Aldo Servidio, L'Imbroglio Nazionale unità e unificazione dell'Italia 1860-2000, Alfredo Guida Editore, 2002, pp. 126-27
Si noti bene che volutamente si è omesso dall'analisi dell'impatto fiscale unitario sulle strutture produttive del sud ogni riferimento al "focatico" (leggi: tassa di famiglia) pagata prò capite e senza altro riferimento reddituale e/o patrimoniale, perché colpiva indifferentemente il contadino meridionale come quello della Valtellina: anche se sarebbe stato facile notare che, a sud, "pioveva sul bagnato".
Una notazione a parte però meritano le imposte di consumo. Queste sostituirono i dazi comunali del precedente regime fiscale e conobbero due fasi ben distinte: fino al 1894 furono percette dallo Stato; da quell'anno in poi furono percette dai Comuni, restando allo Stato la sola individuazione dei beni da tassare.
Per comprendere bene come venne fatta funzionare quest'imposta bastino due semplici dati rilevati, per il 1874, da Franchetti.
Circa 780mila rurali (come il fascismo chiamò i contadini) siciliani pagavano, in cifra secca, quasi il 30% in più di quanto pagassero 1.562.000 rurali toscani (Toscana assunta come "media" nazionale quindi, in media un contadino siciliano versava in imposte di consume una cifra pari al 250% di quella pagata da un contadino toscano.
Ma quel che sorprende di più è il constatare che i 780mila siciliani avevano potenziali di produzione (cioè, una disponibilità economica d: mezzi di produzione misurabile tecnicamente sulla consistenza, in valore assoluto, di beni su cui era esercitabile l'imposizione della sovrimpose fondiaria) di valore pari o appena superiore, in media, al 20% di quello dei contadini toscani.
Ciò significa che con potenziali produttivi pari, in termini di valore assoluto, ad un quinto di quelli dei colleghi toscani, i contadini siciliar.. pagavano 2 volte e mezzo la cifra pagata dai toscani: che è come dire - io termini esemplificativi - che un contadino toscano conduttore di un fona: del "valore produttivo" di 100 pagava 10 ed uno siciliano conduttore e un fondo del valore produttivo di 20 ne pagava 25. Sembra una barzelletta, uno scherzo stupido del buontempone di turno, una serie di errori di stampa: ed invece è la realtà certificata - e da tempo - dagli atti ufficiali e pubblici sul fisco unitario.
La situazione - ancora una volta, per il sud e solo per il sud -peggiorò ulteriormente quando i dazi di consumo (quelli unitari, naturalmente, che finora sono stati definiti imposta di consumo per distinguerli meglio da quelli del regime fiscale borbonico) su grano, fariru e pasta di frumento (per vero, aboliti - nella forma di tassa sul macinato - da Garibaldi nel 1860 ma ripristinati già nel 1868) dopo essere passati ai Comuni nel 1894 vennero aboliti nel 1902 e sostituiti eoa dazi di consumo sulla sola frutta. Infatti, come è solare, in quel terr.p: il dazio di consumo sulla frutta significava dazio di consumo "solo i soltanto" per il sud da cui veniva praticamente tutta la frutta commerciabile d'Italia.
Non c'è che dire: uno splendido ed efficace disincentivo fiscale Mezzogiorno.
Ma siccome l'assunto della leggenda risorgimentale è sempre la volontà di aprire il Paese al vento della libertà ed alle opportunità del libero cambio, compresso dalla vessatoria gestione del passato, la maggiore in tema di dazi di consumo riguarda la comparazione dei dlazi 1860 e quelli che si registrarono al 1900. Secondo i calcoli - Salvemini, in 40 anni i dazi gravanti prò capite salirono nel di più del doppio (ed abbiamo già evidenziato con quanta sperequazione a danno del sud).
Non c'è che dire: un risultato perfettamente in linea con la volontà "dichiarava" di voler rimuovere gli "ostacoli" alla libertà di scambio nella "nuova" realtà statale; una nuova realtà che si poneva a "modello" soprattutto per i poveri meridionali colpiti, nel passato, da linee governative che nell'uso del dazio davano tutta la misura della "illiberalità"! Solo l'ironia può salvare la serenità dell'osservatore d'oggi: cui non resta altra possibilità di giudizio sulla liberalità unitaria che il più classico ex opera tua te judico.
Circa l'imposta di successione - prima sconosciuta a sud - non occorrono particolari dettagli numerici per comprendere l'effetto ultimativo di drenaggio della liquidità su di un apparato produttivo già immiserito da
fondiaria, ricchezza mobile e dazi di consumo gestiti, oltre tutto e tutti,
con criteri così sperequatamente danneggianti il Mezzogiorno.
Ma una notazione generale su quest'ultima imposta è doverosa in un contesto espositivo dedicato pur sempre alla linea di "smedievalizzazione" del sud contrabbandata dagli unitari. La leggenda risorgimentale, infatti, ha tramandato (anche fino ai nostri giorni, e non necessariamente a fini di indagini di tipo puramente speculativo) la "lezione" liberale sulla natura dell'imposta successoria.
Secondo la leggenda, l'imposta di successione rappresentava lo strumento "simbolo" del passaggio dal feudalesimo alla libertà, nel senso che uno Stato "libero" colpiva i patrimoni formatisi in regime di privilegio, con l'obiettivo di far ricadere a vantaggio della comunità quote progressive di quella ricchezza.
Teoricamente, dunque, l'imposta di successione nacque come "imposta a termine", nel senso che, esauriti gli effetti patrimoniali dei privilegi feudali, essa non avrebbe più avuto alcuna funzione di riequilibrio. Ma è ben nota l'evoluzione finalistica dell'istituto: quando non ci furono più privilegi feudali da riequilibrare a vantaggio della collettività ecco che ne fu coniata l'evoluzione a strumento riequilibratore della ricchezza patrimoniale tout court (un riequilibrio eliminato dall'ordinamento italiano nel 2001, ad appena 141 anni dall'inizio della "smedievalizzazione" unitaria del sud).




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