Risultati da 1 a 10 di 10
  1. #1
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    Predefinito Alla scoperta dell'artigianato artistico

    Nel cuore della vecchia Roma resistono ancora, qua e là, alcune rare isole fuori dal tempo. Colpisce ad esempio la zona di via dei Cappellari che, ignara del caos che la circonda, conserva l'atmosfera di una città più piccola, dove gli artigiani lavorano ancora in strada ed i rumori - voci umane, martelli ed altri semplici attrezzi - non sono quelli di una metropoli sommersa dai clacson.

    Si tratta di oasi affascinanti, in una zona che sta però velocemente cambiando volto. I dati parlano chiaro. In circa 10 anni le attività artigianali nel centro storico si sono dimezzate. Pressione fiscale, espulsione delle vecchie botteghe magari a vantaggio di jeanserie, mancanza di adeguati fondi ed interventi per la salvaguardia del settore ma anche di incentivi per i giovani - e quindi di ricambio generazionale - e, soprattutto, ferree leggi di mercato, hanno fatto precipitare l'artigianato in una profonda crisi, dirottando i consumi verso i più convenienti prodotti industriali.

    Il ricordo di antichi mestieri artigiani è ancora vivo nei toponimi di alcune strade, ma i superstiti sono rari: numerose attività sono già scomparse, altre seguiranno entro breve la stessa sorte. Le botteghe di doratori, ceramisti, intagliatori, tornitori, tanto per fare qualche esempio, diminuiscono sempre più. Le poche rimaste sono attive soprattutto nei rioni storici della città, da Trastevere a Borgo, ma alcune strade, in particolare, mantengono una forte concentrazione artigianale. Così ad esempio il rione Ponte, in via dell'Orso e nelle vie adiacenti, il rione Monti tra via del Boschetto e via Baccina, oppure i dintorni di via del Pellegrino. In queste zone si trovano ancora, tra le altre, vecchie e nuove botteghe dedicate all'arte della ceramica e del vetro, numerosi artigiani-artisti del legno, tessitori e legatori d'arte, cesellatori, mosaicisti ma anche singolari laboratori dove vengono realizzate maschere per teatro oppure restaurate bambole o vecchi lampadari.

    A non demordere sono soprattutto gli artigiani più anziani, nelle loro botteghe immutabili negli anni e sempre stracolme di attrezzi e materiali appesi alle pareti o sparsi ovunque, sommerse da un accumulo di lavori da eseguire ma anche da cianfrusaglie di ogni tipo. Pervase spesso da forti odori, di colle animali o di altri materiali antichi miscelati grazie ad un'alchimia sconosciuta ai più giovani, sono certo poco accoglienti per gli estranei, nel loro apparente caos e nell'assenza di ogni, sia pur minimo, comfort. A guardar bene però non manca l'essenziale, e gli artigiani vi trascorrono l'intera giornata districandosi alla perfezione nel "calcolato" disordine.

    Una caratteristica di chi ha una propria bottega è quella di non avere orari fissi di lavoro; se c'è una consegna urgente da fare si può rimanere nel laboratorio pure a tarda sera o persino di domenica. Il locale rappresenta per l'artigiano il fulcro intorno a cui ruota la sua vita, composta di giornate scandite da abitudini consolidate e ripetute nel tempo, che in alcuni casi comprendono anche una rituale e consueta sfida a carte con i vicini.... in quei momenti non c'è cliente che possa distrarre i giocatori, i malcapitati dovranno probabilmente aspettare la conclusione della partita!

    Spesso schivi e di poche parole, perché abituati a trascorrere, magari da decine di anni, intere giornate solitarie, questi tenaci continuatori di tecniche antiche si lasciano però facilmente convincere, rotta la iniziale diffidenza, ad illustrare i procedimenti del loro lavoro. Ma in alcuni casi la spiegazione non dura che pochi minuti, scarna e priva di passaggi essenziali per chi è a digiuno della materia. Chi esercita da decenni un mestiere considera infatti ovvie le nozioni basilari; gli sembra quasi impossibile che qualcuno non le conosca. Ma appena si comprende che in genere l'"iniziazione" non può avvenire verbalmente, perché questi artigiani "parlano" soprattutto attraverso l'abilità delle loro mani e i prodotti del loro lavoro, si è pronti per intraprendere il viaggio!

    Un po' tutti dovremmo forse riflettere di più su questa realtà; per farlo abbiamo però bisogno in primo luogo di conoscerla meglio. Per questo consigliamo una passeggiata per i rioni a forte concentrazione artigiana, dove i più potranno persino scoprire mestieri di cui ignoravano l'esistenza. Presi dalla routine quotidiana, spesso non abbiamo neanche voglia o tempo per gettare uno sguardo, sia pure veloce, dentro una bottega. L'avvicinamento con questo mondo, particolare e vivo perché fatto di mille storie di artigiani, giovani e anziani, regalerà quindi piacevoli sorprese.

    Ogni rione o vecchio quartiere ha le sue figure "storiche", artigiani con un numero considerevole di anni di esperienza alle spalle. Alcuni sono contenti di raccontarla, come il restauratore di mobili forse più esperto del rione Monti, il maestro Aldo, che accoglie da sempre i clienti nella sua immutabile tenuta, camice vissuto ed immancabile scoppoletta. Fiero e geloso dei numerosi attrezzi da lavoro accumulati nel tempo, molti dei quali vecchi ma ancora perfettamente funzionanti, è sempre pronto, come un prestigiatore che estrae il coniglio dal cappello, a stupire l'interlocutore con uno dei suoi mille "segreti". Quarantacinque anni di lavoro e un mestiere tramandatosi in famiglia da alcune generazioni non sono cosa di poco conto!

  2. #2
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    Predefinito Gli artigiani del legno

    Fra i numerosi mestieri legati al legno alcuni hanno un fascino veramente singolare, tanto che si passerebbero ore intere ad osservare gli artigiani al lavoro. E' ad esempio difficile staccare lo sguardo dalle mani ferme e sicure di un intagliatore quando, con l'ausilio delle sgorbie - appositi scalpelli sagomati - e di pochi altri semplici strumenti, realizza decorazioni di ogni tipo, incidendo e scavando il legno fino a fargli assumere le forme desiderate. I più abili, oltre a ricostruire fregi, parti mancanti di cornici, cimase e specchiere sono persino in grado, da veri e propri artisti, di creare putti, statue e sculture in genere.

    L'intaglio viene eseguito sulla base di un disegno prestabilito, creato dall'artigiano stesso oppure commissionatogli. Una volta preparato il legno si inizia con la fase della sbozzatura finché, quando i volumi hanno raggiunto il livello voluto, si passa alla rifinitura. Gli strumenti usati nell'intaglio eseguito manualmente, scalpelli e sgorbie, sono gli stessi da secoli: lo sviluppo tecnologico si è limitato a migliorare la qualità delle lame e a prolungarne la durata. Già alla metà dell'Ottocento però numerosi lavori venivano realizzati meccanicamente.

