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    L'amor di Patria secondo M. Tullio Cicerone ed altri



    Sullo stesso argomento visita anche...:

    http://www.politicaonline.net/forum/...ghlight=patria
    ---------------------------------------------------------------------------------
    Vi propongo questo testo , che può essere o meno condiviso ma credo sia comununque nolto interessante

    Quote



    In uno stupendo passo di Marco Tullio Cicerone (106-43 a. C.) si definisce la pietà come "[...] l’esatto compimento dei nostri doveri verso i parenti e i benefattori della patria" (1). Nel pensiero del filosofo di Arpino, che qualcuno ha giustamente definito "padre dell’umanesimo occidentale" (2), la pietà è una parte o forma della giustizia, per il carattere di obbligo che possiede, come la "religione", onore e ringraziamento dovuto a Dio, la "gratitudine", riconoscenza e compenso dovuto a chi ci ha fatto del bene, la "vendetta", come proporzionata retribuzione del colpevole, la "riverenza", come onore e deferenza verso coloro che sono costituiti in autorità, la "verità", come rispetto del reale e lealtà nel rapportarsi agli altri.

    San Tommaso d’Aquino (1225 ca.-1274), trattando delle virtù riconducibili alla giustizia e riconnettendosi a Cicerone come a fonte filosofica determinante, ritiene che la pietà, avente per oggetto comportamenti doverosi di onore e di rispetto, nonché di servizio e di sacrificio, abbia per destinatari, dopo Dio, i genitori e la patria "[...] dai quali e nella quale siamo nati e siamo stati allevati", "[...] a quibus et in qua et nati et nutriti sumus" (3).

    La patria possiede invero per la filosofia classica e cristiana un’importanza cruciale, sì da costituire un tema essenziale per la dottrina politica e sociale della Chiesa. La scomparsa di questa categoria morale è forse — come nota acutamente padre Lorenzo Perotto O.P. — meno casuale di quanto si possa comunemente pensare: infatti, mentre i teologi hanno preso a trascurarla o a disprezzarla come un residuo medievale superato, le ideologie politiche moderne l’hanno puntualmente combattuta, per la valenza religiosa di cui essa è pregna e per la ricchezza sociale di cui è veicolo insostituibile (4).



    2. Il pensiero moderno ha utilizzato il socialismo marxista per demolire l’amore di patria: se la patria, così ragiona il socialismo con sottile sofisma, è il retaggio ereditato dagli antenati attraverso la tradizione, allora il lavoratore dipendente, che non possiede nulla di suo, non trae alcun vantaggio dalla patria. Essa va respinta come vuoto sentimentalismo, che le classi dominanti sfruttano per meglio asservire i popoli e di cui i proletari debbono sbarazzarsi per il progresso del mondo.

    I nazionalismi, sia nella versione nata dalla Rivoluzione francese, sia in quella rivisitata all’inizio del secolo XX con l’intento di combattere il socialismo, hanno sostituito al concetto di patria quello di nazione, facendo di quest’ultimo lo strumento per esportare nel mondo la rivoluzione della borghesia imprenditrice, ovvero per affermare imperialisticamente la supremazia di una particolare struttura statuale sulle altre. Entrambe le forme di nazionalismo, sia quello di matrice democraticistica, che quello di matrice liberal-autoritaristica, si caratterizzano per l’odio contro le piccole patrie, che costituiscono, invece, l’humus indispensabile su cui le patrie grandi fioriscono. Come, riguardo alla proprietà, sulla diffusione del diritto in tutti gli strati sociali cresce la cultura della proprietà come bene comune di tutto il popolo, così, riguardo alla patria, sul rispetto delle comunità minori cresce la cultura della patria come retaggio comune del popolo unito.



    3. Dopo la tragedia delle due guerre mondiali e il crollo degli Stati istituzionalmente basati sul comunismo, il fondamento unificatore della società è stato dapprima individuato nel concetto di Stato — magari enfaticamente denominato come "di diritto" — e poi in quello della sovranità della legge, quasi che l’uomo nascesse in nessun luogo, privo di padre e di madre, al di fuori di una qualsiasi famiglia, e come se potesse vivere senza attingere dalle radici del proprio passato il nutrimento necessario per la crescita spirituale e culturale.

