servirà a rinsaldare sempre più l'amicizia tra due nazioni tanto vicine ma, nei tremendi anni del conflitto, così lontane…

    UN EROE DIMENTICATO

    Al "momento della guerra avrei potuto tornare a Malta se lo avessi voluto, ma rimasi perché sentii la voce della Patria e credevo mio dovere rimanere là, dove la Patria vera raccoglieva tutti i suoi figli, per liberare anche i miei fratelli".
    Sono parole di una lettera che Carmelo Borg Pisani scrisse ad un amico poche ore prima di partire volontariamente per Malta, dove avrebbe raccolto informazioni utili al nostro Stato Maggiore.

    Ma chi era Carmelo Borg Pisani?

    Era un giovane pittore nato a Malta, nel quartiere Senglea, il 10 agosto 1915 da genitori di sentimenti italiani. Quando fu il momento dell'educazione scolastica, i genitori lo scrissero all'Istituto italiano Umberto I successivamente Carmelo frequentò nella sua Isola l'Accademia di belle arti. Terminati i corsi, presentò domanda al Consolato d'Italia per ottenere una borsa di studio che gli consentisse di trasferirsi a Roma e frequentare i corsi superiori della regia Accademia delle belle arti. Il giovane pittore aveva manifestato una sicura maturità espressiva in "personali"che la critica aveva considerato favorevolmente. Accolta la domanda, Carmelo raggiunse Roma. Realizzava il suo sogno: Roma era la capitale della Patria che sentiva sua, la città della gran tradizione culturale e storica alla quale egli era particolarmente sensibile.

    Ma il 10 giugno del 1940 l'Italia entrava in guerra.

    Il giovane artista decide di non raggiungere Malta, colonia inglese. Gli sarebbe stato facile, bastava una domanda. Una domanda, invece, Carmelo la rivolge al governo italiano, chiedendo di essere arruolato in un reparto combattente. Fu assegnato al 60o battaglione camice nere schierato sul fronte greco. Nell'aprile del 1942 il Comando supremo mandò un dispaccio agli Stati maggiori perché fosse allo stadio un dispositivo atto a addestrare volontari da sbarcare a Malta in qualità d'informatori. "Operazione IIO e III" fu chiamato il complesso di severissime esercitazioni alle quali erano sottoposti i volontari prescelti, responsabile il capitano di fregata Max Ponzo dei servizi segreti della Marina. Borg Pisani, che aveva chiesto di partecipare all'addestramento, dopo un lungo tirocinio, con l'acquisizione di dati tecnici per trasmettere e ricevere messaggi radiotelegrafici, la sera del 17 maggio del 1942 prese imbarco su un potente motoscafo, il n. 2I4, comandato dal sottotenente di vascello Ongarillo Ungarelli.

    Ungarelli, dopo l'otto settembre uno degli uomini più vicini a Valerio Borghese, comandante della gloriosa Decima flottiglia Mas, ricorda con intatta emozione l'impresa notturna del Mas che avrebbe portato sottocosta, a Malta, munitissima base navale del nemico, Carmelo Borg Pisani. Ricorda di quel giovane volontario la determinazione serena, il silenzio di chi si prepara ad un'azione che corona una vita d'ideali.

    Il punto di sbarco era a I50 metri da Ras Idwara.

    Un battellino pneumatico è messo in mare Carmelo vi sale, ha con sé il materiale necessario all'impresa. Ma in quella zona la costa è rocciosa e il mare per un gioco di correnti, agitato. Il battellino, spinto dal vento contro gli scogli, naufraga e affonda. Carmelo si salva a nuoto e a fatica si aggrappa a una sporgenza. All'alba il naufrago è visto da marinai di un natante della difesa costiera. Raggiungerlo via mare è impossibile per l'impraticabilità dell'approdo.


    Lo sarà via terra, da una pattuglia inglese.

    Il naufrago è stremato, a bisogno di cure immediate?E'ricoverato all'ospedale militare di Mtarfa. I medici lo visitano. Un medico, il capitano inglese Tom Warrington, lo riconosce. E stato suo compagno di giochi nell'adolescenza e nella prima giovinezza trascorsa a Senglea. Lo denuncia.

    L'"Intelligence" inglese lo prende in consegna.

    Ormai Carmelo Borg Pisani è un traditore. Il giorno dopo il suo naufragio sono recuperati gli strumenti che egli portava con sé, sparsi sulla spiaggia rocciosa. Non è giudicato subito. Dimesso dall'ospedale, è condotto in una casa privata agli arresti domiciliari. Che durano quattro mesi. Nessuno può vederlo, ovviamente, avvicinarlo, parlargli.

    La vigilanza è strettissima.

    Perché gli arresti in una casa privata? Volevano, fingendo blandi provvedimenti restrittivi, convincerlo sull'opportunità, per lui, di "collaborare", di fornire dati e particolari su i sistemi di sabotaggio nei quali era stato addestrato? Il mutismo di Carmelo è assoluto. Il 7 agosto del 1942 il prigioniero fu trasferito al carcere di Kordin, e il I2 novembre ebbe inizio il processo. Con la sottile perfida che caratterizzava il colonialismo inglese, Carmelo Borg Pisani non sarà giudicato da un tribunale militare, ma da magistrati maltesi, come cittadino di Malta, è l'imputato. La condanna a morte per tradimento fu pronunciata il I9 novembre del 1942. Il governatore di Malta, lord Gort, ordina che l'esecuzione accada alle prime luci del giorno, il 28 novembre.


    Carmelo era credente e praticante.

    Nei pochi giorni che gli rimanevano da vivere chiese di incontrarsi con i monaci dell'Arciconfraternita del Santo Rosario, preposti, fin dal sedicesimo secolo, a conforto dei condannati a morte. Prima dell'alba, il giorno dell'esecuzione, i monaci celebrano la messa, presente il condannato. Dopo il rito, Carmelo Borg Pisani si avviò con calma, sereno, al luogo dell'esecuzione il cortile interno del carcere di Kordin. Salì sul patibolo e alle sette e trenta la sentenza per impiccagione fu eseguita. Ne diede annuncio, con un breve comunicato, l'agenzia di stampa Reuter.

    La notizia fu captata dalle nostre riceventi.

    La Marina propose la Medaglia d'Oro al valor militare, immediatamente concessa dal re. Il sacrificio di Carmelo Borg Pisani è da scrivere alla storia degli irredenti, che, vivendo in terra italiana in mano allo straniero, coltivavano un ardente amor di Patria, pronti a offrire la vita per il compimento dei loro sogni. Cesare Battisti, Nazario Sauro, Enrico Tazzoli, Damiano Chiesa, Guglielmo Oberdan, e altre figure luminose del martirologio che accompagna la storia dell'Unità d'Italia, sono un patrimonio altissimo di dignità, di Fiorenza, di altruismo, senza dei quali un popolo, una comunità nazionale, rappresentano solo occasioni fortuite, un progredire tra anonimi alla ricerca dei ruoli effimeri.

