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    Arrow L’economia tedesca prima di Hitler

    Maurizio Blondet
    08/09/2006


    Domata l’iper-inflazione, riagganciato il marco all’oro, l’economia tedesca conobbe una rinascita immediata.
    Motore del miracolo fu la grande finanza, lanciata in un esperimento che non si può che chiamare la prima globalizzazione.
    L’inflazione aveva annichilito i risparmi e vaporizzato i fondi per il funzionamento delle imprese tedesche.
    Gli Stati Uniti, vincitori della guerra e grandi creditori del mondo, traboccavano d’oro affluito dai Paesi debitori.
    La montagna di lingotti che s’accumulavano a Fort Knox avrebbe avuto come normale conseguenza - effetto collaterale di tanta benedizione - una moltiplicazione di dollari-carta, con conseguente inflazione.
    I prezzi americani sarebbero cresciuti, col risultato di rendere meno competitive le merci statunitensi; gli USA sarebbero stati inondati da merci estere a miglior prezzo, provocando la recessione interna - inevitabile conseguenza dopo la superproduzione bellica.
    La Federal Reserve e i banchieri americani impedirono tutto ciò, con misure artificiose; le stesse cui è ricorso nei nostri anni ‘90 Alan Greenspan, il capo della Banca Centrale sotto Clinton e Bush.
    Tenere bassi i tassi d’interesse, fornire denaro facile all’economia interna.
    Il capitale americano, poco remunerato in patria, cercò nel mondo retribuzioni più alte.
    Le trovò in Germania.
    Nel 1925, quando il tasso di sconto delle Federal Reserve era del 3%, in Germania era del 10%; nel ‘26, il denaro che in America era pagato al 4 %, in Germania fruttava l’8 %.
    Il doppio.



    Come negli anni ‘90 i capitali globali sono accorsi verso le economie emergenti, le tigri asiatiche, la Cina, dal 1924 i capitali angloamericani fluirono verso la Germania, emergente dalle distruzioni della guerra con la sua impareggiabile manodopera (a basso costo), la sua tecnologia, le sue classi tecniche produttive.
    Tanto più che quella manodopera costava poco.
    I salari erano bassi, e i bassi salari stimolano gli investimenti industriali.
    Come accade nel capitalismo globale oggi, anche allora la Germania forniva agli investitori esteri le garanzie del mercato e della democrazia.
    Licenziato il Kaiser, sradicato il prussianesimo, a Berlino folleggiava, radical-chic, la repubblica parlamentare di Weimar.
    Quel che produsse l’eccesso di capitale estero rovente, in forma di crediti a breve termine, ossia speculativi, lo ha raccontato nel 1938 Bruno Heilig, giornalista ebreo che sarebbe scampato poi ai campi di concentramento.
    «Le industrie smantellarono le vecchie fabbriche e le rimpiazzarono con i più nuovi macchinari.
    La Germania era avviata a diventare il Paese industriale più avanzato del mondo, superando
    gli stessi Stati Uniti. La sete di manodopera risucchiò milioni di uomini nelle città; Berlino passò da due a 6 milioni e mezzo di abitanti. […] L’intero sistema ferroviario fu riorganizzato e rinnovato. A Berlino interi quartieri furono demoliti per allargare le strade. Alexanderplatz doveva diventare la più grande piazza del mondo, circondata da modernissimi grattacieli».
    Com’è avvenuto in Giappone negli anni ‘80, e in Thailandia negli anni ‘90, l’abbondanza di capitale scatenò la febbre edilizia; e questa innescò un fantastico rincaro dei terreni.