    Divertenti storie di intagliatori dei secoli passati, tratte da fondi d'archivio, ci vengono riferite da A. Bertolotti nei suoi studi dedicati ad artisti ed artigiani "forestieri" - in parte provenienti da altri Stati italiani - che lavorarono a Roma, potente centro di attrazione in quanto fulcro della cristianità e sede della Corte papale. Si tratta principalmente di testimonianze processuali, liti, denunce, contratti di lavoro: i documenti relativi alla vita quotidiana delle popolazioni dei secoli scorsi giunti sino a noi sono infatti per lo più circoscritti ai "contatti" che esse avevano con le varie istituzioni.

    Veniamo così a conoscere nei particolari le traversie di molti artigiani, come quelle di un tal Camillo Midei, intagliatore in legno a S. Caterina de' Funari, che nell'agosto del 1698 fu insultato, minacciato con la spada ed infine preso pure a piattonate dal principe di Scavolino, per non essere riuscito a consegnare "a tempo stabilito un saraceno da correre giostra". Circa un anno e mezzo dopo ritroviamo lo sfortunato artigiano quale vittima di un furto: una notte del gennaio 1700 gli fu infatti aperta la bottega, dalla quale vennero trafugate tre cornici intagliate.

    Particolarmente ricco di storia e molto florido nei secoli passati, l'intaglio è una delle tecniche di decorazione del legno più antiche e diffuse: la produzione romana si distinse soprattutto nel Seicento, grazie alla realizzazione di preziose consoles barocche finemente lavorate e dorate. L'avvincente mestiere dell'intagliatore rischia però di scomparire in un futuro non molto lontano, anche perché necessita di un lungo apprendistato, spesso impossibile da realizzare. Il problema è comune a molte attività: mancano infatti adeguati corsi pubblici di formazione professionale, mentre gli artigiani ancora operanti non hanno la possibilità di far fronte ai costi e agli obblighi necessari per inserire i giovani nelle loro botteghe.

    A tutt'oggi sono pochi gli intagliatori operanti a Roma, che vengono comunemente definiti ebanisti. Mentre un tempo la qualifica era riservata a coloro che avevano un'abilità tale da poter lavorare un legno di qualità pregiata quale l'ebano, attualmente la denominazione è usata, in generale, per i migliori artigiani del legno, capaci di realizzare intagli ed intarsi.

    Accanto ad un ristretto numero di maestri ebanisti vi è però, oggi come in passato, una grande maggioranza di "semplici" falegnami, un mestiere la cui storia risale molto indietro nel tempo.

    Fino al 1539 i falegnami appartenevano all'Università dei Muratori, insieme ai quali avevano costruito la chiesa di S. Gregorio Magno in via Leccosa; in quell'anno però trenta falegnami, in dissidio con altri membri del sodalizio, fondarono una propria Confraternita indipendente intitolata a S. Giuseppe. Ottennero la chiesa di S. Pietro sul carcere Mamertino, ma la ristrettezza del luogo li convinse a costruire una nuova chiesa sopra quella già esistente. Forse per polemica, o perché non riuscirono a trovare muratori disponibili, o chissà per quale altro motivo rimasto sconosciuto, l'opera fu realizzata interamente in legno. Deterioratasi ben presto, venne infine ricostruita in muratura: si tratta di quella chiesa di S. Giuseppe dei Falegnami a tutt'oggi esistente.

    Nel maggio 1540 il nuovo sodalizio fu riconosciuto come Arciconfraternita, ma soltanto agli inizi del secolo successivo vi aderirono tutti i falegnami, molti dei quali erano rimasti sino ad allora con i muratori. Nacque così l'Universitas Carpentariorum, i cui statuti furono approvati da Urbano VIII nel 1624, insieme alla riconferma dei privilegi dell'Arciconfraternita, che sopravvisse allo scioglimento della corporazione avvenuto nel 1801.

    Nel corso del Seicento un unico sodalizio economico riunì quindi i differenti artigiani del legno, comprendendo più di venti mestieri, alcuni dei quali appaiono oggi curiosi oppure semplicemente sconosciuti: bastari, bottari, carrozzari, catinari, cembalari, cupellari, ebanisti, fabarche, facasse d'archibugi, facocchi, famole, fatamburi, formari, intagliatori, leutari, mantaciari, mercanti di legname, scatolari, sediari, tinozzari, tornitori, zoccolari.

    Sul finire del Cinquecento Thomaso Garzoni aveva minutamente descritto i compiti del falegname, sottolineando che esso deve saper affilare gli attrezzi, riconoscere i differenti legni, disegnare, intagliare ed avere gusto estetico, essere in grado di squadrare il legno, "drizzare bene una tavola" - se necessario con il fuoco - quando fosse "sguezza" o "torta". Il falegname deve però essere anche un attento conoscitore del formaggio. Abbiamo letto bene? Scorrendo alcune righe più avanti comprendiamo il perché. Trascriviamo dunque questa inconsueta ricetta, per qualche moderno alchimista che si voglia cimentare nella sua preparazione: "Si piglia formaggio grattuggiato che sia magro, con acqua quasi bollente si lava tanto che di esso non esca più grassezza; e poi si macina sopra una pietra liscia e vi si getta sopra un poco di calcina bianca e rimenando benissimo insieme diventa colla perfettissima".

    Ancora oggi la colla usata dagli artigiani più anziani, pur non avendo il formaggio fra i suoi componenti, è comunque di origine animale, tanto che nelle vecchie botteghe si è colpiti dal caratteristico odore (ci sia consentito l'eufemismo) dell'immancabile colla cervione, scaldata a bagnomaria su un fornelletto perennemente acceso. Qualcuno, per renderla più "forte" - attenzione, è un trucco del mestiere! - la arricchisce persino con uno spicchio di aglio, ed è facile immaginare l'aroma di questa mistura. Una sedia così incollata, ci viene però garantito, può superare ogni prova di resistenza.

    Oltre alla colla, anche altri materiali tradizionali vengono tuttora usati nelle botteghe di restauratori di mobili antichi, numerosi in una città dove la passione per l'antiquariato, da sempre coltivata, si è ancor più diffusa negli ultimi anni. Il settore ha dunque attratto nuovi artigiani, in molti casi giovani, ma non per questo meno validi dei restauratori "storici".

    Recentemente l'artigianato legato al legno ha avuto qualche nuovo originale sviluppo grazie ad una proficua collaborazione fra falegnami, designer e architetti, che ha portato alla realizzazione di buoni manufatti artistici in stile moderno. Contemporaneamente si è però verificata la scomparsa di altri mestieri, superati da una più efficiente produzione industriale.

  3. #3
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    Predefinito Bottai, facocchi e tornitori

    Costruire botti è una vera e propria arte che consente, assicurano gli intenditori, di dare al vino il giusto sapore. Il mestiere è però tra quelli che lo sviluppo tecnologico ha definitivamente condannato alla scomparsa. Ormai i recipienti in legno, tra l'altro sempre più spesso prodotti industrialmente, sono utilizzati soltanto per vini e liquori pregiati. Per gli altri vengono invece impiegati contenitori di materiali differenti, vetroresina in particolare, più economici e durevoli ma anche più leggeri ed agevoli da pulire.

