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  1. #1
    fedalmor
    Ospite

    Predefinito Perle (o, pirla!?) di saggezza radical chic...

    "Manuale di Storia" / 3 - L'età Contemporanea, Ed. Laterza - A. Giardina, G. Sabbatucci, V. Vidotto

    27. L'Italia fascista, pag. 629 [sommario]

    [...]

    Il fascismo non costruì un nuovo sistema economico:

    [...]




    -----

    Ora, d'accordo che non dormo da una settimana (sigh, speriamo sia servito)... ma qui c'è qualcosa che non va: d'accordo l'anti-fascismo, d'accordo il politically correct, d'accordo che Stalin non era poi così male, Lenin era un social-democratico e pure Pol Pot tutto sommato l'era un brau fieu... ma questa se la potevano risparmiare. Un testo (questo è pensato per il liceo, anche se in uso all'università come manuale basilare per il corso di storia contemporanea) universitario non può permettersi di sostenere tesi simili. Poteva tranquillamente affermare che fu un fallimento (!?), che fu un plagio, che... qualsiasi cosa, ma non questa. Ecco, forse avrebbe fatto meglio a glissare proprio.

  2. #2
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    Predefinito

    E' lo stesso con cui ho dato la scorsa estate l'esame di Storia Contemporanea.
    Nel Monografico si trattava però di "Storia dello Sport", con 3 libri 3 che parlavano del rapporto tra Fascismo e Giro D'italia e Fascismo e Mille Miglia (considerata "la corsa per eccellenza") dal Duce

  3. #3
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    il punto forte del fascismo non fu il sistema economico. Qui il f. riprese l'idea nazionalista e bellica di economia diretta dallo stato per il bene della nazione. Il corporativismo non riuscì ad attecchire in modo veramente effettivo, rimanendo un orizzonte ideale. Anche gli spunti anticapitalisti non andarono molto oltre il discorso polemico.

    I punti forti del fascismo vanno cercati nella politica, nella cultura e nella visione complessiva della società.

    Quindi Sabbatucci e Vidotto (che non sono antifascisti come Tranfaglia) non sono, in se, in errore.

  4. #4
    Canon
    Ospite

    Predefinito

    Curioso poi che sui Sussidiario di quelle che una volta di chiamavano scuole elementari ( ma anche in alcuni libri di ed. tecnica,scienze e geografia delle medie ) si trovassero foto dell'impresa Parmalat...

    Quello si che era orgoglio industriale e capacità di analisi....

    perciò posto un articolo del buon Gambescia di questa mattina :


    lunedì, settembre 04, 2006
    L'intellettuale militante. Una terza via?



    Dopo la caduta dell’Unione Sovietica il mercato editoriale è stato invaso da centinaia di volumi sulla fine della cultura militante. Per alcuni osservatori liberali, dalle ceneri del comunismo, sarebbe nato una specie di mondo nuovo finalmente libero da ogni devastante ideologia. In realtà, sul piano culturale, e soprattutto a sinistra, si continua a scomunicare e imporre veti. Ad esempio, la polemica giornalistica, che ogni tanto si riaccende, sulla destra che cerca di appropriarsi di autori di sinistra e viceversa ( si pensi ad esempio alla recente e interessante rilettura della Storia del cinema di Bardeche e Brasillach, apparsa sul Manifesto, venerdì 25 agosto, – http://www.ilmanifesto.it/ ), mostra che in fondo nulla è cambiato. E soprattutto rivela le origine giacobine di un certo modo, ancora oggi diffuso, di intendere la cultura e gli intellettuali. Ci spieghiamo meglio.
    L’intellettuale moderno, come intellettuale militante e di parte, nasce con la rivoluzione francese, o meglio giacobina. Che cancella il chierico e il dotto della tradizione universalistica di tipo platonico, cristiano e umanistico-rinascimentale. Nel 1789, e in particolare con la rivoluzione robespierrista del 1793, nasce l’intellettuale totalitario, che vuole trasformare la realtà in toto, tagliando teste. Di qui la necessità di schierarsi e dividere il mondo in buoni e cattivi. In quel preciso momento, piaccia o meno, cessa di esistere l’universalismo, come condivisione e attribuzione di universalità a valori come il bello, il vero, il buono e il giusto.
    Dopo di che, verrà il turno di Marx, che farà da tramite tra la rivoluzione giacobina e russa, affermando che il vero filosofo non deve interpretare il mondo ma cambiarlo. Mentre Lenin e i vari comunismi armati del Novecento ne completeranno l’opera. Per reazione, la società culturale (e politica) novecentesca si dividerà in compartimenti stagni: fascisti, liberali, cattolici, democratici, eccetera, tutti con i propri intellettuali militanti, di “parte”, e per così dire, “armati” e “inquadrati“, pronti a raccogliere la sfida comunista, o quella dell’avversario del momento.
    Il Novecento perciò, non è solo il secolo delle guerre, ma anche quello delle ideologie armate: delle scelte di campo, degli steccati, delle genealogie intellettuali obbligatorie e chiuse. Per farla breve delle culture politiche non comunicanti: il trionfo della sindrome giacobina.
    E’ perciò chiaro, e qui veniamo alle polemiche attuali, che quando si rimprovera alla destra di appropriarsi di autori di sinistra, continua a prevalere questo approccio totalitario alla cultura. Certo, il tono oggi usato è quello soft da rivista patinata, così diverso da quello leninista di una volta, ma la sostanza non cambia: guai a intromissioni che possano nuocere alla purezza e alla vittoria dell’ideologia progressista. Quanto alla destra, non crediamo che guardi altrove perché in “crisi di identità”. Che provi stanchezza verso l’ ideologia, tutta novecentesca, di cui è impregnata, e che quindi cerchi di aprirsi all’universalismo “pre-1789”. In realtà, anche la destra tenta un’operazione ideologica molto simile a quella della sinistra alla Adelphi: si “pesca” in campo avversario, ma sulla base di quelle che sono le predilezioni di fondo. Come ad esempio nei casi della critica di Nietzsche alla società borghese e cristiana, che tanto piace alla sinistra adelphiana e non, o del populismo arcaico di un Pavese, non sgradito alla destra postmissina. E così via…
    E in ogni caso, ammesso e non concesso, che i contenuti ideologici di appartenenza si siano indeboliti, resta ben viva, sia a destra che a sinistra, la forma mentis giacobina: la cultura come strumento da porre sempre al servizio del principe o della causa ”giusta“ e non di valori prepolitici. Con questo però non si vuole predicare il disimpegno totale da anime belle, il relativismo liberale e nemmeno mitizzare l’universalismo. Anche Impero e Chiesa medievali, pur dichiarandosi universalisti, cercavano spesso di veicolare i propri valori particolari…
    Si dovrebbe invece trovare una “terza via” tra giacobinismo moderno e universalismo antico. Fondata su interessi culturali “puri” e sulla libertà per ogni intellettuale di scegliersi i padri che vuole. Ma pure di non rinunciare a cambiare il mondo, se quel mondo dovesse rivelarsi ingiusto.
    Resta infine una domanda, proprio terra terra, ma fondamentale. Un intellettuale così “inaffidabile” dove può trovare, oggi come oggi, le risorse per vivere e gli strumenti per esprimersi?

