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  1. #1
    Antifonte68
    Ospite

    Presentazione degli Anarchici Analitici

    Presentazione Anarchici Analitici
    Di
    Fabio Massimo Nicosia


    “Se la monarchia fosse un modello di uomo, e non di Stato, io sarei monarchico”
    (Una banalità).

    “The Declaration of Indipendence is probabily the most “communistic” document that ever obtained celebrity among “good-law-and-order” people in both continents”
    (attribuito a Benjamin Tucker, 1882).



    “Sino a quando si parlerà di problemi da risolvere come risolti e si parlerà dell’anarchia invece che dell’Italia, dell’Emilia, di Bologna, del problema edilizio, di quello sanitario, di quello scolastico, ecc., e nell’anno 1933 o 1934, io continuerò a strillare”

    (Camillo Berberi, Lettera a Luigi Fabbri, Gennaio 1931).

    “Adam Smith ce l’ha insegnato, l’unica via è il libero mercato”
    (Fabio Massimo Nicosia, sua agenda, 1977).

    E gli handicappati che fine fanno?
    (Pensiero della suocera)



    Analitici

    Tutte le volte che qualcuno è convinto di rappresentare una nuova corrente, la prima cosa è giustificare o raccontare la propria nascita. Il che può avvenire in vari modi. Si può, per esempio, accusare le auctoritas precedenti di aver snaturato “l’idea”, o di essere troppo pigre.
    Questo metodo, sicuramente, non ci appartiene. Giacchè il nostro interesse non è presentare una interpretazione “vera ed autentica” dell’anarchismo, ma tornare alle basi attraverso l’analisi dei concetti e dei fatti. Il che porta certamente a discussioni e dissensi, ma l’importante è che ci si riconosca buona fede.
    “Analitici”, perché si tratta di riprendere il bagaglio di elaborazione teorica sin qui prodotto dai vari pensatori e sottoporlo ad un vaglio lucido. Il terzo millennio merita questa fatica.
    Nel caso di un’idea (dell’Idea), la revisione avviene in due versi: da una parte si rilegge il bagaglio teorico, per individuare un’idea di libertà che sia coerente, scevra da contraddizioni, che, nonostante le migliori intenzioni, non mancano in forse tutti gli autori delle diverse tradizioni. Dall’altra si osserva il presente per cercare di capire su quali treni e quali binari quell’idea può viaggiare. L’unione di queste due azioni porta ad attualizzare l’anarchismo, se non si vuole ridurlo a un vecchietto poco arzillo.

    Attualisti

    Analitici, ma anche attualisti dunque. Pertanto pragmatici, nel senso più alto (Peirce). I tentativi rivoluzionari sono falliti, e risalgono ormai alla preistoria; nè se ne vedono all’orizzonte. Il consenso che un tempo l’Anarchia riscuoteva tra gli uomini è ridotto al lumicino di un movimento mummificato e, purtroppo, ininfluente. Gli altri movimenti “antagonisti” scaturiti dalla società esprimono a loro volta più spesso un’aspirazione legittima di separatezza che di trasformazione, e quando pure ciò si verifica, non sempre gli strumenti a disposizione paiono adeguati.
    Invece il nostro acerrimo nemico, lo Stato, non solo è vivo, ma se la passa da Dio. Persino quando dà segni di apparente declino, è solo perchè viene rincalzato dalla pletora dei suoi figli, altrettanto coercitivi, sovra/trans-nazionali o pseudo-privati, che in realtà condividono quote di sovranità.
    A fronte di ciò, l’anarchismo non ha saputo nè aggiornare la propria elaborazione teorica, nè far seguire una pratica d’azione purchessia sul presente, nell’attesa nostalgica di una nuova Spagna o di una presa del Palazzo d’Inverno, questa volta anarchica. Ma quanti sono i Palazzi d’Inverno?
    Lo Stato esiste e non sparirà premendo un bottone. Esiste nelle credenze delle persone, più che nella “realtà”, visto che il monopolio della forza è un’idea in sè del tutto irreale: eppure “esiste”, nella mente di tutti, appunto, oltre che nelle armi del potere.
    D’altra parte, se anche quel bottone esistesse, siamo sicuri che, premendolo, ne verrebbe fuori subito l’agognata anarchia d’utopia, e non una giungla dalla quale partire come sempre da zero? Meglio la giungla, diranno in molti. E tuttavia noi sappiamo che ogni assetto statuale rappresenta un equilibrio tra gli interessi in campo; lo Stato e la sua legislazione sono, purtroppo, l’unico “contratto sociale” del quale disponiamo. Là dentro, in quella discarica, ci sono i diritti di molte persone che vivono la vita reale, avvinghiati con gl’infiniti privilegi da smantellare.
    Sicchè, come diceva Buchanan, noi non possiamo che partire da qui, per toccare quegli assetti col massimo “rispetto”, ossia con la piena consapevolezza di che cosa andiamo a toccare, perchè lì c’è carne e sangue di persone.
    E’ la strategia che chiamiamo dei second best, che non è il riformismo calabraghe e disorientato, ma, all’opposto, il prodotto di un progetto e di uno sforzo, quello di incidere effettivamente sulla realtà, mantenendo sempre la bussola nella direzione di un first best, che ci chiariamo incessantemente.
    Elaborazione teorica e pratica non possono quindi che convivere e procedere a stretto braccetto, consapevoli che quella pratica è addirittura più difficile. Non è infatti troppo complicata una teoria della libertà. In fondo i casi di oppressione sono sotto gli occhi di tutti, ed è inutile perdersi in questioni “uovo o gallina”, del tipo “é nato prima il potere economico o quello politico?”, dato che nella realtà che viviamo non si tratta di due realtà distinguibili.
    La nostra risposta alla “crisi” dell’anarchismo, che nasce ben prima del crollo delle “grandi ideologie” del Novecento, passa attraverso l’azione di riforma del presente nel quadro di un progetto politico di più ampio respiro chiamato anarchia.
    Revisionisti e pure “riformisti”, o “riformatori”, come dicono altri, anche se i nostri obiettivi sono tutt’altro che moderati, e quelli finali non meno rivoluzionari di quelli di altri (forse migliori). Insomma una specie a cui sparare a vista. Oppure una specie con cui dialogare, se ci si riconosce buona fede.
    E’ il caso di sgombrare il campo da mali pensieri: non è nostro obbiettivo “andare al governo”. Anzi, lo sarebbe, se fosse davvero possibile, senza passare per la politichetta degli 0,03%. E’ nostra prassi però ragionare come se fossimo al governo, e far proposte le più radicali, in tutti i sensi. Tenendo quindi sempre chiari in mente i rapporti di forza che caratterizzano la fase storica presente. I movimenti, se verranno, e sapranno consolidarsi oltre le mode, si dovranno confrontare con queste proposte, se saremo davvero in grado di formularle. Forse bisogna fare una gara per il miglior volantinatore.
    E forse un dettaglio si impone: siamo dalla parte dei lavoratori, perchè la lotta contro i privilegi e i diritti acquisiti non può partire da loro, e per farla agli altri occorre il loro consenso. E solo a quel punto, a privilegi smantellati, che si potranno discutere i diritti del lavoro, come se lavorare per vivere fosse un valore etico, e non una rottura di coglioni.
    Siamo quindi anzitutto per il reddito di esistenza, da spendere come si vuole, un minimale risarcimento per gli spoliati, e un minimo di decenza di garanzia di sopravvivenza, che nemmeno le tanto decantate socialdemocrazie hanno saputo assicurare per intero, in ben più di un secolo di storia. E poi, che fine fanno gli handicappati? E come funzionano i manicomi giudiziari?

