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    Predefinito Qualità della vita, ovvero dell'eugenetica

    L'inganno della "qualità della vita": quando il "miglior interesse" del
    bambino disabile è toglierlo di mezzo


    ROMA, domenica, 27 agosto 2006 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito per la
    rubrica di Bioetica l'intervento della dottoressa Claudia Navarini, docente
    presso la Facoltà di Bioetica dell'Ateneo Pontificio Regina Apostolorum.


    * * *


    Uno studio di Loretta Kopelman, apparso sull'organo ufficiale dell'American
    Academy of Pediatrics (AAP), la rivista Pediatrics, è tornato di recente a
    parlare di "qualità della vita" (L. Kopelman, Are the 21-Year-Old Baby Doe
    Rules Misunderstood or Mistaken? , "Pediatrics" 2005; 115;797-802).
    Protagonisti sono i bambini inferiori ad un anno e "nati male", cioè affetti
    da varie infermità o deformità. E il concetto si presenta "arricchito" e
    precisato dalla nozione di best interest standard, che l'autrice ha
    approfondito nel corso degli anni nel suo Dipartimento di Medical Humanities
    all'Università dell'East Carolina. Il quotidiano "Il Foglio" ha dedicato in
    questi giorni uno spazio al tema, cruciale nel dibattito che in Italia e in
    tutto il mondo accompagna la riflessione sull'aborto e la manipolazione
    embrionaria, come pure sull'eutanasia (cfr. G. Meotti, Attenzione, i
    pediatri americani discutono di "qualità della vita", "Il Foglio", 23 agosto
    2006, p. I).

    Le situazioni "limite" all'inizio e alla fine della vita umana sono infatti
    il banco di prova della bioetica. La visione del mondo - e dell'uomo -
    implicata dalle diverse teorie può emergere scarsamente nella pratica
    clinica comune dei paesi occidentali di tradizione giudeo-cristiana, mentre
    si erge imponente quando si tratta di chiarire il valore della vita umana
    dei non nati (soprattutto gli embrioni precoci e quelli malformati), dei
    disabili (soprattutto neonati), dei morenti (soprattutto in coma e in stato
    vegetativo).

    Qui si entra infatti in un ginepraio di distinguo che, anche quando chiari
    in apparenza o sufficientemente definiti, vengono di fatto interpretati e
    applicati in maniera contrastante, in relazione all'opzione di senso
    attribuita alla vita umana. Lo sintetizzava bene, nel 1986, l'allora
    presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan, commentando gli emendamenti alla
    norma costituzionale su Child Abuse and Protection and Treatment, denominati
    Baby Doe rules (1984): "il vero problema è se affermare e proteggere la
    santità di ogni vita umana, oppure abbracciare un'etica sociale in cui
    alcune vite umane hanno valore e altre no. Come nazione dobbiamo scegliere
    fra l'etica della santità della vita e l'etica della 'qualità di vita'"
    (Reagan R., Abortion and the conscience of the nation. In: Butler JD,
    Walbert, DF, eds. Abortion, Medicine and the Law. 3rd ed. New York, NY:
    Facts on File; 198652-358).

    Nel 1982 il problema era sorto in seguito al rifiuto da parte dei genitori
    di sottoporre il loro neonato ad un intervento all'esofago che avrebbe
    potuto salvargli la vita, in conseguenza del fatto che il bambino era
    affetto da sindrome di Down. Il piccolo aveva cioè due anomalie differenti e
    irrelate: la trisomia 21 e una fistola all'esofago (per atresia esofagea)
    che gli impediva la nutrizione. Poiché la soluzione chirurgica della seconda
    anomalia - stimata dai medici attorno al 50% di successo - non avrebbe
    risolto la prima, medici e genitori optarono per lasciarlo morire,
    conducendolo alla morte per disidratazione, dopo sei giorni di agonia.

    Naturalmente, le ragioni ufficialmente addotte furono la pericolosità dell'
    operazione e le esigue possibilità di miglioramento della qualità di vita
    del bambino, ma il reale intento eugenetico era facilmente rintracciabile.
    La corte dell'Indiana, dove si svolse il caso, non ritenne scorretto il
    comportamento dei genitori, dal momento che avevano scelto una delle opzioni
    presentate dai medici, il cui parere sul da farsi era discordante. La Corte
    Suprema, interpellata da uno dei medici, non fece in tempo a pronunciarsi,
    perché il bambino morì.

