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  1. #1
    ulfenor
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    Predefinito confermato: papa woitila era un frankista

    L'amico frankista di Wojtyla
    Maurizio Blondet
    04/09/2006
    Un giovane Karol WojtylaPer creare una base ideologica e culturale comune, e quindi condivisa, con i nostri lettori, pubblichiamo alcuni capitoli, tra i più significativi, tratti dalle opere di Blondet; dopo il capitolo VII de «I fanatici dell’Apocalisse», intitolato «Il primo tentativo», pubblichiamo oggi il capitolo XV di quello che Blondet definisce il suo libro migliore e cioè «Cronache dell’Anticristo», Effedieffe, 2001.



    «Per capire Giovanni Paolo II bisogna risalire alle sue radici polacche»: il luogo comune è stato ripetuto da molti molte volte.
    Non per questo cessa di essere vero.
    Tutti i grandi temi del Papato di Wojtyla risalgono agli eventi formativi della sua vita in Polonia.
    Per chi polacco non è, è difficile comprendere a fondo la «polonicità» assoluta del Papa, segnata da eventi quasi profetici - o messianici, nell’accezione speciale del messianismo polacco.
    Karol Wojtyla è nato il 18 maggio 1920: lo stesso giorno in cui il maresciallo Jozef Pilsudski sconfiggeva l’armata sovietica, occupava Kiev e restituiva l’indipendenza alla Polonia dopo due secoli di servaggio.
    Karol è stato il giovane che ha amato intensamente il teatro (e abbiamo visto quale funzione, anche «politica», svolga in Polonia il teatro: le insurrezioni polacche spesso cominciano con gli applausi di qualche romantica rappresentazione). È stato il giovane che ha recitato esaltandosi le poesie di Mickiewicz (lo faceva spesso, dicono i biografi del Papa, con una sua amica ebrea, Ginka Beer); che ha mandato a memoria i versi del poeta Slovacki sul futuro «Papa slavo», il quale «non sfuggirà la spada come l’italiano /come Dio, affronterà valoroso la spada».



    Ma ancor meno si capirebbe l’ideologia di Wojtyla, se non s’indagasse l’ambiente intellettuale di Cracovia di cui fece parte, e di cui continuò a circondarsi anche da vescovo e da cardinale.
    E’ l’ambiente del settimanale «Tygodnik Powszechny», la più vivace, libera e tuttavia autorevole rivista culturale del Paese nel cinquantennio comunista.
    Lo spirito di questa rivista, cui il giovane prete collaborò come saggista e poeta, ha influito, anzi «formato» Wojtyla
    più di qualunque altra circostanza.
    Nel luogo comune, «Tygodnik Powszechny» è definita invariabilmente «Il settimanale cattolico di Cracovia» e la sua testata (che significa «settimanale universale», e «universale» può valere «cattolico») pare confermarlo.
    In realtà, il settimanale non è mai stato la tipica rivista clericale polacca.
    I direttori dei seminari ecclesiastici ne vietavano la lettura agli alunni: troppo «aperta»; troppo progressista, troppo curiosa del mondo contemporaneo, con i suoi articoli (clamorosi allora) su Marilyn Monroe e su Picasso.
    Allo stesso modo del resto era considerato il cardinale di Cracovia.



    Perché - per quanto strano appaia oggi a noi, abituati a leggere continue lagnanze sul «conservatorismo» del Papa polacco - il cardinal Wojtyla era guardato in Polonia come la bandiera di un cattolicesimo molto progressista e quasi anti-tradizionale, il contrario del cardinal Wyszynski di Varsavia.
    Un prelato aitante, sportivo, libero anche nei costumi; che si mostrava in pantaloni corti, abbronzato, in gite nei boschi fra ragazzi e ragazze con la chitarra; che recitava nel suo amato «Teatro Rapsodico», e scriveva poesie; che si circondava di attori e intellettuali bohèmiens.
    Molti di questi intellettuali, collaboratori regolari della «cattolica» «Tygodnik Powszechny», erano tutto fuorché tipi da sacrestia.
    Tra di loro, varrà la pena di nominare Leopold Tyrmand (1920-1985) per il suo stile di vita: figura colorita di «play-boy all’americana» negli anni del più cupo stalinismo, critico musicale promotore di concerti jazz e rock nel grigiore della Polonia sovietizzata, appassionato di cultura pop statunitense, riuscì a condurre anche negli anni più bui una sorta di sua scandalosa «dolce vita» in Polonia.
    D’origine ebraica ma convertito al cattolicesimo, Tyrmand era sopravvissuto all’olocausto fuggendo - per quanto strano sia - in Germania, dove riuscì (nonostante gli evidenti tratti razziali) a mimetizzarsi più che felicemente, se è vero quanto racconta nei suoi libri, dove dipinge il suo periodo tedesco come un seguito di successi erotici con donne germaniche.