    Libertari tout-court

    La consonanza di mezzi e fini è quindi fondamentale, bisogna stabilire una serie di indicazioni su cui orientare la nostra analisi e le nostre proposte. Devono emergere le leadership naturali.
    La stella polare è sempre la libertà individuale, dall’ambito sessuale a quello economico.
    C’è da chiedersi perchè spesso i liberisti non vedano il primo, e i libertini il secondo. E capire se hanno ragione loro, o noi che non vediamo differenze.
    Poi ci sono i sedicenti libertari moralisti conservatori, ma non sono dei buoni libertari, perchè il moralismo è costoso, e ogni costo riduce la libertà.
    In questo discorso sulla liberazione del corpo gioca un ruolo importante la musica.
    E’ proprio in questi campi, e in genere nella cultura, che si vede la libertà economica di cui godiamo, anche nei confronti delle multinazionali che pretendono di escludere quei prodotti culturali dal libero godimento, attraverso istituti posticci come il copy-right. Non bisogna avere peraltro paura che a monopoli pubblici si sostituiscano monopoli privati, perchè questo è impossibile. Se monopoli troviamo, c’è sempre la zampina dello Stato o equivalente. Resta il problema dei monopoli naturali (quante autostrade del sole dobbiamo fare per garantire la libera concorrenza?).
    Adesso il discorso si è molto arricchito. E ai passi falsi provvede la provvidenza.

    Pontieri

    E’ il nucleo di questo “manifestino” eterogeneo, o “sincretistico”? Ci serve la distinzione tra socialisti e liberali, sempre restando nell’orizzonte anarchico? Occorre partire da Warren, che concepì la “sovranità dell’individuo”, come riconobbe Stuart Mill.
    E Warren ha almeno tentato la quadratura del cerchio, col mercato a prezzo di costo-tempo. Ma resta il problema dei valori soggettivi, e del “da ciascuno per come sceglie, a ciascuno per come è scelto” (Nozick). L’individuo è la fonte fondamentale del diritto della nostra Anarchia, e poi vengono gli aggregati.
    E come disse Malatesta, l’apologeta del commercio: “Si può dunque preferire il comunismo, o l’individualismo, o il collettivismo, o qualsiasi altro immaginabile sistema, e lavorare con la propaganda e l’esempio al trionfo delle proprie aspirazioni; ma bisogna guardarsi bene, sotto pena di un sicuro disastro, dal pretendere che il proprio sistema sia il sistema unico e infallibile” .
    Siamo solo all’inizio del dibattito e una cosa prevediamo: non andremo da nessuna parte senza il confronto con chi questo approccio non condivide, o dice di non condividerlo.
    Indipendentemente dalla “sponda” da cui proviene: a noi interessa il fiume.



    Referenze.

    Adesso vorrete sapere chi sono i nostri Marx-Lenin-Stalin-Mao Zedong-Enver Hoxha di riferimento. O chi è il nostro Martucci o Torrealta.
    A chi ci rifacciamo, quindi, a quali autori della tradizione, o di quale tradizione? A tutti e nessuno, si direbbe. Non siamo nè anarco-comunisti, nè anarco-capitalisti, o forse siamo tutte e due le cose. Non solo perchè è buona norma, prima di gettare un oggetto, controllare se per caso non possa fare a qualche uso, ma anche perchè i gravi errori di quelle tradizioni non tolgono a nessuno la propria “parte buona”. Stirner ha dato la struttura, Nietzsche il contenuto dell’uomo come Dio-animale (bisogna avere una visione dell’uomo per essere concorrenziali alle chiese); Adam Smith l’ambiente di riferimento, su cui ha più lavorato David Friedman. Bruno Leoni la forma, e l’ha inserita in quell’ambiente. Rothbard ci ha dato il matto del quartiere, fissato sui suoi diritti (occorre tenere conto che ci sono anche loro).
    L’ultimo Negri, in nome della moltitudine, viene sulle nostre posizioni, con la sua attesa sterzata anarco-liberista, da coniugare, va senza dirlo, col reddito di esistenza, se il mondo è di tutti. E peccato che il suo contatto con Pannella abbia prodotto solo danni, per i limiti dei due milieu. Perchè quel che si fa, va rivendicato sempre. E anche Bossi ha avuto un’intuizione (non quella).
    Ma esiste un filone ottocentesco, gli americani –Tucker-Warren-Spooner- e anche Proudhon, che ha preso per le palle il mostro monetario, sul quale Marx ha preso lucciole per lanterne (mentre i rothbardiani si crogiolano nell’oro).
    E’ questo il punto da cui partire, leggendo per distrarci un po’ di Sade (il più radicale e logico degli antiproibizionisti) e di Antifonte (e studiando molto bene come funziona il calcio, altro che scacchi).

    Antifonte68 Matteo Cavallaro Luigi Corvaglia Fabio Massimo Nicosia

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  2. #2
    Antifonte68
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    Errata corrige: Prima di "Tucker-Warren-Spooner", introdurre "Andrews-Greene-"

  3. #3
    Forumista assiduo
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    da www.ilpungolo.com

    21 Settembre 2006


    EVOLUZIONE DEL PENSIERO : GLI ANARCHICI ANALITICI


    Wiliam Longhi
    Il manifesto, è firmato tra gli altri da Fabio Massimo Nicosia e Luigi Corvaglia. Nascono per uno scopo ben preciso, a quanto pare, quello di tornare alla radice dei concetti fondanti del pensiero anarchico, per comprendere quali possano essere gli sviluppi più logici e coerenti di fronte alle sfide di oggi. Nascono quindi da una insoddisfazione di fondo sull’evoluzione dell’anarchia che ha preso indirizzi considerati inadeguati e persino incompatibili con i principi storici. Da un lato abbiamo in effetti le forme più aggiornate dell’anarco-comunismo e dell’anarco-sindacalismo declinate in direzione no-global e, a volte, anche vagamente eversiva.
    _



