Maurizio Blondet
30/08/2006
«La guerra è vinta», disse il generale Dan Halutz: era il 12 luglio, e lui passava alla storia, nella galleria dei cretini che hanno pronunciato «le ultime parole famose».
Quella notte, ormai è certo, il commando israeliano F-151, un corpo d'elite, era stato mandato in territorio libanese per distruggere con armi guidate di precisione le postazioni di missili Zelzal, iraniani, di gittata abbastanza lunga da colpire Tel Aviv.
Trentanove minuti dopo la penetrazione, il messaggio radio: «Distrutti 54 lanciatori. Torniamo alla base».
E' stato allora che Halutz ha pronunciato, al telefono con Olmert, la frase celebre.
Invece, il corpo d'elite F-151 era già caduto nell'imboscata fatale: «Non so cosa ci ha colpito, in tre secondi abbiamo avuto due morti», dice ora un soldato, che si identifica solo col nome Gad.
Senza contare i feriti.
Dal comando, decidono di mandare più forze per lesfiltrare i loro guerrieri accerchiati e sotto il fuoco Hezbollah, precisissimo.
Ma i rinforzi spediti cadono l'uno dopo l'altro in imboscate. (1)
E' cominciata così la guerricciola perduta di Israele, con una violazione del territorio (sì, sono stati loro) per neutralizzare i missili di media gittata: un'altra conferma delle informazioni di Seymour Hersch, secondo cui l'attacco a Hezbollah doveva essere il preliminare e la prova generale all'attacco all'Iran, di cui Hezbollah era la difesa avanzata.
Oggi, sono proprio i corpi di elite ad accusare i loro superiori: «Incompetenza tattica e miopia strategica. Mancanza di intelligence. Potere politico incerto ed esitante. E in molti casi, l'addestramento dei famosi soldati israeliani si è mostrato sommario, e l'armamento inadeguato».



Ci sono stati massicci episodi di rifiuto d'obbedienza, al limite dell'ammutinamento.
I carri armati perduti non sono stati 20 come aveva comunicato all'inizio lo stato maggiore, ma 47 (su 200 impiegati).
Ora tutti dicono, in Israele, che metteranno rimedio alle falle mostrate da Tsahal.
Ma gli esperti militari sempre più sussurrano che il problema non sarà facilmente risolto.
Perché?
Gli israeliani hanno perso perché hanno combattuto «all'americana»: così conclude Lindley-French, docente al Centro Politiche Applicate dell'università di Monaco. (2)
«Le forze israeliane, Stato-cliente degli USA, sono piene di materiale militare americano. Data la complessità del progredito materiale militare americano, le forze armate che lo adottano devono combattere all'americana».
Al'americana: con fede inconcussa (benchè smentita dalla storia) nella funzione risolutiva della forza aerea e dei bombardamenti, fiducia cieca che la tecnologia più complicata possa sostituire il soldato sul terreno e renda superfluo il combattimento ravvicinato (dunque il coraggio e il sacrificio, l'addestramento e la decisione tattica).
A cui si è aggiunta la demenziale «rivoluzione negli affari militari» di Rumsfeld, dettatagli dai suoi padroni che sono le industrie militari: spendere tanto nei gadget e nella tecnologia (è lì che guadagna l'industria) e risparmiare sui soldati, perché li producono le mamme e non sono brevettabili.


I signori della guerra



L'idea che la guerra sia riducibile a un videogioco, da condurre davanti a uno schermo: non più reale, sanguinosa e faticosa, ma virtuale.
Strano e assurdo militarismo «americano»: esempio unico nella storia di un bellicismo guidato da considerazioni commerciali, di strategia dettata dal business aziendale.
Ma, a parte che la sofisticazione in battaglia è una debolezza (le armi hanno da essere rustiche) «l'accento americano messo sulle più costose soluzioni tecniche esige anche la formazione di costose forze professionali», e pochi Stati possono permettersi entrambi.
Gli Stati-clienti come Israele dunque si dotano di un po' dell'uno e un po' dell'altro, ossia non abbastanza dell'uno e dell'altro.
Persino l'America del resto sta perdendo, a causa della sua dissennata dottrina militare («Revolution in militari affaire») tutte le sue guerre in corso: in Iraq come in Afghanistan, sempre per insufficiente forza umana sul terreno.
E gli americani portano con loro alla rovina gli alleati.
Attualmente, nella zona afghana di Handijan vasta come la Scozia, non più di 600 soldati inglesi stanno affrontando, disgraziati, i Talebani.
Certo, hanno gli elicotteri Apaches, bombe intelligenti, missili al laser e all'infrarosso, che stanno consumando freneticamente.
Ma 600 sono 600; significa la rinuncia preventiva a un minimo controllo del territorio: puntate offensive, stragi e distruzioni, poi devono lasciare il campo, e dunque permettono ai Talebani di riorganizzarsi.