    Il fatto coinvolse in prima persona il chirurgo pediatrico C. Everett Koop,
    che avendo eseguito in 35 anni di attività 475 interventi chirurgici per
    atresia esofagea, con quasi il 100% di successi, sentiva il dovere etico e
    professionale di intervenire a precisare i termini della questione. Anche a
    seguito di un caso simile - stavolta di spina bifida - occorso l'anno
    successivo e subito ribattezzato Baby Jane Doe, il medico si batté a fianco
    di Reagan perché simili abusi sulla pelle dei disabili non accadessero
    nuovamente (National Library of Medicine, The C. Everett Koop Papers
    Congenital Birth Defects and the Medical Rights of Children: The "Baby Doe"
    Controversy).

    Koop offrì a tal scopo una lungimirante distinzione clinica ed etica fra il
    doveroso rifiuto dell'accanimento terapeutico e l'omicida eutanasia
    "passiva", cioè la sospensione dei mezzi di sostegno vitale dovuti ad ogni
    malato: "dobbiamo adoperarci per dare ad una persona tutta la vita che le
    spetta, ma non fare nulla che prolunghi il suo morire". La decisione sulla
    proporzione o sproporzione di un intervento non si può basare su un astratto
    modello di efficienza (lo "standard di qualità") che il bambino potrebbe
    avere o non avere in futuro, ma sulle reali e concrete speranze di successo
    di un trattamento nel lenire o risolvere il problema per cui il trattamento
    stesso è indicato nel caso specifico. Ricordando due elementi fondamentali,
    ovvero che è estremamente difficile fare previsioni sull'esito di un
    intervento su un neonato, e che la vita del disabile non è mai "senza
    valore" (cfr. C.V. Bellieni [ed.], La risorsa down. Uno sguardo positivo
    sulla disabilità, Società Editrice Fiorentina, Firenze 2005).

    Nel 1984, l'amministrazione Reagan riuscì ad emanare le Baby Doe rules, che
    sono in vigore dal 1985, e che in 20 anni hanno già salvato 430 000 bambini
    invalidi. Per alcuni medici, filosofi ed esponenti del mondo politico,
    tuttavia, tali cifre non rappresentano un successo. Anzi, rappresentano un
    problema. Perché, sostiene candidamente la Kopelman nell'articolo citato,
    "limitano il potere discrezionale dei medici e la capacità decisionale dei
    genitori di agire nel miglior interesse del bambino, stabilendo se egli
    debba ricevere unicamente cure palliative oppure trattamenti salvavita
    aggressivi" (L. Kopelman, Are the 21-Year-Old . cit.).

    È interessante che, nel caso di bambini disabili, vengano automaticamente
    considerati aggressivi i normali mezzi di sostentamento come l'alimentazione
    e l'idratazione artificiale. La realtà del lavoro di medici che, come Koop e
    molti altri, si sono messi a servizio dei più piccoli dimostra che molte
    diagnosi affrettatamente catastrofiche hanno dato esisti diversi, portando a
    curare e a seguire con affetto bambini che non solo sono sopravvissuti alle
    loro patologie neonatali, ma hanno avuto una vita piena e felice pur con
    disabilità di vario grado, e talora senza disabilità.

    La verità è che nessuno può decidere in anticipo la pienezza di una vita
    umana, qualunque siano le sue condizioni fisiche o psichiche di partenza.
    Quel che l'intervento umano può fare è preservare queste vite riconoscendo
    loro la possibilità e il diritto di svilupparsi, mettendole perciò nelle
    migliori condizioni assistenziali, socio-culturali ed educative. Il resto fa
    parte dell'imponderabile intreccio di gioie e di dolori che caratterizza
    tutti i nostri giorni, e che nonostante i titanici sforzi della
    tecnomedicina continuiamo a non poter prevedere.

    Al contrario, il best interest standard rappresenta - nella descrizione
    della Kopelman - un insieme di proiezioni riguardanti il futuro del bambino
    paziente e "il bene della scienza" medica, da cui l'autrice fa seguire la
    necessità di riprendere in mano il concetto di "qualità di vita" - nel
    rispetto dello standard di "migliore interesse del paziente" - per rivedere,
    e ultimamente annullare, i contenuti delle Baby Doe rules, che ritiene
    dogmatici, superati, inattuali, troppo sbilanciati in direzione delle
    argomentazioni dei gruppi pro-life. L'AAP dovrebbe cioè prendere le distanze
    dalla normativa, e riconoscere maggiore libertà di scelta ai medici e alle
    famiglie.

