Maurizio Blondet
03/09/2006
Il Muro del Pianto: nelle preghiere sono incluse le richieste a Dio per il ritorno di tutti gli ebrei esiliati e la ricostruzione del Tempio (il terzo) per «accellerare» il ritorno del «messia».
Per creare una base ideologica e culturale comune, e quindi condivisa, con i nostri lettori, pubblichiamo alcuni capitoli, tra i più significativi, tratti dalle opere di Blondet; cominciamo con il capitolo settimo de «I fanatici dell'Apocalisse», Il Cerchio, 2002.
Gesù ha parlato incessantemente del Tempio e della sua rovina.
«Ecco, sarà lasciata la vostra casa deserta» {Matteo 23, 38), minacciò agli scribi e ai farisei.
I suoi discepoli s'inorgoglivano del Tempio, che credevano sfidasse i secoli: «Guarda che pietre e che costruzione!», e Lui rispose: «Non rimarrà pietra su pietra che non sia divelta» (Matteo 24,2). Anche nel giorno della Sua Pasqua, quando entrò in Gerusalemme sull'asino bianco e la moltitudine gridava «Osanna al figlio di Davide!», acclamandolo così il vero Messia, e i farisei gli dissero: «Maestro, riprendi i tuoi discepoli!» (Luca 19,39), la sua risposta fu un'allusione al Tempio: «Io vi dico che anche se essi taceranno, grideranno le pietre!».
La scena si svolse, attesta Luca, «vicino alla discesa del Monte degli Olivi»: Gesù dunque aveva proprio di fronte a sé il Tempio, forse lo indicò.
Dopo che lo appesero sulla Croce, lo schernirono ancora: «Tu che distruggi il Tempio e lo ricostruisci in tre giorni, salva te stesso!».
Ancora increduli, ma ormai l'ordine era stato impartito: non sarebbe passata questa generazione.
Il 67 dopo Cristo scoppia la guerra che passerà alla storia come giudaica, e che un colto ebreo, Giuseppe di Mattia - testimone oculare, cortigiano della domus di Vespasiano, passato alla storia come Giuseppe Flavio - racconterà con oggettiva pietas.
Giuseppe era al sèguito del generale Tito, futuro imperatore; ne descrisse il tentato assalto a Gerusalemme, e la decisione che prese a malincuore, fallito l'assalto, di espugnarla per assedio. Tito cominciò col costruire una muraglia d'offesa attorno alla città (anche questo Cristo aveva visto: «Ti circonderanno con un muro», Luca 19,43), ma proclamò che chiunque si fosse arreso avrebbe avuto salva la vita.
Un fatto assai prosaico, descritto da Giuseppe Flavio, vanificò la clemenza del comandante: alcuni giudei, prima di arrendersi, avevano inghiottito delle monetine, col proposito di recuperarle per via naturale.
Uno di essi viene sorpreso nella bisogna da qualche mercenario di Roma; si sparge la voce e la soldataglia squarta - per avidità d'oro - tutti coloro che si sono consegnati.
Tito minaccia l'esecuzione dei colpevoli, ma deve rinunciarvi: nel suo esercito i soldati romani sono pochi, non è sicuro di poter imporre una disciplina spietata ai mercenari infidi, semiselvaggi raccogliticci, che costituivano il grosso delle sue truppe.
La via della resa è chiusa per gli assediati.
La distruzione del tempio
Gerusalemme si dilania anche al suo interno, si direbbe in una cieca follia di perdizione.
Partiti avversi si distruggono a vicenda le scorte di viveri; gli Zeloti, da difensori, si fanno assassini e stupratori della loro gente; si pratica il cannibalismo per fame.
Gesù aveva predetto che sulla città stava per cadere «tutto il sangue innocente versato sopra la terra, dal sangue del giusto Abele fino al sangue di Zaccaria» (Matteo 24,21 ).
Dopo tre anni, i Romani sentono che è giunto il momento dell'assalto finale.
E' il 70 dopo Cristo; Tito ha ricevuto da Vespasiano l'ordine di risparmiare il Tempio.
Il giorno nono del mese di Loos - il 5 agosto - Tito, mentre prepara i piani d'attacco, emana un ordine del giorno in questo senso: il Tempio non deve essere distrutto.
Ma da tempo un altro ordine più alto aveva deciso il contrario.
Incalzati già sul portico, gli assediati vi attizzano un enorme incendio per fondere la porta d'ingresso e farsene uno scudo; e mentre i Romani si affannano a spegnere il fuoco li attaccano a sorpresa.
Inferociti, i legionari e i mercenari inseguono i nemici fin dentro il Tempio, taluni lanciando loro dietro i tizzoni ardenti dell'incendio.
«Uno dei soldati - racconta Giuseppe Flavio - né aspettando il comando né spaventato da siffatta impresa, o piuttosto spinto da qualche impulso, afferra un legno ardente e sollevato da un commilitone lancia il fuoco per entro la Finestra Dorata, la quale immetteva nelle stanze che circondavano il santuario dal lato settentrionale».
Il penetrale era di legno, le travi erano ancora quelle sollevate seicento anni prima, al ritorno da Babilonia.
Il fuoco s'appicca subito, alimentato selvaggiamente anche dal molto olio per il rito conservato là. Invano il generale Tito accorre sul posto e urla di spegnere il fuoco: le fiamme e l'avidità del bottino - le lastre d'oro che circondano i vecchi tronchi, il tetto d'oro che per tre anni avevano visto da lontano - rende come folli i soldati.