Ogni giorno si trovano a mal partito, e perciò chiamano l'appoggio aereo USA: decollano i B-1, bombardano, e tornano.
I 600 inglesi la scampano ancora per un giorno.
Ma sono soldati perduti.
Quanto al leggendario Tsahal, c'è chi ormai lo definisce «l'armata vuota», the hollow army, il termine con cui furono bollate le forze USA dopo l'umiliazione devastante del Vietnam. (3)
I caratteri di un'armata vuota, che Tsahal ha rivelato, sono:
1 - mancanza di riserve, di riservisti addestrati e persino di equipaggiamento per i riservisti. Non occorre addestramento per sparare coi tanks sui bambini di Gaza.
2 - Comandanti incompetenti dal più alto livello (Halutz) fino agli ufficiali sul campo; e questo difetto ha la sua causa in una mutazione di tipo clientelare, politico-partitico, di Tsahal.
3 - Le elites politiche che si sottraggono al dovere militare (Bush e Cheney avevano «altre priorità» rispetto al Vietnam, si fecero riformare) e vi sottraggono i loro figli, figli di papà. (4)
Ciò denuncia la menzogna di «Israele in pericolo nella sua stessa esistenza».
Nei giorni della guerra, il presidente della repubblica israeliana Katsav - incredibile - veniva interrogato dalla polizia per avere scopato a forza un'impiegata, Olmert finiva sotto inchiesta per l'acquisto di una casa miliardaria, il generale Halutz vendeva le sue azioni in previsione del crollo in Borsa per la guerra.
Non sono comportamenti di capi che lottano «per l'esistenza stessa» del loro Paese.


Dan Halutz e Olmert



Ed è questo il peggio della guerra «all'americana».
Che Israele, come Bush, finisce per credere alle proprie menzogne.
A forza di ripetere che Hezbollah sono «terroristi» - definizione spregiativa adatta alla propaganda, non alla realtà - si sono trovati ignari davanti a un corpo combattente ben armato, disciplinato e capace di sacrificio.
Abolire la parola «terrorista» per indicare il nemico sarebbe una necessità strategica e intellettuale urgente: mai disprezzare il nemico, insegnava Clausewitz.
Invece, anche in Italia chi si rifiuta di chiamare terroristi gli Hezbollah è un «anti-americano»
e ovviamente «anti-semita», e viene minacciato di vie legali.
Loro non lo faranno mai, altrimenti cade tutto il loro castello di carte, la loro menzogna della lotta della civiltà contro la barbarie oscurantista.
Così, invece di mettersi in discussione, si sono inventati un'altra teoria, anche questa «americana»: «L'Islam ha smesso di combattere al modo occidentale (con carri armati ed eserciti regolari) e per questo sta vincendo». (5)
Così non vale, dovete combattere come diciamo noi, dicono gli strateghi americani: Apaches contro Apaches, gadget elettronico contro gadget elettornico.
Altrimenti, è «terrorismo».
Tale è «l'unione di attacchi mordi-e-fuggi con la propaganda e l'agitazione popolare» operazioni «asimmetriche» intese a «spingerci a reagire in modo sproporzionato» (è colpa vostra, terroristi), o a «usurare le nostre forze».
«Il punto comune di queste tecniche consiste in questo: evitare i punti di forza del nemico, sfruttarne le vulnerabilità».



Già, difatti questa è una novità assoluta.
La raccomandava già un terrorista di nome Sun-Tzu, l'immortale autore di «L'arte della guerra». La praticò tale Annibale Barca, cartaginese.
La praticarono Rommel e Kesselring; si insegnava nelle scuole-ufficiali prussiane e hitleriane.
E' strano, ma tutti i geni militari della storia, dal punto di vista americano, cadono sotto la definizione di «terroristi».
Attaccano il nemico là dove non se lo aspetta.
Una cosa nuova, inaudita: sfruttare le vulnerabilità del nemico.
Chi ci aveva mai pensato?
E unire propaganda e l'agitazione popolare con azioni belliche: inaudito!
Cioè usare la guerra come strumento della politica: questo poi è veramente barbaro, proprio da arabi inferiori.
Bush non fa così.
«Non si tratta coi terroristi», con Siria, Iran e Hezbollah.
Solo minacce, e decolli di bombardieri B-1.
Israele fa lo stesso: solo la forza, unico strumento, prima ratio.