    Leopold Tyrman (1920-1985)



    Negli anni ‘50, ormai maturo, Tyrmand, il collaboratore della «rivista cattolica», si lega e convive con una ragazzina di quattordici anni.
    Nel 1956 è lui a reintrodurre in Polonia la sovversiva cultura occidentalizzante: jazz, rock, consumismo, la moda dei romanzi polizieschi.
    Come sia riuscito, nonostante tutto, ad evitare i fulmini delle autorità comuniste, anzi a costringerle ad aprire le porte a quelle mode pericolose, è un mistero.
    Che forse può essere un poco illuminato dal fatto che Tyrmand era un cordialissimo amico di Krzysztof Teodor Toeplitz, il guru e «controllore» della cultura per conto del regime, ed inoltre abilissimo nelle pubbliche relazioni.
    Non è il solo mistero in una vita straordinaria, del resto.
    Negli anni ‘60 Leopold Tyrmand se ne va negli Stati Uniti, dove immediatamente ottiene una colonna di opinionista sul New York Times (il maggior quotidiano dell’establishment ebraico e «liberal») e, poco dopo, un proprio istituto di ricerche culturali, dono di un miliardario misterioso: il Rokiord Institute.
    Si tratta di una fondazione politico-culturale dell’estrema destra americana, di tono «sudista», moralisticamente conservatrice.
    Il libertino degli anni ‘50 della Polonia stalinista diventa, negli Stati Uniti, un super-conservatore.
    Se questa metamorfosi si debba a vera convinzione, o alle straordinarie doti mimetiche di Tyrmand, o a una sua elasticità ideologica di tradizione frankista, lasceremo al lettore giudicare.



    Un altro collaboratore di «Tygodnik Powszechny» è notevole per la sua eterogeneità al mondo cattolico.
    Si rievochi qui la figura del poeta (nonché pubblicista satirico, critico teatrale, editore, commediografo, romanziere) Antoni Slonimski (1895-1976).
    Questo personaggio, in gioventù, partecipò al movimento «Giovane Polonia»; a fianco di Boy-Zelenski (l’amante di Jadwiga Mrozowska, poi moglie di Giuseppe Toeplitz in Italia) gareggiava con lui in satire libertine contro la Chiesa e il cattolicesimo polacco.
    Durante la guerra ripara a Londra, risparmiandosi le sofferenze dell’occupazione nazista, e vi fonda una rivista, Nowa Polska, legata agli ambienti dell'estrema sinistra.
    Difatti, alla fine del conflitto, torna nella Polonia comunista ostentando simpatie filo-sovietiche.
    In ciò sembra seguire la strada di molti altri ebrei polacchi, tornati nella Polonia, dopo la vittoria di Stalin, per costruirvi l’utopia socialista.
    Ma invece, forse, Slonimski obbedisce a più segreti ordini superiori: in Polonia fu infatti Gran Maestro di una loggia massonica, la Kopernik, fondata nel 1920 e «risvegliata» clandestinamente nel febbraio del 1961.
    Come si è saputo solo in anni recenti, la loggia Kopernik, rigorosamente «coperta» (non ha mai contato più di venti membri) ha continuato ad operare durante tutto il periodo comunista: così in segreto, che per oltre trent’anni soltanto un’altra loggia, la gemella Kopernik di Parigi (una loggia polacca in Francia) ne ha conosciuto l’esistenza.
    Le alte referenze muratorie di Slonimski, nonché il suo profilo, accuratamente coltivato, di «socialista umanitario» e pacifista, gli hanno procurato una carriera privilegiata in organismi internazionali: negli anni Quaranta e Cinquanta è stato uno dei dirigenti mondiali dell’Unesco; in patria fu eletto presidente dell’Associazione dei Letterati.
    Poeta di buona notorietà, è considerato come un promotore del cauto «disgelo» della cultura polacca nel 1956.
    Ebbene: da un certo punto in poi, questo massone d’alto rango, anticlericale e noto uomo di sinistra comincia a pubblicare sulla rivista cattolica «Tygodnik».
    Come mai?