    Eccoli, sono nati. Sono gli anarchici analitici. Anarchè? Sissignore, si chiamano proprio così, anarchici analitici. Il luogo dell’annuncio formale è il forum del sito di www.politicaonline.net, dove alla voce circoli politici si può trovare lo spazio di discussione degli Anarchici, e un post datato 29/08/2006 che presenta il relativo manifesto, firmato tra gli altri da Fabio Massimo Nicosia e Luigi Corvaglia. Gli anarchici analitici nascono per uno scopo ben preciso, a quanto pare, quello di tornare alla radice dei concetti fondanti del pensiero anarchico, per comprendere quali possano essere gli sviluppi più logici e coerenti di fronte alle sfide di oggi. Nascono quindi da una insoddisfazione di fondo sull’evoluzione dell’anarchia che ha preso indirizzi considerati inadeguati e persino incompatibili con i principi storici. Da un lato abbiamo in effetti le forme più aggiornate dell’anarco-comunismo e dell’anarco-sindacalismo declinate in direzione no-global e, a volte, anche vagamente eversiva. Dall’altro lato, si è affermata in Italia la versione più radicale del liberalismo classico, cioè l’anarco-capitalismo, antistatalista fino all’estremo in qualunque settore della vita pubblica, ma tendenzialmente incline a sostenere una legislazione conservatrice sui diritti civili. Questa biforcazione sul cammino della filosofia politica anarchica ha determinato la marginalizzazione delle sue correnti favorevoli, al contempo, al libero mercato e ai diritti civili, e quindi coerentemente libertarie in tutte le dimensioni della vita personale. I numi tutelari di questo nuovo movimento sono individuati dagli stessi promotori in alcuni esponenti di lusso dell’anarchismo individualista americano, come Benjamin Tucker, Josiah Warren e Lysander Spooner, ma anche in socialisti libertari di matrice culturale europea come Proudhon o Max Stirner. L’individualismo romantico ottocentesco viene quindi recuperato, nella speranza di potervi trovare gli strumenti utili per contrastare, da una posizione di anarchismo rinnovato e rinsaldato nei suoi principi cardine, i moderni centri di potere, pubblici e privati. È un anarchismo antistatalista, ma anche po’ sociale e antimonopolista; è antiautoritario, ma anche un po’ comunitario. È il tentativo di coniugare libertà economiche e libertà civili, rispolverando però una sensibilità anarchica forse più europea che statunitense. Ecco quindi che, in quest’ottica, il libero mercato dovrebbe essere difeso dalle grandi concentrazioni industriali, rifiutando l’identificazione tra capitalismo e libero mercato. E la dignità della persona dovrebbe tornare ad essere il fulcro della riflessione anarchica, consentendo la critica di qualunque forma di coercizione, sia essa economica, culturale, politica o religiosa. Si prospetta, quindi, un movimento di pensiero a metà tra l’anarco-collettivismo, incapace di liberarsi dall’abbraccio fatale con lo statalismo e l’autoritarismo; e l’anarco-capitalismo le cui tesi armoniciste inducono ad ignorare i pericoli per l’individuo derivanti dalla concentrazione di potere in mani private e i conseguenti fenomeni di manipolazione delle coscienze e di sfruttamento del lavoro dipendente. Se si aggiunge che la difesa del libero mercato secondo le tesi anarco-capitaliste, più che indirizzata alla libertà personale in se stessa, pare invece profondamente funzionale al ripristino di un ordine sociale di carattere conservatore (si parla di conservatorismo culturale), si può ben supporre che l’obiettivo primario delle future lotte degli anarchici analitici saranno proprio gli esponenti nostrani dell’anarco-capitalismo. Per saperne comunque di più, e certamente in maniera più corretta, si consiglia di dare un’occhiata ai testi di Luigi Corvaglia, come “Ripensare l’anarchia”, o La “Sovranità dell’individuo – Saggio sulla Libertà in America”. Di Fabio Massimo Nicosia, invece, è opportuno ricordare le pubblicazioni di riferimento come “Il Sovrano Occulto” Franco Angeli, e “Beati Possidentes”, Liberilibri, cui dovrebbe seguire a breve un saggio che completa il trittico (“Il Dittatore libertario”, o qualcosa di simile), a chiusura di un percorso intellettuale piuttosto travagliato, che ha visto Nicosia passare dal gruppo dei primi anarco-capitalisti, con Piombini, Vitale, Iannello e Bassani, alla fondazione, in questi giorni, dell’anarchismo analitico con Corvaglia, in polemica crescente con l’evoluzione catto-conservatrice di buona parte del libertarismo italiano. Questo sviluppo “paleo” sta del resto preoccupando anche liberali vicini al libertarismo dell’Ibl, come si evince da dichiarazioni come quelle fatte da Raimondo Cubeddu, che ha spesso parlato, a questo proposito, di liberalismo ridotto a versione secolarizzata del cattolicesimo.
    Che forme prenderà questo movimento in futuro è difficile dirlo. Sul forum di riferimento si parla, anche se con timidezza, della possibilità di dare vita ad un centro studi, o qualcosa di simile. Probabilmente lo scopo è quello di contrapporsi al referente in Italia del pensiero anarco-capitalista e più genericamente libertarian, e cioè l’Istituto Bruno Leoni.
    L’intento è senz’altro encomiabile, purché dia frutti anche solo paragonabili a quelli dell’Istituto diretto da Lottieri, Mingardi e Stagnaro, che sforna periodicamente studi di ogni tipo su temi dell’attualità politica, economica e finanziaria, per esprimere giudizi e fare proposte riformatrici concrete. Oddio, il termine “analitico”, a dire il vero, non si addice tanto alla concretezza mostrata invece dal lato destro del libertarismo italiano. Sa molto di profonde e dottissime elucubrazioni, e poco di realismo. Intendiamoci, gli anarchici analitici nascono da esigenze effettivamente sentite da alcune parti del mondo libertario italiano, come la necessità di avere un riferimento, in termini associativi, di ricerca e di proposta politico-culturale, per idee che potrebbero definirsi, citando Piombini, ultra-left-libertarian, e che dovrebbero porsi lo scopo di incidere sulla cultura politica italiana attraverso un libertarismo dalle venature progressiste, e cioè con obiettivi polemici centrati sul capitalismo di stato o assistito dallo stato, sulle forme più gravi di concentrazione capitalistica, oltre che sul fronte delicato delle libertà civili e della ricerca scientifica, combattendo ogni intromissione della religione, delle comunità locali, delle tradizioni conformiste e delle autorità governative nelle sfere più intime della vita delle persone. Un libertarismo a tutto tondo, quindi. Romantico, illuminista e pragmatico.
    Un tipo di libertarismo simile a quello che tanto disturbava il maestro dell’anarco-capitalismo americano, Rothbard, che amava parlare di nihilo-libertari per indicare i left-libertarians. Oggi i left-libertarians americani sono guidati da personaggi come David Boaz (autore di “Libertarianism: A primer”) e Clint Bolick, ma le loro posizioni paiono una versione edulcorata e laicizzata dell’anarco-capitalismo. È possibile che l’anarchismo analitico voglia posizionarsi alla sinistra dei left-libertarian americani, e quindi caratterizzarsi per un’anima più antidiscriminatoria, democratica ed egualitaria. Lo si potrebbe dedurre da affermazioni come questa, rilasciata da Corvaglia in un’intervista recente: “A differenza della buona parte dei "libertarians", che ritengono il welfare qualcosa di cui disfarsi senza mezzi termini, noi (su questi temi stiamo lavorando con Nicosia, La Conca e altri) stiamo immaginando una transazione al mercato delle funzioni dello stato sociale che permetta di mantenerne le caratteristiche "democratiche". Fra gli ingredienti di questa ricetta ci potrebbe stare l'idea warreniana del costo come limite del prezzo”. (l’intera intervista a è possibile leggerla su http://salentolibero.ilcannocchiale.it/).
    Avremo una versione italiana dei left-libertarian americani? Forse non è questo l’intento di Corvaglia e Nicosia, o forse lo è, ma solo in parte. Eppure, di un libertarismo progressista, che entri in contrasto fruttuoso con l’anarco-capitalismo già esistente e vitale nel nostro paese, sfidandolo sul suo stesso terreno, ma con sensibilità e finalità diverse, c’è senz’altro la necessità. Difficile dire se saranno Corvaglia, Nicosia e soci ad affrontare questa sfida. Le intenzioni, comunque, ci sono tutte.

  4. #4
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    1) Basta citare Piombini e altri, sia negli Usa che in Italia che nel resto del mondo sono una minoranza numericamente trascurabile rispetto alle ben più consistenti realtà anarchiche realmente esistenti.

    2) Nonostante non sia malatestiano, e mi ponga più sulla linea Proudhon-Pisacane-Merlino-Berneri-Caffi, non capisco per quale motivo l'autore abbia un sussulto di ribrezzo nel nominare l'anarcocomunismo e sia quasi preso da un conato di vomito dalla direzione "eversiva" e "no-global" dell'anarco-sindacalismo. Il nominare i vari Nozick, Piombini e quant'altri, pur facendolo criticamente, non genera nell'autore lo stesso ribrezzo... e a mio avviso è significativo.

    3) Per capire che il libero mercato e il capitalismo non sono la stessa cosa (al di là della vulgata ufficiale) più che scoprire "gli analitici" servirebbe riscoprire Proudhon. Per questo mi sembra di poter tranquillamente affermare che gli "analirtici" con tutto il rispetto con hanno reinterpretato o scoperto nulla di nuovo, ma si pongono sulla strada già tracciata da Proudhon e Berneri nel Vecchio Continente, e da Tucker negli Usa. Al limite può darsi che il loro lavoro possa essere utile a rivitalzizare e far conoscere le idee di tali pensatori, a condizione di abbandonare le suggestioni rothbarthiane che negl iosservatori rischiano di far sputtanare le stesse idee del continuum Proudhon-Berneri-Tucker.

