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  1. #1
    Sardista po s'Indipendentzia
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    L'anarchia, il sardismo, Marx e Cicciolina.

    Seguendo una “sollecitazione” del forumista “festina lente”, ma i documenti proposti erano già in cantiere, apro questo thread come “diversivo” che comunque potrebbe essere interessante.

    Il titolo del thread riprende una parte del libro di Alfredo Franchini:

    Uomini e donne di Fabrizio De André
    Conversazioni ai margini


    Trasferisco nei post successivi l'introduzione al libro ed il contenuto del titolo. del 3d.

  2. #2
    Sardista po s'Indipendentzia
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    Predefinito Introduzione.

    “Il problema non è che io gli volevo bene è che me ne voleva lui. Io posso continuare a volergliene ma lui non c’è più”. Era il 1985 quando Fabrizio De André pensava in questo modo al suo rapporto con il padre appena morto: “Ho perso uno schienale cui appoggiarmi”, ripeteva.
    È proprio quello che è capitato a tutti noi quando il nostro amico fragile s’è “assentato”. Da quel giorno è cambiato tutto: ci siamo ritrovati un po’ più soli mentre il Potere è stato più tranquillo. Poeti, musicisti, giornalisti hanno scritto di lui cose bellissime e tutti hanno sostenuto di avere perduto un pezzo di sé. Poi tantissime persone, da una parte all’altra dell’Italia, hanno ritenuto spontaneamente di dovergli fare un omaggio sia pure postumo. E si moltiplicano le iniziative: ci sono scuole in cui i ragazzi hanno messo in piedi un concerto basato sulle canzoni di De André e pittori che hanno allestito mostre di quadri ispirati sempre alle sue opere.

    Insomma:

    “Anche se non ci sei più, continui ad essere
    nel ricordo di quelli che ti hanno visto
    in quelli che so io,
    ai quali chiedo
    un’entrata attraverso i loro occhi,
    per potermi acquistare la tua presenza”.


    Così recita la poesia di Manuel Altolaquirre che l’amico Alessandro Gennari, anch’egli morto poco meno di un anno dopo Fabrizio, aveva inserito in un’antologia. Furono davvero migliaia le persone che cercarono “un’entrata attraverso altri occhi per riacquistare la sua presenza” il 13 gennaio del 1999, il giorno del funerale, nella chiesa di Nostra Signora dell’Assunta a Genova.
    La basilica cinquecentesca era stata scelta per la possibilità di ospitare un maggior numero di persone ma era anche un luogo simbolico perché domina la collina di Carignano e si trova a due passi dai carruggi.
    Di fronte c’è il molo del Porto Antico dove Fabrizio aveva acquistato una casa e ora c’è una strada intitolata a lui. Quella mattina, a Genova, c’erano tutti: fuori della chiesa ragazzi che cantavano accompagnandosi con la chitarra vicino agli anarchici con le bandiere nere e la A cerchiata di rosso. Dentro la basilica ministri e politici di rango, (quelle autorità che detestava), cantanti famosi, balordi e prostitute; piangeva anche una barbona con tre gonne indossate una sopra l’altra per difendersi dal freddo. Tutti in chiesa, un luogo forse imbarazzante per la maggior parte di noi e per lo stesso Fabrizio. “Lui cercava cose grandi dove nessuno andava a scavare e dove gli altri erano pronti a giudicare”, disse il teologo Antonio Balletto durante l’omelia. “Era pronto a capire, a cercare i valori ma anche a colpire le cose che non andavano bene”. Ci ha insegnato l’alfabeto dell’amore, sostenne il sacerdote, “tocca a noi continuare ad impararlo”. E infine auspicò “più che cieli sereni mari belli giacché Fabrizio amava la dimensione e l’orizzonte del mare”. Da quel giorno s’è creato un meccanismo delicato di commemorazioni poetiche e riservate che si affiancano a decine e decine di siti Internet allestiti da “orfani” che vogliono solo comunicare ad altri “orfani” che cosa ha rappresentato Fabrizio per loro. Tutti tengono conto del proprio dolore ma lo fanno con molta riservatezza, compresi i signori della poesia, da Mario Luzi ad Alvaro Mutis, che si sono inchinati di fronte ad un uomo che non ha mai avuto la pretesa di insegnare nulla e che quindi, senza volerlo, è stato un maestro per tutti.
    Questo libro fu pubblicato, nella prima edizione, nel febbraio del 1997, poco prima che fosse dato alle stampe il bellissimo saggio “Accordi eretici” con l’introduzione del poeta Mario Luzi e quando Fabrizio stava varando la nuova tournée. Il mio scopo era di fermare molti ricordi e realizzare un ritratto, peraltro dichiaratamente di parte, ricostruendo a posteriori le tante “lezioni” di politica, economia, lingua e letteratura ricevute da Fabrizio. Alle conversazioni fa da sfondo il clima culturale e politico degli anni Settanta-Ottanta; in mezzo ci sono le opere di De André che, attraverso la magica fusione tra musica ed endecasillabi, hanno fatto conoscere la sopraffazione dei forti, le miserie umane, la solitudine, la guerra, la morte. Il filo conduttore della storia è rappresentato dai concerti: dalla prima apparizione in pubblico nel 1975 alle successive tournée del ’78-’79, dell’´81-’82, dell’84, del ’91-’92 e del ’97-’98. Gli feci vedere il libro con il timore che può avere uno scolaro davanti al maestro. Dopo averlo letto mi telefonò per ringraziarmi: “Mi hai fatto un bel regalo, nel leggerlo ho rimesso ordine alla mia vita” e così dicendo mi fece un omaggio indimenticabile.
    A distanza di qualche anno mi è sembrato opportuno ritoccare il libro apportando un’opportuna revisione e un ampliamento dei racconti con episodi apparentemente marginali di un vero libertario da sempre convinto che la vita, fatta di sogni, passioni e slanci, non fosse poi così difficile da vivere, che sarebbe bastato non complicarla. Una convinzione che naturalmente si scontrava con il suo carattere. Con la gioia di vivere e il sentimento di morte che si portava dietro, Fabrizio finiva, infatti, per precludersi ogni felicità. Era ateo Fabrizio ma con un’enorme spiritualità: vedeva un’anima in tutto quello che c’era sotto i suoi occhi, in tutto ciò che toccava.
    Come sosteneva Bacon “l’ateismo è più sulle labbra che nel cuore dell’uomo”. Sognava un mondo magari più arcaico in cui l’uomo fosse spogliato delle pulsioni economiche; aveva un senso altissimo dell’amicizia, la sua curiosità per i luoghi e per le persone erano una delle tante forme d’amore di cui era capace.
    Odiava solo l’inciviltà e aveva dubbi e paura soltanto di ciò che non capiva. Con il passare degli anni s’era abbassata la soglia della conflittualità, da quella con il naturale al rapporto con gli altri e questo aveva fatto calare anche l’intensità dei litigi e il numero dei “belin” che usava come intercalare quando s’arrabbiava. Mentre aumentava il consenso attorno a sé aveva preferito isolarsi sempre consapevole che “ognuno di noi si porta dietro tutto il suo vissuto e tutti i suoi morti”.
    La sua scomparsa, come ha scritto Michele Serra, ha donato ancora qualcosa a molti. Ha aggiunto qualche soffio d’amicizia, di comprensione e di memoria alle nostre parole: “E non ci ha solo inteneriti come sa fare la morte – ha scritto Serra – ci ha migliorati, come sa fare l’intelligenza”.
    De André mancherà alla cultura italiana ma mancherà soprattutto a chi l’ha conosciuto sul piano umano perché sappiamo che tutto quello che abbiamo condiviso con lui è meno importante di quello che avremmo potuto fare e di quello che avrebbe potuto darci.