    In realtà, l’odio contro la tradizione e la negazione della giustizia, da cui scaturisce l’amore per la patria, sono il frutto di una volontà pervicace, che opera plurisecolarmente nella storia, in guise diverse, ma ultimamente convergenti, con l’obiettivo di estinguere il fondamento sacrale della convivenza civile, che sta alla base del vero patriottismo.

    Ricorda infatti san Tommaso che i destinatari della pietà, parte della giustizia, sono due, distinti tra loro: i genitori, con i parenti, da un canto, e, dall’altro, la patria, comprensiva dei concittadini e dei promotori della convivenza civico-politica, che ben possono essere definiti come gli "amici della patria" (5).

    Il fondamento etico dell’amor di patria — spiega padre Perotto — "[...] è la nozione globale di paternità rapportata a Dio stesso" (5): la paternità si riferisce in modo eminente alla creazione di Dio, ma include altresì la generazione, e si prolunga tanto nella crescita fisica, pedagogica e intellettuale, quanto nella autorealizzazione della vita lavorativa.

    Anche i genitori, pertanto, come gli antenati e la patria partecipano, in modo derivato, alla paternità di Dio: se la pietà allora è dovuta in modo eminente a Dio, "[...] perchè infinitamente grande, e causa prima per noi dell’essere e dell’agire", come dice san Tommaso (7), essa spetta anche ai genitori, ai parenti e alla patria, perché, per volontà di Dio inscritti nell’ordine della natura creata, pure essi partecipano al compito divino di generare, venendo al secondo posto come principio del nostro essere.



    4. L’amore per la patria non è, pertanto, un sentimentalismo emotivo, attributo evanescente di qualche sensibilità particolare, né creazione arbitraria di una morale civile a beneficio di coloro che governano lo Stato, bensì "[...] una realtà naturale, oggettivamente fondata sulla concretezza innegabile di ciò che è e significa essere generati alla vita e cresciuti in una determinata terra, con il suo clima, il suo humus di usi, cibi, cultura" (8).

    Quale sia il girovagare di ciascuno nel mondo o il luogo nel quale sia esercitata l’attività lavorativa, il richiamo della patria costituisce appello concreto alla sfera della vita etica, che impone, per ragione stretta di giustizia, contegni di rispetto e di devozione, di servizio e di sacrificio, fino all’estremo della donazione dei beni più preziosi, come la libertà e la vita.

    L’amore per la patria si rapporta strettamente all’amore per i genitori e i parenti. Vero che pietà filiale e pietà per la patria sono forme etiche con oggetto distinto: ma non vi è patria senza padre, e non vi è padre senza patria. Etimologicamente patria è da pater: essa indica il retaggio e l’eredità familiare; il capitale di buone azioni che si sono costituite in santità, eroismo e cultura, veicolato da una generazione all’altra grazie alla tradizione, con l’apporto indispensabile che ciascun padre reca perché la catena non si interrompa e le radici non siano tagliate.



    5. Nella nostra epoca, insieme materialistica e spiritualistica, si è persa l’idea dell’incarnazione, secondo cui, come l’uomo è composto di anima e di corpo, così l’eredità spirituale si trasmette attraverso il vincolo del sangue, in un legame che unisce, nella concretezza della famiglia presente, il passato storico degli antenati con la proiezione futura della famiglia formata dai figli dei figli.

    Nella patria sono congiunte indissolubilmente le categorie del tempo e dello spazio, in un presagio di permanenza e di stabilità, che costituisce quasi figura della vita al di là del tempo, non a caso contemplata da san Tommaso come "Patria della gloria" (9). Nella benevolenza verso i compatrioti s’intravede l’orizzonte della patria proiettata verso il destino eterno. La distinzione tra patria terrena e Patria eterna non è separazione, né indifferenza dell’una rispetto all’altra: la Patria eterna consente di meglio comprendere il significato della patria terrena, il suo valore transeunte e non definitivo, la rilevanza della convivenza politica per la salvezza individuale, e, all’inverso, l’importanza decisiva della virtù dei singoli per la migliore costituzione politica, nonché la legittimità e la bellezza delle altre patrie, in un’armonia che soltanto il riferimento a Dio rende meno labile e tormentata.