    «Il prezzo della terra crebbe del 700 % a Berlino e del 500 % ad Amburgo», dice Heilig: ciò significa che gli speculatori immobiliari videro raddoppiare o triplicare le loro fortune da un giorno all’altro, senza lavoro né fatica.
    Faticavano i cittadini tedeschi, intenti a ricostruire il Paese, mentre per loro il costo della vita aumentava.
    Gli affitti, durante la guerra, erano stati bloccati per legge.
    La libera stampa di Weimar (pagata dagli speculatori) lanciò una campagna per il loro adeguamento sostenendo che era ingiusto, dati i valori in aumento degli immobili, che le case vecchie in locazione non condividessero la manna.
    Una legge aumentò gli affìtti già bloccati del 125 %.
    E il regalo, nota Heilig, beneficiò proprietari che l’inflazione aveva liberato dei tre quarti del peso dei loro debiti.
    Tra questi privilegiati, divenne abitudine mantenere buoni rapporti con le amministrazioni comunali: l’indiscrezione in anteprima che il comune di Berlino stava per estendere la metropolitana ad un nuovo quartiere consentiva guadagni astronomici a chi comprava un pezzo di terra in quel quartiere.
    La vendita di terreni al Comune in espansione era un’altra enorme occasione di profitti speculativi. Heilig ricorda con disgusto un proprietario (non ne fa il nome) che chiese 400 mila marchi al Comune di Berlino per il suo appezzamento.
    Il Comune, ritenendo il prezzo eccessivo, fece appello ad una speciale commissione, costituita per questo genere di arbitrati.
    Essa decretò che il terreno valeva, e dunque che il proprietario aveva diritto a, non già 400 mila, ma a un milione e 80 mila marchi.
    «Lo scandalo consisteva in questo», racconta il giornalista: «che i membri della commissione erano compensati in percentuale al valore della transazione, e dunque avevano un interesse personale al massimo rialzo del prezzo».



    Non mancarono immense e scandalose privatizzazioni del genere preferito, anche oggi, dalla finanza globale.
    La città di Berlino spese milioni di marchi per rimodernare il suo porto fluviale sulla Sprea (il secondo della Germania), attrezzandolo completamente con enormi gru e vastissimi magazzini. Una volta terminata la costosa opera, l’alto funzionario responsabile del progetto, tale Schuning, dichiarò che la mano pubblica non sarebbe stata capace di gestire con efficienza e profitto il porto (quante volte non abbiamo sentito lo stesso discorso?), e che conveniva quindi cederlo in gestione a imprenditori privati, più efficienti.
    Detto fatto.
    Due imprese, l’ebraica Schenker e la Busch, una ditta di materiale ferroviario, costituirono un consorzio per la gestione del porto.
    Furono le sole ad offrirsi, non ci fu un’asta.
    L’area del bacino era un milione di metri quadri; il puro affitto del nudo terreno era valutato a un marco a metro quadro, dunque a un milione di marchi.
    Ma il consorzio Schenker & Busch ottenne l’affìtto dell’area - superbamente attrezzata a spese del Comune con gru e magazzini - a 369 mila marchi.
    Unico pagamento, per cinquant’anni di affìtto.



    Non bastò: i gestori, capitalisti di un genere che ben conosciamo, presero a lamentare che il rischio d’impresa era per loro insostenibile.
    Il Comune di Berlino elargì loro, come capitale operativo, un prestito di 5 milioni di marchi.
    Occorrerà dire che Herr Schuning, che aveva fatto fare al Comune un così cattivo affare, lasciò subito dopo l’impiego pubblico, per essere assunto dal consorzio privato?
    Intanto i lavoratori berlinesi già aggravati dal rincaro degli affitti dovevano pagare un tributo a quel consorzio privato per ogni pezzo di pane che mangiavano.
    Il grande boom durò sette anni.
    A credito.
    Fino a sbattere contro quel muro della natura che già Ricardo aveva previsto come il fatale ostacolo contro cui si sarebbe autodistrutto il liberismo, il capitalismo finanziario senza regole.
    Le imprese prosperavano.
    Ma al prezzo di un aumento astronomico delle loro spese incomprimibili: il servizio del debito per l’acquisto dei terreni, degli impianti, degli immobili.
    Come sempre, i capitalisti agirono sulla spesa che essi ritengono a cuor leggero variabile: i salari. «Ogni segno di crisi fu scongiurato comprimendo ì salari e licenziando lavoratori», dice Heilig; e poiché «i bassi salari stimolano gli investimenti industriali», il risparmio sulla manodopera fu compensato con l’acquisto di altri macchinari più efficienti.
    Era la corsa alla più alta produttività, alla razionalizzazione esaltata dalla finanza globale: produrre più merci con sempre meno lavoratori.
    Industria ad alta intensità di capitale.