    Forse non vi stupirà apprendere che anche da Slonimski emana una certa atmosfera di frankismo.
    La sua famiglia, ebraica d’origine, si convertì al cattolicesimo nell’Ottocento; ciò non toglie che Slonimski abbia scritto poesie piene di nostalgia per l’ambiente ebraico, per lo shtetl e il ghetto, e che la sua fantasia identificasse i destini degli ebrei e dei polacchi, «i due popoli più tristi della terra».
    Una doppia identificazione che è anche un’equidistanza, se Slonimski fu capace di scrivere parole come queste: «Conosco pochi ebrei che non siano convinti della superiorità della loro razza. Perciò questa nazione non perdona nemmeno il più piccolo sgarbo. Gli stessi ebrei che recriminano la scarsa tolleranza degli altri, sono i meno tolleranti». (1)
    Nel ‘68 - quando la comunità israelita polacca decide di togliere il suo appoggio al regime comunista, che l’ha epurata - Antoni Slonimski entra a far parte del KOR (Comitato di Difesa Operaia) dell’intellettuale Jacek Kuron, che rappresenta l’opposizione comunista organizzata nei primi anni Settanta.
    Organizzazione strettamente laica, guidata per lo più da israeliti (e almeno tre dirigenti del KOR, fra cui Slonimski, appartenevano a logge massoniche), che proprio in quegli anni si avvicina però alla rivista cattolica di Cracovia.



    A «Tygodnik Powszechny», l’autore di una simile apertura senza limiti a personalità delle più varie ideologie è il fondatore e direttore della rivista, il cattolico Jerzy Turowicz (1912-1999).
    «Un uomo di straordinaria autorità morale», «uomo di dialogo», e addirittura «il Nestore della Polonia»: così Turowicz è stato definito nei necrologi laudativi alla sua morte, avvenuta nel ‘99 a 87 anni.
    «Per mezzo secolo il punto di riferimento stabile degli intellettuali indipendenti».
    E’ lui che chiama a collaborare a «Tygodnik» autori illustri, dal poeta premio Nobel Czaslaw Milosz al filosofo Lezsek Kolakowski, da Ryszard Kapuscinski all’israeliano Amos Oz, da Tadeusz Mazowiecki (che sarà, nel 1989, il primo capo di un governo non comunista in Polonia) al giovane poeta e sacerdote Karol Wojtyla.
    Turowicz fu progressista cattolico, molto ecumenico, ammiratore di Maritain, entusiasta delle riforme portate dal Concilio Vaticano II, per diffondere le quali animò e guidò un movimento cattolico dal nome significativo di «Odrodzenie» («Rinnovamento»).
    Politicamente si situava a sinistra, con moderazione.
    Avverso al nazionalismo polacco, seguiva - così ci viene descritto – «una via mediana» tra gli opposti estremismi, instancabile promotore del «dialogo» anche con il regime.
    E infatti nel 1989, quando Solidarnosc e il Partito si affrontano in una prima cauta trattativa, a presiedere la «tavola rotonda» è lui, Turowicz.
    A quel punto l’alleanza fra i laicisti del KOR e il sindacato cattolico di Walesa era saldissima.
    «Turowicz ha avvicinato il cattolicesimo a persone cresciute nella tradizione della sinistra», ha detto Adam Michniz, il dissidente israelita, figlio di alti funzionari comunisti.
    Era anche molto amico del futuro Papa.