  5. #5
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    Citazione Originariamente Scritto da Esmor Visualizza Messaggio
    1) Basta citare Piombini e altri, sia negli Usa che in Italia che nel resto del mondo sono una minoranza numericamente trascurabile rispetto alle ben più consistenti realtà anarchiche realmente esistenti.

    2) Nonostante non sia malatestiano, e mi ponga più sulla linea Proudhon-Pisacane-Merlino-Berneri-Caffi, non capisco per quale motivo l'autore abbia un sussulto di ribrezzo nel nominare l'anarcocomunismo e sia quasi preso da un conato di vomito dalla direzione "eversiva" e "no-global" dell'anarco-sindacalismo. Il nominare i vari Nozick, Piombini e quant'altri, pur facendolo criticamente, non genera nell'autore lo stesso ribrezzo... e a mio avviso è significativo.

    3) Per capire che il libero mercato e il capitalismo non sono la stessa cosa (al di là della vulgata ufficiale) più che scoprire "gli analitici" servirebbe riscoprire Proudhon. Per questo mi sembra di poter tranquillamente affermare che gli "analirtici" con tutto il rispetto con hanno reinterpretato o scoperto nulla di nuovo, ma si pongono sulla strada già tracciata da Proudhon e Berneri nel Vecchio Continente, e da Tucker negli Usa. Al limite può darsi che il loro lavoro possa essere utile a rivitalzizare e far conoscere le idee di tali pensatori, a condizione di abbandonare le suggestioni rothbarthiane che negl iosservatori rischiano di far sputtanare le stesse idee del continuum Proudhon-Berneri-Tucker.
    Sono assolutamente daccordo su tutto.

    A luta continua

  6. #6
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    L'autore è quel che è, l'articolo è (per noi AA) importante non tanto per quel che dice, ma perchè parla di noi nonostante l'unica cosa al momento pubblica sia questo 3d.

    Personally, non do troppo peso ad uno che riduce l'anarcosindacalismo ai no-global (sto, se tutto va bene, per aprire una sezione dell'USI a Torino) o che etichetta Stirner come socialista libertario. Anche a livello di mero giornalismo il non mettere il link corretto è una grave pecca.
    Però parla di noi, e che ne parli bene o che ne parli male, che capisca o meno, che ne approfitti per ri-citare il Bruno Leoni (che con noi non c'azzecca 'na cippa in nessun modo) o altro.. Non importa troppo. Basta aver visto che già solo l'aver pubblicato uno striminzito manifestino ha prodotto una risposta.

    P.S. Se vai più sotto trovi un 3d dove si parla di cosa si intenda per anarchismo analitico e troverai molte delle tue argomentazioni del punto 3.

  7. #7
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    Mi sfugge qualcosa... come è possibile avere un reddito da esistenza in assenza di uno stato sociale redistributivo... e come è possibile parlare di anarchia in presenza di un tale stato... anarchia e giustizia sociale vanno d'accordo come il diavolo e l'acqua santa... o mi sfugge qualcosa?

  8. #8
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    Predefinito Il reddito di esistenza e l'anarchia

    Citazione Originariamente Scritto da libertyfirst Visualizza Messaggio
    Mi sfugge qualcosa... come è possibile avere un reddito da esistenza in assenza di uno stato sociale redistributivo...
    Lo stato non è certo nato per distribuire un reddito di esistenza a tutti, casomai per favorire una minoranza di privilegiati.
    Comunque è chiaro che nell'anarchia è inconcepibile qualsiasi diritto assoluto in sè e questo vale ovviamente anche per il reddito di esistenza, oltre che per la proprietà, ecc...
    Il reddito di esistenza è però concepibile anche come frutto degli equilibri di mercato, così come del resto la proprietà privata in un contesto astatale.
    Facciamo degli esempi. Poichè la proprietà privata, nell'anarchia, non potrebbe costituire un diritto assoluto, bensì il frutto del libero incontro/scontro tra le varie pretese di proprietà, ne consegue che qualsiasi proprietà individuale, per poter sussistere, dovrebbe fare i conti con il livello di consenso o dissenso incontrato presso gli altri individui che le circostanze abbiano messo nella possibilità di agire in favore o contro di essa. In altre parole, ogni proprietà necessiterebbe di un certo livello di consenso sociale. Questo consenso potrebbe essere acquisito, ad esempio, mediante accordi di riconoscimento reciproco di proprietà distribuite in modo favorevole tra ogni pretendente e/o attraverso "l'acquisto" del consenso dei non-proprietari mediante la distribuzione a questi ultimi di un "reddito di esistenza".

    Un altro esempio di reddito di esistenza in una situazione anarchica potrebbe risultare anche dal free banking, ovvero dalla libera concorrenza di monete liberamente emesse.
    Il valore di ogni moneta dipende dalla quantità di beni e servizi che vengono scambiati con essa e quindi dal numero di utenti disposti ad accettarla in pagamento per i propri beni o servizi.
    In una libera concorrenza di monete, ogni emittente, per poter conquistare più utenti, potrebbe retribuire l'accettazione della propria moneta attraverso l'erogazione di un reddito di esistenza in favore dei propri utenti.

    Tuttavia, anche l'ipotesi di un reddito di esistenza statale costituisce, dal punto di vista libertario, un "male minore" nei confronti del welfare state.
    La sostituzione di quest'ultimo con il reddito di esistenza, infatti, garantirebbe a tutti la libertà di poter reperire sul mercato i servizi ad ognuno più graditi, senza più l'obbligo/incentivo di poter usufruire solo di quei servizi forniti "gratuitamente" (cioè a spese del contribuente) dallo stato. Mentre tale situazione danneggia gravemente i fornitori privati di servizi esclusi dalle convenzioni con il welfare, la sostituzione di quest'ultimo con il reddito di esistenza eliminerebbe ogni concorrenza sleale tra servizio pubblico (o privato convenzionato) e privato non-convenzionato, perchè ogni individuo potrebbe scegliere di utilizzare il proprio reddito in modo libero da ogni incentivo statale, essendo diventati, in tal caso, tutti i servizi a carico dell'utente.

    La conferma di quanto dico viene anche dall'ostilità incontrata dall'ipotesi del reddito di esistenza da parte degli ambienti più statalisti della sinistra, come testimonia un articolo di Devi Sacchetto e Massimiliano Tomba (dell'università di Padova) apparso sul Manifesto dello scorso 30 giugno con il titolo "Reddito garantito, un'utopia neoliberale", di cui riporto la conclusione*:
    "...rischiamo di trovarci vicino alle posizioni neoliberali sul reddito garantito, certamente compatibile con un sistema nel quale welfare e servizi vengono immessi nel mercato, al quale il singolo sarà libero di accedere per via monetaria, scegliendo liberamente cosa comprare".

    Infine una considerazione utilitarista. Se la crisi economica che minaccia l'economia occidentale nell'ultimo secolo è sempre stata una crisi da sovraproduzione, ovvero da carenza di domanda, il reddito di esistenza, incrementando la domanda, darebbe una boccata d'ossigeno anche ai produttori ed all'economia in generale.