  3. #3
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    Predefinito L'anarchia, il sardismo, Marx e Cicciolina

    In una domenica del maggio ’82, due mesi prima di ripartire per una lunga tournée, Fabrizio aderì al movimento “Sardinna e libertade”. Il modulo d’adesione circolò tra tutti i presenti all’assemblea che si tenne nella biblioteca Satta di Nuoro, e Fabrizio firmò. “In quanto anarchico”, disse, “non posso che essere favorevole alla nascita di un movimento libertario”. Quel giorno c’erano i rappresentanti di vari movimenti anticolonialisti (Su populu sardu, Sa Repubblica sarda, Sardigna emigrada, Ajò), ma fu anche l’ultima riunione cui partecipò Fabrizio.
    La sua ansia di giustizia – che lui preferiva definire “incazzatura” – lo portava a ricercare tutti i tentativi di costruire un’aggregazione di contropotere. “Questi movimenti”, diceva, “sono portatori della coscienza che può rompere il condizionamento sociale. Do per scontato che la vera definitiva e completa liberazione sia possibile solo a una condizione: l’appropriazione del capitale, dei mezzi di produzione e di comunicazione sociale da parte dei lavoratori. Se i membri di Sardinna e libertade vogliono formare un autentico movimento di liberazione popolare, allora sono con loro. Ma è chiaro che la realtà e i fatti vanno verificati”. E la verifica, evidentemente, non fu positiva. Amava citare Malatesta, Stirner, Bakunin, Kropotkin dei quali aveva letto tutto. Parlava a ruota libera della polemica tra comunisti autoritari e libertari, dello scontro Marx-Bakunin, delle persecuzioni dei bolscevichi in Russia dopo il 1917. Racconti che alternava alle storie di anarchici perfettamente sconosciuti come uno scrittore sardo o persone conosciute nelle trattorie di Genova.
    Da anarchico, per molti anni, aveva rifiutato la scheda elettorale. Poi quando la situazione politica stava precipitando, (Pasolini auspicava il processo al Palazzo), nel ’75 valutò l’opportunità di votare per il Pci. La definì “un’autodifesa” perché “è meglio tirare avanti con una socialdemocrazia aspettando tempi migliori”.
    In Sardegna fu conquistato da Mario Melis quando questi mandò a quel paese un paio di ministri. E quando Ciriaco De Mita definì il leader sardista “un mezzo terrorista” non ebbe più dubbi e alle regionali diede il suo voto al Psd’Az.
    Ma una volta gli capitò persino di votare a Tempio per un suo amico agricoltore candidatosi con la vecchia Dc. Fabrizio era convinto che il suo amico, un vero esperto, sarebbe stato un ottimo assessore all’agricoltura; non fu eletto. Riteneva e ritiene che i piccoli e i grandi giochi di potere siano innaturali e che la Regione Sardegna dovesse godere della massima autonomia, perché adesso, al contrario di quanto si potrebbe pensare di una Regione a Statuto speciale, non dispone di grandi poteri : “Ma occorre che sia il popolo a modificare le cose. La Sardegna, con una sua lingua, una sua storia, un suo territorio ha diritto a essere riconosciuta Nazione”. La questione sarda – era la tesi di De André – non si può risolvere con un semplice cambio della guardia al Palazzo.
    Ma intanto cambiava per Fabrizio il concetto d’anarchia. Da Bakunin a Max Stirner. In precedenza aveva accettato le regole del collettivismo poi era diventato un anarchico individualista anche perché “ci vuole troppo tempo per trovare un gruppo di persone con cui vivere queste idee”. Ma non era certo cambiato il modo di vivere. Per lui c’era sempre l’associazione dei beni, “a parte qualche compromesso cui devi sottostare per non morire di fame. Da un certo punto di vista penso che sia conciliabile l’anarco-individualismo steineriano con quello che si può identificare con certe pratiche Zen o con il controllo della propria centratura e, quindi, anche con le tecniche di meditazione. L’uomo si conforta nella solitudine per il contatto che può trovare con tutte le voci interiori ed esterne, con tutte quelle voci che gli arrivano dal subconscio, da quell’Anima universale di plotiniana memoria. Credo sia meglio che l’uomo viva il più possibile da solo e che non faccia parte di nessuna organizzazione costituita, se non occasionalmente. Le organizzazioni sono la morte dell’uomo perché nascondono in sé i germi della violenza”.
    Sostenitore accanito del decentramento, “sarei favorevole anche ai comitati di condominio”, diceva. Con il rimpianto per l’Italia dei Comuni, citava tra i suoi scrittori “politici” preferiti Henry Thoreau, un classico del pensiero libertario: “Il miglior governo è quello che non governa affatto”. E perciò, quando il Partito radicale decise di candidare Cicciolina, cioè quella ragazza ungherese che negli anni Settanta aveva iniziato la pratica del sesso via radio che l’avrebbe portata dritta dritta a Montecitorio, De André non gridò allo scandalo come fece mezza Italia: “Bene, così con lei in Parlamento, ciascuno potrà dire basta alle deleghe, mi amministro da solo”. Secondo quale principio? gli chiesi.