    Padroni delle tecniche e dei segreti per curvare il legno, i pochi bottai rimasti costruiscono manualmente, solo con l'ausilio di alcuni antichi strumenti sconosciuti al profano (anche se macchine per la fabbricazione di botti esistono da più di un secolo e mezzo!), recipienti di varie dimensioni e con differenti funzioni, ottenuti però sempre tramite l'unione di assi chiamate doghe, strette insieme con cerchi di ferro o di legno: oltre alle classiche botti realizzano barili, tini, mastelli, adattando anche queste forme, negli ultimi anni, alla creazione di mobili rustici. Una curiosità: in passato i bottai fabbricavano pure "elettrodomestici", come testimonia la "lavatrice" conservata nel Museo dell'Artigianato Scomparso, una botticella in legno azionata a mano tramite una manovella.

    Di bottai a Roma non se ne trovano più. Hanno ormai chiuso, pochi anni fa, le ultime botteghe di Testaccio, situate ai piedi della collina, accumulo artificiale di frammenti di vasi e rottami vari, lungo le cui pendici c'erano un tempo numerose grotte, celebri catacombe di un vino divenuto famoso perché "di tanta gagliardia/ che fa cantar più assai di Anacreonte", il poeta greco che celebrò il vino nei suoi versi.

    Nella provincia, in particolare ai Castelli Romani, ci sono gli ultimi superstiti di un mestiere antichissimo - menzionato già da Plinio il Vecchio - decisi a non interrompere una tradizione che spesso si tramanda da molte generazioni. Resistono ad esempio ad Albano Laziale, pur tra mille difficoltà, i fratelli Sannibale, nell'antica e un po' buia bottega aperta dai loro antenati nell'ormai lontano 1860. Ma si contano veramente sulle dita di una mano i continuatori di questo mestiere faticoso e particolarmente delicato in tutte le fasi della lavorazione, a partire dalla scelta del legname per la fabbricazione dei recipienti, che deve avere caratteristiche di compattezza ed elasticità. La quercia è ad esempio particolarmente adatta ma nel Lazio, per la sua diffusione, viene in genere usato il castagno. Proprio accanto all'officina di Albano, all'interno del cortile del palazzo, sopravvive una delle poche caratteristiche fraschette dei Castelli Romani, "ambiente naturale" per i lavori artigianali del bottaio.

    Vere e proprie "mosche bianche" sono anche, al giorno d'oggi, i facocchi: numerosi nella Roma dei secoli passati, fabbricavano le parti in legno di carri e carretti, mentre quelle in ferro erano realizzate dal ferracocchio. Ora, al più, aggiustano le poche carrozzelle rimaste.

    Il mestiere ci viene mirabilmente descritto, in versi, da Zefferino Colletti, che solo in ultimo ci sembra scadere in una conclusione un po' troppo scontata: "Da li più mejo ciocchi staggionati, / a forza d'accettòla e de scarpello, / sorteno razzi, quarti e un botticello, / che te pareno pezzi aricamati. / L'accrocca tutti assieme e, sur più bello, / pe falli arimané così incastrati, / je inarca addosso er cerchio come anello, / levato da li tizzi aroventati. / E mentre che lo sfredda, er bon facocchio / je leva li difetti, uno per uno, / menànno giù mazzate a còrpo d'occhio. / Così nasce la ròta che poi, in fonno, / benanche nun ce penza mai nisuno, / è stata lei che ha fatto cambià er monno".

    Pochissimi sono anche i tornitori ancora operanti a Roma, che si trovano in alcuni rioni storici quali Esquilino, Borgo, Trastevere. Consigliamo, a chi non conosce il mestiere, di gettare uno sguardo nelle loro botteghe: si rimane infatti a bocca aperta nel constatare con quale sorprendente velocità questi artigiani, con l'ausilio del tornio e di un attrezzo da taglio, danno forma al legno ricostruendo zampe di tavoli e sedie, ma anche creando vasi, scatole ed altri oggetti.

  4. #4
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    Predefinito Il doratore

    Occorrono una pazienza ed una grazia fuori dal comune per riuscire ad applicare sul legno, appositamente preparato con un lungo ed accurato procedimento, quelle particolari foglie di argento ed oro zecchino talmente sottili che si accartocciano ad ogni minimo movimento, e che persino un respiro fa volar via. E' quindi sorprendente la disinvoltura degli artigiani più esperti, la naturalezza e la padronanza con cui usano queste lamine che soltanto una lunga pratica consente di tenere a bada.

    I doratori (o indoratori, come venivano definiti un tempo), abili superstiti di un'attività in passato particolarmente florida a Roma, sono oggi sempre più rari. E' comunque possibile trovare ancora, nei rioni storici della città, ad esempio - ma non solo - nei dintorni di via dell'Orso, alcune botteghe dove vengono "curati" candelieri, cornici ed altri oggetti in legno dorato e laccato.

    Consigliamo dunque, a chi non conosce questo affascinante mestiere, di dedicare un po' di tempo alla sua scoperta. E' veramente interessante infatti osservare un doratore all'opera, soprattutto nella fase dell'applicazione dell'oro (oppure dell'argento, perché i procedimenti sono analoghi). Con una mano leggera, ma ferma e sicura, l'artigiano solleva la foglia - disposta su un apposito cuscino e precedentemente tagliata nelle misure desiderate - con un pennello di zibellino sottile e piatto che, per farvi aderire la lamina, struscia sulla propria guancia rendendolo così carico di energia statica. Questo rituale che lascia, al termine del lavoro, simpatiche tracce luccicanti sul volto del nostro "prezioso" artigiano, può comunque essere sostituito da uno strofinamento del pennello su una qualsiasi superficie leggermente ingrassata, procedimento forse più pratico ma certamente meno caratteristico. La foglia viene infine adagiata sul legno precedentemente preparato ed inumidito con una soluzione di acqua e colla animale.

    Nei secoli scorsi le tecniche della doratura a foglia furono applicate su larga scala ed ebbero a Roma una notevole diffusione, come testimoniano la sfarzosità dei candelieri e degli altari delle chiese ma anche la sontuosità delle cornici e delle decorazioni dei palazzi nobiliari. Già nel 1836 però il Belli denunciava gli scarsi guadagni dei doratori, approfittandone per lanciare una delle sue consuete sferzate contro il lusso della Chiesa: "A' tempi de mi' nonno, scertamente/ l'arte de l'indorà fruttava assai;/ ma mo cosa t'indori? un accidente?/ Li secolari nun dànno lavoro/ perché sò pien de debbiti e de guai,/ e a casa de li preti è tutto d'oro".

