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  1. #1
    Nemico del *****
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    Predefinito Abel rompe il silenzio: "io, un perseguitato"

    Abel rompe il silenzio: «Io, un perseguitato»
    http://www.larena.it/dossiers/Comunità/49/96/60313/

    IL GIORNO TANTO ATTESO. Dopo 22 anni di detenzione e quattro mesi di arresti domiciliari, il dottore in matematica costretto alla libertà vigilata fino al 2010

    «Adesso posso finalmente dirlo: i giudici se la sono presa con me sin dall'inizio, creando indizi mai comprovati» 10/06/2009 e-mail print
    A Wolfi Abel, appena tornato libero, ha ripetuto la sua verità sui delitti di LudwigVerona. «Sono stato perseguitato dai giudici fin dall'inizio dell'inchiesta sulle vicende Ludwig».
    Se ha un diavolo per capello, Wolfgang Abel, 50 anni, considerato dai magistrati la mente di quella serie di omicidi, commessi insieme a Marco Furlan tra il 1977 e il 1984, non lo fa capire. La goccia che fatto traboccare il vaso risale a sabato quando i carabinieri di Negrar gli hanno portato il nuovo provvedimento del tribunale di sorveglianza dell'Aquila, ora competente per l'esecuzione della sua pena. E non sono arrivate buone notizie: dopo 22 anni di detenzione in carcere e quattro mesi di arresti domiciliari, Abel rimarrà in libertà vigilata fino alla fine del 2010 con obblighi ben precisi. Può uscire dalla sua abitazione sulle colline di Negrar solo per andare a lavorare o per ragioni famigliari. Deve rimanere in casa, inoltre, tutti i giorni dalle 19.30 alle 7.30 della mattina. Tre volte alla settimana deve recarsi dai carabinieri di Negrar a firmare il registro. E il suo orizzonte non può allargarsi al di là della provincia di Verona dalla quale non potrà mai allontanarsi fino alla fine del 2010.
    Lui non lo dice ma si capisce che considera un'ingiustizia queste ulteriori imposizioni, arrivate sabato dall'Abruzzo. «Sono sempre stato discriminato dai giudici» ribadisce Abel «e questo ultimo provvedimento lo dimostra una volta di più». Rincara: «Queste decisioni hanno una valenza politica». Si lascia andare: «Ho sempre pensato di essere perseguitato dai magistrati ma lo dico solo adesso». E precisa: «Parlo solo dei giudici che si sono interessati al mio caso. Tutto il contrario dei veronesi, dei miei amici, di chi vive a Negrar: qui io la mia famiglia siamo stimatissimi». Per Abel, i magistrati che si sono interessati al suo caso sono partiti da una premessa discriminatoria: «Abel ha organizzato i delitti di Ludwig, è una storia tutta tedesca e Abel è tedesco».
    Parte da lontano il cinquantenne di Arbizzano per spiegare la «persecuzione» giudiziaria alla quale è stato sottoposto dai magistrati. Parla subito dei famosi fogli con i solchi ciechi delle rivendicazioni di Ludwig, prelevati dal suo monolocale di Monaco nel 1984 dove, all'epoca dei delitti, lavorava in una società di assicurazione.
    Sono state quelle prove ad incastrarlo. «Dai verbali di sequestro della Bundeskriminalpolizei (la polizia federale tedesca ndr) non risulta che questi fogli sono stati mai prelevati dalla mia casa», dice. «E su quei fogli potevano rimanere tracce non visibili a occhio nudo provocate dalla pressione della penna». In questi casi la normativa tedesca è severa: «Quei documenti devono essere numerati, controfirmati dalla testimone che era la proprietaria del mio appartamento e sigillati», spiega Abel. Ma quel materiale così scottante sul quale è ruotato prima il rinvio a giudizio dell'allora giudice istruttore Mario Sannite e poi le tre condanne fino alla Cassazione a 27 anni di carcere, «non è mai stato segnalato in alcun verbale della polizia tedesca», insiste Abel.
    Si arriva così alla perizia, disposta dall'allora giudice istruttore Sannite, di quei fogli che per il dottore in matematica a pieni voti, non è mai stata effettuata. «Il mio legale si era recato a Wiesbaden in Germania per esaminare quei fogli pochi mesi dopo il mio arresto. Erano presenti tutte le parti ma poi quella perizia non fu mai fatta. Il funzionario rispedì tutti a casa il giorno stabilito». Il motivo? «Era impossibile esaminare del materiale, in realtà, mai sequestrato».
    Al processo, quindi, sono stati prodotti dei fogli «di cui non è mai stata comprovata l'origine» aggiunge Abel. Che anche in questo caso ha una spiegazione: «Quando ero in carcere a Trento», racconta Abel, «sono venuti due funzionari della polizia tedesca ad interrogarmi. Avevano un pacco di volantini con la riproduzione delle rivendicazioni di Ludwig». E da qui l'ipotesi: «I fogli utilizzati nel processo, potevano prevenire da quel plico che mi era stato mostrato in carcere a Trento».
    Un modo come un altro per incastrarlo? «Le ipotesi le possono fare giornalisti e lettori, io non mi sbilancio».
    Per mettere altra legna in cascina sull'ipotesi persecuzione dei giudici, Wolfgang Abel cita anche Marco Furlan. «Ha fatto quasi sei anni di detenzione in meno di me, contando anche la latitanza finita a Creta nel 1995», afferma. Poi, però, ci tiene a precisare che «trovo giusto che un detenuto sia risocializzato e sono contento che lui abbia beneficiato di un programma di reinserimento». Poi, però, vengono le note dolenti: «Sono stato rinviato a giudizio con l'accusa anche di aver coinvolto prima e soggiogato poi Furlan. Si è parlato addirittura di psicosi indotta».
    E questa nota sembra stonare non poco perchè il suo amico, completamente libero dall'inizio dell'anno, «non è mai stato sottoposto a perizia psichiatrica almeno fino a quando c'è stato il rinvio a giudizio».
    Altro pezzo di un puzzle persecutorio da parte della magistratura che deve essere sistemato in quel quadro che per Abel vuol dire 22 anni di detenzione, quattro mesi di arresti domiciliari e adesso un altro anno e mezzo di libertà vigiliata senza la possibilità di riprende una vita normale.