    E lui: “Ciascuno si autodetermina nella misura in cui è conveniente per tutti”. La richiesta di autodeterminazione di un popolo – era la sua tesi – non porta necessariamente allo sgretolamento. “E poi lo sgretolamento di che cosa? Dello Stato? Ma lo Stato non è che l’involucro burocratico di una nazione, è l’organizzazione verticistica, con la divisione dei sudditi in classi sociali. C’è chi lo vorrebbe più grande come gli europeisti e chi lo vorrebbe più piccolo come i secessionisti. Per quanto mi riguarda mi accontenterei di sentirmi partecipe di un grande privilegio: l’appartenenza alla razza umana. Per il resto, facciano pure loro. Certo uno Stato europeo mi fa paura come me la farebbe uno Stato padano, come ci ha fatto paura lo Stato italiano, basti pensare alle ultime due guerre. E d’altra parte una nazione europea esiste già e questi miei connazionali li frequento da decenni. In realtà anche con la gente padana ho consuetudini pluridecennali, anche se mi riesce difficile individuarla come un’entità nazionale. Comunque, facciano come credono, io mi riconosco in ogni mio simile, ricco o povero che sia perché l’opera di sgretolamento o la statalizzazione seguono esclusivamente il ritmo delle pulsioni economiche”.
    Intanto il Psd’Az, che mai aveva saputo d’avere un elettore in De André, nel 1983 fece uscire la notizia che il cantautore sarebbe stato candidato nelle liste dei Quattro Mori. La notizia arrivò in redazione quando la prima pagina stava per essere licenziata; cercai di bloccarla perché la ritenevo, e come si vedrà in seguito a ragione, del tutto infondata. Proposi di verificarla. Ma era ormai notte fonda e il meccanismo s’era messo in moto; la notizia della “candidatura” di De André era arrivata da “fonte attendibile” e il giornale doveva pubblicarla. Il giorno successivo sentii Fabrizio al telefono: “Avrebbero almeno potuto interpellarmi, non c’è niente di vero”, disse furibondo. “Fammi un favore; chiama Mario Melis e digli che così non si fa”. Assicurai che avrei parlato con il leader sardista e aggiunsi che non ritenevo possibile che avesse “sparato” lui la storia della candidatura. “Ho troppa stima di Mario Melis per pensare una cosa del genere”, mi disse Fabrizio.
    Qualche tempo dopo parlai della questione con Mario Melis che rimase mortificato dai nuovi metodi introdotti in casa sardista. Era solo l’inizio: qualche anno dopo nel Psd’Az si sarebbe consumato il suicidio (politico) di un’intera classe dirigente che rimase persino fuori dal dibattito sul Federalismo proprio mentre la Lega Nord cavalcava questo tema. “Mi dispiace sarebbe stato più giusto che la sfida del Federalismo l’avesse vinta il Psd’Az visto anche che è l’unico partito d’azione sopravvissuto”...
    Da anarchico ha sempre individuato una priorità: abolire le classi sociali. E lui in questo c’è riuscito in pieno mentre si batteva per uno Stato migliore. “Quello che oggi t’impedisce di fare qualsiasi cosa”, come canta in Monti di Mola, (così anticamente era chiamata la Costa Smeralda), la metafora di un amore tra un pastore e un’asina bianca. Un amore grande che però non trova sbocco nel matrimonio. Quando tutto è pronto, infatti, il pastore e l’asina risulteranno dai documenti cugini di primo grado. “A che serve protestare quando nessun onesto figlio del popolo può raggiungere traguardi al di fuori dell’immaginario collettivo? Il potere troverà sempre dei cavilli”...
    Un anarchico che alla fine del 1989 si trovò costretto “a difendere” persino Marx quando qualcuno citava la caduta del Muro di Berlino e sosteneva che il comunismo era morto. “È un insulto storico e culturale”, non si stancava di ripetere Fabrizio, “Marx è un filosofo e un economista. Dire che c’è stato il crollo del marxismo è un’idiozia totale tanto più che certe teorie, come il plusvalore, non sono state superate”.
    Ma intanto i problemi della “quadratura del cerchio”, del benessere economico, la coesione sociale e la libertà politica diventano con il passare degli anni maggiori in tutto l’Occidente. Come sostiene Ralf Dahrendorf, le società del Duemila sono davanti a una sfida: combinare lo sviluppo con le libertà individuali è un po’ come quadrare il cerchio. La tesi di De André è che non si possa inseguire “lo spiritello” economico spuntato in Oriente (magari abbassando il costo del lavoro): “Significherebbe licenziare e basta”. Ma in Italia com’è la politica alle soglie del Duemila? Mentre dopo Tangentopoli, s’iniziavano a vedere le stelle ci si trova quasi stretti in una morsa: “La politica, in questo Occidente che ha scelto il capitalismo non solo come sistema economico ma anche come teorema filosofico e morale, non esiste più. Le decisioni vengono prese da chi muove i grandi capitali a scapito delle minoranze. Poi c’è Bossi che vorrebbe staccare dal Paese la parte più ricca per fare uno Stato a parte. Come se di uno non ce ne fosse abbastanza... E le istituzioni che, invece di realizzare il vero Federalismo, inventano le tasse regionali. Il risultato è che pagheremo di più”.
    Insomma, diceva De André, viviamo questa fine di millennio in un periodo da Basso impero. E il nuovo millennio? “Sarà una società per lo più nomade, separata da due diverse fruizioni dell’economia. Da una parte coloro che riusciranno ancora a scambiare denaro contro merce e dall’altra un’economia che si potrebbe definire del dono, se non addirittura del mutuo soccorso. Penso che gli individui che utilizzeranno questa seconda forma di scambio saranno più numerosi degli altri e probabilmente migliori, più ricchi da un punto di vista spirituale”.
    Per la sua proverbiale discrezione pochi hanno saputo del sostegno anche materiale che Fabrizio diede a giornali (alla rivista A e ancora a Re Nudo) oltre che ai movimenti anarchici.
    Erano invece pubbliche le sue dichiarazioni di adesione: “Non so se in questa città ci sia un gruppo anarchico”, disse più volte dal palco durante alcuni concerti, “ma se ci fosse invito i suoi componenti a venirmi a trovare in camerino”.