Su quell'oro che si piega nel calore rovente e sta già fondendo si lanciano «con tale impeto da schiacciarsi fra loro sulle porte - scrive Flavio Giuseppe - Invece di circoscrivere l'incendio, i legionari si diedero a propagarlo sempre di più. Cominciò il macello dei giudei (...). Presto sorsero mucchi dì cadaveri che per la grande altezza raggiunta rotolavano in basso l'uno
sull'altro. L'altare sembrava uno scoglio in mezzo a un pantano di sangue».
E prosegue lo storico: «Tito, visto inutile ogni altro intervento (...) accompagnato da alcuni alti ufficiali, si spinse fin dentro al Santo dei Santi (...). Qui tentò nuovamente d'obbligare i soldati a rispettare il luogo santissimo e ad allontanare le fiamme; ma né la sua autorità, né le bastonate da lui largamente distribuite domarono le belve. In un momento in cui Tito si voltò per respingere alcuni soldati, un'altro vi lanciò dentro il fuoco».
All'alba, non v'era che un cumulo di macerie fumanti.
Ciò che il generale potè salvare dalla distruzione è raffigurato nell'Arco di Tito: il candelabro a sette braccia, la tavola d'oro dei pani della proposizione, pochi altri arredi.
Adriano scatenò una dura repressione contro i seguaci di Simone ben Koshebah, un falso Messia che aveva fatto coniare monete con l'immagine del Tempio e aveva cominciato a ricostruirlo.
Due secoli dopo, il filo-cristiano Costantino fece tagliare l'orecchio destro a un gran numero di ebrei che premevano per la ricostruzione.
Ancora un secolo: e l'ascesa al trono di Giuliano, l'anticristiano detto L'Apostata, offre agli ebrei una opportunità concreta e insperata.
Nel 362 Giuliano imperatore ordina la ricostruzione del Tempio e stanzia allo scopo - come ammette a malincuore Ammiano Marcellino, suo amico personale e ateo convinto - «somme enormi».
Perché lo faccia, è abbastanza chiaro: Giuliano vuol ripristinare ogni culto pre-cristiano nell'impero, e nel suo libretto «Contro i Galilei» ha mostrato di guardare con favore all'ebraismo.
Particolare dell'Arco di Tito
Filostorgio nelle «Historiae Ecclesiasticae», e Eutimio Zigabeno nella «Panoplia dogmatica», attribuiscono a Giuliano l'intenzione di contraddire le profezie di Cristo; Gregorio Nazianzeno, nella «Oratio V contra Iulianum» lo mostra convinto di adempiere le profezie dell'Antico Testamento: forse, come certi protestanti americani di oggi, anche lui voleva «accelerare la fine
dei tempi».
Nell'ebraismo sorge la febbre dell'entusiasmo: per la prima volta un imperatore, un «nuovo Ciro», è dalla parte di Israele!
La Diaspora raccoglie denaro, ritenendo che i fondi «enormi» stanziati da Giuliano non sarebbero bastati alla magnificenza del nuovo Tempio; in Gerusalemme si arruolano operai, si raccoglie il materiale, si assumono architetti e si fonda il cantiere.
L'aspettativa è alle stelle.
E gli ebrei, attesta Rufino, si fanno arroganti: cominciano a insultare i cristiani.
L'inizio dell'opera infatti smentiva la convinzione cristiana secondo cui - per dirla con Filostorgio - «Dio, con immutabile sentenza, avesse condannato il Tempio a perpetua subversio».
Era allora vescovo di Gerusalemme san Cirillo.
Egli, dopo aver meditato le Scritture, raccolse la sfida.
Davanti al popolo radunato, assicurò solennemente «non essere in alcun modo possibile che lì, dai giudei, fosse posta pietra su pietra».
Ciò che avvenne il giorno seguente, quando si diede mano a gettare le fondamenta del nuovo Tempio, dovrebbe essere rigettato come incredibile.
Senonché è attestato da numerosi storici: non solo da cattolici come Rufino, Gregorio Nazianzeno, sant'Efrem Siro e Giovanni Crisostomo, ma dall'ariano Filostorgio (ostile a san Cirillo), e dall'ateo Ammiano.
Ci limitiamo a citare quest'ultimo come testimone oculare: amico di Giuliano e inviato sul posto dall'imperatore per riferirgli dei lavori, egli assiste a fatti che lo lasciano sconvolto e dubbioso, al punto che si chiede come dovrebbe comportarsi nel suo rapporto all'imperatore.
Ammiano non è disposto a credere ai miracoli, e si sforza di ridimensionare le parti più strane dell'evento, subito amplificate dalla vox populi con particolari favolosi.
Ma non può negare ciò che ha visto coi suoi occhi: «Formidabili globi di fiamme erompendo con frequenti ondate presso le fondamenta, resero il posto inaccessibile, dopo aver ustionato talvolta gli operai (...). E poiché gli elementi respingevano indietro in maniera ostinatissima, l'impresa cessò».
Si può non credere agli altri particolari.
Al terremoto che scosse e fece crollare i muri in via di elevazione, alla scossa che seppellì alcuni operai che s'erano rifugiati in una costruzione del cantiere, alle croci rosse che apparvero sugli abiti di coloro che stavano lavorando, al fuoco uscito dal suolo che consumò gli arnesi e persino le pietre accumulate.
Ma quel che accadde davvero, bastò a far concludere Giuliano quando ne ebbe notizia: «Il Dio dei giudei non è contento di loro», e a non ripetere il tentativo.
Maurizio Blondet
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