DOPO L’ATTACCO DI SARKOZY («SVALUTAZIONE DEL MERITO, DEQUALIFICAZIONE DI MASSA») SI RIAPRE IL DIBATTITO SULL’EREDITÀ DI UNA STAGIONE POLITICO-CULTURALE
'68: orgoglio o pregiudizio?
5/9/2006
«Gli studenti del Sessantotto erano i figli viziati di trent’anni di benessere. Voi siete i figli della crisi. Loro vivevano senza costrizioni e oggi siete voi a pagare il conto». Così parlò Nicolas Sarkozy, l’altro giorno da Marsiglia, al raduno estivo dei giovani gollisti. Il ministro dell’Interno francese, ma soprattutto il leader emergente della destra transalpina e non solo, candidato in pectore alla corsa presidenziale per la successione di Chirac all’Eliseo, ha lanciato un attacco frontale alla generazione del Maggio, colpevole dei peggiori misfatti. Davanti alla folla entusiasta dei suoi giovani fan, «Sarko» li ha elencati: «l’inversione dei valori, il giovanilismo, la svalutazione del lavoro e del merito, la confusione di diritti e doveri, la dequalificazione di massa all’insegna dei diplomi per tutti, l’esaltazione del maoismo e del castrismo». Argomenti, in verità, spesso ripetuti in campo moderato, ma l’irruente autorevolezza del personaggio, di per sé, è sufficiente a riattizzare una polemica mai spenta. Davvero la spinta innovativa dei giovani del ’68 si è risolta unicamente in uno sterile giovanilismo? Davvero l’eredità che lasciano è soltanto svalutazione del merito e dequalificazione? Il dibattito è aperto. In questa pagina ospitiamo un intervento (criticamente) a favore e uno (criticamente) contro.
A FAVORE
Condannati a restare sempre giovani
di Giovanni De Luna
E’ cinico, Sarkozy. E abile. Il suo interesse per il ’68 è puramente strumentale. Non è la realtà storica di quel movimento che gli preme veramente. Ha bisogno di un nemico per compattare le sue truppe. La destra, in Francia, ha sempre funzionato così, mobilitando il suo elettorato sempre contro qualcuno, in questo senso mostrando nel passato una spiccata predilezione per gli ebrei (da Dreyfus a Léon Blum) e i comunisti (come all’epoca della disastrosa disfatta contro Hitler). Oggi che l’antisemitismo è ufficialmente impresentabile e l’anticomunismo anacronistico, la destra francese ha un urgente bisogno di rinnovare il suo armamentario propagandistico. La visione tecnocratica di Chirac non è in grado di determinare quel sussulto di orgoglio identitario di cui ha un disperato bisogno se vuole battere la sinistra; la «crociata» contro gli stranieri è diventata rischiosa dopo gli incendi delle banlieue, impraticabile dopo Le Pen. Ed ecco spuntare il ’68.
Un bersaglio ideale. Sepolto dagli stereotipi e dai luoghi comuni, esaltato acriticamente e attaccato visceralmente, sufficientemente lontano nel tempo, il ’68 rivisitato da Sarkozy si presta efficacemente a una rappresentazione simbolica in cui far precipitare tutto quello che un elettorato di destra può oggi detestare: ideologie totalitarie (il maoismo, il castrismo), comportamenti spensierati e irresponsabili, vita facile, («Loro vivevano senza costrizioni e oggi siete voi a pagare il conto»), promiscuità sessuale, scuole dissestate. È inutile qui far notare come si tratti di una versione grottescamente caricaturale di quegli eventi. Piuttosto c’è da sottolineare l’abilità propagandistica con cui Sarkozy tenta di mettere i giovani di oggi contro quelli di ieri («Hanno tarpato le ali delle altre generazioni!»).
Questo è un argomento che ha un suo peso e viene spesso sollevato in Italia, anche da sinistra. Diciamolo subito, la sua efficacia è legata a una realtà di fatto; i protagonisti di quella stagione hanno tutti tra i 50 e il 60 anni. La deriva dell’età li ha trascinati avanti nella vita, nelle carriere, nelle storie d’amore, nel lavoro, negli affanni, nelle delusioni. Che si trovino a occupare i posti appetiti dalle generazioni successive è un dato prima anagrafico, poi politico. Ma il problema resta serio. La classe dirigente, in Italia ancora più che in Francia, stenta a rinnovarsi, soprattutto per quanto riguarda la politica e la cultura. Che si tratti di un’ottusa e strenua occupazione del potere da parte dei vecchi del ’68 o dell’incapacità di un’autentica ribellione da parte dei giovani di oggi è una questione che vale la pena approfondire.
Per i giovani del ’68 la giovinezza fu una dimensione esistenziale, svincolata dall’anagrafe, che portava a ridiscutere continuamente se stessi, ad avere orrore di ogni situazione definita, di ogni stato di equilibrio. Ecco il punto: sia la concezione della politica sia l’interpretazione del proprio vissuto confluivano in un unico percorso segnato dalla totale indeterminatezza circa l’obiettivo finale. E questo, alla fine, rende difficile oggi capire quali sono i vincitori e quali i vinti, rende accidentato e incerto il confine tra le vittorie e le sconfitte individuali e il contesto politico generale in cui a vincere o a perdere sono i soggetti collettivi. I militanti del ’68 non sapevano a quale pilastro ancorare l’addio alla giovinezza; ne derivava una specie di sortilegio che in seguito li ha condannati a restare sempre «giovani», come prigionieri di «un passato che non passa».