  2. #2
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    Predefinito Riferimento: Abel rompe il silenzio: "io, un perseguitato"

    Per mettere altra legna in cascina
    che Odioso modo di dire
    Area D.*

    onesta repulsione verso la casta

    *Area Desciusciaizzata

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  3. #3
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    Predefinito Riferimento: Abel rompe il silenzio: "io, un perseguitato"

    Ricordiamo anche il nazionalrivoluzionario Guglielmo Gatti, che come i due, è attualmente vittima di una tragico errore della legge.

  4. #4
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    Predefinito Riferimento: Abel rompe il silenzio: "io, un perseguitato"

    ne parliamo di "Wolfi"

  5. #5
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    Predefinito Riferimento: Abel rompe il silenzio: "io, un perseguitato"

    Su
    Area D.*

    onesta repulsione verso la casta

    *Area Desciusciaizzata

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    Sciuscià keep off

  6. #6
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    Predefinito Re: Abel rompe il silenzio: "io, un perseguitato"

    Morto Wolfgang Abel: con Marco Furlan aveva firmato gli omicidi di ‘Ludwig’. Era stato condannato a 27 anni.


    024


    Aveva ucciso con il ferro e con il fuoco. Aveva colpito sacerdoti, frati, prostitute, omosessuali, ragazzi che si divertivano in discoteca. Con la sigla Ludwig aveva rivendicato i misfatti ed esternato ragionamenti della destra estrema, di impronta neonazista. All’ospedale di Negrar, dove era ricoverato da tre anni, dopo essere finito in coma a seguito di una caduta in casa, è morto Wolfgang Abel. Aveva 65 anni. A cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta era stato protagonista assieme al veronese Marco Furlan, di una serie agghiacciante di omicidi e di stragi. Arrestati in provincia di Mantova nel 1984, erano stati condannati a 27 anni di carcere. I funerali sono stati celebrati in gran segreto in una parrocchia della Valpolicella.