    Con l'arrivo dei "liberatori", il 25 aprile del 1945, quel nome glorioso, il nome di un ragazzo che vuole servire la sua Patria ideale fino all'estrema offerta di sé, scomparve, cancellato dalla "cupidigia"di "servilismo", la tendenza dei conformisti a compiacere il nuovo padrone, come la chiamò Vittorio Emanuele Orlando, antifascista, esule ma patriota e legato al concetto dell'onore. Nell'opera di riesame storico che, lentamente, ma necessariamente l'Italia sta compiendo, rimossa la tentazione nefasta del nichilismo, il disincanto di un populismo evanescente e retorico, la pressione del marxismo, apparato intimidatorio e discriminante, i valori autentici torneranno a rischiarare la coscienza dei giovani. Si rileggerà finalmente la storia di Carmelo Borg Pisani, e di altri eroi dimenticati, non tanto per una lezione di eroismo guerriero, quanto per individuare nel sacrificio disinteressato di un uomo il senso che può e deve avere la vita.

    IL "GIALLO" DEL MONUMENTO SCOMPARSO

    La vicenda di Carmelo Borg Pisani registra due fatti nuovi entrambi importanti, anche se visti da due diversi angolature. Dopo oltre 50 anni dalla data del suo sacrificio, il 28 novembre 1942, il caso di Carmelo Borg Pisani è rimbalzato sul Parlamento Maltese. Sembrerebbe, infatti, che siano stati avviati contatti - se non vere e proprie trattative - tra il governo italiano e quello maltese per la consegna all'Italia dei miseri resti del Martire, che fu decorato di Medaglia d'Oro alla memoria. Era ora! Sono trascorsi parecchi anni da quando il 25 novembre 1979 il "Secolo d'Italia"per primo sollecitò il governo a interessare quello maltese affinché consegnasse all'Italia le spoglie del Martire. Seguirono le interrogazioni in Parlamento del Comandante Falco Accame (6 novembre 1980) e del missino Del Donno (maggio 1984) e articoli sui quotidiani il "Tempo", "Giornale d'Italia", e, ripetutamente sul "Secolo d'Italia".

    Ma tutti questi interventi riuscirono vani.

    Il governo non diede corso alle reiterate richieste. Si ricorderà che le spoglie di Carmelo Borg Pisani sono sepolte in una tomba, senza nome, all'interno del carcere maltese di Corradino, nel settore riservato ai "giustiziati". Alcuni anni fa una rappresentazione del Fronte della Gioventù si recò a Malta per rendere omaggio al Martire e posare sulla tomba una lapide con la seguente dedica: "A Carmelo Borg Pisani, italiani non immemori, nel 50O della morte 1942-1992".

    IL RIFIUTO DELLE AUTORITA'

    Le autorità maltese non permisero la sistemazione della lapide perciò i giovani la consegnarono al signor Laurence Mizzi, autore della biografia di Carmelo "Per il sogno della sua vita"con l'incarico di avviare le pratiche per ottenere l'autorizzazione a sistemare la lapide sulla tomba. L'appassionato interessamento del Mizzi - che tanto si adopera perché il sacrificio del Patriota sia considerato sotto l'ottica di liberazione dal gioco coloniale britannico, e non sotto quella del tradimento, non sortì alcun esito. Nel frattempo una interrogazione al Parlamento maltese di un paio di mesi or sono, ha riportato la questione alla ribalta; il ministro degli Esteri, professor Guido De Marco, alle richieste del deputato interrogante, pur non negando l'esistenza di detti contatti con il governo italiano, rispose che non era prudente aggiungere altro sull'argomento. A quale punto si trovano queste trattative - sempre che di trattative si tratti - non è dato conoscere. Può darsi che la situazione al quanto confusa e l'impegno dell'Italia nelle missioni in Mozambico, in Somalia, nel Mar Rosso e lungo il Danubio, abbiamo portato ad uno stallo nei contatti tra i due governi. Il fatto stesso, però, che se ne sia parlato è già di per sé un segnale positivo ed è da augurarsi che il governo che uscirà dalle elezioni del 27 marzo, porti a conclusione le trattative. Intanto la Marina Militare - che ha onorato recentemente la memoria di Carmelo Borg Pisani con un bell'articolo, molto documentato a firma di Gino Galoppini - ha fatto collocare nel giardino del Museo Tecnico Navale di La Spezia, un cippo recentemente ritrovato alla memoria della Medaglia d'Oro Carmelo Borg Pisani. Questo cippo ha una storia che merita di essere portata a conoscenza di tutti gli italiani. Cittadino del comune di Amaglia (SP) segnalò alla Marina che sulla scogliera di Punta Bianca, tra rovi ed erbacce, si trova un cippo dedicato a Carmelo Borg Pisani. Il cippo fu recuperato e dalle indagini esperte della Marina risultò che il monolite era stato sistemato, originariamente, nell'interno della Batteria Costiera della Milmart - corpo al quale apparteneva con il grado di sottotenente il Martire - situato a Monte Marcello, proprio a picco di Punta Bianca. Attualmente esistono solo i ruderi di detta Batteria e la base su cui era montato il monumento; il cippo, privato della parte superiore che doveva consistere di un busto o di una testa di marmo, era stato rimosso da ignoti, probabilmente dopo il 25 luglio - Carmelo aveva il gran torto di militare in una specialità della Milizia che però dipendeva dallo Stato Maggiore della Marina - e fatto precipitare nella sottostante scogliera. Il cippo ha le dimensioni di metri I.23 x 0,49 x 0.37 e reca incisa la scritta:
    "Medaglia d'Oro Carmelo Borg Pisani, Milizia Art.Marittima Martire dell'Italianità di Malta - 1942".
    Nella parte superiore del monolite esiste un incavo che doveva costituire l'alloggio della scultura, busto o testa di marmo che fosse, allora esistente, ma mai ritrovata; alcune lettere dell'incisione risultano abrase.

    UN RICORDO DIGNITOSO

    Ora, a cura della Direzione del Museo Tecnico Navale di La Spezia, diretto dall'Ammiraglio Isp. Capo (G.N.) Filippo Casomai, al quale va la riconoscenza degli amici e dei camerati di Carmelo Borg Pisani, il cippo ha trovato una decorosa sistemazione nel giardino del Museo. Il monolite, nella sua semplicità, ammonisce agli immemori che chi ha sacrificato la propria esistenza per l'amor di Patria, merita di essere ricordato, rispettato, e onorato, a scorno di coloro che ritenevano di cancellarne la memoria facendo precipitare, per spregio, il monumento che ne ricordava il sacrificio.
    Carmelo Borg Pisani è ora ricordato dignitosamente e la sua impresa è registrata nella Storia d'Italia e il suo nome nel glorioso Albo degli eroi; mentre i vandali del 25 luglio; ignoti erano e, per carità di Patria, ignoti resteranno.

    Il Libeccio



    Anche negli Stati Uniti (http://www.nationalvanguard.org/story.php?id=1322) ed a Malta (basti vedere i risultati col suo nome in un forum maltese, http://www.vivamalta.org/forum/searc...earchid=228737) viene ancora onorata la sua memoria!