    Come la patria è il legame tra le generazioni nel tempo, così essa è il legame tra gli uomini che vivono nello stesso luogo. La nascita è un evento che avviene in un tempo e in luogo determinati: stretta è la relazione che unisce i genitori alla patria, "[...] dai quali e nella quale siamo nati e siamo stati allevati" (10). Il concetto della procreazione è da san Tommaso straordinariamente dilatato, "[...] per cui l’evento della nascita, imputabile esclusivamente ai genitori e determinabile a un preciso momento temporale, viene visto nella continuità della vita che cresce e si sviluppa: con l’educazione e l’autorealizzazione personale in un delimitato ambito territoriale, psicologico e sociale" (11).

    Ai consanguinei, come cerchia di coloro che appartengono allo stesso ceppo familiare, corrispondono "gli amici della patria" (12), come gruppo di coloro che si rendono meritevoli, per le buone azioni compiute, verso l’insieme delle famiglie che vivono su un medesimo territorio. L’individuo singolo, situato in modo preciso nel tempo grazie alla continuità familiare, è così ancorato al territorio, mediante un legame che ne spiega le origini, ne orienta le potenzialità e ne moltiplica le energie. Il radicamento nel territorio, il ritorno alle radici, evocati da tanta letteratura moderna, trovano nella dottrina classica e cristiana sulla virtù della pietà il loro pieno compimento. L’uomo non nasce e non vive da solo: senza la madre che lo raccoglie dalla nuda terra, lo nutre e lo protegge per lungo tempo; senza i genitori che protraggono la generazione con l’educazione dell’esempio e la tradizione della legge naturale indispensabile per vivere in modo degno dell’uomo, il piccolo di uomo presto diventerebbe selvaggio e la società rischierebbe di dissolversi.



    6. L’amor di patria, allo stesso modo che l’amor filiale, possiede un carattere di naturale sacralità. Cicerone, vertice dell’umanesimo pre-cristiano, aveva ricordato che la pietà, già grande verso i parenti, "raggiunge il massimo verso la patria" (13). La patria, invero, continua nel tempo e rende possibile nello spazio il principio di essere, partecipato agli uomini dalla paternità fontale di Dio; essa protegge come "governo" l’humus in cui si forma ciascuna esistenza concreta e garantisce le condizioni in cui si attua, mercé soprattutto il lavoro, l’autorealizzazione creatrice di ogni singolo uomo.

    La religiosità di cui è impregnata la pietà verso la patria non appartiene specificamente al cristianesimo o ad alcuna religione particolare; essa è propria dell’uomo naturalmente religioso, che si riconosce bisognoso, al di là e oltre le radici terrene, di ritrovare la Prima Radice: Dio Creatore, Redentore e termine ultimo del suo percorso terreno.

    Per questo giustamente Jean Madiran ha definito Charles Maurras (1868-1952), che fu pensatore politico non cattolico, ma strenuo sostenitore del patriottismo terreno, "pius Maurras", per aver insegnato, in un’epoca particolarmente carente di sensibilità religiosa, che sostanza spirituale di qualsiasi giustizia sociale è la virtù della pietà verso la patria (14).

    Che l’uomo nasca debitore, e non padrone di ogni cosa, è verità naturale che l’antichità classica ci ha trasmesso e che soltanto le ideologie moderne hanno rinnegato, proclamando il culto dell’uomo assoluto, chiuso in se stesso, cui tutto è dovuto, ma che nessun dovere astringe. Ai genitori, agli antenati, alla patria, che ci hanno trasmesso la vita fisica e insegnato la legge naturale, dobbiamo la pietà che si deve al principio, seppur derivato e non primario, del nostro essere e del nostro agire: fondamento solido e insostituibile di ogni edificio sociale.



    7. Il ritorno all’amore di patria, dopo una così lunga eclisse, costituisce la miglior medicina contro ogni forma di laicismo ingiustificato e contro ogni forma di vuoto legalismo, che vogliono vanamente fondare la convivenza civile sul rifiuto di Dio o sull’indifferenza religiosa, pretendendo al contempo dal cittadino una moralità pubblica che è impossibile mantenere senza la grazia che viene dall’alto e l’alimento concreto che fluisce dalle radici di una tradizione storica ricevuta e vissuta con gratitudine verso gli antenati che hanno contribuito a formarla.