    Nella doratura a foglia (una tecnica antichissima che sembra risalire ad almeno 4000 anni fa!), come accade anche per numerose altre attività artigianali, i materiali e gli attrezzi utilizzati - colla di coniglio, gesso di Bologna, bolo, appositi pennelli e pietre d'agata per la brunitura - sono rimasti invariati nei secoli, e così anche le differenti fasi della preparazione del supporto in legno, dell'applicazione della lamina, della sua lucidatura e dell'eventuale invecchiamento.

    Sono invece mutate le procedure di fabbricazione della foglia, che fino a pochi secoli fa veniva battuta a mano dopo essere stata resa idonea da apposite presse; oggi, ottenuta con un più veloce procedimento industriale, è ancora più sottile che un tempo.

    In passato esisteva quindi, a Roma come altrove, la singolare figura del battiloro, artigiano che produceva manualmente le sottilissime lamine - circa un decimillesimo di millimetro - a colpi di martello e con accorgimenti di vario tipo. Distinti erano invece il tiraoro, che riduceva l'oro in fili da utilizzare per i ricami di paramenti ecclesiastici, uniformi ed abiti e il filaoro, mestiere prevalentemente femminile che consisteva nell'avvolgere il prezioso filo da utilizzare per i ricami intorno ad un'anima di seta.

    Nel Seicento, secolo d'oro (è proprio il caso di dirlo!) per tutti questi mestieri, le botteghe dei battiloro erano concentrate nei pressi dell'attuale piazza del Fico, intorno a S. Maria della Pace. Probabilmente coloro che praticavano questa attività non erano allora più di una quindicina: un numero irrisorio, quindi, se rapportato a quello di altre categorie artigiane dell'epoca. Ma il motivo che li portò, nonostante l'esiguità numerica, ad unirsi in sodalizio, nel 1612, fu la necessità di unire le forze per condurre una singolare ed un po' curiosa battaglia, quella volta a risolvere un assillante problema: il reperimento delle budella - di bue e di altri animali - indispensabili in una fase della battitura del metallo. La questione non era però di facile soluzione, come potrebbe apparire a prima vista, perché si trattava di un "bene" molto ambito e conteso, fondamentale anche per altre produzioni, quale ad esempio quella delle corde musicali. I battiloro riuscirono comunque, con una pressione sulle autorità, ad ottenere una vittoria, dal momento che beccai, pollaroli ed in genere tutti i venditori di carne furono obbligati a cedere loro una parte delle tanto agognate budella.

  5. #5
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    Predefinito L'arte del vetro

    Passeggiando nel rione Monti, per le tranquille stradine intorno all'antica Suburra, una rara zona di Roma ancora pullulante di botteghe artigiane, l'attenzione viene catturata dal singolare laboratorio dove Beatrice, una giovane ma esperta artigiana, con l'ausilio di pochi strumenti e di una sorprendente abilità, trasforma semplici bacchette di vetro in candelieri, bicchieri, eleganti caraffe ma anche in originali creazioni a forma di fiore o di conchiglia. Si tratta forse dell'unica bottega della città in cui ci si dedica esclusivamente alla soffiatura artistica del vetro, una tecnica importata dalla Liguria che non ha solidi legami con la tradizione locale. I pochi altri laboratori ancora esistenti a Roma si occupano prevalentemente di lavori per uso chimico-farmaceutico dal momento che, anche se può apparire strano, mentre le comuni provette sono prodotte a livello industriale, numerosi altri oggetti in uso nei laboratori e negli istituti scientifici vengono ancora soffiati artigianalmente.

    Il metodo usato nella bottega monticiana è poco noto a Roma, anche se risulta certamente più pratico ed economico rispetto alla rinomata tecnica dei maestri muranesi - che richiede una fornace ed una struttura industriale con costi elevati - e particolarmente adatto per la creazione di oggetti di piccole e medie dimensioni. Per la soffiatura a lume bastano infatti una piccola fiamma e pochi utensili... oltre, ovviamente, ad una buona dose di maestria e di determinazione!

    La città non ha avuto nei secoli passati una tradizione consolidata nel campo della lavorazione artistica del vetro, mentre fu sempre sviluppata la produzione di oggetti per uso comune: bicchieri, bottiglie, ma anche la classica e caratteristica fojetta.

    Numerosi sono invece oggi a Roma i laboratori di vetrate artistiche, una tecnica che da alcuni decenni è in continuo sviluppo, come testimonia anche l'interesse mostrato dai giovani ed il fiorire di nuove botteghe e di numerosi corsi. La tradizione, creativamente rinnovata, convive con nuove forme di espressività e con tecniche più recenti (o modernizzate), spesso importate dall'estero ma non meno affascinanti, come la vetrofusione, il collage, e soprattutto quella tessitura con rame saldato a stagno (comunemente chiamata tiffany) che produce ottimi risultati nella realizzazione di lampade ed altri originali oggetti.

    La parte del leone continua però ad averla la vetrata tessuta a piombo, certamente dal momento in cui, agli inizi del Novecento, questa antica tecnica fu rilanciata a Roma in tutto il suo splendore. Risalente probabilmente al X secolo, consiste in una sorta di "mosaico" di vetri colorati legati con fili di piombo e poi saldati e stuccati affinché diventino più resistenti. La rinascita, espressiva e tecnica, della vetrata artistica a Roma, ma soprattutto la capacità di sviluppare le moderne potenzialità di metodi antichi, si devono alla proficua collaborazione fra Mastro Picchio, al secolo Cesare Picchiarini, e celebri artisti dell'epoca. L'abile maestro vetraio - la cui bottega si trovava nella piazza Pozzo delle Cornacchie (oggi intitolata a Giuseppe Toniolo) e, successivamente, in piazza S. Salvatore in Lauro - riuscì infatti a fungere da catalizzatore, agli inizi del secolo, per artisti quali Umberto Bottazzi, Vittorio Grassi, Paolo Paschetto e Duilio Cambellotti, insieme ai quali organizzò alcune mostre e realizzò pregevoli opere, tra cui le vetrate, recentemente restaurate, per la Casina delle civette di Villa Torlonia.

    Picchiarini effettuò anche numerosi lavori a carattere religioso, proseguendo la tradizione secolare della vetrata, che a lungo è stata usata quasi esclusivamente quale elemento decorativo nelle chiese e che soltanto in un periodo relativamente recente è divenuta parte integrante dell'architettura e dell'arredamento. L'opera di Mastro Picchio e del suo gruppo fu particolarmente importante dal momento che, a Roma come altrove, la vetrata era progressivamente scaduta a semplice pittura, anche se "a gran fuoco" (la tecnica chiamata grisaille), e ad una produzione di scarso valore, che spesso portava persino alla realizzazione di vetrate opache, che toglievano dunque al vetro la sua principale caratteristica, fonte di quel fascino sempre rinnovato nel tempo. Sensibile interprete, più che semplice esecutore, dei cartoni degli artisti, Picchiarini - che per un periodo insegnò anche l'arte della vetrata nell'Istituto del S. Michele a Ripa - ci ha lasciato un prezioso libro di "appunti di vita di mestiere e d'arte", dal titolo Tra vetri e diamanti. Ad un certo punto, non riuscendo più a gestire il laboratorio a causa di disturbi nervosi, lo cedette ad un suo collaboratore, quel Giulio Cesare Giuliani operante nella città già nel 1900 e i cui eredi proseguono ancora oggi nell'attività intrapresa dal celebre maestro.