  5. #5
    gronk
    Ospite

    Predefinito

    Sito della BBC e in calce massaggi inviati da frequentatori del sito:

    ****
    October 12, 2004

    I'll show you how an Italian dies

    Fabrizio Quattrocchi dies a hero.
    BBC:
    Italian hostage 'defied killers'
    The Italian hostage killed by kidnappers in Iraq was a defiant "hero" in his final moments, Italian Foreign Minister Franco Frattini says.
    The dead man was identified as Fabrizio Quattrocchi, 36, a security guard.

    As the gunman's pistol was pointing at him the hostage "tried to take off his hood and shouted: 'now I'll show you how an Italian dies,'" he said.

    NRO:
    April 26, 2004, 81 a.m.
    Moments of Truth
    Fabrizio Quattrocchi lived fully — to his last moment.

    By James S. Robbins
    Thucydides wrote about war in order to study man's character. Conflict brings out both the very best in human nature, and the very worst. The two often emerge simultaneously.
    Witness Fabrizio Quattrocchi, 36, a baker from Italy who went to Iraq to work as a security guard for a contracting firm. He and three other Italians were taken hostage by al-Katibat al-Khadra, the Green Battalion, who demanded that Italy release some of the Muslim extremists they are holding, and that Italian Prime Minister Silvio Berlusconi apologize for statements he made that allegedly insulted Islam. They showed the hostages on video, and threatened to kill them if their demands were not met. To demonstrate they were serious, they took Quattrocchi to a field, and had him dig a large hole. They then put a hood over his head and forced him to kneel by the grave, preparing to murder him. But Fabrizio did not cooperate. He stood and tried to pull off the hood, shouting, "Now I'll show you how an Italian dies!" The terrorists shot him in the back of the neck. Al Jazeera, which obtained the videotape of the killing, chose not to air it, saying it was "too gruesome." Italian Foreign Minister Franco Frattini said, Fabrizio "died a hero."




    Posted by Tom Maguire on October 12, 2004 | Permalink

    Comments

    Great memorial to Mr. Quattrocchi you've started here. See also Mark Steyn's most recent column, "The Quality of Mersey." The UK Telegraph spiked it, but in the piece Steyn gives Mr. Quattrocchi a well-deserved shout-out. May he rest in peace!

    Posted by: Patrick O'Hannigan | October 12, 2004 at 10:10 PM

    A defiant act by an incredibly brave man. Interesting that Al Jazeera dodged showing it because it was "too gruesome" (as opposed to the non-gruesome videos of Zarqawi cutting off the heads of other hostages?!?). What is more curious to me is that I have heard nothing of this (though it happened some time ago) in the mainstream US press- and I follow Iraq news closely. Sorry to sound so suspicious, but could it be downplayed because it doesn't fit the "helpless hostages caught in a Bush- created quagmire" storyline they are (mostly) peddling? One wonders.

    Posted by: John Somers | October 13, 2004 at 057 AM

    I too didn't hear about it in the mainstream media.

    Posted by: James | October 23, 2004 at 11:40 PM

    Mr. Quattrocchi died with dignity and strength,
    qualities unknown to his fanatical captors and murderers. If his last moments had been spent begging
    for mercy and decrying his country's involvement in
    Iraq, would they not have been broadcast worldwide???
    Mr. Quattrocchi, courageous. May God grant him rest.
    Andy Ross

    Posted by: Andy Ross | October 31, 2004 at 091 AM

    May God rest his soul.
    American Media has not broadcasted this? Why not? This is a person whom all should follow!

    Posted by: salvatore frawley | January 03, 2005 at 10:29 AM

    Fabrizio didn't write for the Communist Press, and his hero's death can't be used to undermine freedom and liberty, therefore his grizzly murder can be ignored by "Progressives" as meaningless.
    May the brave and honorable Fabrizio rest in peace, and may the blood thirsty vermin who killed him, and their fellow travelers, rot in hell.

    Posted by: Black Jack | March 07, 2005 at 01:15 PM

    Yep, two kinds of people: honorable Fabrizio Quattrocchi and $10 million ransom payment to the terrorists for a communist.
    She is a perfect spokesperson for the democratic party. Hate Bush and support the terrorists who are murdering their own people. Her solidarity must also rest with Pol Pot, Stalin, Mao and the vietcong.

    Posted by: JoeS | March 07, 2005 at 058 PM

    And now it seems the Londoners are showing how the British die. Stalwart people those cousins of ours in England and Italy.
    ==============================

    Posted by: kim | July 08, 2005 at 099 PM

    I have a new respect for the beautiful Italian. Fabrizio Quattrocchi has real balls. I will tell my children about him.

    Posted by: Todd Galle | February 13, 2006 at 07:04 PM

    If there were more heroes like Fabrizio Quattrocchi among the Iraqi people the coalition troops could be coming home much sooner. I am reminded of the wonderful stories of bravery from WW II. I hope his family and grieving fiance can feel some of the gratitude many of us have for his courage during this dark and frightening time in our history.

    Posted by: Nancy Helm Weeks | March 13, 2006 at 09:43 PM

  6. #6
    Hrodland
    Ospite

    Predefinito

    http://biografie.leonardo.it/biograf...lielmo+Marconi

    Premio Nobel per la fisica nel 1909, Guglielmo Marconi nasce il 25 aprile 1874. Trascorre l'infanzia a Pontecchio, Villa Griffone, cittadina vicino a Bologna, dove sviluppa le prime curiosità scientifiche e matura la sua grande scoperta, l'invenzione della radio. E' proprio qui infatti che lo scienziato lancia da una finestra, tramite l'invenzione di un'antenna trasmittente, il primo segnale di telegrafia senza fili, nell'anno 1895, attraverso quella che diverrà poi "la collina della radio".

    Marconi dedicherà tutta la sua vita allo sviluppo e perfezionamento delle radiocomunicazioni. Studia privatamente; ha vent'anni quando muore il fisico tedesco Heinrich Rudolf Hertz: dalla lettura delle sue esperienze Marconi prenderà ispirazione per quei lavori sulle onde elettromagnetiche che l'occuperanno per tutta la vita.

    Forte delle sue scoperte e galvanizzato dalla prospettive (anche commerciali) che potevano aprirsi, nel 1897 fonda in Inghilterra la "Marconi's wireless Telegraph Companie", non prima di aver depositato, a soli ventidue anni, il suo primo brevetto. I benefici della sua invenzione si fanno subito apprezzare da tutti; vi è un caso in particolare che lo dimostra in modo clamoroso: il primo salvataggio, a mezzo appello radio, che avvenne in quegli anni di una nave perduta sulla Manica.

    Nel 1901 vengono trasmessi i primi segnali telegrafici senza fili tra Poldhu (Cornovaglia) e l'isola di Terranova (America settentrionale). La stazione trasmittente della potenza di 25 kW posta a Poldhu Cove in Cornovaglia, come antenna dispone di un insieme di fili sospesi a ventaglio fra due alberi a 45 metri d'altezza, mentre la stazione ricevente, posta a St. Johns di Terranova, è composta solo da un aquilone che porta un'antenna di 120 metri.