  4. #4
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    Predefinito

    Ho ritrovato, tra le vecchie scartoffie, il numero del Periodico “Sa repubblica Sarda”(Anno IV - N° 5 – 12 novembre 1982), in cui il Direttore-fondatore Gianfranco Pinna seguì, pubblicandolo, un incontro tra Fabrizio De Andrè e lo scrittore Ugo Dessy.

    Penso di fare cosa gradita a molti, se nel prossimo post riporto integralmente tutta la lunga “chiacchierata”.

  5. #5
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    Predefinito “Deve essere il popolo a modificare le cose”

    A cura di GIANFRANCO PINNA

    Il 16 maggio si è concluso a Nuoro il convegno dei movimenti anticolonialisti che ha dato vita a SARDINNA E LIBERTADE. L'adesione di esponenti di rilievo della cultura è stato un ulteriore elemento di interesse nel vasto consenso popolare ottenuto dalla creazione del movimento per l'indipendenza economica e politica della Sardegna.
    Il nostro giornale ha seguito un incontro tra il cantautore Fabrizio De Andrè e lo scrittore Ugo Dessy registrando le loro opìonioni e valutazioni sull'attuale realtà della Sardegna e sulle prospettive di lotta del suo popolo per affrancarsi dal colonialismo.

    Non a caso SA REPUBLICA SARDA ha voluto seguire questo incontro sottolineandone l'importanza. Al di sopra delle differenze di estrazione etnico-culturale (Dessy è sardo, De Andrè è ligure) c'è tra lo scrittore e il cantautore una comune ideologia di base: il libertarismo. In ambedue, dotati di una forte carica di individualità, che è poi caratteristica di ogni autentica personalità artistica, si evidenzia il rifiuto del potere, di ispirazione cristiana prima ancora che anarchica. Nell'uno e nell'altro, un bisogno oggi raro di armonia, di coerenza tra le idee professate e le scelte di vita, nella professione, nel rapporto pubblico, ma anche nella comune pratica del quotidiano. E ancora li accomuna lo stesso profondo amore per la natura, in cui con facile riferimento tolstiano tendono a identificarsi, nei momenti più personali e intimi, di riflessione e di ispirazione. E abbastanza esplicito il rifiuto della città-megalopoli, disumanizzante e degradante nella ricerca di moduli diversi di aggregazione umana, di tipo libertario: De Andrè si rifà alla ideologia anarchica della comune; Dessy alla critica della civiltà del Fourier e alla ideologia del Falangsterio. Infine, un aspetto comune che crediamo di dover rimarcare in un momento di diffuso disimpegno politico o di riflusso da parte di molti intellettuali, c'è nella loro opera un motivo dominante che è impegno sofferto e totale di aderire, rappresentandolo, il mondo dell'oppresso, di risvegliare nell'oppresso la coscienza di sè, di stimolarne la crescita rivoluzionaria - in vista di una prefigurata liberazione dell'uomo in una società nuova egalitaria.

    Siamo nell'ampia cucina della villa di L'Agnata, la tenuta che Fabrizio De Andrè e Dori Ghezzi hanno acquistato nelle campagne di Tempio. Si. parla del tempo, della siccità, della intensa calura che ha danneggiato nell'isola colture e allevamenti. Ora sembra che l'aria rinfreschi, che la temperatura ritorni a valori normali, che si riesca a respirare un poco.

    Il discorso cade sulla esperienza del sequestro di Fabrizio e di Dori, che hanno certamente lasciato il segno.

