La vita parallela di un uomo braccato
Angelo Cottarelli, 56 anni, da giorni era spaventato: ma non voleva che la moglie e il figlio si preoccupassero
BRESCIA—Gli ultimi giorni di Angelo Cottarelli sono stati quelli di un uomo in fuga che ogni sera doveva tornare a casa. Sapeva che qualcuno lo stava cercando, lo hanno detto i testimoni che hanno riempito la sala d’aspetto della questura di Brescia. Qualcuno molto cattivo, del quale aveva paura. Svegliarsi, fare colazione, e poi uscire cercando di non farsi vedere, lunghi giri sulla Mercedes con lo sguardo allo specchietto retrovisore, noleggiare un’altra auto, evitare i luoghi abituali, compreso l’ufficio. Ma l’uomo che ha visto l’agonia di sua moglie e di suo figlio prima di essere ucciso è sempre rientrato a casa, perché c’era comunque una famiglia alla quale era meglio non dire nulla, da tenere tranquilla. Forse è caduto in una trappola, forse non sapeva che stava aprendo la porta ai suoi assassini.
Ma è qui che l’hanno trovato, nella periferia elegante di Urago, villetta di nuova costruzione acquistata sette anni fa, pagamento in contanti, due piani color vaniglia arredati in modo lussuoso, come di lusso era la vita che il figlio di due contadini di Desenzano sul Garda aveva disegnato per sé. Angelo Cottarelli era un uomo alto che dimostrava meno dei suoi 56 anni, vestito sempre con grande cura, tagli Armani acquistati aMilano, tre Mercedes cambiate in cinque anni, lo champagne sempre in frigo, una moglie anche lei bella e alta, un figlio che gli somigliava.
Adesso che i telegiornali dicono che non è una vittima dei banditi slavi, l’incubo della zona, non è un nuovo martire dell’immigrazione sfrenata, adesso è tutta un’alzata di spalle, una corsa a dire che c’era da aspettarselo, anche quelli che avevano accesso allo champagne in frigo. «Un uomo che non parla è un uomo che nasconde qualcosa», dice una vicina dal balcone sull’altro lato della strada. «Non era dei nostri», esclama sicura la signora Rosa, che si lascia andare ad un tono di esecrazione soltanto quando le parole scivolano sul figlio Luca, diciassette anni compiuti lo scorso 14 luglio, ragazzo timido che stava sulle sue («Anche lui»), non frequentava la compagnia del giardinetto di fronte e quindi «doveva essere anche lui un po’ strano».
Come se essere sgozzati dopo aver visto morire i propri cari fosse qualcosa da mettere in conto per chi — forse — non camminava sul lato soleggiato della strada. Come se fosse normale, in fondo se l’è cercata. Cottarelli non era un santo, questo no. Tutt’altro. Il suo riserbo era comprensibile, certe cose non si raccontano mai, figurarsi nelle serate passate nella tavernetta della sua villa dividendo con i vicini una vita agiata che a quanto pare aveva radici maligne.
Non era neppure uno sconosciuto, in questura quando hanno udito il suo nome dal 118 hanno alzato il sopracciglio. E si sono messi a telefonare alle Procure di mezza Italia. Agli inizi degli anni Novanta era finito nelle carte di un’inchiesta sul riciclaggio di denaro sporco che portava in Svizzera, poco più di una storia di spalloni che gestivano denaro proveniente da traffici loschi di matrice calabrese. Era inciampato in qualche disavventura finanziaria, e non solo per colpa sua. Apparteneva anche lui a quella schiera di italiani che si sono scottati le mani con i bond argentini, i titoli di Stato sudamericani crollati in Borsa nel dicembre 2001.