    * (l'intero articolo come anche gli altri articoli apparsi sul manifesto sul reddito garantito sono reperibili a questo link:
    http://www.odradek.it/html/zibaldone/segnalazioni.html )

  9. #9
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    Predefinito Cercasi interprete per tradurre il mio pensiero confuso in termini meno esoterici

    Risposta ad ANTISTATO

    Scusate il ritardo, ma ho avuto problemi a concentrarmi sull'argomento (in genere sulle cose non mi concentro, e quindi scrivo a profusione :-D). Mi trovo di fronte ad una teoria politica i cui fondamenti logici non mi sono chiarissimi, quindi cerco di interpretarli alla luce delle mie categorie politiche, che, in qualche modo più o meno fedele agli originali, sono basate sulle teorie di Leoni, Mises, Rothbard e Hayek.

    Pare che gli esegeti di Leoni litighino spesso sulla natura, positiva o normativa, del concetto di "pretesa". Io ne do un'interpretazione puramente positiva: se in una società lapidare le adultere è considerato normale, allora la lapidazione delle adultere fa parte dell'ordinamento giuridico vigente (o vivente... boh).

    Non mi riesce di considerare la diffusa accettazione di un ordinamento giuridico come criterio di demarcazione tra ordini giuridici anarchici e archici: è sempre vero per ogni norma, ove non ci sia guerra civile, che è accettata diffusamente!

    Attualmente, è comunemente accettato che le decisioni del Parlamento debbano essere rispettate, e fatte rispettare con la forza. Perchè non considerare quindi il dispotismo democratico odierno un "equilibrio nel mercato dei diritti"?

    Il Parlamento deve il suo potere al diffuso senso di legittimità conferitogli dai cittadini. Se l'"id quod plerumque accidit", criterio (positivo) per l'esistenza di una norma giuridica, non può discriminare tra ordinamenti giuridici, senza smettere di essere positivo, in base a cosa si costruisce su questo concetto la distinzione tra sistemi anarchici e sistemi statali?

    I "diritti assoluti", fattualmente, non esistono, nè sotto Stalin, nè sotto Rothbard: esistono solo rapporti di forza. Ma i rapporti di forza, a loro volta, derivano da giudizi di valore individuali riguardanti l'uso della forza (i.e.: il giudizio individuale sulla legittimità dell'ordinamento giuridico). Ma se la forza stessa è il risultato di un giudizio di valore, io sarei tentato (rothbardianamente, anche senza credere nel diritto naturale) di postulare la precedenza logica della teoria normativa della giustizia sulla situazione positiva effettiva.

    Storicamente, non è possibile separare le due componenti, a riguardo sono hayekiano: istituzioni, norme, valori sono il frutto di un processo evolutivo interconnesso, e non c'è un fattore storico primario da cui derivi il resto. Logicamente, però, reputo che ogni individuo agisca giuridicamente a partire dall'istante in cui decide se è giusto o meno lanciare il sasso contro l'adultera. Prasseologicamente, quindi, il giudizio di valore viene prima del giudizio di fatto.

    Detto in parole meno esoteriche (se avessi le idee chiare a riguardo, sarei più chiaro, mi scuso con i lettori): cosa considerate "giusto", voi "anarchici analitici"?

    Io reputo giusto (ripetendo sempre la solita solfa libertaria) che ogni individuo abbia diritto alla propria vita, e all'uso (illimitato, per definizione) della propria proprietà, e che la proprietà possa derivare dall'appropriazione originaria, dal libero scambio e dal proprio lavoro.

    Mi si dice che i titoli di proprietà debbano derivare da un consenso sociale. Positivamente, mi sembra una tautologia: non ho mai visto neanche un dittatore governare senza un consenso, attivo o passivo, da parte del popolo. Normativamente, potrei avere delle obiezioni pratiche, ma non avendo le idee chiare sulle vostre idee in proposito, mi limito ad alcune associazioni di idee, non improbabilmente infondate.

    1. Comunismo originario: questa opzione credo la scartiate perchè parlate "(de)gli altri individui che le circostanze abbiano messo nella possibilità di agire in favore o contro di essa"... quindi c'è una localizzazione del giuridico, cosa che in effetti non mi dispiace, visto che considero l'universalismo un'ideologia potenzialmente totalitaria;

    2. Comunismo locale: esistono comunità, in queste comunità si usano determinate risorse, i diritti di proprietà su queste derivano dal consenso della comunità locale... questo "anarchismo analitico" esiste già, e si chiama comunitarismo!

    Togliamo le comunità di mezzo... arrivo in un'altra "società", vedo un bel terreno coltivato da qualcun'altro, e cerco di convincere qualcuno (ehm... la comunità) a conferirmi titoli sulla terra... al di là della critica consequenzialista (l'instabilità del possesso è incompatibile con l'accumulazione del capitale, e quindi con la sopravvivenza dell'umanità), c'è da dire che, logicamente, non mi riesce di considerare questa opzione diversa dalla seconda, e, cioè, una forma di comunitarismo.

    Costanzo Preve, autore di un "Elogio del comunistarismo" che ho letto quest'estate, afferma che la verità e la giustizia sono costruzioni umane, ed esistono soltanto a livello di comunità... non riesco a togliermi dalla testa una certa simmetria tra questa posizione e il vostro tentativo (da quel che mi pare di capire) di derivare la giustizia dal consenso sociale locale... cioè, de facto, dai rapporti di forza.

    Interpretare il concetto di pretesa in senso normativo danneggia la generalità delle teorie leoniane (una teoria deve essere universale, mentre un valore deve discriminare, pena la tautologia), e riduce il diritto a rapporti di forza, senza investigare le origini (normative) di questi rapporti: ovviamente, alla fine sarà l'ordinamento giuridico effettivamente accettato quello che conta... ma prendersela con Rothbard perchè era troppo ottimista sulla possibilità di trovarne uno gius-razionalisticamente rischia di nascondere la necessaria natura normativa dell'ordinamento giuridico, che solo tautologicamente è riconducibile ai rapporti di forza (non c'è peggiore ideologia di nascondere i valori dietro i fatti).

    Non credo di aver capito bene cosa intendiate per "anarchismo analitico", ma è proprio per questo che vi chiedo di spiegarmi le ipotesi NORMATIVE sottostanti... non vedo alcuna possibilità LOGICA di poter definire un'ideologia politica SENZA giudizi di valore. Non è una risposta affermare che una società anarchica è una società dove il consenso decide i diritti di proprietà... perchè una società di questo tipo potrebbe ammettere sacrifici umani, lapidazione delle adultere, torture o altro, e non fonda neanche, a mio parere, un criterio di demarcazione tra anarchia e archia.

    P.S. Le crisi economiche hanno una storia lunga, precedente al XX secolo... anche se solo con Roosevelt sono diventate uno spettro di durata decennale (prima, all'epoca del laissez faire, duravano poco, come nel 1921). La teoria che reputo più credibile per quanto riguarda la spiegazione dei cicli è quella Austriaca (è anche l'unica che conosco in profondità), secondo la quale la carenza di domanda aggregata è il sintomo di uno squilibrio nel sistema produttivo, causato dall'espansione monetaria; e l'espansione monetaria, aumentando la domanda aggregata, si limita a rimuovere i sintomi, peggiorando però la diagnosi. "Inflazionare" significa fare andare un'auto a velocità maggiore, disattivando i dispositivi di sicurezza...

    P.P.S. Penso che, invece di cercare di adattare i concetti di democrazia e uguaglianza ad un contesto anarchico, sia più logico combattere tali concetti come orrori totalitari. Infatti, la democrazia PRESUPPONE che esista una comunità onnipossessiva (neologismo!) che elargisce diritti e dà ordini agli individui (la democrazia è necessariamente dispotica, Kant docet); e l'uguaglianza PRESUPPONE un dominio (nel senso matematico del termine) a cui applicare l'operatore "=" e un dominio (stavolta in senso politico) su cui imporre un tale valore... la libertà, SE rinascerà, rinascerà sulle tombe della democrazia e dell'uguaglianza, esattamente come questi due orrori sono nati sulla tomba della libertà. Tomba che egalitarismo, democraticismo, giuspositivismo, keynesismo, nazionalismo e altri "ismi" hanno confezionato con cura.