  6. #6
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    Predefinito La ceramica, lavorazione e restauro

    Nella lavorazione artistica della ceramica Roma non ha avuto, nei secoli passati, un ruolo primario. Più importante è sempre stata invece la produzione di oggetti per uso comune, mestiere antichissimo che viene ricordato persino da un intero quartiere, Testaccio, sorto proprio su una montagna di cocci.

    La cottura delle diverse argille modellate manualmente con l'ausilio del tornio - uno strumento che ha sorprendentemente mantenuto la stessa forma a distanza di migliaia di anni, con la sola differenza che oggi può essere azionato elettricamente - risale addirittura all'epoca preistorica, ma un forte sviluppo dell'arte della ceramica per uso ornamentale si ebbe in Italia solo nel Rinascimento. Alcune fabbriche e scuole sorsero a Roma nel Cinque-Seicento - in genere però ad opera di "stranieri", provenienti cioè da altri stati italiani - ma si ricordano i nomi di pochi maestri, che oltretutto lavorarono principalmente per conventi e farmacie, come Diomede Durante e Giampaolo Savino.

    La produzione della ceramica per uso quotidiano è invece stata, in passato, molto diffusa, dal momento che solo da alcuni decenni la terracotta - sostituita da alluminio, vetro o plastica - non è più largamente usata per pentole e tegami. Le antiche botteghe sono quasi ovunque scomparse, tanto che i cocci artigianali sono oggi molto ricercati; i pochi "terracottari" superstiti sono sparsi nei vari paesini della provincia più che nella città.

    Fondamentale fu anche, nella Roma del passato, la fabbricazione di mattoni, tegole ed altri materiali per l'edilizia, che sfruttava le cave di argilla dei Monti di Creta per il reperimento delle materie prime e, per la cottura, le numerose fornaci esistenti nella città, a cui è tuttora dedicata una via.

    E' sempre il nome di una strada, situata però nell'antico quartiere di Trastevere, a ricordare ancora oggi i vascellari, denominazione che nulla ha a che vedere con la costruzione di imbarcazioni ma che invece, per una classica deformazione dialettale romanesca, indica i vasellari, cioè i vasai e fabbricanti di boccali ed oggetti in coccio. Questi artigiani si erano stabiliti nello storico rione perché la zona permetteva, per la vicinanza con il Tevere, il rifornimento di acqua e di terre, ma anche il commercio dei prodotti nel vicino porto di Ripagrande.

    Riuniti in un sodalizio, questi artigiani organizzarono ogni anno, fin dopo il 1870, "ne ll'ottavario der Corpusdommine" una processione per le vie di Trastevere, probabilmente la più celebre tra quelle promosse dai differenti mestieri nella Roma dell'epoca. "Era una bbella precissione - ci dice Giggi Zanazzo, attento osservatore delle tradizioni romane - perché cciaveva uno de li più bbelli stennardi de Roma. Se diceva de li Bbucaletti perché 'sta precissione era fatta da la compagnia de li Vascellari, che in quer tempo, ortre a ffa' le pile, li tigami, li dindaroli, li scardini eccetra, co' la créta de fiume, ce faceveno puro li bbucali de còccio che anticamente invece de le fojette e dde li mèzzi de vetro, s'addropàveno pe' sservì er vino in de ll'osterie".

    Agli annosi problemi di "precedenze", che assillavano la ricorrenza e che, più in generale, turbavano tutte le processioni della Roma papale, Belli aveva persino dedicato, nel novembre 1831, un divertente sonetto intitolato La compagnia de' Vascellari: "Si ccaso mai, sor faccia de pangiallo, / l'arreggemo noi puro er bardacchino. / Ch'edè? nun zemo indeggni de portallo? / E vvoi chi ssete? er fio der re Ppipino? / Nun t'aricordi ppiù, bbrutto vassallo, / de quelli scarponacci da bburino / quanno a le mano sce tienevi er callo / e mmaggnavi a ppagnott'-e-ccortellino? / Oggi che cc'è er Zantissimo indisposto / potressi armanco usà pprudenza, e a cquelli / che ssò pprima de té' ccedeje er posto. / Er bardacchino tocca a li fratelli / de segreta: epperò ssor gruggno tosto / Levàtevesce for da li zzarelli"...dove, anche se qualche parola può risultare poco chiara - indeggni sta ad esempio per degni, indisposto per esposto - il senso dell'ultima esortazione, nonostante tutto, è di immediata comprensione!

    Vascellaro "per ricchi", o forse vero e proprio artista, fu Giovanni Trevisan, detto Volpato che, giunto da Venezia, introdusse nella sua fornace la tecnica del biscuit e realizzò, insieme a circa 20 abili operai, pregiate statuette che venivano poi vendute nel celebre negozio di Merico Cagiati o nelle altre botteghe che si trovavano lungo il Corso. Ma questi oggetti avevano prezzi proibitivi. I più dovevano quindi accontentarsi dei prodotti di altre fornaci, come quella di Nino La Vista in Borgo Vittorio.

    Di alcuni vasai dell'Ottocento è rimasta menzione sino ad oggi solo perché divennero celebri per altri motivi: è il caso del baritono Antonio Cotogni, trasteverino, ma anche di Bartolomeo Pinelli che da giovane aveva seguito le orme del padre Giovan Battista realizzando anche statuette per i presepi. Quasi tutti i vascellari infatti, nel periodo natalizio, si trasformavano in pupazzari, interpreti di un'antica arte popolare non del tutto scomparsa a Roma. Tramandata di padre in figlio, vive ancora nelle botteghe e case-laboratorio di pochi estrosi superstiti, situati alle porte della città, che ricostruiscono con vera maestria paesaggi e scene di vita quotidiana. I loro prodotti si trovano in genere nelle bancarelle che, fra immancabili polemiche, ogni anno ricompaiono immutate a piazza Navona. Accanto a schiere di statuine in plastica prodotte industrialmente spicca qualche pregevole lavoro artigianale in terracotta dipinto a mano, ma anche la ricostruzione di scorci di una Roma scomparsa, ripresi dagli acquerelli di Roesler Franz e le particolari grotte in sughero di uno "storico" artigiano, che prosegue una tradizione familiare iniziata intorno al 1820.

    Negli ultimi anni la città ha assistito ad una generale riscoperta dell'arte della ceramica, pur se la produzione artigianale ha risentito negativamente della prepotente irruzione sul mercato di prodotti di importazione realizzati in paesi in cui la manodopera ha un costo bassissimo.

