Basta parlare solo di immigranti, parliamo di lingua locale
LA LINGUA LOCALE COME STRUMENTO DI INTEGRAZIONE

Cinque o dieci anni di permanenza per avere la cittadinanza spostano solo
nel tempo un problema già attuale oggi. Il padre di Hiina aveva già maturato
dieci anni di permanenza e quindi poteva già chiedere la cittadinanza.
Raccogliere le firme per ritornare a 10 anni è necessario, ma poi bisogna
avere un progetto dietro se non vogliamo morire italiani.

In Svizzera e nella Repubblica del Canton Ticino il problema viene risolto
concedendo la cittadinanza comunale e cantonale solo se la persona è
conosciuta e ben accetta dalla comunità che la sta per accogliere. Per noi
questa è pura fantascienza, anche se avviene a pochi chilometri da noi,
oltre la frontiera. Noi però non possiamo risolvere il problema alla stessa
maniera. Purtroppo non possiamo nemmeno pretendere che venga fatto un esame
di lingua, storia e cultura locale, prima che il migrante approdi in
Padania, come invece fa da qualche tempo l'Olanda.

Bisogna rendersi conto che siamo in uno Stato che considera la Padania come
una colonia da sfruttare. Uno Stato parassitario che non risolve i nostri
problemi, ma ce li crea.

In una situazione come questa bisogna cercare altrove la soluzione, almeno
parziale, dei nostri problemi.

Può fare al caso nostro la Catalogna, dove la lingua locale, il catalano,
viene adoperato intelligentemente come strumento principe per l'integrazione
sociale. Ogni lingua infatti porta con sé tutto un bagaglio di valori e modi
di pensare propri alla cultura che rappresenta.

Le lingue locali padano alpine possono essere usate anche da noi per un
forte radicamento culturale e politico.

Gli immigrati che arrivano in Padania sono degli sradicati che appartengono
a culture, a popoli e addirittura a religioni differenti. L'unico collante
che ci può essere, per evitare di farci alzare bandiera bianca, è quello di
una forte componente culturale padana che imponga l'apprendimento della
lingua locale.


Nei paesi di certi immigrati l'interpretazione fondamentalista della
dottrina religiosa è mitigata dalla società, dalla cultura locale, dalle
tradizioni e dalle usanze locali. In Europa invece, soprattutto i figli
degli immigrati sono degli sradicati, ed è quindi più facile che
l'interpretazione fondamentalista trovi fertile terreno là dove mancano
radici profonde.

E' nostro dovere lottare per salvare la nostra cultura, anche imponendola
dove necessario, come hanno fatto e stanno facendo i catalani.

E' nostro dovere non solo verso la nostra gente, ma anche verso le
generazioni a venire.

La nostra cultura permette condizioni di vita migliori, tant'è vero che gli
immigrati vengono in Europa per vivere meglio. Queste condizioni di vita
migliore non dipendono dall'economia occidentale più florida, ma dal
retroterra culturale, che permette alla nostra società di stare bene. E'
quindi nostro interesse primario promuovere il nostro modello culturale
padano con il duplice scopo di continuare a permettere un tenore di vita
prospero sia per noi sia per quelli che verranno, e di evitare di far
distruggere da parte del fondamentalismo, i valori della democrazia e della
libertà, conquistati dai nostri avi con il sudore e con il sangue.

In Catalogna sono più avanti di noi. In trent'anni sono riusciti a
raggiungere risultati di tutto rispetto: oggi il 94% della popolazione che
abita in Catalogna intende il catalano ed il 50% lo sa scrivere. Lo hano
imposto nelle scuole e lo impongono tutti i giorni parlandolo nelle strade e
negli uffici pubblici. Da qualche settimana l'hanno imposto anche nel loro
statuto d'autonomia. Dati impressionanti se si pensa che all'inizio erano
conciati peggio di noi e solo un'irrisoria parte della popolazione conosceva
questa lingua.

Gli autonomisti catalani sfruttano la propria lingua locale per scardinare
definitivamente il sistema coloniale di insegnamento spagnolo, il tutto in
funzione anti-statale.

Noi dovremmo solo fare la stessa cosa, copiando ampiamente da quello che già
è stato fatto in Catalogna.

AV