    Jerzy Turowicz (1912-1999)



    Fu lui ad esempio a rivelare anni fa a Il Corriere della Sera un amore giovanile di Wojtyla per un’attrice.
    La grande aspirazione di Turowicz fu la riconciliazione fra ebrei e cattolici.
    Ne fu, dicono i necrologi laudativi, «il campione».
    Il suo interesse, anzi il suo amore per il popolo e la cultura ebraiche fu notorio, esibito - e ricambiato.
    Nel 1987 pubblicò sul suo settimanale un saggio, a firma Jan Blonski, dove si accusavano i polacchi di aver commesso, durante l’occupazione nazista, «peccato di omissione» verso gli israeliti.
    «Noi polacchi avremmo potuto fare di più per salvarli», era la tesi.
    L’articolo innescò un ampio, acceso dibattito.
    Turowicz vi intervenne infine di persona, scrivendo che la tragedia degli ebrei durante l’occupazione nazista era «inconfrontabile» con le sofferenze dei polacchi.
    I tre milioni di polacchi uccisi dai nazisti «rappresentano il 10 % della popolazione, ma i tre milioni di ebrei scomparsi sono il 95 % della comunità».
    Inoltre, aggiungeva dopo questa contabilità dell’orrore, «la differenza è anche qualitativa».
    E concludeva accusando i polacchi di aver sempre guardato alla minoranza israelita come «a cittadini di seconda classe».
    Insomma, il tema wojtyliano della «richiesta di perdono agli ebrei» risiede già tutto, in anticipo, nei concetti di Turowicz.



    Da giovane, Karol Wojtyla (al contrario, ad esempio, del beato Massimiliano Kolbe) non ha mai dato segno della minima sospettosità verso gli ebrei; anzi il suo più caro amico d’infanzia, Jerzy Kluger, era di ricca famiglia israelita.
    Durante l’occupazione nazista fu testimone dell’uccisione di parecchi ebrei: ed erano persone che conosceva e a cui voleva bene.
    In un caso, durante la guerra, portò sulle spalle una povera ragazzina sfuggita miracolosamente dal campo di Auschwitz, la mise su un treno e comprò per lei un poco di cibo.
    Ma è anche vero che Wojtyla non ha mai fatto parte delle organizzazioni cattoliche polacche (che esistettero, con buona pace di Turowicz) i cui membri si mettevano in reale pericolo di vita per salvare degli ebrei.
    L’idea di una storica, grandiosa «riconciliazione» con Israele, il Pontefice polacco l’ha tutta mutuata dal suo grande amico Jerzy Turowicz.
    Un’idea nutrita da molto tempo, se il cardinal Wojtyla già andò a visitare la sinagoga di Cracovia nel 1968: gesto tanto più significativo perché avvenne nell’anno in cui il Partito scatenava la grande purga contro gli «agenti sionisti».
    E tuttavia, è un’idea che pone delicati problemi dal punto di vista della teologia cristiana.


    Il prete operaio



    Nella memorabile Pasqua del 1998 in cui il Papa polacco chiese scusa agli ebrei col documento «Noi Ricordiamo», lasciò dire che il popolo israelita «è crocifisso da duemila anni».
    Non tremila, ma duemila: dalla nascita del cristianesimo.
    Si deve con ciò intendere che a «perseguitare» gli ebrei è il fatto stesso che il cristianesimo esista?
    Proprio così l’hanno inteso le lobby ebraiche che hanno tenacemente trattato sul frasario delle scuse vaticane. (2)
    Israele è «offesa» dalla pretesa che i cristiani siano subentrati agli ebrei in una Nuova Alleanza.
    Ma questo è, ohimè, la credenza centrale della fede cristiana, ed è fondata sui Vangeli.
    Il minimo dubbio su questo punto significa esporre al dubbio la fede, e il Papato polacco non ha certo sanato questa ambiguità, e pare persino non essersene reso conto.
    Se gli ebrei hanno ragione, allora ebbe torto Gesù.
    Se persiste l’Alleanza antica, che riguarda solo gli ebrei; se è valida la Promessa che fu fatta a loro, il dominio del mondo, allora Gesù non era il Messia.
    Se la Chiesa è un errore durato «duemila anni» ed ora lo riconosce, si tratta di un errore residuale, destinato a sparire nei «tempi a venire» che saranno dominati da chi ha «il regno di questo mondo», gli ebrei.