    Il 12 dicembre 1901 per mezzo di una cuffia e di un coherer vengono ricevuti i primi SOS attraverso l'Atlantico. Così Marconi, non ancora trentenne, è carico di gloria e il suo nome già famoso. Queste sono state le prime trasmissioni transatlantiche.

    Nel 1902, onorato e celebrato in ogni dove, Marconi compie alcune esperienze sulla Regia nave Carlo Alberto, provando inoltre la possibilità dei radiocollegamenti tra le navi e con la terra.
    Pochi anni dopo, i 706 superstiti del noto disastro del Titanic devono la salvezza alla radio e anche per questo l'Inghilterra insignisce Marconi del titolo di Sir, mentre l'Italia lo fa Senatore (1914) e Marchese (1929).

    Nel 1914, sempre più ossessionato dal desiderio di allargare le potenzialità degli strumenti partoriti dal suo genio, perfeziona i primi apparecchi radiotelefonici. Inizia poi lo studio dei sistemi a fascio a onde corte, che gli permettono ulteriori passi in avanti oltre alla possibilità di proseguire quegli esperimenti che non si stancava mai di compiere. In questo periodo si interessa anche al problema dei radio-echi.

    Nel 1930 viene nominato presidente della Real Accademia d'Italia. Nello stesso anno inizia a studiare le microonde, preludio all'invenzione del radar.

    Guglielmo Marconi muore a Roma all'età di 63 anni, il 20 luglio 1937, dopo essere stato nominato dottore honoris causa dalle università di Bologna, di Oxford, di Cambridge, e di altre università italiane, senza dimenticare che all'Università di Roma è stato professore di radiocomunicazioni.



    Per completare i dati biografici su Guglielmo Marconi, si può vedere http://it.wikipedia.org/wiki/Guglielmo_Marconi, ma soprattutto interesserà sapere che non solo è fascista della prima ora, ma soprattutto che, quando noi usiamo il termine "fascio" nel campo delle radiocomunicazioni, questo è perchè Guglielmo usò questo termine, in onore a Mussolini ed al fascismo!

  7. #7
    Hrodland
    Ospite

    Predefinito

    http://it.wikipedia.org/wiki/Julius_Evola

    Julius Evola (Roma, 19 maggio 1898 - 11 giugno 1974), pseudonimo di Giulio Cesare Andrea Evola, fu un pensatore italiano del XX secolo.

    Le sue posizioni, vicine al fascismo e il nazismo, ne espressero una critica nella chiave del tradizionalismo. Mussolini, che ne apprezzò il lavoro, gli preferì in seguito Giovanni Gentile come teorico del fascismo. Le sue critiche, da posizioni ancora più radicali, gli valsero in Italia la sospensione di alcune sue pubblicazioni e in Germania il sospetto delle gerarchie naziste. La complessità del suo pensiero gli procurò, anche dopo la fine della guerra, un grande seguito negli ambienti conservatori italiani ed europei, dai nostalgici del nazifascismo fino a esponenti della destra più moderna.
    Indice
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    * 1 Vita e opere
    o 1.1 Formazione
    o 1.2 L'artista
    o 1.3 Gli anni della Guerra
    o 1.4 Il filosofo
    o 1.5 Il dopoguerra
    * 2 Sintesi del pensiero di Evola
    * 3 Bibliografia
    * 4 Collegamenti esterni

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    Vita e opere
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    Formazione

    Evola nacque da una famiglia siciliana di nobili origini. Le poche notizie sui suoi anni di formazione si possono ricavare dalla sua autobiografia (Il Cammino del cinabro):
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    «Nella prima adolescenza si sviluppò in me un interesse naturale e vivo per le esperienze del pensiero e dell'arte. Da giovinetto, subito dopo il periodo di romanzi d'avventure, mi ero messo in mente di compilare, insieme ad un amico una storia della filosofia, a base di sunti. D'altra parte, se mi ero già sentito attratto da scrittori come Wilde e D'Annunzio, presto il mio interesse si estese, da essi, a tutta la letteratura e l'arte più recenti. Passavo intere giornate in biblioteca, in un regime serrato e libero di letture. In particolare, per me ebbe importanza l'incontro con pensatori come Nietzsche, Michelstaedter e Weininger.»

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    L'artista

    Si espresse inizialmente nell'arte della pittura, aderendo alle tendenze artistiche più moderne. Entrò in contatto epistolare con Tristan Tzara e divenne uno dei principali esponenti del Dadaismo in Italia. Nell'ambito della poesia entrò in contatto con Gottfried Benn e Filippo Tommaso Marinetti quindi s'interessò al Futurismo.

    Malgrado i suoi contatti con l'ambiente futurista romano, F.T.Marinetti, dopo aver letto uno scritto del giovane Evola pare abbia detto: Le tue idee sono lontane dalle mie più di quelle di un esquimese. Marinetti non era tanto lontano dal vero.
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    Gli anni della Guerra

    Nel 1917 partecipò alla Prima guerra mondiale come ufficiale di artiglieria, pur essendo affascinato dai grandi imperi come quello austro-ungarico contro cui combatteva.

    Rientrato a Roma dopo il conflitto attraversò una profonda crisi esistenziale e lui stesso riporta (sempre in Il cammino di cinabro) di essersi deciso a 23 anni al suicidio:
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    «Questa soluzione fu evitata grazie a qualcosa di simile ad una illuminazione, che io ebbi nel leggere un testo del buddhismo delle origini. Fu per me una luce improvvisa: in quel momento deve essersi prodotto in me un mutamento, e il sorgere di una fermezza capace di resistere a qualsiasi crisi.»

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    Il filosofo

    Questo suicidio mancato fu per Evola il momento di passaggio più significativo: morte all'arte e alla poesia, che infatti abbandonò nel 1921 e nel 1922, e nascita alla filosofia.

    Terminò nel 1924 la Teoria e Fenomenologia dell'individuo assoluto, che aveva iniziato a scrivere già in trincea e che venne pubblicata in due volumi nel 1927 e nel 1930. In questo testo Evola si interessa delle dottrine riguardanti il sovrarazionale, il sacro e la Gnosi, con l'obiettivo di tentare il superamento della dualità io/non-io.

    Il suo interesse verso le tradizioni orientali si manifestò in L'uomo come potenza, pubblicato nel 1926, dove compariva una concezione dell'io ispirata dal Tantrismo: l'io si identifica con il mondo percepito e viceversa; l'attaccamento al mondo sensibile costituisce il "velo di Maya", che si deve sollevare per fondersi nell'"Unità".

    In quest'epoca Evola frequentava i circoli esoterici e spiritualisti romani e partecipava alla vita della Roma notturna, intrattenendo un tempestoso rapporto sentimentale con Sibilla Aleramo (narrato nel romanzo della scrittrice Amo dunque sono del 1927).