    La famiglia non aveva voluto dare clamore alla notizia della morte, visto quanto clamore avevano suscitato le sue azioni in vita. Abel, tedesco di origine, se ne è andato portando con sé molti dei segreti della coppia diabolica composta da due studenti che frequentavano l’università a Padova. Ad esempio l’esistenza di un terzo uomo, la cui identità non è mai stata scoperta, o i contatti diretti con il mondo dell’eversione neofascista in Italia.
    A partire dal 1977 si erano susseguiti omicidi rivendicati da Ludwig, compreso il rogo in una discoteca di Monaco di Baviera. I volantini che riportavano il nome del re di baviera inneggiavano alla purezza della razza e alla sua superiorità etica nei confronti di chi si macchiava di depravazioni.

    Così nel mirino erano finiti anche sbandati, drogati e omosessuali. Ma uno dei punti fermi era costituito dai religiosi, accusati di aver deviato dalla retta via. Per questo vennero uccisi due frati della Basilica di Monte Berico a Vicenza, mentre stavano passeggiando in un parco poco lontano dal convento. Un altro sacerdote fu ammazzato con un crocefisso a Trento. L’arresto di Abel e Furlan era avvenuto nel 1984, grazie all’intuito di un vigilante della discoteca Melamara di Castiglione delle Stiviere in provincia di Mantova. Uno dei due giovani, vestito da Pierrot, era entrato, si era mescolato alla folla di circa 400 persone mascherate per il Carnevale. Alla prima occasione aveva aperto una porta di sicurezza facendo entrare il complice che sotto il cappotto aveva due taniche di benzina. Volevano dare fuoco a quel luogo di perdizione e di divertimento. Le taniche erano bucate sul fondo, così da disperdere il liquido, imbevendo moquette e divanetti. Avevano dato fuoco alla benzina, ma erano stati fermati dal buttafuori, che si era accorto dell’ingresso abusivo e delle prime fiamme. In realtà l’incendio venne circoscritto anche perché le suppellettili erano ignifughe, per disposizione di legge dopo il rogo del Cinema Statuto di Torino dell’anno precedente. Così era stata evitata una strage e Abel e Furlan erano stati arrestati dalla Polizia che li aveva salvati dal linciaggio.

    Il bilancio finale delle lugubri azioni di Ludwig fu di 15 morti: sei erano all’interno del Cinema Eros di Milano (morì anche un medico entrato per prestare aiuto), una cameriera nella discoteca di Monaco, un barbone a Verona, altri giovani a Padova e Venezia, oltre ai tre religiosi. La prima rivendicazione risale al 1980 e per quattro anni Ludwig seminò il terrore. L’ideologia era inconfondibile. I volantini finivano con la scritta in stampatello: “Got mit uns”. I concetti e le parole inneggiavano al nazismo, alla morte come forme di giustizia, allo sterminio come forma di democrazia. Per essere creduti, in alcune rivendicazioni avevano indicato particolari (e perfino oggetti) che solo gli autori potevano conoscere. La prima condanna avvenne il 10 febbraio 1987 a Venezia. Abel e Furlan furono condannati a 30 anni di carcere, mentre il pubblico ministero aveva chiesto l’ergastolo.

    A salvarli dal carcere a vita era stata la seminfermità mentale. In secondo grado, nel giugno 1988, la Corte d’assise d’Appello di Venezia li aveva rimessi in libertà per decorrenza dei termini di carcerazione e la pena era poi stata ridotta a 27 anni. Furlan finì in soggiorno obbligato a Casale di Scodosia (Padova) e fuggì nel 1991 poco prima della sentenza definitiva in Cassazione. Fu rintracciato fortunosamente a Creta quattro anni dopo, dove aveva trovato lavoro in aeroporto come impiegato. Aveva un falso nome ed era stato riconosciuto da un turista veneziano al momento di rientrare in Italia, che aveva poi contattato la Squadra Mobile lagunare. Il nuovo arresto era avvenuto senza problemi. La Cassazione aveva confermato i 27 anni di carcere per entrambi. Furlan era stato rimesso in libertà per buona condotta, dopo un periodo di libertà vigilata. Wolfgan Abel, il suo gemello di sangue, si era visto commutare nel 2009 la pena detentiva residua negli arresti domiciliari, scontati nella casa di famiglia in Valpolicella. Il ritorno completo in libertà per lui risale al 2016 quando fu revocato l’obbligo di firma.


 

 

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