Tutto questo contribuisce a dare ai giovani di allora una familiarità con il mondo di oggi che dovrebbe essergli negata dalla loro età anagrafica. È una «eterna giovinezza» che rende molto più difficile la rottura, rischia di interrompere il normale avvicendarsi tra giovani e vecchi la cui fisiologia si nutre proprio dell’alterità, della necessità - per chi viene dopo - di prendere le distanze su tutti i piani, anche quello del rapporto con il futuro e con il passato. Sarkozy ha messo il dito sulla piaga, ma non ha capito che, se veramente fosse in grado di aiutare il passato a «passare», i primi a essergliene grati sarebbero proprio quelli del ’68.
CONTRO
La gioventù dio feticcio per pubblicitari
Antonio Scurati
Non so se la mia generazione nutra un sentimento di sana inimicizia nei confronti di quella che ha fatto il Sessantotto, ma so che farebbe bene a nutrirlo.
Per due ottimi motivi. Il primo è che la rivolta contro i padri - una freudiana «uccisione del padre» su scala macrosociale - fu il motore del '68; la seconda è che quel movimento si ridusse, sotto molti punti di vista, soltanto a quello. Noi, figli anagrafici del '68 dovremmo, forse, prendere a modello quello scatenamento di un propulsivo conflitto generazionale, e dovremo prendere atto del fatto che, per molti aspetti, si ridusse a una pura lotta di potere. Un potere che, dopo esser stato contestato, sovvertito, conquistato, oggi si è consolidato in un blocco sociale che si erge, spesso, di contro alle generazioni successive. «L'immaginazione al potere» è stato un magnifico cavallo di troia propagandistico per dare l'assalto al palazzo. Poi, una volta presolo, il potere è rimasto identico a se stesso e l'immaginazione si è trasformata in immaginario, cioè in quella massa inerte di stereotipi di repertorio che compongono l'universo mediatico, il cui controllo costituisce oggi la specifica forma di esercizio del potere degli ex sessantottini.
Non è un caso che molti fra i leader del '68 abbiano fatto brillanti carriere giornalistiche e siano divenuti opinion leader mediatici. Il ‘68, infatti, in quanto grande movimento sociale che, alla fin fine, agì quasi esclusivamente sul costume, lasciando immutata la struttura economica della società e, soprattutto, la forma di organizzazione politica, fu, nei paesi dell'Occidente liberale, un fenomeno prevalentemente comunicazionale. Fu, anzi, la riduzione della politica a comunicazione (e probabilmente anche della cultura e dell'istruzione). Fra cinquant'anni, guardando indietro, probabilmente si concluderà che le più grandi invenzioni della generazione del '68 non furono la liberazione sessuale e la parità femminile (già in strada da tempo), ma la pubblicità e il marketing.
A far da contrappeso a questa nuova inconsistenza del mondo, promossa da una gioventù evanescente in rivolta contro la tetragona solidità dei padri, quegli stessi giovani misero la centralità del corpo. Il corpo finalmente restituito, contro ogni coercizione autoritaria, alla libertà del puro godimento, del puro movimento, del falso movimento. Così diedero la mazzata definitiva ai padri poiché, sul terreno della corporalità, l'animale vecchio non può che cedere il passo a quello giovane. Superficialità e nudità. Un uno-due, micidiale. Un'autentica orgia del potere: lo scatenamento sessuale come mezzo per raggiungere l'egemonia sociale. Anche su questo versante l'avanguardia è presto passata al nemico. Ciò che allora fu progressista e libertario, oggi è reazionario e oppressivo. Dal punto di vista delle sue pratiche sessuali, qualsiasi tredicenne, modaiola, irriflessiva, anaffettiva, ferocemente individualista e sfacciatamente disimpegnata che, genitori consenzienti, prende appuntamenti via sms con sconosciuti nelle sale cinematografiche per fare sesso durante lo spettacolo pomeridiano di film horror (si veda in proposito l'ultimo libro di Gabriele Romagnoli), è una figlia del '68.
Che le vuoi dire? Ha ragione lei. Perché lei fa sesso, perché lei fa il costume, perché per lei si fa quasi tutta la comunicazione ma, soprattutto, perché lei è giovane. Ecco un'altra equivoca eredità del '68: il giovanilismo. Il culto collettivo tributato alla gioventù eretta a idolo, un dio feticcio impastato per noi dai demiurghi della pubblicità.
«Un tempo c'era la rivoluzione e la dinamite. Poi è rimasta soltanto la dinamite», diceva un personaggio di C’era una volta il West. «Una volta ci fu una gioventù che sognava un grande avvenire per tutti celebrando il proprio presente. Poi, scomparsa la fandonia messianica del futuro, siamo tutti rimasti genuflessi dinanzi al presente», direbbe forse oggi un personaggio di C’era una volta il ‘68.


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