    L'autrice entra anche nel merito delle differenti prospettive all'interno
    della stessa AAP, che si è sforzata, attraverso numerosi suoi membri, di
    precisare che la legge non impone l'accanimento terapeutico, ma anzi
    consente adeguati ambiti di discrezione in base alla situazione. Talora,
    anzi, è stata avanzata un'interpretazione liberale della norma, che vedeva
    nelle eccezioni previste lo spazio per interventi di tipo eutanasico. La
    Kopelman ribadisce con fermezza che la sospensione delle terapie per
    "futilità" (di nuovo: accanimento terapeutico o eutanasia?) è incompatibile
    con la Baby Doe, dal momento che il riferimento al "ragionevole giudizio
    medico" contenuto nella norma non "consente ai genitori e ai medici di
    decidere autonomamente che cosa sia ragionevole".

    Ma proprio per questo la norma era nata: per evitare che diritti umani
    fondamentali come quello alla vita (anche disabile) venissero violati in
    nome di un'orgogliosa e soggettiva rifondazione dei criteri di giudizio sul
    valore della vita umana. Tale giudizio, infatti, viene prima del
    "ragionevole giudizio medico", ed è sottratto per sua natura alla decisione
    volontaria dell'uomo, che si trasformerebbe altrimenti in una -
    assolutamente dogmatica - fonte del bene e del male, a scapito dei più
    deboli.

    Stupisce inoltre - ma non troppo - la determinazione con cui la Kopelman,
    dopo avere invocato la libertà dei genitori, attribuisca reali poteri e
    autorevolezza decisionale nel perseguire il best interest standard solo alla
    comunità degli esperti (i medici, i giudici, i bioeticisti, le
    organizzazioni), ritenendoli più oggettivi in quanto meno coinvolti
    emotivamente con il bambino malato o disabile.

    Sui diritti dei disabili sta riflettendo anche l'ONU, con un trattato in
    corso di elaborazione. Molti paesi hanno ribadito la necessità di
    ri-affermare per essi il diritto alle cure, dopo casi come quello di Terri
    Schiavo, che hanno chiaramente manifestato il sottile filo ingiustamente
    discriminatorio che lega l'aborto e la selezione embrionale all'eutanasia. D
    'altra parte, già Koop osservava che quanto detto per i "Baby Doe" doveva
    valere, allo stesso titolo, per le "Granny Doe", cioè per gli anziani e i
    disabili adulti che si trovano in condizioni analoghe dal punto di vista
    dell'etica medica.

    La delegazione dell'Unione Europea (rappresentata dalla Finlandia) è apparsa
    clamorosamente determinata a favorire un provvedimento volto a negare l'
    obbligo dei trattamenti medici salvavita per i disabili, e la cosa non
    stupisce: in molti paesi europei la soppressione del neonato disabile o
    seriamente infermo è una tragica realtà, sancita o in via di ricezione dalle
    normative nazionali (Battles Over Abortion, Euthanasia in United Nations
    Disability Treaty Continue , Lifenews.com, 24 agosto 2004).

    In definitiva, il dominio sulla vita e sulla morte, anche in funzione dell'
    aspettativa di "qualità" di una vita umana, carica le spalle dell'uomo di
    una responsabilità assolutamente sproporzionata alle sue reali forze, che
    suona pressappoco così: "se nasci, se muori, se soffri, se sei infelice
    dipende esclusivamente da te". O da "noi", gli esperti. Se dipende da noi,
    allora l'ovvio - nonché vano - obiettivo sarà sconfiggere una volta per
    tutte la malattia, la sofferenza e la morte. E laddove questo non risulti
    (ancora, per l'irrazionale ottimismo onnipotente dello scientista)
    possibile, il dominio sulla morte si "accontenta" di deciderne autonomamente
    i tempi e i modi, provocandola quando la debolezza, la malattia, la
    vecchiaia, la disabilità, l'imperfezione, l'anomalia genetica o magari la
    tristezza la rendono "di scarsa o di insufficiente qualità".

