L’estate nera dell’immigrazione. Rifiutare le due logiche Wasp: il multirazzismo global e la sindrome del Ku Klux Klan
Approfittando del generale stordimento del sol leone, ai primi di agosto il governo Proni, nella persona del suo massimo valletto, ha ribadito l’intenzione di cambiare i diritti di cittadinanza. Il che, se non sarà impedito, comporterà l’arrivo in Italia di almeno sei o sette milioni di nuovi immigrati in tempi brevi.
Sono davvero pochi quelli che hanno colto la vastità del problema e i suoi risvolti apocalittici. Del resto, per poter comprendere in anticipo quale inferno ci viene apparecchiato è necessario aver vissuto in Francia, in Olanda o in Belgio. Non hanno ancora ben capito il problema nemmeno le singole forze nazionalistiche e/o reazionarie; né tantomeno lo hanno visto venire.
Personalmente avevamo suonato il campanello d’allarme già a fine inverno sottolineando la presenza, nel programma pluto/comunisa, di questa volontà identicida, di questo disegno antinazionale e antisociale che ha assunto la forma dell’Alto Tradimento, cosa che però sorprendentemente nessuno ha ancora notato.
All’epoca (e parliamo solo di quattro mesi fa) c’era chi sosteneva che il governo Proni fosse preferibile alla CdL perché meno appecoronato ai signori atlantici e israeliani. Nulla di più falso: il centrodestra è solo più chiaramente servile, lo è con minore ipocrisia, mentre il centrosinistra lo è più strutturalmente e sistematicamente; e nel giro di poche settimane si è visto eccome. In tutti i campi.
Non è irreversibile
Il tradimento che Fassino e combriccola hanno operato con la consueta e a loro così cara tecnica del colpo di stato, non è ancora irreversibile. Se le multinazionali e le varie centrali ideologiche mondialiste concordano nel piano immigratorio di massa non bisogna però sottovalutare il fatto che in diversi ambienti elitari, persino nel seno della Trilateral, con gli anni sono sorte notevoli perplessità sul progetto e che il provvedimento proposto da questo governo di lacché si trova in controtendenza rispetto alle timide politiche di altri paesi che hanno iniziato a inserire la marcia indietro. È quindi un progetto che può essere arrestato, magari per via referendaria. Dovrebbe essere la prima preoccupazione, per non dire l’unica, delle forze populiste. Ci auguriamo che la questione non venga cavalcata come al solito in chiave strumentale (ovvero per ottenere qualche consenso e qualche militante in più), che non sia affrontata con il consueto chiassoso catastrofismo trinariciuto e con il vittimismo cosmico che da qualche decennio caratterizza le sottoculture reazionarie. Auspichiamo che sia l’occasione buona perché tutti si trovino, al servizio della nazione, dalla cultura, della giustizia sociale, del bene comune e diano battaglia
d i s i n t e r e s s a t a per sconfiggere quegli autentici stragisti che vogliono privarci del futuro.
Il referendum può essere vinto. A patto, però, che non sia impostato negli schemi angusti e prefabbricati con i quali viene sempre presentato il problema dell’immigrazione. Tra un “bene” assoluto di stampo buonista e un “male” assoluto di stampo anti-umanista esistono molte altre concezioni che però vengono negate dall’assioma comune. E le estreme destre in questo sono ottusamente complici. Si deve assolutamente cambiare registro.
L’agosto nero degli immigrati
Il mondo respira. Lo fa con ritmi naturali che nessun individuo, che si creda un dio o un vicario di Dio, potrà mai arrestare o modificare. Così ad ogni atto corrisponde un evento compensatorio, di per sé indipendente ma sempre cosmicamente collegato. Sicché il governo Proni non ha fatto in tempo ad annunciare la sua decisione di tradire la nostra nazione nel suo stesso fondamento (ovvero l’appartenenza ad essa e ai suoi Lari) che immediatamente si sono avuti eventi delittuosi o tragici a catena che hanno visto, tutti, degli immigrati come disgraziati protagonisti.
E se i tragici naufragi che hanno mietuto vittime come mosche possono essere direttamente imputabili alla propaganda governativa che ha spalancato le porte alle illusioni di quegli uomini e di quelle donne e di quei bambini che sfuggono le loro terre impoverite e sfruttate proprio dai soci e dai padroni della combriccola ulivista, lo stesso non può dirsi per la lunga sequela dell’agosto nero.
Una serie impressionante di stupri, omicidi e sacrifici umani è andata improvvisamente in onda. L’assassino o il violentatore immancabilmente immigrato. Immigrati di tutti i colori e di tutte le credenze religiose. Tant’è che il delitto più completo (violenza carnale più omicidio) ha avuto come protagonista un immigrato cattolico e persino bigotto. Insomma ce n’è per tutti. Ma, in barba alla banda Proni, oggi Immigrato significa Pericoloso e magari anche Sottouomo.
Questo che a prima vista potrebbe anche favorire la causa referendaria (ma non è vero perché contiene in sé una trappola inesorabile) non può essere accettato né condiviso.
Per tutta una serie di ragioni.
Non esiste l’ Immigrato
Innanzitutto non esiste l’Immigrato. Non soltanto perché ce ne sono di ogni etnia, religione e cultura ma perché gli uomini si differenziano tra loro qualitativamente. Se molti albanesi, ad esempio, sono feroci banditi, ci sono fior d’albanesi gentiluomini. Se i nigeriani sono spesso immischiati nel traffico di droga e di esseri umani, ci sono nigeriani che lavorano quindici ore al giorno vendendo orologi e braccialetti per riuscire a cenare, quando ci riescono, con un panino. E fantastici muratori macedoni, ucraini, russi, romeni.