    Come si può essere cattolici e credere a questo?
    Si può solo ad un patto: ammettendo l’influsso dell’ideologia frankista in Turowicz.
    Sulle origini ebraiche del cattolicissimo direttore e fondatore di «Tygodnik» si preferisce sorvolare.
    Si dice, al più, che queste origini sono «remote», il che significa che la conversione della famiglia al cattolicesimo deve essere avvenuta ben oltre un secolo fa.
    Si fa notare inoltre che i Turowicz appartenevano alla piccola aristocrazia polacca (nessuna meraviglia: in Polonia, il 10 % della popolazione può fregiarsi di un titolo nobiliare) e che avevano possedimenti terrieri ereditari.
    Ma per noi, che conosciamo qualcosa della conversione in massa dei frankisti nel 1760, e della loro nobilitazione collettiva, l’indizio segnala proprio il fatto che si vuol negare.
    L’assegnazione di terre a neo-convertiti e nobilitati poteva avvenire solo prima del 1794, prima cioè che la Polonia perdesse l’indipendenza.
    Dunque, non c’è per noi alcun dubbio: il cattolicissimo Jerzy Turowicz appartenne ad una delle famiglie frankiste cripto-giudee che si convertirono formalmente al cattolicesimo nel 1760, per ordine del loro Messia.
    Se le cose stanno così, forse non fu per semplice sentimentalismo che Jerzy Turowicz volle che al suo funerale, nel 1999, fossero cantati canti popolari ebraici.
    Forse fu la volontà di dichiarare un’appartenenza mai rinnegata.
    Questi indizi fanno sorgere una domanda che esitiamo a porre.
    La poniamo tuttavia, con timore e tremore: fino a che punto gli ambienti di Tygodnik hanno cercato di manipolare Karol Wojtyla?


    Giovanni Paolo II riceve Turowicz



    Si deve notare che fin dall’inizio, in Polonia, la figura di Wojtyla è stata costruita sapientemente (dalla stampa e dai media, su cui abbiamo visto chi vegliava) in contrapposizione al Primate di Varsavia, l’eroico cardinal Wyszynski, irriducibile anticomunista.
    Veniva pubblicizzato, amplificato (e perciò in parte fomentato) un presunto conflitto fra i due.
    Wyszynski era dipinto come superconservatore, conformista, vecchio-cattolico, «nemico delle minigonne» e in generale della libertà dei costumi moderna; Wojtyla come l’intellettuale aperto, che dialogava con i capi laici del Kor, che scherzava con gli attori e le ragazze, che girava in calzoni corti i laghi Masuri… insomma, un prelato liberale e progressista, si sottolineava, in fatto di costumi.
    E di fatto Wojtyla è stato un prelato progressista.
    Durante il Concilio, si segnalò come uno dei più accesi e attivi promotori delle innovazioni, dell’«aggiornamento».
    Un cardinale dell’Est, ma finalmente (al contrario di Wyszynski e dell’ungherese Mindzensty), progressista.
    E’ questa immagine «liberale» e «avanzata», sapientemente costruita dallo stesso promotore di Wojtyla, il saggio cardinale Sapieha (che gli fece trascorrere persino un certo periodo in Francia come «prete operaio»), ad aver portato alla sua elezione al soglio pontificio: il Conclave di allora non avrebbe mai eletto un riconosciuto conservatore, o ostile alle, chiamiamole così, «conquiste» conciliari.
    E’ più probabile che su Karol Wojtyla si appuntassero molte speranze degli ambienti laici, progressisti ma ormai (dopo la purga degli ebrei nel ‘68) ostili al regime comunista.


    Il cardinal Wyszynski



    Si poteva credere che un Papa che era stato prete operaio e attore avrebbe trasformato la Chiesa, facendole accettare gli aspetti della rivoluzione dei costumi - essa stessa lanciata nel ‘68 - a cui gli ambienti laicisti dell’intero pianeta sembrano tanto tenere.
    Papa Giovanni Paolo II s’è rivelato una persona diversa dal cardinal Wojtyla che laici, progressisti e massoni polacchi credevano di conoscere.
    Forse non a caso, il Pontefice polacco è stato al centro di attacchi di stampa senza precedenti, per il suo presunto (ma poco verificato) conservatorismo: quasi che gli establishment laicisti si sentissero in diritto di rimproverargli promesse non mantenute.
    Di tutte le promesse, una però ne ha mantenuta: la messa in stato d’accusa del cattolicesimo rispetto all’ebraismo.
    La comunità israelitica ha potuto opporsi alla beatificazione di Isabella la cattolica, la santa regina di Castiglia del ‘400, colpevole però ai loro occhi di aver «cacciato gli ebrei» dalla Spagna (indizio che il «perdono» non è contemplato nella religiosità giudaica); ha provato ad opporsi alla beatificazione di Pio IX; insomma la comunità s’è di continuo intromessa in cose che non la riguardavano, nelle decisioni del Papa polacco, quasi avesse il diritto di farlo.
    E’ un enigma, che la storia dovrà un giorno indagare.