    De Andrè: "Non mi ritengo un capitalista, inoltre non possiedo tanto da pensare di far gola a una anonima dei sequestri. Quando mi sono visto davanti un individuo armato di fucile ho pensato a uno scherzo... poi, sul fondo, ho visto Dori entrare sospinta da un'altro armato. Ancora per un po', l'idea che fosse una trovata pubblicitaria, o qualcosa del genere, non mi ha abbandonato, finchè poi ho dovuto convincermi che si trattava veramente di un sequestro".

    Sa Republica Sarda: "Ci sembra di capire che tu abbia in un certo modo giustificato il sequestro, attribuendolo a dei poveracci. Insomma, la teoria del diritto dello sfruttato all'esproprio proletario... visto e considerato su se stessi. Una esperienza davvero singolare... “

    Dessy: "Non ho mai creduto nella teoria, per altro vecchia e accettata anche da Granisci, delle tendenze e capacità del pastore sardo di organizzare sequestri di possidenti a scopo estorsivo. Le anonime sequestri sono sempre state organizzate a livelli socio-economici ben più alti di quello del pastore, al quale tutt'al più è stato riservato nell'operazione il ruolo di portatore d'acqua. Anche nell'industria del crimine, chi guadagna di meno e paga di più, in galera, è la manovalanza. In questo caso, il pastore ......

    De Andrè: "Ammetto che la tua analisi è corretta. Quando ho affermato, in una recente intervista, che i miei rapitori sono i veri sequestrati, esprimevo una mia valutazione politica, c'è un riferimento che va oltre quelle persone per significare la situazione di oppressione e sfruttamento coloniale in cui sono tenuti i lavoratori sardi".

    Dessy: "A proposito della tua esperienza, devo dire che per un anarchico è del tutto unica. Molto spesso, nella storia, gli anarchici sono stati sequestrati, e molti di loro non hanno mai fatto ritorno... Tu sei, con tutta probabilità, il primo anarehico a essere sequestrato come possidente, a scopo estorsivo".

    L'uscita di Dessy ha chiaramente il sapore di una battuta. De Andrè l'ascolta sorridendo: "Non ci avevo pensato, per la verità. Però è così ......

    Dessy: "Non volevo dire che non ci siano stati o che non ci siano compagni ricchi. Basti pensare a Engels o a Cafiero. Mi vien fatto di pensare che anzichè sequestratori han trovato ambedue compagni che li hanno alleggeriti dei loro patrimoni: il primo ha trovato Marx e il secondo Bakunin, i quali avevano, pare, le mani bucate ......

    Sa Republica Sarda porta il discorso ora su di un tema di attualità, la nascita di SARDINNA E LIBERTADE: ---De Andrè, la tua presenza a Nuoro, in occasione del Convegno delle componenti del movimento anticolonialista, e in particolare la tua adesione hanno suscitato una vasta eco. Vuoi dire ai lettori del nostro Giornale il perchè di questa presenza e di questa adesione?".

    De Andrè: "In quanto anarchico, non posso non essere favorevole alla nascita e alla crescita di movimenti che sono contestazione e contropotere, rottura e liberazione nell'ordine del regno integrato mantenuto tramandato. Contro questa società divisa e lacerata dagli interessi, dai conflitti e dalle crisi e dove la ricchezza, dissipata in modo inaudito, si trova a fianco della più misera povertà... Sono favorevole a questi movimenti perchè sono portatori della coscienza che spezza il condizionamento sociale: rappresentano le forze materiali e intellettuali che vogliono sprigionare il genere umano dai meccanismi di inquinamento devastazione distruzione, dai meccanismi di coercizione violenza terrore, dai meccanismi di interiorizzazione integrazione soffocamento fisiologico. Sono le forze materiali e intellettuali che vogliono realizzare la rivoluzione sociale, la società libera. In quanto anarchico, dò ovviamente per scontato che la vera definitiva e completa liberazione dell’umanità è possibile soltanto a una condizione: quella dell'appropriazione del capitale, dei mezzi di produzione e di comunicazione sociale da parte dei lavoratori…
    Se i compagni di Sardinna e Libertade, se sono un autentico movimento di liberazione popolare, si rifanno a questi principi che sono elementari e perseguono questi fini, è evidente che sono con loro. Bisogna dire però che la realtà e i fatti vanno sempre verificati ......

    Sa Republica Sarda: “E tu Dessy, i motivi della tua adesione?"

    Dessy: 'In verità non ho esplicitamente nè ufficialmente aderito. Se qualche giornale ha citato il mio nome fra gli animatori di una aggregazione culturale politica anticolonialista, non è a caso: da sempre, le mie scelte sono a fianco dell'oppresso oserei dire moralisticamente, nel bene e nel male, se non fossi convinto che l'oppresso in quanto tende alla propria liberazione è sempre nel giusto, in qualunque modo- tenti di liberarsi. Non soltanto in quanto sardo, componente di un popolo oppresso e sfruttato, ma in quanto libertario, il mio posto, chiaro e preciso, è dovunque con l'umanità che lotta per spezzare le catene della servitù. Ciò detto, non significa che io possa, oggi come oggi, identificare le giuste istanze di liberazione del popolo sardo con le affermazioni di indipendenza dei compagni e degli amici di Sardinna e Libertade. Come De Andrè, non posso ancora esprimere valutazioni corrette e quindi scelte definitive. Credo che una costituente vera e propria di Sardinna e Libertade non ci sia ancora stata, che manchi ancora un documento chiaro e sufficientemente articolato, insomma lo Ite semus? Ite cherimus?".

    Sa Republica Sarda: “I quotidiani sardi hanno dato molto rilievo alla marcia non violenta di solidarietà all'indipendentista Salvatore Meloni che dal 4 luglio digiuna nel carcere di Buoncammino, per protestare contro la giustizia coloniale. Che significato ha per voi libertari l'avere aderito al comitato per la liberazione di Meloni?"