    Questo approccio corrisponde perfettamente, in ultima analisi, al tentativo
    neo-gnostico di rifondazione dell'uomo, nel quale l'uomo stesso pretende di
    essere il demiurgo e il creatore, in base a quei nuovi criteri che la
    società - o meglio le elite culturali - hanno l'alto compito di delineare, e
    di fare lentamente assimilare alla gente.

  2. #2
    SENATORE di POL
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    L'uomo che si crede un Dio, l'uomo "di scienza" che si crede lo "spirito santo" di quel Dio, e il politicante progressista che se ne crede il Messia.

    Shalom

  3. #3
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    E tutto ciò si traduce solo in una parola: egoismo. Me stesso come misura di tutto il creato.

  4. #4
    disillusa
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    Piuttosto che nascere malata, io avrei preferito non nascere.

  5. #5
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    Citazione Originariamente Scritto da lauralaura
    Piuttosto che nascere malata, io avrei preferito non nascere.
    Tu.
    Ma tu decidi per te stessa, al massimo. Non per gli altri, che invece possono benissimo aver molta più voglia di vivere di te...

  6. #6
    disillusa
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    Citazione Originariamente Scritto da UgoDePayens
    Tu.
    Ma tu decidi per te stessa, al massimo. Non per gli altri, che invece possono benissimo aver molta più voglia di vivere di te...
    Fino ad un certo punto. Col mio voto esprimo anche il mio assenso per certe posizioni etiche, quindi anch'io sono chiamata a decidere.
    E poi, quando il bambino è dentro la mia pancia, sono io che decido, mi pare.

    E cmq state tranquilli, la cassazione in alcune recenti sentenze ha affermato che non esiste nel nostro ordinamento giuridico un diritto a non nascere se non sani, quindi ha negato diritto di cittadinanza all'aborto eugenetico e al risarcimento danni da wrongful birth a favore del neonato ed a carico del medico che omette una diagnosi di malattia o malformazioni del feto durante la gravidanza.
    Esiste solo il diritto di abortire nei limiti temporali e con i presupposti di cui alla legge che ben conoscete.

  7. #7
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    Tu, per il bambino che porti in grembo, puoi decidere riguardo al nome, riguardo al seggiolone o al colore dell'abitino.
    Puoi scegliere se tenerlo per te o se darlo in adozione perché non pensi di poter essere un bravo genitore.

    Ma quello che porti in grembo non è un oggetto, né tantomeno una tua proprietà. Non esiste il diritto di vita o di morte. Esiste però l'infanticidio...

  8. #8
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    queste sono cose di coscienza non da stabilire per legge

  9. #9
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    Citazione Originariamente Scritto da benfy
    queste sono cose di coscienza non da stabilire per legge
    L'infanticidio è reato, come l'omicidio... o l'omicidio è una "cosa di coscienza", non da stabilire per legge?

  10. #10
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    La dottoressa Claudia Navarini, docente presso la Facoltà di Bioetica dell'Ateneo Pontificio Regina Apostolorum (e qui aggiungerei, "sticazzi") NON HA MAI PUBBLICATO UN SOLO REPORT (non dico articolo scientifico) SU UNA RIVISTA SPECIALISTICA.

    Ora mi chiedo, quale università chiama a "docere" un insegnante che non ha mai fatto nulla nella sua vita? In base a quale concorso la suddetta è stata assunta? Per mano divina, evidentemente.

    Per tutti voi mi limito a farvi notare che la suddetta critica e deride la Kopelman (ricercatrice di fama mondiale, con quasi un curriculum di 50 pubblicazioni di ottimo livello, spesso come unica autrice) citando Reagan e siti internet che con la scienza centrano meno che io con la pallacorda. Cita Koop, senza sapere che il buon C.E. da anni si dedica alla lotta al fumo e alla diffusione del metodo scientifico (Science, 2002), rischiando ogni giorno di venir accoppato dai compari creazionisti che pensano che il "nostro" sia controllato da satana!

    Ora, il problema della gestione dell'informazione genica è grande e complesso.
    Per questo chi non ne sa nulla farebbe bene ad occuparsi d'altro. per esempio, l'articolista potrebbe passare più tempo ad accendere ceri per ringraziare della grazia ottenuta con un posto in cotanta università...

 

 
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