    La fine delle ideologie nella tragedia delle guerre mondiali e nella desolazione dei materialismi contemporanei, di matrice tanto socialista che edonista, costituisce il segno che è possibile e giusto riproporre l’amor di patria come fondamento di un rinnovato ordine politico e sociale.

  2. #2
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    IL DOVERE COME AZIONE

    di Guglielmo Ferrero

    Nel 1821 incomincia veramente il moto nazionale dell'Italia
    nuova. Il principe di Carignano fra i suoi primi tentativi di
    stringer lega con la rivoluzione e con le sue dottrine: tentativi
    non felici, ma dai quali prende le mosse quella politica del ra-
    mo cadetto di Casa Savoia, che condurrà Vittorio Emanuele fi-
    no alla Breccia di Porta Pia. Giuseppe Mazzini intravede la
    missione ideale, che sarà il compito della sua vita e che prepa-
    rerà gli spiriti delle classi alte e colte alla politica dei Savoia.
    Di questi due elementi, che hanno concorso a fare l’Italia
    nuova, l'elemento politico è stato sinora più fortunato e poten-
    te dell'ideale. L’Italia moderna, quale è, è opera della politica di
    Casa Savoia e dei partiti che l'hanno aiutata, più che della dot-
    trina di Giuseppe Mazzini. Di questa s'è diffusa maggiormente
    la parte che poteva servire ad esaltare l' orgoglio della nazione:
    la parte che, accanto ai loro diritti, avrebbe ricordato agli italia-
    ni i loro doveri, è rimasta chiusa in tante pagine ammirabili ma
    poco lette, e nella pia tradizione di un gruppo di discepoli fe-
    deli. Ma questa è forse la ragione profonda di molti nostri guai
    presenti.
    Con i soli accorgimenti politici non si fa ne uno stato
    ne una nazione, che siano vitali; occorre anche qualche princi-
    pio morale, e di natura più alta che non l'esaltazione dell'orgo-
    glio. Nessuno tra i nostri pensatori e scrittori del secolo XIX ha
    dimostrato con maggiore ardore e vigore questa verità, che
    Giuseppe Mazzini; e nessuna tra le molte dottrine politiche che
    il secolo XIX ha immaginate, è stata più luminosamente confer-
    mata dai fatti e dagli eventi.

    Guardiamoci intorno... Quale è il mal sottile, che consuma
    l'Europa? Gli stati non si decompongono forse, come rosi dalla
    lebbra, perche manca loro un principio ideale, forte e vivo, che
    li tenga uniti? Ricordiamoci dunque Mazzini e i giorni fortuno-
    si in cui gli balenò l'idea di infondere nel vecchio corpo dell’Ita-
    lia un'anima nuova. Per quanto egli fosse grande, l'opera tra-
    scendeva le forze di un uomo solo. Egli non pote’ che incomin-
    ciarla in mezzo a terribili difficoltà. la sua vita fu tutta una cro-
    ce. Ricordandolo e studiandolo, le generazioni compiranno
    quello che egli incominciò, con tanto genio e tanto ardore.


    ----------------------------------------------------------------------------------
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  4. #4
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    Predefinito tratto da IL CORRIERE DELLA SERA 7 dicembre 2003

    Il «made in Italy» che ci onora

    di ENZO BIAGI

    A me il presepe piace perché suscita in ognuno di noi pensieri e ricordi. L’asinello è sempre di grande attualità, e inventa per Romolo un fratello che battezza Remolo. Il bue mi insospettisce un po’: non sarà già gonfio di estrogeni? E non parliamo della mangiatoia, che mi pare sia sempre assediata da gente in attesa di piazzarsi. Un ministro di questa Repubblica, Umberto Bossi, chiama gli emigrati di colore Bingo Bongo, con una regressione mentale che lo riporta all’infanzia. Un uomo di colore non è Bingo Bongo, io non sono un viso pallido ma un cardiopatico, un uomo è tale qualunque sia la sua pelle.
    Ha ragione il presidente Ciampi (che fortuna che c’è lui al Quirinale: mi auguro tenga un diario), il «Made in Italy» esiste, e lo dobbiamo in gran parte alla moda e al cinema. Se uno parla di Armani o di Missoni parla anche del nostro Paese; hanno creato uno stile che non è esposto solo nelle vetrine dei negozi ma in quelle dei musei.
    Quanto dobbiamo agli stilisti, al cinema e anche agli scrittori: il mio amico, dico amico, Giovanni Guareschi vendette un milione di copie delle storie di don Camillo in Francia. Aveva il suo carattere, ma era un galantuomo che per essere fedele a se stesso andò anche in carcere. Una volta gli chiesi, io repubblicano, perché era monarchico: «Perché sono figlio di una maestra», mi rispose.
    C’è, fra le altre, una cosa che mi tiene lontano dal ministro separatista Bossi: al maestro di Vigevano preferisco il maestro Sciascia, siciliano, e penso a quanta intelligenza riceviamo dal Sud. Io mi sento a casa mia a Messina e a Reggio Calabria, Corrado Alvaro e Vitaliano Brancati sono due miei compatrioti che amo e che ci fanno onore. Al sindaco di Chicago che mi disse: «Questa è stata la città di Al Capone», replicai facilmente: «Scusi, è vero, ma anche di Enrico Fermi, senza il quale sareste ancora impegnati a fare la guerra». È il mio nazionalismo.