    «Modernizzare, modernizzare ad ogni costo, era la sola idea che gli uomini d’affari sapevano concepire», dice Heilig.
    E’ la stessa ricetta che viene raccomandata o imposta in nome dell’efficienza del capitalismo.
    Heilig dice invece: «La Germania era intossicata».
    Che cosa accade infatti quando si retribuisce troppo il capitale a scapito del lavoro?
    Finisce che le merci sempre più abbondanti non trovano acquirenti, perché i consumatori - i lavoratori - hanno perso potere d’acquisto.
    Gli imprenditori corsero ai ripari, secondo le lezioni di liberismo appena apprese.
    Nel 1931, nel tentativo disperato di sostenere i prezzi, ridussero la produzione di merci.
    Con ciò però, dice il giornalista, «gli interessi (sul debito), le tasse, gli ammortamenti e gli affitti, ossia le spese fisse, divise su un volume minore di beni, aumentarono il costo unitario di ogni bene. Il costo di produzione crebbe in proporzione inversa ai profìtti calanti, fino a divorarli».
    La soluzione liberista?
    «Gli operai furono licenziati in massa».
    Ma, naturalmente, «i datori di lavoro ne ottennero ben poco sollievo. Per ogni lavoratore licenziato, era anche un consumatore che spariva».
    La benedizione del capitale facile aveva prodotto questo esito: sovrapproduzione, disoccupazione, crisi.
    Heilig ragiona su quei «costi incomprimibili» che finirono per divorare i profitti.
    In ultima analisi, essi consistono nell’enorme rialzo degli immobili e terreni che precedette ogni futuro profitto possibile.



    Alla fine, «tutto andò ai proprietari immobiliari. L’intera Germania aveva lavorato ‘per loro’ in tutti gli anni del boom».
    Più precisamente diciamo: per restituire gli interessi e i ratei dei capitali presi a prestito, e finiti nella speculazione meno produttiva, la Germania si svenò.
    Nel corso del 1931 parecchi industriali tedeschi non furono più in grado di pagare i debiti: «I cosiddetti costi incomprimibili erano diventati insopportabili e cessarono di essere pagati».
    Con l’insolvenza dei debitori, cominciarono a fallire le banche.
    Il cancelliere Bruning, allievo modello del liberismo pro-capitalista, spese miliardi di marchi (denaro dei contribuenti) per salvarle.
    Poi accordò amplissimi sussidi alle imprese in difficoltà.
    Come si vede, anche allora il liberismo non si applica quando si profila la rovina del capitale e dei capitalisti: allora torna di moda l’intervento pubblico, la mano visibile dello Stato.
    Bruning lanciò quella che chiamò politica «anti-deflazionista»: la quale consisteva nel somministrare più forti dosi del tossico che aveva condotto alla rovina.
    «Decretò una riduzione generale dei salari, che furono tagliati del 15 %».
    Era convinto che, ridotto il potere d’acquisto dei lavoratori, questo avrebbe indotto una riduzione successiva dei prezzi (il prezzo umano, la riduzione alla fame della classe operaia, non parve indegno d’essere pagato).
    «Ma i prezzi erano determinati da fattori ben diversi che dai salari», dice Heilig: come abbiamo visto, dalle spese incomprimibili del servizio del debito contratto per comprare suoli sopravvalutati. Era lì, se mai, che si sarebbe dovuto agire.



    Ma era troppo tardi.
    «Sette milioni di salariati, un terzo della forza produttiva, era disoccupato; la classe media spazzata via: questa la situazione a un anno dall’apice della prosperità» indotta dai capitali esteri. In quell’anno, il numero dei deputati nazisti eletti al Reichstag passò da otto a 107».
    Nel gennaio 1933, Hitler fu nominato cancelliere.
    «Infiniti studi, libri e articoli sono stati scritti per spiegare come mai la Germania ha preso la strada della barbarie», conclude Heilig: «C’era una volta un Paese con una bella costituzione democratica, fondata sugli ideali della libertà e dell’autogoverno»; un Paese che «aveva eletto alla Assemblea Nazionale di Weimar personalità che offrivano le migliori garanzie di estirpare le odiate idee del prussianesimo. Poi dei mascalzoni, dei pazzi, dei viziosi sono apparsi sulla scena della storia, e la democrazia è stata gettata via, la libertà è diventata spazzatura. [...] Si danno
    di questo fenomeno molte spiegazioni, dalle politiche illiberali [...] all’innato militarismo dei tedeschi, che si suppone aspettassero solo una sua diversa reincarnazione per abbracciarlo focosamente. Idee varie: che evitano di dar conto dei meccanismi sociali che distrussero la Germania dall’interno».