Ora, la Fiamma Nirenstein dice che il governo israeliano, «poveretto» (testuale, sentita a Radio24) non sa cosa dire alla sua popolazione.
Potrebbe dire: abbiamo trascurato la politica, abbiamo disprezzato i rapporti internazionali, abbiamo distrutto in modo arrogante convinti che nessuno in Europa avrebbe protestato, perché credevamo che ci bastasse la forza - il quarto esercito del mondo - e la forza del nostro servo americano, la sola grande superpotenza rimasta.
Ora non abbiamo tanti amici.
La forza d'interposizione «non disarmerà Hezbollah» (testuale Nirenstein).
Non farà per noi il lavoro sporco. (6)
Potrebbero anche dire: i nostri nemici sono più intelligenti di noi.
Ma non lo diranno mai.
Continueranno a combattere «all'americana», ossia come la più stupida potenza militare mai apparsa nella storia mondiale.
Con perdite umane, anche.
L''America ha perso già decine di migliaia di uomini (non solo i morti, ma i feriti e i disertori) in un'occupazione, Iraq, che non vede soluzione.
Israele non può, per ragioni demografiche e politiche, permettersi perdite umane sopra il migliaio.
Ora, l'Europa non farà meglio.
Qui, l'ottusa cecità è ancora più evidente, e non ha nemmeno i gadget elettronici.



Andiamo, in forma di Caschi Blu, a mettere 15 mila uomini in una fascia di territorio esigua, e profonda solo una quindicina di chilometri: un'occupazione militare pesantissima nelle petraie abitate da sciiti, governate da Hezbollah, in cui tanti soldati saranno visibilissimi e pesantemente intrusivi, modificheranno persino l'economia della zona.
Un'armata vuota di vuoto pneumatico, senza un'idea e uno scopo.
Presto diverranno importuni, la loro sola presenza sveglierà la «xenofobia» araba, il «terrorismo». L'Occidente non sarà vinto dai musulmani: cadrà per la sua stessa idiozia, per il suo vuoto di intelligenza.

Maurizio Blondet




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Note
1) «Humbling of supertroops shatters Israeli army morale», Times, 27 agosto 2006. Articolo da leggere per capire il disorientamento, lo sgomento e la sfiducia che ha colto i soldati israeliani in linea.
2) Julian Lindley-French, «Western military power is in crisis», Herald Tribune, 26-27 agosto 2006. Naturalmente, dopo aver detto cose giuste, questo esperto ne trae la conclusione sbagliata: il cancro degli eserciti occidentali è «la paura del rischio», e di rischiare i propri soldati. Insomma, è la democrazia che ci rende imbelli. Ma la paura del rischio è invece un carattere tipico dei generali incapaci. Kesselring lo notò nei generali italiani. E sancì: «non ci si può aspettare la vittoria quando l'azione è governata dal timore di perdite».
3) Trent Telenko, «The Israely defense force, a hollow military?», Winds of Change, 22 agosto 2006. Telenko, oltre che storico militare, è un «Quality specialist» del Pentagono, che si occupa professionalmente dei segni e sintomi di «corruzione» nell'apparato militare, cioè della perdita dell'elemento morale.
4) Questo è il motivo per cui c'è da tremare all'impiego delle forze armate italiane. I nostri parà e marò sono bravi e ben addestrati, ma fra loro non ci sono il figlio di Mastella, né di Berlusconi. Il figlio di Carlo d'Inghilterra, allievo ufficiale, ha chiesto a gran voce di essere mandato a Bassora: non è stato accontentato solo perché sarebbe divenuto una preda troppo visibile e appetibile per guerriglieri. L'esercito italiano (o quel che ne resta) sarà sempre un'armata vuota finchè i politici nostrani non capiranno questo. Un intervento bellico anche limitato non è un'operazione da lasciare a specialisti ben pagati, ma la prova morale suprema di una nazione.
5) Andrew Bacewich, «The islamic way of war», American Conservative, 11 settembre 2006. un altro articolo da leggere, anche per l'ambiguità delle conclusioni.
6) Se smettiamo un attimo di chiamare gli Hezbollah «terroristi» ma militari, vedremo che hanno perfettamente ragione a non cedere le armi: non fino a quando Israele, anziché dare garanzie che deporrà le sue, minacci un nuovo round. Israele esige: disarmate il nostro nemico, in modo che possiamo colpirlo. E' così che Tsahal ama fare le sue guerre, contro inermi. Ma quale forza militare seria disarmerebbe, a queste condizioni?



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