  5. #5
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    Predefinito tratto da IL CORRIERE DELLA SERA 28 luglio 2004

    ANNIVERSARI
    Cent’anni fa il re firmò il decreto per la pubblicazione dell’opera completa del cospiratore repubblicano

    Mazzini nel Pantheon. Dell’Italia monarchica

    Mazzini divenne mai monarchico? Naturalmente no, almeno da vivo. Accadde però che, esattamente cent’anni fa, nel 1904, un decreto reale deliberasse la pubblicazione a spese dello Stato delle opere complete di Mazzini, morto da oltre un trentennio, «come solenne attestazione di riverenza e gratitudine dell'Italia risorta», ciò che lo faceva entrare a pieno titolo nel Pantheon dell'Italia monarchica. Si chiudeva così il lungo periodo in cui la classe dirigente del Regno aveva rifiutato di includere Mazzini tra i padri della patria, in considerazione del fatto, peraltro incontestabile, che l'Italia da lui sognata e per la quale aveva combattuto portava inequivocabili insegne repubblicane.
    In effetti, per anni Mazzini venne a malapena nominato nei libri di scuola; a lungo - mentre il Paese si riempiva di monumenti raffiguranti Vittorio Emanuele e Garibaldi - l'unico monumento dedicato a Mazzini rimase quello eretto nella sua Genova. Anno dopo anno, a celebrare il 10 marzo, giorno in cui ne era avvenuta la morte, erano soltanto i pochi superstiti adepti del mazzinianesimo.
    Nel 1884 il Padiglione storico dell’Esposizione di Torino assegnava a Mazzini uno spazio marginale. Ma si trattava, in quello e in tanti altri casi, di una marginalizzazione inevitabile, perfino naturale in fondo, per chi era stato tra i massimi leader repubblicani europei e fino ai suoi ultimi giorni aveva maledetto la «falsa» Italia nata nel 1861 sotto il segno della monarchia, semplice «scheletro» o «fantasma» (così affermava Mazzini) di una vera nazione italiana che come tale ancora non esisteva.
    Proprio per questo, il fatto che nel 1904 il re apponesse la propria firma su un decreto che stabiliva la pubblicazione, a spese dello Stato, dell’intera opera di Mazzini veniva a sancire appunto la piena inclusione del Genovese tra i padri del Regno d'Italia, come ricorda il libro che un giovane studioso, Michele Finelli, ha dedicato alle vicende che portarono all'Edizione nazionale degli scritti ( Il monumento di carta , Pazzini, pp.135, 15). A favorire una tale inclusione operava certamente il nuovo clima politico di inizio secolo, caratterizzato dalle aperture di Giolitti nei confronti della sinistra moderata. Ma essa fu anche il risultato di una strategia deliberatamente perseguita dal sindaco di Roma Ernesto Nathan, che aveva assegnato a se stesso il ruolo di custode della memoria di Mazzini, sulla scia di quanto aveva già fatto per anni la madre Sara.
    Nathan, che a lungo si vociferò fosse figlio naturale di Mazzini, si batteva da tempo perché quest'ultimo fosse incluso nel Pantheon dell'Italia liberale. E proprio un anno prima che venisse approvata l'Edizione nazionale, aveva condotto in porto, ci ricorda Finelli, un’altra operazione non meno importante dal suo punto di vista: era riuscito a far sì che una delle opere più famose di Mazzini, i Doveri dell'uomo , fosse adottata come testo di educazione civica nelle scuole elementari e medie del Regno. La decisione aveva portato a molte polemiche; se i socialisti giudicarono del tutto superato il pensiero politico-sociale di Mazzini, i repubblicani ortodossi trovarono molto da ridire sul prezzo che Nathan aveva dovuto pagare per ottenere quel risultato: niente meno che la soppressione di certi passaggi decisamente antimonarchici. Da parte cattolica si sostenne invece che la lettura del testo avrebbe «avvelenato» la gioventù e trasformato le scuole in «uffici di arruolamento per le logge massoniche».
    Effettivamente, al di là degli eccessi polemici, era innegabile che tutta l'operazione volta ad includere Mazzini tra i padri della patria era nata o era stata sostenuta nell’ambito della massoneria (ai cui vertici apparteneva lo stesso Nathan). E tuttavia la ragione di fondo che aveva portato a quella inclusione, che si trattasse di trasformare i Doveri dell'uomo in testo scolastico o di decretare la pubblicazione di tutte le opere di Mazzini, non era riducibile a una trama massonica, ma va ricondotta a un problema che lo Stato italiano si portava appresso fin dalla sua costituzione.
    Va ricondotta cioè al fatto che lo Stato nazionale, per una serie di circostanze storiche, era nato senza il sostegno, e anzi con l'aperta opposizione, di coloro che rappresentavano la religione professata dalla stragrande maggioranza dei suoi abitanti. Proprio questo deficit aveva indotto una parte almeno della classe dirigente liberale a volgersi a Mazzini - un Mazzini il cui pensiero era stato sempre più privato delle sue implicazioni rivoluzionarie-repubblicane - per farne una specie di «santo» laico del nuovo Stato, il protagonista di una fede civile indipendente dalla religione professata dagli italiani e anzi ad essa apertamente ostile. Della religione cattolica Mazzini e i suoi seguaci erano stati infatti avversari tenacissimi, fino a sognare (nelle parole di uno di loro) di «spazzar via la polvere cattolica» da Roma, cacciandone addirittura il Papa. Agli occhi del mazziniano e anticlericale Nathan, il tentativo di porre Mazzini al centro di una religione della patria totalmente laica, con forti venature anticattoliche, era appunto così importante da giustificare che, a tal fine, si mettesse la sordina perfino all'idea di repubblica.