    Maurizio Blondet




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    Gesell

    Nel 1931, Woergl - una cittadina del Tirolo - contava 4500 abitanti; e, fra i 2 mila adulti, 1500 disoccupati.
    Infuriava la grande «depressione», con il suo gelido corollario: la deflazione.
    Le aziende avevano chiuso, fallite.
    Il denaro non circolava; anzi era sparito, la crisi suggerendo a chi ne aveva di tenerlo sotto il materasso (nella deflazione, i tassi d'interesse sono troppo bassi per invogliare anche i depositi bancari).
    Insomma l'economia era congelata.
    Il paesello affondava nella miseria.
    Il Comune era formalmente in bancarotta, perché non riceveva più le imposte e i tributi locali e non era in grado di pagare i suoi impiegati.
    Fu allora che il sindaco - si introduce qui il nome di questo eroe qualunque: Michael Unterguggenberger - decise di battere la sua propria moneta.
    Era stato un sindacalista, socialdemocratico e anti-marxista.
    Voleva aiutare i suoi disoccupati, voleva mettere dei soldi nelle tasche dei suoi cittadini, perché costoro ricominciassero a pagare le tasse.
    Era una moneta del tutto speciale: moneta deperibile.
    Per tenerla in corso, chi possedeva una di quelle banconote doveva apporvi ogni mese un bollo, che costava l'I % del valore facciale della moneta.
    Il taglio da 10 scellini (ma l'emissione comprendeva tagli da 1 a 5 scellini) esigeva un bollo mensile di 0,1 scellini.
    Di fatto quella moneta perdeva ogni anno il 12% del suo valore.
    Herr Unterguggenberger la chiamò «banconota del lavoro». (1)



    L'ammontare della nuova emissione era pari a 32 mila scellini dell'epoca, pari a circa 4500 dollari di allora.
    Una cifra ragguardevole per un piccolo paese, e infatti risultò presto in eccesso in proporzione alle necessità di Woergl.
    Saggiamente, il sindaco scongiurò l'inflazione che avrebbe potuto seguire l'eccesso di emissione, ritirando parte delle banconote; gradatamente, solo un terzo delle monete deperibili rimase in circolazione.
    L'emissione era «coperta» alla pari: una somma uguale di veri scellini era depositata dal Comune nella locale banca di risparmio.
    In ogni momento, ogni detentore di «banconote del lavoro» (moneta deperibile) avrebbe potuto presentarle all'incasso e riscuotere scellini.
    Ma fu stabilito che, per questa operazione, la banca avrebbe riscosso un «aggio di servizio» del 2 %. Poiché il costo di detenzione della moneta deperibile, 1%, era solo la metà del costo del suo cambio in scellini, di fatto nessuno portò mai all'incasso la nuova moneta.
    Tutti gli impiegati del Comune, compreso il sindaco, dal luglio 1932 cominciarono a ricevere metà del loro stipendio in moneta deperibile.
    Gli operai che lavoravano per il locale «Comitato di soccorso disoccupati» (ed erano impiegati dal Comune in piccole opere pubbliche) ricevevano invece integralmente il loro salario nel denaro comunale.
    A tutta prima, i bottegai locali si rifiutarono di accettare quello strano surrogato di moneta, che per di più perdeva - come in un'inflazione pre-programmata - ogni anno il 12 % del valore.
    Ma il - sindaco, abilmente ruppe il fronte dei commercianti, convincendone alcuni ad accettare la nuova moneta, promettendo agevolazioni a chi lo faceva.