    Iniziò inoltre a interessarsi di politica: nel 1924 partecipò alla redazione di Lo Stato democratico, un testo contemporaneamente antifascista e antidemocratico, e tra il 1924 e il 1926 collaborò a riviste come Ultra, Bilychnis. Ignis, Atanor. Tra il 1927 e il 1929 fu il coordinatore del "Gruppo di UR" , che si occupava di recerche sulle tradizioni extra-europee: un'antologia dei fascicoli editi venne più tardi pubblicata in tre volumi nel 1955-1956, con il titolo Introduzione alla Magia quale Scienza dell'Io.

    Nel 1928 pubblicò un libro che gli procurò grande fama, Imperialismo pagano, nel quale attaccava violentemente il Cristianesimo e si rivolgeva verso il Fascismo, al quale lo accomunava la volontà di ritrovare l'antica grandezza della civiltà romana, ma che tacciava di eccessiva democraticità.
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    «non ci s'illuda: il fascismo non fa che proclamare tali valori (valori di gerarchia) ma di fatto mantiene una quantità di elementi democratici e borghesi da far paura. Che cosa sia la guerra, la guerra voluta in sé come un valore superiore sia al vincere che al perdere come quella via eroica e sacra di realizzazione spirituale che nella Bhagavadgita si trova esaltata dal dio Krshna, che cosa sia una tale guerra non lo sanno più questi formidabili "attivisti" di Europa che non conoscono guerrieri ma soltanto soldati e che una guerriciola è bastata per terrorizzare e per far tornare alla retorica dell'umanitarismo e del patetismo quando non ancora peggio a quella del nazionalismo fanfarone e del dannunzianismo. La misura della libertà è la potenza: non dovrà essere più l'idea a dar valore e potere all'individuo ma l'individuo a dar valore, potere, giustificazione a un'idea. Volere la libertà è tutt'uno che volere l'impero»


    Influenzato dalla lettura delle opere di René Guénon, abbandonò in seguito le tesi estremiste dell'Imperialismo pagano a favore del concetto della "Tradizione" e fondò la rivista La Torre, destinata a difendere princìpi sovrapolitici e dunque poco accetta al regime fascista: Evola fu costretto a farsi proteggere da una guardia del corpo e la rivista fu bandìta dopo otto numeri pubblicati. In questo periodo furono pubblicati diversi saggi sul simbolismo tradizionale (La Tradizione ermetica, 1931; Maschera e volto dello spiritualismo contemporaneo, 1932; Il mistero del Graal, 1937). Nel 1943 fu pubblicato La dottrina del risveglio, uno studio sull'ascesi buddhista.

    Nel 1934 apparve la sua opera fondamentale, Rivolta contro il mondo moderno, nella quale tracciò un affresco della storia letta secondo lo schema ciclico tradizionale delle quattro età (oro, argento, bronzo, ferro, nella tradizione occidentale; satva, treta, dvapara, kali yuga, in quella indù) e in cui descrisse la decadenza del mondo moderno.

    Nelle sue opere Evola pose spesso l'accento sull'unità delle antiche civiltà tedesche e italiane e fece frequenti viaggi in Germania. Per amore verso il mondo germanico cambiò nome da Giulio a Julius. Nel 1938 prese contatto con il nazionalista rumeno Corneliu Codreanu, fondatore della Guardia di Ferro, per il quale ebbe nei suoi scritti parole di ammirazione.

    Nel 1937 pubblicò Il Mito del Sangue (che ebbe una seconda edizione nel 1942) dove ricostruiva le concezioni sulla razza nelle civiltà antiche e nelle teorie del XVIII secolo, contrapponendole alla versione moderna e biologica del nazismo. Seguì nel 1941 la Sintesi di dottrina della razza.

    In questi testi espresse le sue concezioni antisemite, non basate su una concezione di razzismo biologico (gli Ebrei non potevano infatti essere considerati secondo Evola una razza, per le mescolanze subite nel corso della storia), ma che opponevano ugualmente a livello tradizionale "Giudei" e "Ariani" (da "Arya", gli antichi Indiani) nel nome di una differenza di "razza spirituale" e propugnavano l'affermazione della razza ariana. Dichiarò che non aveva importanza l'attendibilità storica dei Protocolli dei savi di Sion, il falso opuscolo creato dalla propaganda zarista e largamente diffuso da quella nazista per provare il "complotto giudaico", visto che comunque raccontava una veridicità secondo lui attendibile sugli effetti ebraici di controllo della società (banche, stampa, mercato, politica) attraverso la dissoluzione culturale dall'interno. L'ebraismo è per Evola una colpa senza redenzione: «nemmeno il battesimo e la crocefissione cambia la natura ebraica».

    Evola non aderì al Partito fascista, e questa mancata adesione gli impedì nel 1940 di arruolarsi come volontario contro l'Unione Sovietica nel corso della Seconda guerra mondiale. Nel 1942 fu pubblicato il suo testo Per un allineamento politico-culturale dell'Italia e della Germania nel quale esprimeva ammirazione per il nazismo tedesco, considerandolo superiore al fascismo, in ragione del coraggio nel risvegliare l'antico spirito ariano e germanico. Critica tuttavia l'incompletezza nell'attuazione di questo programma, non abbastanza radicale e aderente ai principi della "Tradizione": per esempio una difesa della razza improntata giuridicamente ad una sorta di "igiene razziale" e il potere del Führer derivato dal popolo e non un potere regale di origine divina come nell'ideale società ario-germanica delle origini.

    Si potrebbe definire Evola come un teorico di un tradizionalismo "puro", ideale e più radicale, che avesse la forza di attuare i propri principi e di far trionfare la cultura romana e pagana delle origini a cui dichiarava di ispirarsi. Nutrito di concetti buddhisti, Evola condivise con Martin Heidegger e Carl Schmitt lo stesso progetto di un risveglio della Germania e di rinascimento della "germanicità". Tra l'Unione Sovietica comunista e gli Stati Uniti capitalistici il nazionalsocialismo tedesco gli era sembrato proporre una terza via, preferibile dal suo punto di vista: quella di un impero europeo e pagano sotto la guida egemonica della Germania di Hitler.