    Dessy: "Non uno ma molti significati. In primo luogo, umanitario. Da ogni parte si afferma la sacralità della vita dell'uomo e nel contempo, dovunque, l'uomo viene assassinato. Non m'importa se in guerra o in pace, se premeditatamente o accidentalmente, se con la ragione del più forte o del diritto o della pietà. Il diritto alla vita è un bene inalienabile. La vita di Meloni, qualunque sia l'accusa che lo tiene in prigione, è sacra come quella di ogni altro uomo. In secondo luogo, un significato politico, di accusa contro chi, nell'imprigionare e nell'inquisire l'uomo, lo isola, lo riduce alla disperazione, lo porta al suicidio. Voglio dire che attualmente le carceri stanno diventando sempre più uno strumento di follia e di morte. Il carcere di Buoncammino non fa eccezione, anzi. Gran parte dell'opinione pubblica comincia a preoccuparsi e a chiedersi che cosa stia succedendo nelle carceri. In terzo luogo, un significato che potrei chiamare educativo: essere esemplari, nel manifestare il proprio dissenso, affinché poche voci e poche presenze diventino molte voci e molte presenze. Adesso, anche i partiti politici, anche i sindacati si stanno muovendo - o almeno fanno finta di muoversi, per mostrare all'opinione pubblica che esistono anche fuori dalle greppie del potere... ".

    De Andrè: "Credere nella liberazione dell'umanità è tutt'uno col rifiutare la violenza, da qualunque parte provenga, compresa quella delle istituzioni. Le carceri in primo luogo, dove tutto è violenza. La situazione nelle carceri è esplosiva e per quel che se ne sa attraverso la stessa stampa quello di Buoncammino è un carcere dove non passa giorno che un detenuto non tenti il suicidio e non per simulazione, tant'è vero che non pochi sono morti. Tutti questi suicidi, tutte queste morti sono troppe per non preoccupare una società civile, anche se addormentata come la nostra. Non è possibile non dubitare che il carcere sia diventato un vero inferno, dove la vita umana non ha nessun valore... E quando se ne esce, seppure se ne esce, si esce diversi, spersonalizzati, traumatizzati, si diventa ex-uomini. E un po' il discorso dei vecchi manicomi, se non peggio. Non si può restare indifferenti davanti a simile barbarie. So che cosa vuol dire sequestro di persona, che cosa si prova...".

    Sa Republica Sarda: "Torniamo all'argomento della indipendenza. In che modo ritenete debba articolarsi una lotta per l'indipendenza, in Sardegna?" '

    De Andrè: "Non ho dubbi sul carattere totale che la lotta per l'indipendenza della Sardegna può assumere se si lavora in modo correttamente rivoluzionario. Perché la lotta di liberazione anticoloniale di un popolo ha carattere esemplare per tutti i colonizzati, anzi per tutti gli sfruttati del mondo... A Nuoro è cominciato un lavoro importante, mi pare, perché può incidere nel sociale... I segnali non sono da sottovalutare, perché una nuova realtà si muove oggi in Sardegna con l'esigenza di sprigionare le masse e dare a esse un respiro nazionale e internazionale. Poiché non posso fare a meno di dire che sono contro i piccoli e i grandi giochi di potere, contro le strozzature e i ritardi manovrati ad arte, sono fermamente convinto che la matassa Sardegna non si dipanerà certamente con i metodi semplici e imperturbabili del ricambio della presidenza del Palazzo. Occorre ben altro! Occorre che sia il popolo a modificare le cose. La Sardegna con una sua lingua una sua storia un suo territorio ha diritto a essere riconosciuta nazione".

    Dessy: "Non ci sono modi di lotta istituzionalizzati, che si vanno a trovare consultando il manuale del buon rivoluzionario. Ogni popolo oppresso sa - o impara a sapere - quali dovranno essere propri modi di lotta per liberarsi dall'oppressione in un dato momento in una data situazione storica - senza capipopolo e senza mediazioni dottrinarie. L'unico elemento necessario, anzi essenziale perché una lotta di liberazione popolare si avvii e raggiunga in pieno i suoi obiettivi, è il livello di coscienza e di maturità e di dignità che quello stesso popolo ha raggiunto. Per questo credo in una rivoluzione culturale, umana prima ancora che politica. La presa di coscienza individuale di sè, nell'oppresso, nell'uomo, coincide con il rifiuto del sistema, con la ricerca degli strumenti per trasformare la società ......

    Sa Republica Sarda: "Ci sembra che si stia entrando nel ruolo dell'intellettuale impegnato oggi, dell'artista... Poco prima della sua morte, Sartre parlò della questione in una intervista con Lotta Continua, ci pare, e disse, se non ricordiamo male, così non possono andare a braccetto, così pure il posto dell'intellettuale, che è quello di interprete di ogni libertà, è sempre contro ogni potere... "

    Dessy: ”Nonsapevo che l'avesse detto Sartre. Sono d'accordo con la sostanza del concetto. Anche se è necessario fare una distinzione tra intellettuale integrato e asservito al potere e intellettuale del popolo. Noi stiamo parlando, evidentemente, del ruolo dell'intellettuale espresso dal popolo, che è Popolo. Mi sembra ovvio che egli metta le proprie capacità a servizio del popolo, contro i nemici del popolo. Più specificamente credo che una funzione dell'intellettuale, non soltanto dell'intellettuale ma di qualsiasi componente popolare che ne abbia capacità, e non ce n'è alcuna che non ne abbia, si dia da fare per diffondere lo spirito critico e il rifiuto della violenza e di tutto ciò che la genera, diffonda i principi della uguaglianza, della libertà e della fratellanza umana, contribuisca cioè con le parole e con i fatti a far maturare la coscienza rivoluzionaria negli oppressi ......”