L’azzardo gli piaceva, e accanto alla normalità della vita in villetta a schiera scorreva un’altra esistenza, fatta di night, frequentati e anche gestiti insieme ad altri (presunti) amici, piccoli e grandi affari sui quali stanno indagando gli inquirenti, serate sulla riviera del Garda sempre con le persone sbagliate. I lavori ufficiali erano un’altra cosa, marginale. Un negozio di scarpe, un paio di locali, ultimamente una piccola agenzia immobiliare non molto attiva. I soldi, dicono gli inquirenti, arrivavano da altre parti. Dai traffici con personaggi riconducibili alla mafia calabrese dei quali era considerato una specie di consigliere finanziario. Non c’è solo la pista del riciclaggio, di Angelo Cottarelli si stava occupando una Procura antimafia con ipotesi di lavoro ancora più pesanti.
Da quasi vent’anni accanto a quest’uomo obbligato al riserbo c’era una donna, molto più giovane di lui, che gli aveva dato un figlio. Marzenna Topor era nata a Varsavia nel 1965, al suo arrivo in Italia aveva cercato lavoro in televisione. Da qualche parte a Mediaset esiste ancora un suo provino di fine anni Ottanta. Era finita a ballare nei night di Desenzano, ed è lì che aveva conosciuto Angelo. Era una donna che amava il suo Paese di provenienza ma si era integrata perfettamente. La madre Agnezska all’inizio non amava il suo compagno, ma poi se n’era fatta una ragione. Passava ad Urago un mese all’anno, felicemente stupita del lusso che circondava sua figlia.
Marzenna organizzava le feste dei bambini nella tavernetta dov’è morta, si divertiva a tagliare la siepe, e almeno su di lei nessuno per ora alza il dito per pronunciare il fatidico «l’avevo detto». Anzi, c’è chi versa qualche lacrima, che scorre più facilmente al pensiero di Luca, spilungone taciturno che studiava agli Artigianelli, l’Istituto tecnico di Brescia, chi lo conosce racconta di «un pigrone», che deludeva le aspettative di mamma, ex ginnasta in Polonia, dedicandosi al suo iPod, al suo motorino, a qualche sporadica visita all’oratorio dove aveva studiato catechismo. Un adolescente, ecco. Che doveva sbocciare, ed è finito con la gola tagliata accanto a sua madre. Ma poi, a pensarci bene, ecco il vicino di casa che si ricorda di questa Marzenna che curava la siepe del giardino, e che non la raccontava giusta neppure lei.
Quando c’era stato «l’incidente», si era chiuso in un mutismo ostentato. Il 18 agosto 2004, Angelo era stato arrestato su ordine della Direzione distrettuale antimafia di Potenza. Veniva considerato mani e piedi dentro ad una organizzazione transnazionale «specializzata nel fare arrivare dall’Est ragazze poi avviate alla prostituzione », così era stato scritto dai giudici. Alcune persone intercettate parlavano di «noti locali» sul lago di Garda in cui era possibile incontrarle, dei costi per organizzare il loro viaggio verso la provincia di Brescia, di ragazze costrette a pagare per avere documenti in regola e a versare una quota ai loro sfruttatori per ogni prestazione sessuale.
Dopo 18 giorni di carcere, Cottarelli era uscito con tante scuse, prosciolto da ogni accusa. Ma «l’incidente » era rimasto ad aleggiare tra le villette di Urago, anche se poi la taverna dei Cottarelli era tornata a riempirsi di ospiti. Adesso, quel silenzio viene riesumato come una prova. Fa da controcanto al brusio spietato dei curiosi davanti alla nuova, ennesima «casa degli orrori» bresciana, un brusio che cala soltanto a tarda sera quando in un involucro metallico vengono portati via i corpi di Marzenna e Luca, vittime (forse) dei traffici dell’uomo che doveva vegliare su di loro. Ma anche di una violenza bestiale, inaudita, che rimarrà senza spiegazione, perfino quando per i pacifici cittadini di Urago arriverà un perché e tutto sarà finalmente chiaro, e tranquillizzante.
Marco Imarisio
29 agosto 2006




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