  5. #5
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    condivido la posizione di Gambescia. È quello che cerco di diffondere in ambito universitario, dove ancora persiste (ma indebolito e meno cosciente) il paradigma militante giacobino (sinistroverso).
    Bisogna aprirsi all'universalismo, alla ricerca del sapere appassionata ma non politicizzata. Coltivare idee proprie, senza raffrontarle ad un'area ideologica "di appartenenza", e non esitare ad andare "contro" le proprie simpatie se i dati empirici lo impongono. Insomma, totale onestà ed apertura intellettuale.

  6. #6
    Canon
    Ospite

    Predefinito per Felix

    Ma nel momento in cui assegna terre da coltivare con riscatto dopo trenta anni di lavoro , assume la responsabilità di organizzare la produzione intervenendo direttamente... penso si possa tranquillamente parlare di sistema economico totalmente differente dalle regole base di qualunque altro modello di società e relativo ordinamento economico.

  7. #7
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    il fascismo ebbe un suo modello economico, ma io credo che, nel progetto ideologico fascista, fosse subordinato ad altri aspetti. Mi spiego: Mussolini oscillò inizialmente tra socialismo, liberalismo e corporativismo, nella ricerca di una proposta economica chiara per il fascismo. Queste oscillazioni derivano dal fatto che il f. subordina l'economia a fini politici, sociali e culturali. Non le assegna la centralità che ha nel capitalismo liberale o nel marxismo.

    Inoltre, mi ricorda un po' la famosa frase di Deng Xiaoping sul gatto (non importa di che colore è, basta che pigli i topi). Ecco, il f. fu essenzialmente pragmatico ed eclettico in materia economica. Il corporativismo fu una bandiera valida per quell'epoca, ma congiunturale. (non tutti i fascismi del resto furono corporativisti)

    L'economia nel f. è subordinata ai fini della giustizia sociale e della grandezza nazionale.

  8. #8
    Canon
    Ospite

    Predefinito Per Felix

    Si ma perchè non può essere definito un nuovo sistema economico?

    Un modello organizzativo in ambito economico quali caratteristiche o peculiarità deve rispettare per poter essere definito sistema economico?

  9. #9
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    perchè non ha la sufficiente autonomia ed originalità per essere definito "nuovo sistema economico".

    Il fascismo è stato (ed è) una proposta di uscita dallo schema dell' homo oeconomicus.
    Con il fascismo dobbiamo vedere nell'uomo altri aspetti più importanti dell'economia (spirito, sacrificio, devozione, gloria, comunità, destino, ecc...). L'economia è uno strumento, non un fine. Serve per certi scopi, ma in se ha poco valore.

    Forse proprio qui sta l'originalità del f. : l'essere l'unica ideologia modernista (non reazionaria) che subordina l'economia.

  10. #10
    Canon
    Ospite

    Predefinito

    Non ho chiarito i miei dubbi con la tua risposta.

    Tuttavia : anche il sistema economico capitalistico è il frutto di una certa mentalità e "modello" sociale-organizzativo , perciò qualsiasi definizione di sistema economico non può che avere tra le sue leggi fondamentali utilità,profitto,accumulazione privata...

    Forse ci si castra perchè la dottrina Corporativa ( più o meno applicata ) non negò l'organizzazione razionale della produzione ?

    Ripeto quindi : esiste una definizione standard per poter definire un nuovo modello organizzativo-economico come Sistema Economico?

    Mi puoi spiegare meglio cosa intendi per autonomia e originalità?

    A presto

 

 
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