    Maurizio Blondet




    --------------------------------------------------------------------------------
    Note
    1) Citato in T. Piotrowski, «Poland’s Holocaust», McFarland & Co., 1998, pagina 39.
    2) Queste lobby, scriveva Le Monde del 7 aprile 1998, hanno chiesto alla Chiesa di rettificare le sue posizioni tradizionali, «con emendamenti della predicazione e della catechesi, fino al riconoscimento del carattere ‘irrevocabile’ dell’Alleanza di Dio con il popolo ebraico».
    Difatti, scriveva il giornale francese, ad offendere gli ebrei è il fatto che nella Chiesa «fino al Concilio Vaticano II la teoria della ‘sostituzione’ (dell’Antico col Nuovo Testamento, del giudaismo col cristianesimo) fosse sovrana, ed ancor oggi capiti alla Chiesa di presentarsi come il Nuovo e il Vero (verus) Israele».

  2. #2
    tremalnaik
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    PER ME ERA.... UN GIUDEO! PUNTO E BASTA!
    Sieg Heil

  3. #3
    ulfenor
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    Lo so...

  4. #4
    "Von" di mestiere
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    Scusate, ma questo era noto a tutti, dato che in vaticano troneggia tuttora un busto di francisco franco con un epitaffio tipo "difensore della cristianità"

  5. #5
    ulfenor
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    Citazione Originariamente Scritto da Zaneen delaBala
    Scusate, ma questo era noto a tutti, dato che in vaticano troneggia tuttora un busto di francisco franco con un epitaffio tipo "difensore della cristianità"
    Questa non la sapevo...

  6. #6
    "Von" di mestiere
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    tutto documentato

  7. #7
    SubZero
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    Citazione Originariamente Scritto da Zaneen delaBala
    Scusate, ma questo era noto a tutti, dato che in vaticano troneggia tuttora un busto di francisco franco con un epitaffio tipo "difensore della cristianità"
    disgustorama

  8. #8
    EUROSIBBERIANO CONVINTO
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    Il frankismo in questione non ha nulla a che vedere con Franco. I frankisti sono i seguaci di Jacob Frank.