    Giovanni Belardelli
    [mid]http://www.fmboschetto.it/musica/Ryu Il Ragazzo Delle Caverne.mid[/mid]

  6. #6
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    Predefinito tratto da LA VOCE REPUBBLICANA 1 marzo 2005

    Mazzini e la Nazione

    Tutte le grandi imprese nazionali si iniziano da uomini ignoti edi popolo, senza potenza fuorche’ di fede e di volonta’ che non guarda a tempo ne’ ad ostacoli

  7. #7
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    Predefinito

    Ognuno elegge per propria Patria il luogo dove si sente a suo agio, libero e in comunione con tutti gli altri cittadini.
    Voi come la pensate?
    Grazie.

  8. #8
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    Predefinito a dir la verità

    ho sempre preferito Catilina a Cicerone.

  9. #9
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    Predefinito

    non saprei scegliere tra Catilina e Cicerone.
    Non ho fatto le scuole alte e non saprei che opere hanno compiuto.
    Cicerone mi fa venire in mente il mondo museale e allora, magari solo per quello, perche' amante del bello e della conoscenza che si lega ai musei, pendo per quest'ultrimo, cosi', solo a fiducia.
    Grazie.

  10. #10
    in silenzio
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    Esperti sul tema della Bandiera Italiana

    Sto organizzando, col mio Circolo Marcofilo in collaborazione con L'Istituto Nazionale Guardie d'Onore alle Reali Tombe del Pantheon, e il Museo Civico del Risorgimento di Bologna, una Tavola Rotonda sul tema "LA BANDIERA ITALIANA".

    Tra i Relatori stiamo invitando Angelo Varni, Fiorenza Tarozzi e Uberto Balzani.
    L'ultima persona nominata mi dicono essere d'area repubblicana.

    Qualcuno lo conosce?

    Grazie, comunque, per la cortese attenzione.
    di necessità virtù

 

 
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