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Il Muro di Roma
Roma, Italia, Europa. 2004.
Il pomeriggio di kippur, una delle principali festività ebraiche, l'ingresso al quartiere dove si trova la Sinagoga, l'antico ghetto, è in genere controllato da polizia e membri della comunità ebraica. Questo pomeriggio ero con mia moglie dalle parti del ghetto, e ho deciso di passare a trovare mia madre, che abita all'interno dell'area controllata. Anche oggi le vie d'accesso al ghetto erano controllate, ma la cosa non ci destava molta preoccupazione: in genere poliziotti e servizio di sicurezza chiedono con gentilezza dove si va e controllano le borse, al più accompagnano a destinazione i visitatori.
Come al solito, ci siamo fermati davanti alle transenne e abbiamo spiegato ai due del servizio di sicurezza della comunità ebraica che andiamo a trovare mia madre, che abita al ghetto. Ci è stato richiesto di aprire le borse. Nessun problema; abbiamo mostrato l'interno delle borse, attendendo fiduciosi il via libera. Invece di farci passare, uno degli addetti alla sicurezza ha cominciato a fare domande strane: di che religione eravamo, perchè non osservavamo la festa (io stavo fumando una sigaretta, cosa proibita dalle regole del kippur). Mi hanno chiesto un documento, facendo ulteriori domande sul mio cognome non ebraico e sul motivo per il quale giravo con il passaporto. Trattenendo a forza un moto di protesta, ho risposto laconicamente alle domande. Sono stato accompagnato fin sotto casa di mia madre da un secondo addetto alla sicurezza (che che differentemente dal primo mostrava la solita gentilezza e comprensione per i disagi delle misure di sicurezza adottate). Parlando con mia madre, membro della comunità ebraica, mi aspettavo che mi spiegasse le ragioni dell'incredibile violazione della riservatezza e dei diritti civili (qualche emergenza, qualche notizia dell�ultima ora). Invece nulla. Solo stupore.
Tornando indietro in compagnia di mia madre, ci siamo fermati a chiedere con gentilezza, ma con una certa fermezza, il motivo per cui dei rappresentanti della comunità ebraica chiedevano ai passanti (prima di decidere se potevano accedere o meno ad un rione di Roma) quale religione professano e se sono o meno osservanti. Ad una mia osservazione sul fatto che non disponevano di alcun diritto di chiedere a qualcuno a quale religione appartiene, mi è stato addirittura risposto da un altro addetto alla sicurezza: "questo diritto ce lo prendiamo". Alla fine la conclusione è stata la seguente: data l'emergenza terroristica, e al fine di tutelare la comunità ebraica e gli abitanti del ghetto, i membri del servizio di sicurezza si sono presi il diritto di agire come meglio ritengono e domandare quel che meglio ritengono, senza tenere in alcun conto i diritti dei cittadini che loro non conoscono personalmente.
Profondamente turbati dall'accaduto, abbiamo deciso di interrompere lì la questione.
Di fronte alla minaccia del terrorismo, i controlli sono sempre i benvenuti: devi spiegare chi sei e dove vai e far vedere che non nascondi un ordigno termonucleare nel taschino. Nessun problema. Quando invece devi dichiarare la tua religione, spiegando l'origine del tuo cognome e descrivendo il tuo stato di famiglia, ti chiedi invece se ti trovi ancora a Roma, Italia, Europa nel XXI secolo o se non hai per qualche effetto fantascientifico raggiunto coordinate spazio-temporali assai aliene, in cui i tuoi diritti costituzionali vengono accartocciati e buttati nel più vicino cassonetto dell'immondizia, da un servizio di sicurezza privato, in nome di esigenze di sicurezza assolutamente incomprensibili. Spero che quanto è accaduto oggi sia un malaugurato incidente, un evento raro, irripetibile. Mi auguro che, per una coincidenza assurda, siano stati designati al servizio di sicurezza alcuni individui del tutto inadatti a questo mestiere oppure alcuni sfortunati, afflitti da una improvvisa, fulminante fuga di neuroni dalla scatola cranica. E' forte la preoccupazione che episodi di questo genere possano alzare un muro di discriminazione ed arroganza che tenga lontani i non-ebrei, per ragioni di sicurezza del tutto insondabili.
Comunque sia, per la prima volta mi sono sentito uno straniero nella mia città.


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