    A tecniche e metodi molto antichi, come la lavorazione a colombini - quella sorta di "bastoncini" in creta che, disposti uno sull'altro, permettono di realizzare manualmente vasi ed altri oggetti - si sono affiancati ben più sofisticati macchinari, in una collaborazione fra artigianato e industria che in alcuni casi ha prodotto ottimi risultati. Accanto ad una schiera di hobbisti e dilettanti sono emersi artisti ed artigiani di un certo livello, in grado di coniugare la tradizione romana con tecniche di altra provenienza, come il raku, di origine giapponese.

    Un altro mestiere forse poco conosciuto, ma certo non meno prezioso, è il restauro di ceramiche, porcellane, maioliche, attività che per lungo tempo è stata esercitata dagli stessi ceramisti. Nei pochi laboratori operanti a Roma, spesso piccoli o nascosti, colmi di boccette, colori, fornellini a spirito, bisturi e collanti, gli oggetti danneggiati - vasi e soprammobili di particolare pregio o soltanto tazzine e piatti importanti per il loro valore affettivo - riacquistano l'iniziale splendore, in virtù della maestria dei restauratori ma anche grazie ai moderni e "miracolosi" materiali (adesivi, resine, stucchi, consolidanti) che, frutto di una lunga ricerca scientifica, favoriscono la risoluzione ottimale dei differenti problemi. L'effetto finale è in genere sorprendente: neanche uno sguardo attento è infatti in grado di distinguere le parti e le decorazioni ricostruite!

    Tra i laboratori alcuni sono specializzati in settori quali il restauro archeologico o quello degli smalti. Colpiscono il passante le rare botteghe ancora oggi dedicate alla "cura" delle bambole, quei locali particolari e talvolta un po' inquietanti, quasi da film dell'orrore, dove gambe, braccia e teste sbucano da tutte le parti.

  7. #7
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    Predefinito La lavorazione dei metalli preziosi e comuni

    Nei pressi di via Giulia, annessa alla piccola chiesa di S. Eligio degli Orefici, è tuttora attiva un'associazione, l'Università e Nobil Collegio di S. Eligio che, erede dello storico sodalizio di mestiere, si propone di proseguire e sviluppare l'antica tradizione attraverso l'organizzazione di corsi, conferenze e premi per apprendisti orafi.

    L'oreficeria, sempre florida a Roma nel corso dei secoli per la diffusa presenza di chiese ma soprattutto della corte papale, ebbe in alcuni periodi storici una fortuna veramente notevole. Lo sfarzo imperante nel Cinque-Seicento diede ad esempio un forte impulso all'attività, la cui committenza era rappresentata essenzialmente dalle alte gerarchie ecclesiastiche e da famiglie nobili. La produzione romana - realizzata anche da valenti maestranze "straniere" operanti nella città, in particolare toscane e lombarde - fu ovviamente indirizzata in notevole misura verso oggetti sacri e rituali, incrementandosi quindi in concomitanza con particolari eventi quali gli Anni Santi.

    Sulla base della ricca documentazione relativa alle famiglie di orafi ed argentieri romani, a tutt'oggi conservata nell'Archivio di S. Eligio, è stata redatta la monumentale opera di G. C. Bulgari "sugli orefici, gli argentieri, i gemmari e i coronari attivi nella città di Roma fra il XIV secolo e il 1870". Alcuni studi più recenti hanno invece messo in luce singole figure operanti tra il Cinquecento ed il secolo successivo, come Fantino Taglietti - che lavorò per i Barberini e realizzò numerose opere per il palazzo del Campidoglio - o la famiglia Vanni, della cui ricca produzione è però oggi possibile ammirare solo il tabernacolo nella basilica di S. Giovanni in Laterano.

    Nella Roma dei secoli scorsi gli orefici erano concentrati in via del Pellegrino: nel 1680 per questi artigiani divenne addirittura un obbligo, imposto dalle autorità, quello di "habitare ed havere le botteghe nel Pellegrino e vicoli annessi". Il provvedimento suscitò però una serie di proteste, come risulta dalla supplica inviata al papa da alcuni orefici, in cui si chiedeva di non essere "tanto aggravati nella mutatione dell'habitatione dalle gravezze di nove pigioni esorbitante nelle case del Pellegrino", sottolinenando che gli artigiani non vi si recavano "di lor spontanea volontà ma per obedire prontamente alla S.tà V.ra" e chiedendo che "almeno i più bisognosi e poverelli siano esentati d'andar ad habitare in detta strada".

    Gli orefici, inizialmente organizzati in una corporazione che comprendeva pure ferrari e sellari, nel 1508 fondarono una propria Università, a cui aderirono anche gli altri lavoranti di metalli e pietre preziose.

    Una regolamentazione scritta dell'attività si trova già negli statuti di Roma del 1358, in cui si stabiliva che l'argento dovesse avere un "punzone" di garanzia, cioè un bollo. Forme più severe di controllo si ebbero però solo dagli inizi del Cinquecento: da allora orefici ed argentieri furono obbligati ad apporre su tutti gli oggetti prodotti una bollatura del titolo, controllata poi da una apposita commissione che doveva giudicare, oltre alla qualità delle opere e alle contraffazioni, anche l'abilità degli aspiranti maestri orafi, nella prova che si svolgeva dopo un tirocinio a Roma di almeno tre anni.

    Ogni orefice aveva un proprio "segno", impresso su una placchetta: gli originali, registrati e depositati, si trovano ancora oggi presso l'Archivio di S. Eligio. Ma le alte gerarchie ecclesiastiche talvolta garantirono, ai "loro" artigiani, l'esenzione dalla bollatura, e quindi dalle tasse, circostanza che rende oggi difficile l'individuazione degli autori di alcune opere.

    Nelle fiorenti botteghe romane, dove abili maestri applicavano e rielaboravano i canoni impartiti dalle arti monumentali, giunsero anche celebri artisti o apprendisti del calibro del Cellini, il cui soggiorno romano è ricordato da una targa in largo Tassoni: delle sue produzioni rimane però soltanto, a Vienna, una saliera per Francesco I.

    Il problema della distruzione, nel tempo, delle opere di oreficeria - che riguarda soprattutto gli oggetti profani perché quelli cerimoniali, conservati in chiese e musei, hanno avuto in molti casi una sorte migliore - è purtroppo più generale: quasi tutti i lavori appartenuti alle famiglie nobili sono andati persi, rifusi per il mutamento del gusto, riconvertiti in moneta, finiti nelle requisizioni eseguite durante il pontificato di Pio VI prima e l'occupazione delle truppe napoleoniche poi.

    Tra le pregevoli testimonianze di orafi operanti a Roma si può ricordare la coppia di candelieri eseguita da Antonio Gentili su commissione del cardinale Alessandro Farnese e donata nel 1582 alla Basilica di S. Pietro, dove si trova anche il grande medaglione in bronzo del monumento funebre di Cristina di Svezia realizzato dal maestro argentiere Giardini.