    Evola aderì più tardi alla Repubblica Sociale e intraprese tentativi di influenza sulle SS e sui nazisti tedeschi, compreso lo stesso Heinrich Himmler. Si scoprì poi, nel dopoguerra, dagli archivi delle SS e della Ahnenherbe, che Evola fu, in Germania ed in Italia, sempre sotto stretta sorveglianza, i suoi libri venivano letti ed analizzati minuziosamente, ed un qualsiasi particolare sgradito era sufficiente ad avversare la pubblicazione o la diffusione dell'opera. Le SS gli permisero di intrattenere ruoli culturali solo nei casi in cui ritennero che questo potesse giovare alla propria causa: il sospetto per il tradizionalismo di Evola derivava dal paragone con movimenti tradizionalisti tedeschi come la Konservative Revolution, la quale fu stroncata dai nazisti come "troppo spiritualista" e troppo poco "attiva", come sentenziò lo stesso Goebbels nei suoi diari. Nel 1945 Evola si trovava a Vienna, sicuro di essere protetto dagli dei, si avventurò in una passeggiata durante i bombardamenti che colpirono la capitale austriaca. Venne sbalzato da uno spostamento d'aria: una lesione al midollo spinale gli provocò una paralisi permanente agli arti inferiori. Solo nel 1948, grazie alla Croce Rossa Internazionale, fu trasferito a Bologna e nel 1951 poté rientrare nella sua casa di Roma.
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    Il dopoguerra

    Già nel 1950 aveva pubblicato un opuscolo (Orientamenti) nel quale erano sintetizzate in undici punti le sue idee, poi sviluppate nei libri successivi. Nel 1953 pubblicò Gli uomini e le rovine, che eserciterà grande influenza negli ambienti della destra italiana, nel quale spiegava la decadenza del mondo moderno, in seguito alla distruzione del principio di autorità e di ogni possibilità di trascendenza per l'affermarsi del razionalismo, in contrasto con le antiche civiltà e i valori della Tradizione. Nel 1958 uscì la Metafisica del Sesso sulla forza magica e potentissima del sesso, attraverso lo studio dei simboli esteso a numerose tradizioni. Nel 1961 pubblicò ancora Cavalcare la Tigre, in cui proseguiva la sua critica del mondo moderno, offrendo una guida per coloro che pur non sentendo di appartenere interiormente a questo mondo, avessero intenzione di non cedervi psicologicamente né esistenzialmente.

    Negli ultimi anni visse con una pensione di invalido di guerra, facendo traduzioni e scrivendo articoli. Uno scompenso cardiaco si manifestò nel 1968 e si ripeté nel 1970.

    Morì nella sua casa romana nel 1974. Nel suo testamento aveva stabilito che il corpo venisse cremato, che non vi fossero cerimonie cattoliche né annunci. Le sue ceneri vennero consegnate alla guida alpina Eugenio David suo compagno di scalate in giovinezza e gettate in un crepaccio del Monte Rosa come stabilito prima della sua morte.
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    Sintesi del pensiero di Evola

    Evola fu propugnatore del tradizionalismo, ossia di un modello ideale e sovratemporale di società, attuato storicamente in alcune delle antiche civiltà, caratterizzato in senso aristocratico. Queste antiche società erano suddivise gerarchicamente sulla base della qualità naturale degli individui, di carattere ereditario e genetico dunque, invece che su criteri economici e materiali. In queste società antiche era fondamentale inoltre il senso del sacro, tradotto in simboli e riti ossia la Regalità Divina, la Iniziazione, l' Azione eroica o la Contemplazione, il Rito e la Fedeltà, la Legge tradizionale, la Casta, l'Impero.

    Questo stato e civiltà ritenuti superiori, basati sulla più elevata sfera metafisica e spirituale invece che sull'ordine fisico e materiale, furono cancellati secondo Evola dalla decadenza attualmente visibile nella civiltà occidentale (secondo lo schema delle quattro età di Esiodo: oro, argento, bronzo e ferro). La distruzione degli antichi valori fu per il filosofo il frutto delle idee illuministiche massoniche espresse nella Rivoluzione Francese e di una visione della realtà basata esclusivamente sull'esperienza corporea, che avrebbe impedito il superamento e la purificazione della natura umana nel divino e la sua liberazione dal divenire contingente.

    Il pensiero di Evola ha un carattere eroico. Ricercando la metafisica comune a tutte le tradizioni antiche, i suoi scritti si sforzano di ritrovare attraverso l'interpretazione dei simboli delle civiltà la presenza di una antica casta guerriera. Questa, secondo il filosofo, doveva essere collocata in cima alla gerarchia sociale, trascurando le caste sacerdotali e la loro supremazia. Il suo pensiero, pur influenzato da quello di Guénon e di Nietzsche, se ne differenzia tuttavia sino all'incompatibilità (specialmente con Nietzsche). Da Guénon derivava la base della dottrina tradizionale e da Nietzsche la difesa dei valori aristocratici e guerrieri e l'ostilità verso il Cristianesimo.

    Dalla Tradizione deriva il differenzialismo, ossia la concezione di una naturale diseguaglianza degli esseri umani ovvero delle loro potenzialità innate, che possono o non possono in seguito essere sviluppate. Ne è conseguenza l'antidemocrazia , accompagnata dalla critica al totalitarismo, anch'esso considerato espressione della società di massa. La società propugnata da Evola era dunque profondamente antidemocratica e basata sulla superiorità per nascita degli individui appartenenti alla casta più alta, gli unici in grado di raggiungere una più elevata spiritualità. Il pensiero del filosofo, in virtù dell'avversione all'ugualitarismo, era profondamente e radicalmente anticomunista: Evola in molte sue opere attacca con disprezzo l'ideologia, gli ideologi comunisti e i loro seguaci, considerandoli "subumani", in quanto espressione più bassa e animale dell'umanità.

    Così come ci sono differenze innate tra gli individui, ci sarebbero secondo Evola differenze tra le razze. La razza interiore di cui parla il filosofo, è definita come un patrimonio di tendenze e attitudini che a seconda delle influenze ambientali giungono o meno a manifestarsi compiutamente. L'appartenenza ad una razza si individua dunque sulla base delle caratteristiche spirituali, e solo in seguito fisiche, diventandone col tempo queste ultime il segno visibile. Evola criticava una concezione razziale che si basasse esclusivamente sui dati naturali e biologici perché, come scriveva, "la razza esiste sia nel corpo, sia nello spirito". La concezione spirituale della vita propria della Tradizione, come potenzialità innata ed ereditaria, sarebbe espressione propria dei ceppi umani superiori, identificati con le popolazioni di origine indoeuropea, pur non essendo propria solo di quelle genti: Evola estese la sua ammirazione a tutte le culture tradizionali, specie orientali e mediorientali. Secondo la concezione aristocratica e gerarchica propria dello spirito tradizionale, la razza tuttavia secondo Evola non potrebbe determinare da sola il valore di un individuo, cosa che livellerebbe tutti gli appartenenti ad un popolo con la democratizzazione del sangue, abbattendo le differenze di casta (per il filosofo necessarie), e introducendo un elemento egualitario.
    In quest'ambito si inserisce anche l'antisemitismo di Evola, sfumato nella accezione astratta che caratterizza il suo pensiero. Evola si contrappone alla Ebraicità, intesa come tendenza spirituale antitradizionale, la quale si sarebbe manifestata nella storia nel popolo ebraico, convertendo il suo spirito tradizionale degli inizi in una mentalità anti-tradizionale di tipo sovversivo in seguito a vicende di numerose sconfitte e sventure patite nella storia antica.