    P.P.P.S. Sul reddito di esistenza come second best (Milton Friedman e l'imposta negativa vi hanno preceduto) sono abbastanza d'accordo. Ricordo però che fornire un reddito, indipendentemente dal contributo alla produzione, oltre ad essere normativamente (non nei vostri esempi) inaccettabile, è anche positivamente inefficiente, incentivando il parassitismo. Comunque, se mi dicessero "metti una croce qui e spariranno tutta la burocrazia e tutti i servizi sociali pubblici, e le tue tasse, opportunamente tagliate per via della maggiore efficienza che ne conseguirebbe, finanzieranno soltanto un assegno per i poveri"... io una crocetta la metterei...

  10. #10
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    Citazione Originariamente Scritto da libertyfirst Visualizza Messaggio
    Scusate il ritardo, ma ho avuto problemi a concentrarmi sull'argomento (in genere sulle cose non mi concentro, e quindi scrivo a profusione :-D). Mi trovo di fronte ad una teoria politica i cui fondamenti logici non mi sono chiarissimi, quindi cerco di interpretarli alla luce delle mie categorie politiche, che, in qualche modo più o meno fedele agli originali, sono basate sulle teorie di Leoni, Mises, Rothbard e Hayek.

    Pare che gli esegeti di Leoni litighino spesso sulla natura, positiva o normativa, del concetto di "pretesa". Io ne do un'interpretazione puramente positiva: se in una società lapidare le adultere è considerato normale, allora la lapidazione delle adultere fa parte dell'ordinamento giuridico vigente (o vivente... boh).

    Non mi riesce di considerare la diffusa accettazione di un ordinamento giuridico come criterio di demarcazione tra ordini giuridici anarchici e archici: è sempre vero per ogni norma, ove non ci sia guerra civile, che è accettata diffusamente!

    Attualmente, è comunemente accettato che le decisioni del Parlamento debbano essere rispettate, e fatte rispettare con la forza. Perchè non considerare quindi il dispotismo democratico odierno un "equilibrio nel mercato dei diritti"?

    Il Parlamento deve il suo potere al diffuso senso di legittimità conferitogli dai cittadini. Se l'"id quod plerumque accidit", criterio (positivo) per l'esistenza di una norma giuridica, non può discriminare tra ordinamenti giuridici, senza smettere di essere positivo, in base a cosa si costruisce su questo concetto la distinzione tra sistemi anarchici e sistemi statali?
    Grazie per l'intervento stimolante.
    Come dici bene, un "equilibrio nel mercato dei diritti" esiste sempre ed è ineliminabile, anche laddove esistono stati iperdispotici che cercano di bandire completamente il mercato.
    Ma una volta preso atto di ciò, bisogna considerare l'influenza dello stato su questo equilibrio di mercato, sottolineandone le differenze con un ipotetico equilibrio di mercato ove lo stato venga bandito.
    Il problema non è quindi perseguire un qualsiasi equilibrio nel mercato dei diritti, bensì spostare questo equilibrio verso un equilibrio liberato dallo stato, cioè verso un mercato anarchico.
    La demarcazione tra sistemi anarchici e statali, per me, dipende dall'esistenza o meno di una concentrazione della forza da parte di una minoranza.
    Entrambe costituirebbero forme alternative di "equilibrio di mercato", bisogna solo scegliere quale delle due preferire, spostando l'equilibrio in un senso o nell'altro. L'equilibrio del diritto, infatti, non è immutabile, ma dipende dalle pretese e dalle azioni dei suoi "giocatori".
    Ciò non toglie, tuttavia, che essendo il diritto determinato anche dai rapporti di forza, ed essendo attualmente la forza concentrata nello stato, cambiare questo equilibrio, per gli individui, non è così facile come lo sarebbe nel caso di una situazione anarchica. Questa in effetti è un'altra differenza tra l'equilibrio in regime statale e quello anarchico: nel primo un giocatore (lo stato) conta di più degli altri nel determinare l'assetto dell'equilibrio, il quale quindi può anche prescindere, anche se mai completamente, dalla volontà degli individui, mentre nel secondo tutti gli individui avrebbero, almeno potenzialmente, possibilità di influire in modo sostanzialmente simmetrico nell'equilibrio.

    Citazione Originariamente Scritto da libertyfirst Visualizza Messaggio
    I "diritti assoluti", fattualmente, non esistono, nè sotto Stalin, nè sotto Rothbard: esistono solo rapporti di forza. Ma i rapporti di forza, a loro volta, derivano da giudizi di valore individuali riguardanti l'uso della forza (i.e.: il giudizio individuale sulla legittimità dell'ordinamento giuridico). Ma se la forza stessa è il risultato di un giudizio di valore, io sarei tentato (rothbardianamente, anche senza credere nel diritto naturale) di postulare la precedenza logica della teoria normativa della giustizia sulla situazione positiva effettiva.


    Sono parzialmente d'accordo con quello che qui sostieni, in quanto la concentrazione della forza esiste anche perchè viene accettata da chi tende ad esserne privato.
    Tuttavia è anche vero che, in presenza di tale concentrazione, gli individui non possono fare a meno di accettarla, perchè in caso contrario avrebbero elevate possibilità di ricevere spiacevoli ritorsioni da parte del concentratore stesso della forza, vale a dire lo stato.
    Vale a dire che in effetti lo stato prescinde dal "giudizio di valore" di ogni singolo individuo, pur dipendendo da quello dell'insieme di tutti gli individui nel loro complesso. Ma il consenso della collettività si compone a sua volta del consenso di ogni singolo individuo, e se questo non è libero, allora neanche quello della collettività è completamente libero.
    In altre parole, non è possibile affermare che lo stato sia un contratto derivante dalla libera scelta degli individui, poichè la sua esistenza dipende da un circolo vizioso alimentato dai condizionamenti che lo stato stesso impone sugli individui. Quindi non ritengo che sia possibile affermare una precedenza logica della teoria normativa sulla realtà effettiva, bensì che le due cose siano reciprocamente correlate.

    Citazione Originariamente Scritto da libertyfirst Visualizza Messaggio
    Storicamente, non è possibile separare le due componenti, a riguardo sono hayekiano: istituzioni, norme, valori sono il frutto di un processo evolutivo interconnesso, e non c'è un fattore storico primario da cui derivi il resto.
    Citazione Originariamente Scritto da libertyfirst Visualizza Messaggio
    Logicamente, però, reputo che ogni individuo agisca giuridicamente a partire dall'istante in cui decide se è giusto o meno lanciare il sasso contro l'adultera. Prasseologicamente, quindi, il giudizio di valore viene prima del giudizio di fatto.
    Però possono anche esistere giudizi di valore difficili o impossibili da applicare coerentemente. Ci sono quindi giudizi che possono diventare fattivi e concreti, ed altri destinati a rimanere astratti.
    Ad esempio, si potrebbe esprimere il giudizio secondo cui la morte è ingiusta, tuttavia tale giudizio è destinato a rimanere astratto, in quanto è impossibile eliminarla.

    Citazione Originariamente Scritto da libertyfirst Visualizza Messaggio
    Detto in parole meno esoteriche (se avessi le idee chiare a riguardo, sarei più chiaro, mi scuso con i lettori): cosa considerate "giusto", voi "anarchici analitici"?