    De Andrè: "Certamente. Da anarchico individualista ritengo importante il grado di coscienza e di maturità che ciascun uomo può raggiungere. La vera forza rivoluzionaria umana sta nella affermazione della propria individualità".

    Segue una dissertazione sull'opera di Max Stirner, su "L'unico e la sua proprietà", a cui De Andrè si riferisce non nascondendone le attuali simpatie. Intanto vediamo l'affaccendarsi di Dori, che pur seguendo il nostro dialogo e intervenendo, ogni volta che trova spazio, sta preparando la colazione. E un'ospite deliziosa e attenta, Dori, di una bellezza semplice e affascinante.

    Si parla ora dell'ultimo successo di De Andrè, del L.P. "Hotel Supramonte”.
    Dessy si complimenta per 'L’Ave Maria", che pur portata su moduli espressivi della musica ultramoderna, conserva intatta la drammaticità, il pathos con cui la gente sarda la esprime nelle sue tradizionali processioni.

    De Andrè: "Sì, ho voluto proporre un aspetto culturale della Sardegna, intenso come 'TAve Maria", a un pubblico internazionale. Credo di essere riuscito a renderla comprensibile e accettabile qui, come in qualunque altro paese d'Europa o d'America ......

    Dessy: "Ecco l'importanza rivoluzionaria della tua opera, con la tua musica, con il tuo canto tu comunichi con immediatezza, con la forza delle sensazioni, il tuo messaggio ideologico ......

    De Andrè: "Via, tu sei uno scrittore, il tuo lavoro è ben più importante del mio, nella diffusione delle idee... “.

    Dessy: “Smettiamola con i complimenti. Non sono uso a farne. Dimmi, in quanti ascoltano i tuoi dischi, le tue canzono... Quanti? Trecentomila, più o meno? In Italia? Bene. lo credo di avere non più di tremila lettori. La percentuale è di uno a cento. Vedi dunque quale forza possiedi, quale influenza puoi avere sulle giovani generazioni... Ora che Guccini, il vecchio Guccini della "Locomotiva" si è integrato, in Italia di autentico, di solido ci resti tu ... “.

    Abbiamo riportato fin qui alcune battute di un dialogo che avrebbe meritato d'essere registrato e trascritto per intero. Sa Republica Sarda si augura che l'adesione di De Andrè e di Dessy al movimento Sardinna e Libertade si concretizzi in una loro presenza militante, in una serie di manifestazioni popolari artistiche e culturali.

    A conclusione è di prammatica un cenno sul lavoro in cantiere. Di Ugo Dessy sappiamo che ha un impegno editoriale con Giorgio Bertani di Verona per tre libri, uno sul tema della militarizzazione in Sardegna, un'altro di raccolta antologica di tradizioni popolari e un terzo di narrativa. Fabrizio De Andrè, dopo il successo di "Hotel Supramonte", che si ispira alla esperienza del sequestro ed è la trascrizione musicale di quegli stati d'animo, è impegnato ora sul tema della disobbedienza civile, e su questa tema sta per uscire un nuovo L.P. al quale auguriamo il migliore dei successi.

    L'Agnata, giugno 1982

  6. #6
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  7. #7
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    Predefinito Citazioni / sollecitazioni

    Citazione Originariamente Scritto da Su Componidori
    Seguendo una “sollecitazione” del forumista “festina lente”, ma i documenti proposti erano già in cantiere, apro questo thread come “diversivo” che comunque potrebbe essere interessante.
    "Sollecitazione"?
    In senso etimologico, di 'agitazione' [preferirei 'movimento'](del pensiero), e dunque di stimolo, credo.

    Citazioni/sollecitazioni; Léo Ferrè/Fabrizio De Andrè.
    Può essere, interpreto.

    Ho letto, velocemente, soltanto ora.

    A presto,
    Arr.

    P.S.
    Visto l'orario notturno mi verrebbe di citare Guccini.

  8. #8
    Sardista po s'Indipendentzia
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    Festina, questo nuovo “thread” l’ho “lanciato” rispondendo ad un tuo post in “Consulta e nuovo Statuto” (post n° 67).

  9. #9
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    Citazione Originariamente Scritto da Su Componidori
    Festina, questo nuovo “thread” l’ho “lanciato” rispondendo ad un tuo post in “Consulta e nuovo Statuto” (post n° 67).
    Si,
    ho interpretato "sollecitazione"-stimolo in tal modo;
    ti ringrazio del pensiero.

  10. #10
    MEDITERRANEO
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    da un post all'altro

    “Aprirò pertanto un nuovo tema dal titolo curioso che credo sarà di tuo gradimento.
    Non ti potrò seguire sul piano teorico poiché ho letto pochissimo sull’argomento, ma sul rapporto tra musica e anarchia ho scoperto che diversi musicisti e gruppi musicali, tra i miei preferiti, si rifanno ad alcune di queste teorie”.


    Cumposidori,
    molte grazie per aver postato l’articolo-intervista di Gianfranco Pinna, Deve essere il popolo a modificare le cose; non ne ero a conoscenza e non ho mai sfogliato la rivista di cui mi era noto soltanto il nome.
    E’ molto interessante e mi ha riportato a dei temi su cui rifletto, dialetticamente in solitaria, da qualche tempo.
    Il tuo scaffale in cui riponi le riviste de Sa Repubblica Sarda mi pare che possa essere uno scaffale prezioso per chi sia interessato alla recente storia politica della Sardegna, ……. soprattutto se consideriamo l’esiguità -la penuria- del patrimonio librario della Biblioteca comunale di Oristano che, a quanto mi risulta, è sprovvista di un’emeroteca –e non potrebbe esserci per insufficienza di spazio- (le politiche culturali del nostro capoluogo di provincia!!!).