  9. #9
    EUROSIBBERIANO CONVINTO
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    Era un “messia” dell’ebraismo polacco del Settecento. Ma non è un personaggio che esce dal nulla. Di fenomeni di questo tipo, più o meno clamorosi, ne sono spuntati tanti, negli ultimi due millenni di storia ebraica. Era nato nel 1726 nel villaggio polacco di Korolowka. Suo padre era un seguace di Sabbatai Zevi, un cabalista di Smirne che costituisce il precedente più immediato di Frank, ed è sicuramente una figura di maggior rilievo. Sabbatai, nella seconda metà del Seicento, aveva infiammato tutta la diaspora ebraica, proclamando di essere il messia atteso e annunciando il ritorno degli israeliti a Gerusalemme, e la liberazione degli ebrei dall’oppressione. Poi, nel 1666, posto dal sultano ottomano davanti all’alternativa tra la condanna a morte e l’apostasia, aveva apostatato, facendosi musulmano. I suoi seguaci più vicini, per superare lo shock, elaborarono una dottrina per cui questa apostasia confermava la qualità messianica di Sabbatai: essa era un’apostasia necessariaý perché il messia doveva salvare il mondo attraverso l’errore, gettandosi a capofitto dentro l’impurità da redimere. Così centinaia dei suoi seguaci lo imitarono, convertendosi in massa all’islam, restando però interiormente ebrei. Questa idea dell’apostasia necessaria, dell’assunzione proforma delle abitudini religiose sociologicamente prevalenti è un elemento che si ritroverà anche nella vicenda di Frank...
    Anche Jacob Frank, nel 1753, durante un suo soggiorno a Salonicco, che era un centro di sabbataiani, si proclama a sua volta messia e reincarnazione di Sabbatai Zevi. Ritornato in Polonia, riesce a far breccia negli ambienti ebraici già contagiati dal sabbataismo, con la sua gnosi aberrante che proclama la «purificazione attraverso il peccato». L’ebraismo ufficiale getta l’anatema su di lui e i suoi seguaci. Ma loro, presentandosi come perseguitati dagli ebrei, trovano paradossalmente protezione da parte di vescovi e prelati della gerarchia cattolica, facendo leva sul loro tradizionale antisemitismo. Molto spesso questi messia, rifiutati e condannati dall’ebraismo, hanno cercato e trovato protezione in ambienti cattolici o islamici. Insisto: la vicenda di Frank, in fondo, non ha tratti molto originali, è una delle tante manifestazioni ricorrenti del messianismo ebraico. Se c’è un punto originale, è stata proprio l’accoglienza che ha trovato all’interno della Chiesa cattolica. Ma anche in questo Frank aveva illustri precedenti.
    Per fuggire all’anatema dei rabbini, Frank ripara nell’Impero ottomano, dove, sempre nell’ottica dell’apostasia necessaria, si converte all’islam. Durante l’esilio compone gli scritti che ispireranno il suo movimento. Di essi è consultabile solo il primo, intitolato Libro delle parole del Signore, di cui una copia è conservata presso l’Università di Cracovia. Dopo due anni Frank torna in Polonia, e fa balenare ai vescovi polacchi la possibilità di una conversione sua e dei suoi trentamila seguaci al cattolicesimo. Effettivamente, nell’estate del 1759, migliaia di frankisti si fanno battezzare nella cattedrale di Leopoli, non prima di aver accusato la comunità ebraica di omicidi rituali e sacrifici umani, per compiacere l’antigiudaismo di un certo clero polacco. A novembre si fa battezzare lo stesso Frank. A fargli da padrino è Augusto III in persona, il re di Polonia.
    Molto spesso, riguardo a personaggi simili a Frank, ambienti della Chiesa cattolica si sono illusi di far giocare questi messia per la conversione di massa del popolo ebraico al cristianesimo. In tanti hanno coltivato l’ambizione di passare alla storia come gli artefici dell’entrata in massa del popolo eletto dentro la Chiesa cattolica. Con una prospettiva escatologica, visto che la conversione degli ebrei è sempre stata considerata uno dei segni premonitori della fine dei tempi. Reubeny, un pretendente cinquecentesco al ruolo di messia ebraico, fu accolto addirittura a Roma da papa Clemente VII.
    Tutto si può riassumere nel comando che lo stesso Frank rivolge ai suoi adepti: «Nostro signore e re Sabbatai Zevi dovette passare per la fede degli ismaeliti... Ma io, Jacob, il perfetto, devo passare per la fede nazarena, perché Gesù di Nazareth era la scorza del frutto, la sua venuta fu permessa per aprire la strada al vero messia. Noi dobbiamo accettare proforma questa religione nazarena, e osservarla meticolosamente per apparire cristiani migliori dei cristiani stessi». Si tratta di recitare una parte, ricalcando con zelo metodico atteggiamenti e pratiche cristiane. Intanto, approfittando del suo rapporto diretto col re, Frank si azzarda a chiedere il permesso di costituire coi suoi adepti un esercito e l’assegnazione di un territorio per la fondazione di uno Stato ebraico. La manovra insospettisce l’Inquisizione, e allora Frank viene esiliato a Czestochowa. Anche lì comincia a fomentare tra i suoi adepti un culto verso la propria figlia Eva, palesemente ricalcato sul locale culto alla Madonna nera. Czestochowa diventa meta di pellegrinaggio dei frankisti, che però vi si recano a venerare Eva Frank, e non Maria! Anche Jacob si sottomette al culto di Eva. Dice ai suoi seguaci: «È lei il vero messia!».