    Almeno per quanto mi riguarda, non mi preoccupo tanto di cosa sia giusto o sbagliato, ma di cosa è preferibile (cioè conveniente) e cosa no.
    Il concetto di preferenza è un concetto relativo: non esiste nulla di preferibile in assoluto, potendo essere ogni opzione preferibile per alcuni e non per altri.
    Noi riteniamo che il mercato anarchico sia preferibile, rispetto allo stato, per la stragrande maggioranza degli individui, ma ciò non significa che debba esserlo necessariamente per tutti: ad esempio, lo stato è preferibile per una minoranza di individui che ricevono dallo stato privilegi a discapito di tutti gli altri (ad essere più precisi, tutti ricevono un qualche vantaggio dallo stato, ma solitamente in misura inferiore dei costi e dei danni da esso procurati, spesso senza averne neanche coscienza).

    Citazione Originariamente Scritto da libertyfirst Visualizza Messaggio
    Io reputo giusto (ripetendo sempre la solita solfa libertaria) che ogni individuo abbia diritto alla propria vita, e all'uso (illimitato, per definizione) della propria proprietà, e che la proprietà possa derivare dall'appropriazione originaria, dal libero scambio e dal proprio lavoro.


    In un mercato anarchico ritengo più probabile (e più preferibile) che ognuno si accordasse sulla distribuzione della proprietà secondo meri calcoli di convenienza anzichè astratte considerazioni etiche.

    Citazione Originariamente Scritto da libertyfirst Visualizza Messaggio
    Mi si dice che i titoli di proprietà debbano derivare da un consenso sociale. Positivamente, mi sembra una tautologia: non ho mai visto neanche un dittatore governare senza un consenso, attivo o passivo, da parte del popolo.


    E' vero che il fatto che i diritti di proprietà necessitino del consenso sociale sia una tautologia. Tuttavia oggi il "consenso sociale" viene monopolizzato dallo stato, nel senso che è quest'ultimo la principale fonte di legittimità della proprietà: tutti gli altri individui sono obbligati dallo stato a riconoscere i diritti di proprietà da lui legittimati.
    In un mercato astatale, invece, non essendoci concentrazione della forza, non esisterebbe un ente i cui giudizi sulla distribuzione della proprietà contassero di più degli altri, ovvero capace di obbligare tutti gli altri a conformarsi ai suoi giudizi.
    La necessità del "consenso sociale" rimarrebbe quindi tale e quale, ma la sua origine non sarebbe più concentrata da un ente monopolista, bensì diffusa ed aperta a tutti. In altre parole, tutti avrebbero possibilità sostanzialmente eque di poter far valere i propri giudizi sulla distribuzione della proprietà, mentre oggi quelli che contano di più sono i giudizi dello stato, meglio capace di far valere i propri giudizi rispetto agli altri, proprio in virtù della propria concentrazione della forza.

    Citazione Originariamente Scritto da libertyfirst Visualizza Messaggio
    Normativamente, potrei avere delle obiezioni pratiche, ma non avendo le idee chiare sulle vostre idee in proposito, mi limito ad alcune associazioni di idee, non improbabilmente infondate.
    Citazione Originariamente Scritto da libertyfirst Visualizza Messaggio
    1. Comunismo originario: questa opzione credo la scartiate perchè parlate "(de)gli altri individui che le circostanze abbiano messo nella possibilità di agire in favore o contro di essa"... quindi c'è una localizzazione del giuridico, cosa che in effetti non mi dispiace, visto che considero l'universalismo un'ideologia potenzialmente totalitaria;

    2. Comunismo locale: esistono comunità, in queste comunità si usano determinate risorse, i diritti di proprietà su queste derivano dal consenso della comunità locale... questo "anarchismo analitico" esiste già, e si chiama comunitarismo!
    Scusa, allora secondo te il comunitarismo sarebbe una tautologia? Comunque il nostro anarchismo è tutt'altro che comunitarista, bensì profondamente individualista. Gli individui per noi sono l'unica realtà concreta, ed è proprio per questo che rifiutiamo ogni idea di proprietà "sacra", cioè trascendente gli individui, ai quali noi vogliamo invece riconoscere il diritto di creare diritto, ivi compresi i diritti di proprietà.
    Probabilmente è l'epressione "consenso sociale" che può indurre in equivoco. Ma bisogna distinguere tra norme collettive pianificate da enti collettivi monopolistici e norme sociali scaturite dalla libera interazione tra gli individui. Anche i prezzi in un libero mercato, ad esempio, sono norme sociali, ma dettate non già dalla deliberazione di un ente collettivo, bensì dall'interazione tra le singole deliberazioni individuali. E si badi che la differenza è enorme, basti pensare a quella che passa tra un'economia di mercato ed una pianificata "comunitaristicamente", come viene proposto nell"Economia Partecipativa" di cui si discute in un altro post.
    Diciamo allora che i diritti di proprietà, in un mercato anarchico, costituirebbero delle norma sociali che, al pari dei prezzi, scaturirebbero dall'interazione tra le pretese di ogni individuo, potendo essere risindacate in qualsiasi momento.

    Citazione Originariamente Scritto da libertyfirst Visualizza Messaggio
    Togliamo le comunità di mezzo... arrivo in un'altra "società", vedo un bel terreno coltivato da qualcun'altro, e cerco di convincere qualcuno (ehm... la comunità) a conferirmi titoli sulla terra... al di là della critica consequenzialista (l'instabilità del possesso è incompatibile con l'accumulazione del capitale, e quindi con la sopravvivenza dell'umanità), c'è da dire che, logicamente, non mi riesce di considerare questa opzione diversa dalla seconda, e, cioè, una forma di comunitarismo.


    Nel mercato anarchico non esisterebbe alcun obbligo di far parte di una comunità, ma solo individui che potrebbero collaborare e convergere liberamente su obiettivi comuni. Perciò, più che convincere la comunità, si tratterebbe di convincere il mercato: se il mercato reputasse più utile che la proprietà X vada a tizio anzichè a caio, quella proprietà andrebbe a tizio.
    In altre parole, anche la distribuzione della proprietà risponderebbe a criteri di efficienza: se una certà proprietà, in mano a caio, fosse inefficiente, cioè non creerebbe adeguata ricchezza per le sue potenzialità, l'interesse generale (inteso nel senso del mercato e non del comunitarismo) sarebbe quello di affidarla a qualcun altro che la sappia utilizzare in modo più vantaggioso per tutti. Volendo fare un esempio, il mercato avrebbe più interesse che la proprietà di un'officina vada ad un operaio e quella di un ambulatorio ad un medico, anzichè viceversa: ognuno nei posti meglio adatti alle proprie capacità, perchè più efficiente è la creazione di ricchezza, meglio è non solo per chi la ricchezza la crea e la offre sul mercato, ma anche per i consumatori che possono così usufruire di beni e servizi migliori a minor prezzo.
    Per quanto riguarda l'instabilità del possesso, già oggi chi fa un investimento è sottoposto a dei rischi, rischi che si è pronti a correre in vista di maggiori possibilità di guadagno. Il rischio è un elemento fondamentale del mercato, essendo quest'ultimo basato sulle libere interazioni tra gli individui. Eliminare ogni rischio per qualcuno significa elargire in suo favore la più completa protezione da parte dello stato, a discapito di tutti gli altri.
    Detto questo, si può ragionevolmente prevedere una certa stabilità del possesso, se il proprietario saprà farsi confermare dal mercato il consenso necessario, cioè se sarà efficiente e rispettoso degli interessi di tutti gli altri. In ogni caso, è vero che un'eccessiva accumulazione verrebbe disincentivata, perchè i costi per la sua difesa lieviterebbero e sarebbero tutti a carico del proprietario. Del resto gli investimenti sarebbero meno vincolati all'accumulazione rispetto alla situazione odierna, in quanto la libertà monetaria comporterebbe un considerevole aumento dell'offerta di credito.