    De Andrè: "In quanto anarchico, non posso non essere favorevole alla nascita e alla crescita di movimenti che sono contestazione e contropotere, rottura e liberazione nell'ordine del regno integrato mantenuto tramandato. Contro questa società divisa e lacerata dagli interessi, dai conflitti e dalle crisi e dove la ricchezza, dissipata in modo inaudito, si trova a fianco della più misera povertà... Sono favorevole a questi movimenti perchè sono portatori della coscienza che spezza il condizionamento sociale: rappresentano le forze materiali e intellettuali che vogliono sprigionare il genere umano dai meccanismi di inquinamento devastazione distruzione, dai meccanismi di coercizione violenza terrore, dai meccanismi di interiorizzazione integrazione soffocamento fisiologico. Sono le forze materiali e intellettuali che vogliono realizzare la rivoluzione sociale, la società libera. In quanto anarchico, dò ovviamente per scontato che la vera definitiva e completa liberazione dell’umanità è possibile soltanto a una condizione: quella dell'appropriazione del capitale, dei mezzi di produzione e di comunicazione sociale da parte dei lavoratori…
    Se i compagni di Sardinna e Libertade, se sono un autentico movimento di liberazione popolare, si rifanno a questi principi che sono elementari e perseguono questi fini, è evidente che sono con loro. Bisogna dire però che la realtà e i fatti vanno sempre verificati ......”.


    L’anarchismo non è riconducibile ad una dottrina ‘codificata’ (“…….. e come potrebbe esserlo?” …. direbbe qualcuno per una facile immaginazione del pensiero anarchico); esso non corrisponde, infatti, ad una univoca teoria che possa rappresentare il principio generante del successivo sviluppo: ciascun pensatore arricchisce l’ideologia apportando la propria elaborazione che per alcuni aspetti teorici non è raro che in molti elementi sia impossibile assimilare a quello di un altro.
    L’anarchismo è un pensiero multiforme la cui storia ideologica (sino alla metà del secolo scorso) è costituita dalla biografia intellettuale di quei pensatori che assumono il ‘principio di libertà’ ed il ‘principio di uguaglianza’ come cardini della propria riflessione etica (temi del pensiero politico sia liberale che del socialismo, conseguenti anch’essi all’affermazione della filosofia illuministica ed al problema di riorganizzare -o rifondare- la società secondo un modello, all’epoca, non più di carattere teologico).

    Liberalismo, socialismo, anarchismo, sono le risposte al disincanto del mondo formulate da tre prospettive di interpretazione della Storia secondo antropologie filosofiche differenti.
    E’ bene precisare che non tutti i teorici dell’anarchismo hanno partecipato al movimento anarchico (come “les anarchistes” cantati da Ferrè, per esempio), poiché la critica radicale ad ogni autoritarismo (fenomeno universale, storicamente originatosi in Europa), ancor prima che pensiero politico, è ‘scienza [filosofia] delle idee’. Taluni di essi non hanno avuto, nei loro scritti, alcun intento pratico; Max Stirner -citato nell’intervista da De Andrè- critico radicale dell’idealismo Hegeliano e precursore delle tematiche filosofiche esistenzialistiche, nella sua sola opera pubblicata, anch’egli non propose alcuna finalità politica da attuare, proprio per il carattere speculativo dello scritto. Rammento, tuttavia, che a L’Unico e la sua proprietà, Marx ed Engels, nella Ideologia tedesca, dedicheranno circa 100 pagine di avversa critica.
    Quando ci riferiamo al movimento anarchico è, invece, del tutto immediato pensare alle organizzazioni sindacali, politiche, …… educative, … di mutuo-soccorso, che sono presenti nella storia europea e mondiale: dopo decenni di lotte e moti popolari, nel 1864, gli anarchici parteciparono alla fondazione della prima Associazione internazionale dei lavoratori, …….. e da allora in poi la presenza anarchica, non soltanto individualistica, è parte nelle lotte per la affermazione degli ideali di libertà e giustizia.

    Motti e parole autenticamente libertarie sono: “disobbedienza civile” (H. D. Thoreau); “antimilitarismo”; “federalismo”(in senso di anti-autoritario / anticentralistico: ‘federalisti’ si definivano i seguaci di Bakunin nell’Internazionale contrapponendosi ai marxisti) …. universale.


    Il sentimento di simpatia per l’ideale anarchico ……… o, meno consapevolmente, anarchisteggiante di molti artisti è nota e da taluni dichiarata.
    Poi, certo, soprattutto in un artista, non si pretenda rigore e ferrea coerenza di comportamenti dell’uomo (o donna) con il contenuto della sua opera -o viceversa- che appunto è creazione artistica autonoma –una volta ultimata- dal creatore stesso. E questo dovrebbe valere pure per qualunque opera del pensiero: vale per ciò che è.

    Senza libertà non si crea;
    senza libertà non c’è critica: si rimane ad uno stato inferiore di coscienza.


    “La disperazione è una forma superiore di critica. Per ora noi la chiameremo ‘felicità’, perché le parole che voi adoperate non sono più ‘parole’, ma una specie di condotto attraverso il quale gli analfabeti hanno la coscienza a posto. Ma ……………..
    la solitudine ……..”.
    (La solitudine, Léo Ferrè)


    Un salutone,
    Arr.

    P.S.
    Mi piacciono molte delle liriche in musica di Leonard Cohen …… ……… ed i monologhi del teatro-canzone di Giorgio Gaber.

 

 
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