Se la retorica buonista non regge al confronto con la realtà allorché ci s’imbatte in una delinquenza e in una bestialità di prim’ordine, nemmeno il sistematico disprezzo sta in piedi quando ci s’incontra con gente che si sacrifica senza perdere l’allegria e la semplicità: ogni teorema suprematista svanisce, giustamente. Perché di fronte a un uomo che si dedica giorno e notte ad affrontare la vita con le maniche rimboccate la superiorità di un Calderoli appare ridicola. E ci si ricorda, allora, che la delinquenza sarà anche romena, nigeriana, albanese e maghrebina ma che la camorra, la mafia, la n’drangheta, la sacra corona unita, la mala del Brenta e quella milanese non sono fenomeni d’importazione. E l’immigrazione allora viene accettata.
Ma il problema è lì, nell’Immigrazione, non negli immigrati.
Radiografia di un inferno
La tratta global delle braccia di ogni colore a cosa porta? Alla nascita di città ghetto, costruite sulla molteplice e reciproca apartheid. Alla perdita di riferimenti memoriali e identitari. Tant’è che le generazioni figlie dell’immigrazione si caratterizzano spesso per un fanatico radicalismo islamico di ritorno, del tutto spontaneo, figlio di un vero e proprio bricolage che le fa preda, molto più di quanto lo sia il mondo arabo, del reclutamento terroristico che americani e israeliani operano per il tramite dei servizi pachistani per utilizzarlo contro l’Europa, la Russia e la Palestina.
Socialmente la devastazione è assoluta. Perché da un lato l’emigrazione è parte integrante dello sfruttamento delle Multinazionali di terre e popoli da cui provengono le nuove plebi urbane, dall’altro le stesse plebi urbane indeboliscono nettamente la forza contrattuale dei ceti lavorativi.
I ceti lavorativi e quelli produttivi (cioè la parte sana e potenzialmente rivoluzionaria della nazione) s’internazionalizzano; ovvero si mondializzano; cioè si americanizzano, anzi si sub-americanizzano dando vita ad una nichilistica, disperata, ineffabile, inarrestabile, guerra tra poveri. E il futuro appare solo come una jungla d’asfalto nella quale la sopravvivenza individuale sarà garantita esclusivamente dal denaro e dalla fuga dal tessuto sociale. Si può immaginare di peggio?
Quei giorni a Berlino…
Quest’inferno va tenuto lontano; non per noi ma per i nostri discendenti e per rispetto dei nostri avi; degli avi di tutti, anche dei nigeriani e degli albanesi.
Non può però essere allontanato se si persiste a cadere nel teorema dualistico che viene posto sulla figura astratta dell’Immigrato.
Ogni dualismo è di per sé negativo e paralizzante: va superato con una sintesi onnicomprensiva, altrimenti si resta al palo. È del tutto fuorviante immaginare che si debbano accettare gli immigrati tanto da offrire loro la cittadinanza (quando hanno comunque tutti i diritti sociali ed economici assicurati) oppure li si debba rigettare a mare sperando che anneghino.
È questo un dualismo WASP, inglese, americano, anglosassone che se nella sua versione anti-immigratoria è sinonimo corrente del termine “razzismo” non corrisponde assolutamente alla dottrina della razza e all’idea che avevano della razza i movimenti razzisti del secolo XX.
Basterebbe studiare seriamente il nazionalsocialismo per scoprirlo. Accorgendosi, magari, che promosse non poche rinascenze razziali non bianche, che difese le minoranze oppresse, come quella nera d’America. Basterebbe leggere le memorie del campione olimpionico americano black Jesse Owens, quello che ci sbandierano come l’uomo che ferì l’orgoglio di Hitler, per scoprire non solo che il Führer si complimentò con lui e fu molto cordiale nell’incontro ma che girando a piedi o in autobus nella Berlino nazista si accorse con stupore che veniva accolto come un uomo, cosa che nell’America che stava per dar via alla crociata del “bene”, non succedeva minimamente.
Frankenstein City
Questo “paradosso” non è paradossale affatto, è sintomatico. Il razzismo Wasp, quella forma suprematista, depravata e frustrata di razzismo non può dare origine ad altro cha all’apartheid, che al ghetto. Ed è quel razzismo Wasp che sublimato e portato alle estreme conseguenze dell’ipocrisia propagandistica si è fatto quintessenza nel progetto global della società di schiavi multicolori.
Vi è altrettanto disprezzo, ma con una perversità molto maggiore, nel buonismo multiculturale e multietnico di quanto se ne trovi nell’ottusa concezione del Ku Klux Klan che poi del multiculturalismo è figlio diretto.
Non si può, dunque, controbattere il razzismo Wasp global e immigratorio restando nei suoi parametri; non si può non solo perché è inefficace ma, soprattutto, perché è avvilente ed ingiusto.
Chi ama il suo popolo, la sua stirpe, la sua tradizione, la sua civiltà ama, o comunque rispetta, anche le altre; chi non lo fa disprezza l’universo. Ma chi disprezza l’universo, disprezza anche se stesso.
Avendo ben chiari questi concetti e attenendosi ad essi si potrà impedire che il futuro venga strappato a noi e a tutti quelli che vorrebbero miscelare con noi in Frankenstein City.
E in una società fiera e umanista al contempo sarà nuovamente possibile che tutti gli Owens vengano trattati per quello che sono, per degli uomini; cosa che oggi, francamente, in pieno buonismo frappé non succede se non da parte di alcuni. Che poi, spesso, sono quelli che meno t'aspetti…




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