    Le radici profonde del messianismo frankista affondano nella gnosi cabalistica ebraica. Tutto il filone del messianismo ebraico è attraversato da questa vena esoterica, secondo cui il mondo terrestre non è creato dal «Dio vivo e buono», ma da una potenza del male, che ha imprigionato le scintille divine (nitzotzot) nella prigione maligna della materia (kelipot). La missione del messia è liberare le scintille divine dalla materia. Per farlo, deve discendere nel regno impuro delle kelipot, per distruggerle. Questa discesa è tanto più efficace quanto più si addentra nell’impurità. Essa si realizza attraverso gli «atti strani», azioni proibite che gli adepti del movimento, gli illuminati, possono e devono compiere senza tema di rimanere contaminati. Questi atti strani vanno dalle perversioni sessuali, alle infrazioni più scandalose della Legge, fino all’apostasia, che introduce i membri del movimento all’interno delle comunità dei non iniziati, dove si annida più rappresa e tenace la materia malvagia...
    I seguaci del suo movimento non aderiscono alle pratiche cristiane per chiedere la salvezza: loro si sentono superiori, già salvati, già appartenenti al regno divino. Se si accostano proforma ai sacramenti, li considerano non un bene necessario alla salvezza, ma un male necessario per penetrare di più in mezzo ai membri della Chiesa senza insospettirli, per poi emanciparli dalla materia ed elevarli alla vera conoscenza. Arthur Mandel, autore della ricerca più corposa sulla figura di Jacob Frank, oggi certo da completare con studi più recenti (Le Messie militant, Editrice Archè, 1989), scrive che i seguaci del falso messia non riuscivano a farsi una ragione della sua conversione al cattolicesimo. «Allora Frank spiegò ai suoi seguaci: “Il battesimo è un male necessario, il punto più basso della discesa nell’abisso, dopo il quale avrebbe avuto inizio l’ascesa [...]. Il battesimo sarebbe stato l’inizio della fine della Chiesa e della società ed essi, i frankisti, erano scelti per realizzare la distruzione dall’interno ‘come soldati che prendono d’assalto una città passando per le fogne’. Ora erano richieste segretezza assoluta e disciplina rigidissima, insieme a un meticoloso conformismo agli ordini e alle pratiche della Chiesa per non destare sospetti. Mentre osservavano esteriormente i precetti della Chiesa, non dovevano mai perdere di vista il loro vero fine o dimenticare che erano legati gli uni agli altri.
    Nell’ultima fase della sua permanenza a Czestochowa, Frank viene imprigionato. Quando, con la spartizione della Polonia, i russi arrivano in città, manda a Mosca una delegazione per trattare la sua conversione all’Ortodossia, ma non ottiene risultati. Così si trasferisce a Brno, in Moravia, sotto l’Impero asburgico, ospite dei suoi parenti, i Dobruska. E poi a Offenbach, in Germania, ospite del duca di Isemburg. Per un certo periodo frequenta la corte di Maria Antonietta e Giuseppe II, a Vienna. Quando muore, nel 1791, il suo è un funerale di Stato grandioso. Nel 1813 sarà ancora lo zar Alessandro I Romanov a recarsi in visita da Eva Frank. Ma il falso messia polacco ha anche altri rapporti interessanti...
    È la prima figura messianica ebraica, che io sappia, a entrare in contatto col mondo massonico, visto che prima di lui la massoneria, almeno nella sua forma moderna, non c’era ancora. Negli anni di Brunn e poi a Offenbach, Frank secondo alcuni viene iniziato e comunque è in contatto assiduo con le logge. Negli ambienti del messianismo ebraico la cabala si è conservata nella sua forma più pura, e questo è un richiamo d’attrazione irresistibile per la corrente cosiddetta “calda” della massoneria tedesca.
    Il frankismo sopravvive. Con una forte propensione a infiltrarsi misticamente in tutti i sussulti rivoluzionari che seguiranno. Il prototipo del frankista pronto a saltare sul carro di tutte le rivoluzioni è Moses Dobruska, cugino e erede di Frank. Ebreo, poi cattolico, poi massone, poi giacobino, col nome di Junius Brutus Frey. Si recherà nel 1792 nella Francia rivoluzionaria, dove sarà ghigliottinato nel 1794, insieme a Danton. Poi, ci furono molti frankisti anche tra gli ispiratori di molte rivolte polacche...








    liberamente adattato da una vecchia intervista a Massimo Introvigne (ultimamente arruolato nella pattuglia cristiano-sionista ).
    http://www.30giorni.it/it/articolo.asp?id=2637

 

 

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