    L'importanza attribuita al progresso spirituale in contrapposizione a quello materiale in questa concezione, non impedisce al filosofo di attribuire il carattere di superstizione e irrazionalità al Cristianesimo come religione devozionale, opponendogli invece una conoscenza superiore, con aspetti esoterici (il nocciolo nascosto dalla scorza, concezione influenzata anche dalle tradizioni orientali). Questa conoscenza si raggiungerebbe attraverso un'ascesi che non costituisca tuttavia una mortificazione di sé, ma piuttosto una piena realizzazione dell'Io, secondo la concezione dell'individuo assoluto. Costui non subisce, secondo Evola, i condizionamenti del contingente, ma lo domina e trova autarchicamente in sé il centro di tutto, nel quale è compreso anche il mondo esterno, venendo così a coincidere con il divino.

    Attualmente il complesso pensiero del filosofo è ancora studiato in molte nazioni e diversi autorevoli studiosi individuano nella speculazione evoliana l'utopia di un profeta disperato e disperante. Nelle opere evoliane emerge la disillusione per una civiltà mondiale, ed europea in particolare, che gli appare irrimediabilmente in rovina, non esistendo a suo avviso una categoria adeguata di persone che possa dirigere la società ideale in modo organizzato e gerarchico. Nell'opera Cavalcare la tigre arriva a proporre una soluzione di tipo anarchico: considerando che non esistono capi eroici per i quali sacrificarsi, afferma, tanto vale orientarsi all'individualismo.



    (l'articolo, pur essendo in generale buono, ha un qualche piccolo errore, che possiamo correggere in una discussione a parte)

  8. #8
    RibelleSano
    Ospite

    Predefinito Evita Peron

    Poche personalità nel corso della storia sono entrate nell'immaginario collettivo di un intero popolo conquistandone, oltre alla stima ed al rispetto, un amore viscerale, profondo ed eterno. Ciò è sicuramente riuscito ad Eva Maria Duarte od Evita, come il popolo argentino la ricorda tutt'ora con affetto.
    La futura moglie del presidente Peron nacque a Los Toldos nel 1919 e durante l'infanzia fu costretta a vivere in condizione di povertà. Essa era figlia illegittima di un ricco proprietario terriero che però cacciò lei e la madre, una donna povera che prestava servizio presso la sua tenuta, non consentendo loro di vivere nella ricca casa. Tuttavia grazie a grandi sacrifici la signora Juana, lavorando come sarta, riuscì a crescere Evita e le sorelle in modo dignitoso e quando questa fu abbastanza grande, ancorchè giovanissima, decise di lasciare il povero paesino della sua infanzia per cercare fortuna a Buenos Aires, città ideale per coltivare il suo sogno di diventare attrice. Ma il primo periodo nella grande metropoli fu, per la nostra Evita, decisamente duro. Prima di raggiungere il successo infatti fu costretta a vivere di stenti e solo una grande ambizione e il fortissimo desiderio di riscattare una vita fino a quel momento priva di gioie le consentirono di resistere e di superare le difficoltà che il destino aveva posto sulla sua strada. Negli anni successivi Eva diventò una stimata attrice radiofonica e raggiunse fama e successo interpretando alcune grandi figure di donne passate alla storia per le loro gesta.

    Nel 1943 la sua vità subì una svolta decisiva: mentre stava visitando la città di San Juan, colpita da un grave terremoto pochi giorni prima, incontrò il colonnello Jun Domingo Peron, all'epoca vice-presidente del regime al governo. Tra i due fu subito amore, tanto che l'anno successivo convolarono a nozze. E' in seguito a questa avvenimento che Eva Duarte ha cessato di essere la grande attrice ed è divenuta, nei cuori degli argentini, Evita Peron: la "Madonna dei descamisados", la custode dei deboli, la protettrice dei bambini. Da questo momento in poi ha partecipato in prima persona all'ascesa politica del marito. Nel 1944, quando Peron venne incarcerato per volere delle forze conservatrici, coordinò in prima persona l'imponente manifestazione di operai, contadini e disoccupati - il popolo dei descamisados - scesi in piazza per chiedere la liberazione del loro paladino, liberazione che puntualmente avvenne da lì a poco. Nel 1946 il partito laburista vinse le elezioni politiche e Peron divenne presidente del paese. Da questo momento in poi Evita non smetterà mai di dedicare il suo tempo ai più bisognosi: poveri, malati, bambini. La sua prima battaglia la combattè in favore di tutte le donne: si impegnò in prima persona perchè venisse esteso anche a loro il diritto di voto. Questo sogno si concretizzò nel 1947. L'Argentina ottenne così il suffragio universale appena un anno dopo rispetto all'Italia, e tutto per merito di Evita. Questa da lì a poco creò la "fondazione Eva Peron", organizzazione benefica volta a sanare le sofferenze dei più poveri. Essa traeva parte dei suoi fondi direttamente dalle offerte dei lavoratori, i quali erano ben contenti di rinunciare al denaro di una giornata di stipendio sapendo che sarebbe stato speso per il bene del popolo. L'organizzazione era guidata da Evita che si occupava personalmente di tutto. Essa passava parte del suo tempo ad ascoltare i poveri, a rincuorare i malati ospitati negli ospedali fondati dalla sua associazione, ospedali nei quali non si faceva problemi ad abbracciare bambini lebbrosi o gravemente feriti, dimostrando per i bisognosi di ogni specie un amore profondo e sincero, che sarà sempre assolutamente ricambiato. Nel 1948 venne fondata per sua volontà Evita city, una cittadina nella quale furono messe a disposizione delle famiglie più indigenti oltre 4000 abitazioni. La sua straordinaria attività umanitaria contribuì notevolmente ad aumentare il consenso del popolo per il governo peronista, consenso che in ogni caso trascendeva dall'operato della stessa Evita dal momento che in pochi anni il governo aveva ridato dignità e benessere al paese. Applicando in patria la legislazione sociale fascista, infatti, Peron aveva tra le altre cose nazionalizzato la banca centrale, le risorse energetiche ed i trasporti pubblici, infliggendo ai poteri forti anglo - americani una sonora umiliazione, che gli costerà, alcuni anni dopo, la permanenza al potere. Tuttavia gli anni della prima esperienza peronista coincidono con l'unico periododurante il quale il paese ha resistito e vinto l'imperialismo yankee ed inglese. Così come i più deboli l'hanno considerata alla stregua di una madonna Evita è sempre stata mal vista dai potenti, che provavano per lei invidia e rancore. Durante un viaggio in Europa i reali inglesi, forse ancora indispettiti per lo scatto d'orgoglio nazionale mostrato da Peron nel nazionalizzare le infrastrutture fino a quel momento in loro possesso rifiutarono di incontrarla; gli ambienti bene di Buenos Aires la discriminarono a causa dei suoi umili natali, finoa rifiutare di assegnarle la carica di presidentessa della maggiore associazione umanitaria del paese, privilegio fino a quel momento concesso a tutte le mogli dei presidenti argentini; la ferma opposizione dei vertici militari non le consentì di rivestire la carica di vice-presidente. E' passato alla storia il discorso con cui comunicò la sua forzata rinuncia ad un'enorme folla radunatasi per chiederle di assumere tale carica, discorso che possiamo riassumere in questa frase esemplare: "Compagneros, io non rinuncio al mio posto di lotta, rinuncio agli onori..."
    Nel 1952 i peronisti ebbero un nuovo trionfo elettorale, al quale contribuì non poco la grande popolarità di Eva e la capacità che mostrò nel mediare tra il governo e il popolo soprattutto nei momenti più duri, come quando nel 1950 si recò in persona a dialogare con gli operai nelle fabbriche. La sua vita eccezionale, come sappiamo, ebbe purtroppo un triste epilogo. Nel 1951 le fu diagnosticato un tumore all'utero ormai in stato molto avanzato e l'anno dopo morì, lasciando un intero paese nella disperazione. Ancora adesso, a distanza di cinquant' anni dalla sua morte, il mito della bella Eva sopravvive nei cuori degli argentini, e siamo certi, così sarà per sempre.