    Dopo un periodo di decadenza, l'arte orafa romana ritrovò il suo splendore con il Liberty: nella città operarono infatti artisti di rilievo quali Renato Brozzi, Duilio Cambellotti, Michele Guerrisi.

    Molto antica a Roma è anche la lavorazione di metalli comuni - per oggetti di uso quotidiano, armi e prodotti ornamentali - oggi però quasi totalmente industrializzata.

    Il ferro battuto, caduto in disuso perché sostituito da materiali quali la ghisa, ebbe un particolare sviluppo nel periodo barocco, come tuttora ricordano i cancelli di alcuni palazzi e chiese. Il rame, un tempo metallo prezioso perché raro, si diffuse invece nella seconda metà del Settecento grazie alle importazioni: da allora fu molto usato per scopi domestici. Oggi rimane solo una limitata produzione artigianale di oggetti decorativi in alcuni piccoli centri della provincia.

    E' del 1834 un amaro sonetto del Belli dedicato al ferraro: "Pe mmantenè mmi mojje, du' sorelle, / e cquattro fijji io so c'a sta fuscina / comincio co le stelle la matina / e ffinisco la sera co le stelle. / E cquanno ho mmesso a rrisico la pelle / e nnun m'areggo ppiù ssopr'a la schina, / cos'ho abbuscato? Ar zommo una trentina / de bbajjocchi da empicce le bbudelle. / Eccolo er mi' discorzo, sor Vincenzo: / Quer chi ttanto e cchi ggnente è 'na commedia / che mm'addanno oggni vorta che cce penzo. / Come!, io dico, tu ssudi er zangue tuo, / e trattanto un Zovrano s'una ssedia / co ddu' schizzi de penna è tutto suo!".

  8. #8
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    Predefinito Marmorari e mosaicisti

    Un'arte molto antica, quella del mosaico - usata da greci e romani già in epoca precristiana per comporre pavimenti e, successivamente, nelle decorazioni parietali - sta vivendo, da alcuni anni, un periodo di rinnovato interesse e di positiva rivalutazione. La tecnica, profondamente radicata nella tradizione romana, si esprime oggi attraverso quadri dai moderni disegni oppure tramite riproduzioni di opere classiche, ma anche e soprattutto come raffinato decoro per valorizzare tavoli, lampade, cornici e oggetti d'arredamento in genere.

    L'ostacolo principale per una sua nuova diffusione è, attualmente, l'elevato costo dei lavori, talvolta proibitivo, problema però difficilmente eludibile dal momento che il taglio e la disposizione delle tessere - le piccole parti di smalti o pietre naturali di cui è composto un mosaico - richiedono tempi molto lunghi.

    La tradizione musiva fu molto florida nella città dei secoli passati, e numerose chiese romane - S. Maria Maggiore, S. Paolo, S. Maria in Trastevere... l'elenco completo sarebbe assai lungo - conservano ancora importanti tracce di un'arte preziosa ma in alcuni periodi male interpretata: resa troppo simile alla pittura, ritenuta deperibile, fu infatti talvolta utilizzata sostanzialmente per la creazione di "dipinti più resistenti", e perse quindi le sue peculiarità.

    I mosaicisti attualmente operanti a Roma realizzano lavori a soggetto sacro, riproduzioni musive d'arte, oggetti di arredamento, ma alcuni si occupano anche di restauro di opere antiche. La lavorazione del marmo non è però limitata alla composizione di mosaici. Ancora oggi, oltre agli artigiani che producono lapidi, targhe e lastre per rivestimenti di vario tipo, vi sono scultori, intarsiatori, incisori, insomma veri e propri artisti della materia.

    L'arte del marmo, molto antica, rifiorì a Roma dopo l'incendio normanno del 1080, quando vennero innanzi tutto ricostruite le antiche basiliche distrutte. Pavimenti, tombe e portali di numerose chiese furono decorati con composizioni musive realizzate con marmi di molteplici tonalità cromatiche.

    Roma, trasformata in una sorta di enorme deposito di marmi di epoca imperiale era allora una città unica per la disponibilità "naturale" di materiali: con la spoliazione e la distruzione dei vecchi monumenti si ricostruirono ed abbellirono chiese e palazzi nobiliari. Talvolta vennero però impiegati anche nuovi materiali di scavo - nei dintorni di Roma esistevano cave di travertino e di altri marmi - la cui estrazione comportava comunque costi più elevati.

    Di particolare rilievo fu, per alcuni secoli, la scuola cosmatesca, la cui denominazione ha dato origine ad una serie di dispute: mentre in un primo tempo essa veniva identificata con una famiglia il cui capostipite si chiamava Cosma, successivi studi hanno dimostrato che i "cosmati" si dividevano in due rami familiari, i Tebaldo e i Mellini, molto attivi anche fuori della città, affiancati da famiglie "rivali" di marmorari quali i Vassalletto.

    Il declino della tarsia cosmatesca, e i suoi ultimi pregevoli lavori, risalgono al Quatrocento: il secolo successivo può dunque essere considerato il periodo della nascita dell'intarsio moderno. A Roma, la tecnica fu impiegata per realizzare piani di tavoli ma anche lastre tombali, altari e cappelle: fra i principali artefici si ricorda Giovanni Menardi detto il Franciosino. Verso la fine del Cinquecento alle tarsie geometriche si affiancarono disegni sempre più complessi, vere e proprie pitture in pietra.

    Gli artisti del marmo componevano quindi pavimenti e mosaici, rivestivano pareti ed innalzavano colonne. Vi erano però anche semplici scalpellini e tagliapietre, mestiere che alla fine del Cinquecento Thomaso Garzoni definiva faticoso ma non artistico - consistente nello "scarpellar così alla grossa tutte le sorti di marmi il che si chiama abozzare" - e soprattutto rischioso perché, mette in guardia il nostro autore, quando "una scheggia di sasso ti coglie in un'occhio, ti fa veder le stelle".

    Sempre in relazione al marmo va segnalata l'arte, molto antica, della decorazione a stucco, che prosperò in epoca romana e rifiorì nel Rinascimento soprattutto per merito del Ricamatore, al secolo Giovanni da Udine, che operò a Roma alla scuola di Raffaello e fu autore di pregevoli decorazioni che riprendevano la plasticità degli antichi stucchi romani, composte con un impasto di polvere di travertino e marmo. L'arte ebbe successivi sviluppi sempre più monumentali e venne impiegata anche per decorazioni di esterni.

    Le origini dell'Università dei Marmorari sono particolarmente remote: il primo statuto di cui è rimasta traccia risale infatti al 1406, convenzionalmente stabilito come anno di nascita del sodalizio. Dopo una crisi, nel Cinquecento, dovuta al distacco di alcuni scultori - che non volevano confondersi con artigiani quali gli scalpellini - nel secolo successivo la corporazione riacquistò il suo prestigio e, con esso, l'adesione di grandi artisti. Sciolta nel 1801 e ricostituita nel 1852, l'Università è tuttora esistente: il suo archivio si trova presso l'Accademia di S. Luca.