    Citazione Originariamente Scritto da libertyfirst Visualizza Messaggio
    Costanzo Preve, autore di un "Elogio del comunistarismo" che ho letto quest'estate, afferma che la verità e la giustizia sono costruzioni umane, ed esistono soltanto a livello di comunità... non riesco a togliermi dalla testa una certa simmetria tra questa posizione e il vostro tentativo (da quel che mi pare di capire) di derivare la giustizia dal consenso sociale locale... cioè, de facto, dai rapporti di forza.
    Citazione Originariamente Scritto da libertyfirst Visualizza Messaggio
    Interpretare il concetto di pretesa in senso normativo danneggia la generalità delle teorie leoniane (una teoria deve essere universale, mentre un valore deve discriminare, pena la tautologia), e riduce il diritto a rapporti di forza, senza investigare le origini (normative) di questi rapporti: ovviamente, alla fine sarà l'ordinamento giuridico effettivamente accettato quello che conta... ma prendersela con Rothbard perchè era troppo ottimista sulla possibilità di trovarne uno gius-razionalisticamente rischia di nascondere la necessaria natura normativa dell'ordinamento giuridico, che solo tautologicamente è riconducibile ai rapporti di forza (non c'è peggiore ideologia di nascondere i valori dietro i fatti).
    Il fatto che ogni assetto normativo dipenda innanzitutto dai rapporti di forza e dalla volontà di ogni attore che produce diritto è una tautologia, cioè un fatto ragionevolmente innegabile ed ineliminabile.
    Noi, una volta preso stirnerianamente atto di ciò, proponiamo semplicemente di eliminare la concentrazione statale della forza, al fine di mutare i rapporti di forza in senso più conveniente per tutti e concedere a tutti eque facoltà di produrre diritto. Questa è per noi l'anarchia.

    Citazione Originariamente Scritto da libertyfirst Visualizza Messaggio
    Non credo di aver capito bene cosa intendiate per "anarchismo analitico", ma è proprio per questo che vi chiedo di spiegarmi le ipotesi NORMATIVE sottostanti... non vedo alcuna possibilità LOGICA di poter definire un'ideologia politica SENZA giudizi di valore. Non è una risposta affermare che una società anarchica è una società dove il consenso decide i diritti di proprietà... perchè una società di questo tipo potrebbe ammettere sacrifici umani, lapidazione delle adultere, torture o altro, e non fonda neanche, a mio parere, un criterio di demarcazione tra anarchia e archia.


    Il motivo per cui abbiamo scelto l'espressione "anarchismo analitico" è già spiegato nella prima parte della presentazione (che peraltro io non ho sottoscritto).
    Ripeto che per anarchia io intendo l'assenza di concentrazione della forza. Ma noi non ci fermiamo all'anarchia: in particolare, noi proponiamo il mercato anarchico, cioè un contesto di anarchia in cui le libere interazioni tra gli individui (o libere associazioni di individui) siano volte principalmente al perseguimento dei propri interessi, attraverso una valutazione razionale dei costi e dei benefici di ogni azione o interazione.
    In altre parole, una combinazione di assenza di stato ed egoismo razionale, tenuto comunque conto che il primo discenderebbe conseguenzialmente dal secondo (e che quindi la forma più probabile di anarchia, alla lunga, risulterebbe essere proprio il mercato anarchico, nel senso che quest'ultimo tenderebbe ad instaurarsi spontaneamente in assenza di stato).
    In un mercato anarchico le torture e la lapidazione delle adultere sarebbero improbabili, perchè non darebbero vantaggi a nessuno. Ne converrai che queste pratiche non possone di certo essere ricondotte a motivi egoistici o utilitaristici, bensì ad idee fisse irrazionali, religiose, o appartenenti comunque a convinzioni etiche.


    Citazione Originariamente Scritto da libertyfirst Visualizza Messaggio
    P.S. Le crisi economiche hanno una storia lunga, precedente al XX secolo... anche se solo con Roosevelt sono diventate uno spettro di durata decennale (prima, all'epoca del laissez faire, duravano poco, come nel 1921). La teoria che reputo più credibile per quanto riguarda la spiegazione dei cicli è quella Austriaca (è anche l'unica che conosco in profondità), secondo la quale la carenza di domanda aggregata è il sintomo di uno squilibrio nel sistema produttivo, causato dall'espansione monetaria; e l'espansione monetaria, aumentando la domanda aggregata, si limita a rimuovere i sintomi, peggiorando però la diagnosi. "Inflazionare" significa fare andare un'auto a velocità maggiore, disattivando i dispositivi di sicurezza...
    Non hai tutti i torti, ma il reddito di esistenza costituirebbe un sostegno duraturo alla domanda, non come quello "una tantum" che viene procurato da un' espansione monetaria.

    Citazione Originariamente Scritto da libertyfirst Visualizza Messaggio
    P.P.S. Penso che, invece di cercare di adattare i concetti di democrazia e uguaglianza ad un contesto anarchico, sia più logico combattere tali concetti come orrori totalitari. Infatti, la democrazia PRESUPPONE che esista una comunità onnipossessiva (neologismo!) che elargisce diritti e dà ordini agli individui (la democrazia è necessariamente dispotica, Kant docet); e l'uguaglianza PRESUPPONE un dominio (nel senso matematico del termine) a cui applicare l'operatore "=" e un dominio (stavolta in senso politico) su cui imporre un tale valore... la libertà, SE rinascerà, rinascerà sulle tombe della democrazia e dell'uguaglianza, esattamente come questi due orrori sono nati sulla tomba della libertà. Tomba che egalitarismo, democraticismo, giuspositivismo, keynesismo, nazionalismo e altri "ismi" hanno confezionato con cura.
    Non sono totalmente in disaccordo su questo, l'uguaglianza per noi non è un fine da perseguire ad ogni costo (così come nessun altro valore etico, compresa la proprietà "sacra e giusta" dei giusnaturalisti): noi non facciamo altro che evidenziare come l'equità (che è cosa ben diversa dall'uguaglianza assoluta) costituisca, assieme all'efficienza, un risultato spontaneo del mercato, in particolare se anarchico. Riteniamo perciò che l'ipotesi di una presunta contrapposizione tra libertà ed equità sia smentita dai fatti. Del resto anche Gustave De Molinari parlava del mercato e della libertà individuale come fonti di equità e di efficienza.

    Citazione Originariamente Scritto da libertyfirst Visualizza Messaggio
    P.P.P.S. Sul reddito di esistenza come second best (Milton Friedman e l'imposta negativa vi hanno preceduto) sono abbastanza d'accordo. Ricordo però che fornire un reddito, indipendentemente dal contributo alla produzione, oltre ad essere normativamente (non nei vostri esempi) inaccettabile, è anche positivamente inefficiente, incentivando il parassitismo.
    Se il reddito fosse fornito indipendentemente dal reddito di produzione sarebbe fornito a tutti, sia disoccupati che produttori, e quindi non incentiverebbe il parassitismo, perchè producendo si continuerebbe a percepire comunque anche il reddito di produzione, al quale il reddito di esistenza si verrebbe ad aggiungere, senza sostituirlo.
    A questo si aggiunga che noi non proponiamo di reperire i fondi per il reddito di esistenza dalle tasse pagate dai produttori. Anzi, a nostro avviso, le tasse che si pagano sul reddito, sul lavoro, sul consumo, dovrebbero essere abolite e sostituite parzialmente, in un second best, con tasse sulla detenzione di moneta e di proprietà.

    Citazione Originariamente Scritto da libertyfirst Visualizza Messaggio
    Comunque, se mi dicessero "metti una croce qui e spariranno tutta la burocrazia e tutti i servizi sociali pubblici, e le tue tasse, opportunamente tagliate per via della maggiore efficienza che ne conseguirebbe, finanzieranno soltanto un assegno per i poveri"... io una crocetta la metterei...
    Ok, ciao e buon anno



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