    Tratto da: www.agmassa.org

  9. #9
    RibelleSano
    Ospite

    Predefinito Gabriele D'Annunzio

    POETA E SCRITTORE
    UNA VITA ALL'INSEGNA DELL'OSARE SEMPRE

    Piccoli avvocati ambiziosi, che quando seggono sul bancone del potere stanno con le braccia conserte e contemplano il soffitto che non crolla... Le vecchie seggiole sono più vive di loro.

    Quello che avviene oggi in Italia è senza riscontro. Qui da noi il disagio morale è ovunque diffuso. Nei lavori pubblici lo sperpero è così folle e vergognoso che in ogni città d’Italia abbiamo visto sorgere all’ improvviso colossali fortune.

    Memento Audere Semper (Ricordati di osare sempre).

    L’immensa gioia di vivere / d’esser forte, d’esser giovane / di mordere frutti terrestri / con saldi e bianchi denti voraci.

    Il rimpianto è il vano pascolo d’uno spirito disoccupato. Bisogna soprattutto evitare il rimpianto, occupando sempre lo spirito con nuove sensazioni e con nuove immaginazioni.

    L’automobile è femminile. Ha la grazia, la snellezza, la vivacità di una seduttrice. Ha, inoltre, una virtù ignota alla donna: la perfetta obbedienza. Ma, per contro, della donna ha la disinvolta levità nel superare ogni scabrezza.

    Ho avuto ciò che ho donato, perché nella vita ho soltanto amato.



    Tratto da www.agfirenze.it

  10. #10
    RibelleSano
    Ospite

    Predefinito Bobby Sands

    RIVOLUZIONARIO
    HA PREFERITO LA MORTE ALLA SCHIAVITU'

    Retate di prigionieri politici, gli assalti armati, i morti, o le incursioni all'alba, quando uno ascoltava col cuore in tumulto il rimbombo degli scarponi militari sull'acciottolato delle strade e, sbirciando dalle finestre, vedeva un vicino trascinato dagli agenti speciali.

    Con l'avvento della televisione i racconti di mia madre furono sostituiti dalle immagini. Le mie idee si confusero: i cattivi descritti da mia madre erano sempre i miei eroi televisivi, i soldati inglesi lottavano per la giustizia e i poliziotti erano invariabilmente bravi ragazzi. Da piccolo io mitizzai le loro gesta e li imitai nei miei giochi infantili. A scuola imparai la storia, ma era sempre storia inglese. Poi cominciai a chiedermi perchè non insegnavano mai la storia del mio paese, l'Irlanda; (...) La mia vita cominciò a cambiare. Poco a poco il contenuto dei telegiornali mutò e io notai con maggiore frequenza gli "agenti speciali" che caricavano la folle nelle strade. Dal modo in cui mia madre mostrava i pugni al televisore compresi che era gente come noi ad essere perseguitata e bastonata. Nell'agosto del '69 la violenza scoppiò nelle strade e il nostro quartiere sembrò colpito da un uragano. Il mio piccolo mondo personale si frantumò, Arrivarono gli "speciali" seguiti da orde di orangisti inferociti, e invadevano le nostre strade, sparavano, incendiavano, saccheggiavano, uccidevano. Non c'era nessuno a difenderci, allora, a parte i "ragazzi", come mio padre chiamava gli uomini che proteggevano il quartiere con poche armi antiquate. Poco dopo apparvero nelle strade strane persone, voci, facce, sottoforma dei soldati britannici. Non li consideravo più gli eroi della mia infanzia...

    Avevo ormai più di 18 anni ed ero cresciuto nella violenza. Non importava quanto io ci provassi, o quante pietre tirassi, non riuscivo mai a batterli, gli inglesi tornavano sempre. A 18 anni e mezzo entrai a far parte dei Provos e andai ad affrontare la potenza di un impero. Mia madre mi guardò piena di orgoglio e di paura quando uscii per la prima volta imbracciando una carabina.

    L'Irish Republican Army condivide l'antica tradizione di ribellione irlandese, come avversaria del dominio inglese. Quei "ragazzi" credevano di essere gli eredi del più antico esercito di guerriglia del mondo che avesse condotto una guerra contro gli inglesi per più di 60 anni. Non si consideravano terroristi, poichè il loro scopo, a differenza della S.A.S. (i reparti speciali dell'esercito britannico) non era terrorizzare i civili, ma proteggere e difendere mezzo milione di irlandesi dalla distruzione e forse dalla morte e quindi liberarsi dall'occupazione degli inglesi, ritenuti la causa principale di tutto questo dolore.

    Io non mi fermerò fino a quando non realizzerò la liberazione del mio paese, fino a che l'Irlanda non diventerà una sovrana, indipendente, repubblica socialista.

    Quanto dovremo ancora patire? Un corpo non lavato, nudo e distrutto da dolori muscolari, accovacciato in un angolo di un antro malsano, costretto a defecare sul pavimento, dove gli escrementi non sarebbero stati rimossi e il cui odore si sarebbe mescolato al già insopportabile puzzo di urina e di cibo in decomposizione (...).C'erano momenti in cui avrei preferito essere al cimitero di Milltown, quando tutto si faceva così insopportabile che non m'importava niente di essere vivo o morto, pur di scappare via da quell'incubo infernale. Non stiamo forse morendo lo stesso? Il nostro giorno verrà! Il nostro giorno verrà! Il nostro giorno verrà!

    Quei luoghi di tortura e i sadici che li popolavano avevano distrutto il mio corpo, ma non erano riusciti a uccidere il mio spirito (...). Potrete fermare o uccidere un rivoluzionario, ma non riuscirete ad uccidere o a fermare la rivoluzione!

    Il direttore del carcere è venuto da me e mi ha detto apertamente: "Vedo che stai leggendo un libro breve. Meglio così. Se fosse lungo non riusciresti a finirlo". Ecco che gente sono. Maledetti!

    La mente è la cosa più importante. Se non hai una mente forte per resistere a tutto non ce la fai (...). Se non riescono a distruggere il desiderio di libertà non possono stroncarti. Non mi stroncheranno perchè il desiderio di libertà e la libertà del popolo irlandese sono nel mio cuore. Verrà il giorno in cui tutto il popolo irlandese avrà il desiderio di libertà. Sarà allora che vedremo sorgere la luna.

    Tratto da: www.agfirenze.it


 

 
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