  9. #9
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    Predefinito Altre attività

    L'arte dei tessuti. Si sviluppò a Roma durante il Rinascimento quando, chiamati dai papi, i maggiori artisti dell'epoca affluirono nella città per la realizzazione di opere d'arte. Molti di essi si cimentarono infatti nell'esecuzione di disegni per tessuti o arazzi. Anche i maestri romani del Sei-Settecento eseguirono lavori di notevole pregio, destinati soprattutto ad un uso ecclesiastico.

    Con il termine tessitura si intende però la realizzazione di manufatti di vario tipo: arazzi (di cui è nota la produzione dell'ospizio del S. Michele), tappeti ma anche ricami. Strumento essenziale del mestiere è il telaio, diverso a seconda del tessuto che si vuole ottenere. Generalmente, e semplificando, per l'esecuzione degli arazzi si usano i telai verticali, mentre per le stoffe destinate all'abbigliamento e all'arredamento quelli orizzontali. Numerosi manufatti si confezionano intrecciando, per mezzo di una spola, i fili paralleli - che costituiscono l'ordito - con un filo ad essi perpendicolare, detto trama. Per la realizzazione di tappeti, i fili (prevalentemente di lana, più raramente di seta) vengono invece annodati tra loro, con una media di 10-15 nodi per cm2. Maggiore è il numero di nodi, superiore la qualità del tappeto. Attualmente a Roma sono pochi i laboratori di tessitura; in alcuni di essi si pratica pure il restauro dei tappeti antichi.

    La tecnica del ricamo, riconducibile a questo settore, consiste invece nell'eseguire, con l'ausilio di ago e filo, motivi ornamentali su un tessuto, consentendo la realizzazione di lavori di particolare finezza e notevole pregio. Si tratta però di un'attività artigianale destinata a scomparire in quanto richiede tempi di lavorazione lunghissimi e spesso non quantificabili economicamente.

    Artigianato del cuoio e dei pellami. Dalla confezione di indumenti per ripararsi dal freddo alla legatoria dei libri, dalla realizzazione di cinte e borse fino alle selle e ai finimenti per i cavalli, la pelle animale è stata usata dall'uomo fin dai tempi più antichi. Le attività legate al pellame sono varie. Alcuni mestieri sono però oggi in via d'estinzione, come quello del sellaio di cui - da quando l'automobile ha sostituito il cavallo - è rimasta traccia solo in alcuni piccoli centri attorno a Roma.

    L'artigianato del cuoio e dei pellami ebbe la sua massima diffusione nei secoli XV e XVI, quando le minuziose e raffinate tecniche di lavorazione sino ad allora applicate alla sola legatoria vennero impiegate anche per la realizzazione di oggetti personali quali cinte, borse, cofanetti ed altro. Le pelli più usate sono quelle di bue e di vacca in quanto, dure e pesanti, si prestano bene per la produzione di calzature e selle; molto diffuse sono anche quelle di vitello e di capra che, più morbide ed elastiche, vengono usate per la pelletteria elegante oppure, decorate con impressioni in oro zecchino, nel campo della legatoria. Renne e camosci sono usati prevalentemente nell'abbigliamento.

    Espressione dello scarso rispetto dell'uomo nei confronti degli altri esseri viventi è l'impiego delle pelli di molti animali persino per scopi ornamentali. E' il caso della pelle di coccodrillo, pitone, lucertola o addirittura di quella di pescecane, che negli anni '20 e '30 di questo secolo, opportunamente trattata, era usata per rivestire mobili (zigrino).

    Bucatori, aghi e fili, sgorbie, trincetti, fustelle, punteruoli, stampini sono alcuni degli strumenti utilizzati per la lavorazione del cuoio e delle pelli, un mestiere particolarmente dannoso per la salute di chi lo pratica a causa dei numerosi materiali nocivi impiegati, quali collanti e aniline colorate.

    La lavorazione del giunco e del vimini. E' uno dei più antichi mestieri diffusi a Roma: dagli artigiani che intrecciavano il vimini - viminatores - avrebbe infatti preso il nome uno dei sette colli di Roma, il Viminale. Ancora oggi nelle strade e nei vicoli attorno a via dei Sediari lavorano numerosi impagliatori. Ma capita pure di incontrare in giro per la città, anche se sempre più raramente, anziani artigiani provenienti soprattutto dalla provincia, intenti ad intrecciare fili di paglia per la realizzazione di cesti o per restituire ad una vecchia sedia la sua funzione originaria. Oltre alla paglia delle campagne laziali, per la confezione di manufatti possono essere usati vimini e giunco, di provenienza orientale. Il giunco, che unisce le caratteristiche di flessibilità, leggerezza e robustezza, è spesso utilizzato per la costruzione di mobili.

    Trompe l'oeil, ovvero la pittura illusoria. Un micio tigrato disteso sul piano di uno scaffale colmo di libri scruta sornione i passanti dall'interno di un negozio, uno stupendo viale alberato appare dietro le vetrine di un locale del centro... eppure gatto, libreria e alberi non sono altro che una finzione! Bisogna riconoscerlo, i trompe l'oeil a volte riescono veramente ad ingannare l'occhio. In fondo perché meravigliarsi? Già il loro nome dovrebbe mettere in guardia.

    Fra tanti mestieri in via di estinzione questa tecnica di decorazione, usata per valorizzare mobili e oggetti ma anche come pittura murale, attraversa invece un periodo di vero e proprio boom; negli ultimi anni è infatti entrata prepotentemente a far parte dell'arredamento di abitazioni e negozi. Superando i limiti della realtà, permette di esaudire desideri altrimenti irrealizzabili: ad esempio quello di avere, in una casa in pieno centro, una finestra aperta su un tranquillo e silenzioso paesaggio campestre dal cielo sempre azzurro.

    Hanno abilità manuale ma anche molta fantasia gli artigiani-artisti della decorazione, con le loro botteghe piene di campioni di travertini o graniti uniti da una sola caratteristica: quella di essere rigorosamente finti. Alcuni sono anche scenografi, abituati a cimentarsi con gli effetti speciali dei film, in grado quindi di realizzare "falsi" di ogni genere, greche o decorazioni floreali, stencil e grisaille, riproduzioni di opere classiche e moderne.

  10. #10
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    Predefinito Salvaguardia e impegno concreto per l'artigianato italiano

    I giovani si accostano sempre meno all'artigianato: il miraggio di un "posto fisso" in grado di fornire una "sicurezza economica" tiene lontane le nuove generazioni dalle botteghe. Non bastano le iniziative sporadiche, pur apprezzabili, di qualche volenteroso insegnante per far conoscere ai giovani le arti applicate: solo con la creazione di nuove scuole pubbliche di formazione professionale, in grado di preparare personale qualificato, si potrà pensare di ottenere qualche risultato.

    Serve un maggiore impegno per l'artigianato, un settore che deve continuare a vivere. La mano dell'uomo sarà sempre necessaria per alcune produzioni, nessun computer potrà mai sostituirla totalmente!

 

 

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