    Il sindaco di Woergl Michael Unterguggenberger



    Anche i riluttanti alla fine saltarono su quel treno: del resto, era praticamente il solo denaro in circolazione.
    Presto tutti la accettarono senza esitare, per il solo fatto che chiunque altro l'accettava.
    Con due sole eccezioni: l'ufficio postale e la stazione ferroviaria - istituzioni dello Stato - rifiutarono le «note del lavoro» e continuarono a pretendere scellini.
    La presenza di quella moneta deperibile, che nessuno aveva interesse ad accumulare, fece rinascere vivacemente - a livello locale - la circolazione monetaria, e dunque risorgere l'economia.
    La gente si affrettava a spendere quei soldi, e riprese a comprare merci (uno dei danni terribili della deflazione è che ognuno ritarda gli acquisti, perché si aspetta che i prezzi calino ulteriormente domani); ci fu chi pagò in anticipo le tasse comunali, per non dovere comprare i bolli dell'1% necessari a tenere in valore la moneta (il Comune, ovviamente, accettava le sue note in pagamento dei tributi).
    Era dal 1926 che il Comune non vedeva tanti introiti.
    Le tasse arretrate e non pagate fino all'introduzione della moneta deperibile ammontavano a 118 mila scellini, ossia al quadruplo dell'emissione di «banconote del lavoro».
    Nel primo mese della nuova emissione, già 4542 scellini erano stati pagati.
    Il Comune non solo potè cominciare a far fronte ai suoi creditori, ma presto occupare parte di quei 1500 disoccupati in opere pubbliche.
    Furono asfaltate sette strade di Woergl per un totale di 6 chilometri; migliorate le fognature; piantati nuovi alberi nelle foreste; nel 1933 era in costruzione un trampolino da sci per i turisti (Woergl è una località alpina).
    Le opere pubbliche attivate dalla moneta deperibile ammontarono al triplo dell'emissione, 100 mila scellini.



    Persino la sola banca del paese (filiale locale della Reifeisen Bank) ne ebbe vantaggio.
    Qui, per tutto l'anno precedente l'introduzione della banconota deperibile, i prelievi avevano superato i depositi.
    Ma già nell'agosto 1932, dopo un solo mese di vita della nuova banconota, i depositi tornarono a crescere, superando i prelievi di 6591 scellini.
    Il microscopico esperimento di «moneta di popolo», insomma, funzionò.
    Al punto che alcune città vicine, compresa Innsbruck, cominciarono a prendere in considerazione l'idea.
    Giornalisti, poi economisti, accorsero a visitare quella cittadina tirolese che cominciava a prosperare, unica isola nella miseria della «grande depressione».
    Funzionò troppo bene.
    Il sindaco, felice, raccontò ai giornalisti quanto segue: che il 12% annuo estratto dalla bollatura delle banconote, lui, l'aveva reinvestito e speso per il bene della popolazione.
    E che, dato il ritmo della circolazione, ogni mese il Comune vedeva tornare nelle sue casse «venti volte» l'ammontare dei primi stipendi pagati con le banconote deperibili.
    Il 2000 %.
    Incauta rivelazione.
    Forse senza nemmeno sospettarlo, Unterguggenberger rivelava due segreti vietati.
    L'enorme profitto che il sistema bancario estraeva dalla circolazione, e quello immenso e occulto che l'emissione monetaria regala a chi batte la moneta.
    Fino a quel momento, il governo austriaco non aveva mostrato ostilità verso l'esperimento di Woergl.



    Fu la Banca Nazionale d'Austria - la banca privata che emette lo scellino, la moneta nazionale - a pretendere l'abolizione di quel fastidioso concorrente, quell'innocente rivelatore della frode fondamentale.
    A forza di legge, la moneta deperibile fu bandita nel settembre 1933, come contraria al monopolio monetario accordato alla Banca Centrale.
    L'idea della moneta deperibile, che accese la fantasia di Ezra Pound, ha un inventore sul cui nome è stato fatto cadere l'oblio: Silvio Gesell (1862-1930).
    Come definirlo?
    Utopista socialista, antimarxista, economista selvaggio, conobbe anni di celebrità.
    John Maynard Keynes lodò la sua genialità.
    I suoi libri conobbero molte traduzioni, e le sue teorie conobbero molte applicazioni persino in USA, negli anni '30.
    Tedesco di nascita, Gesell era un pratico: commerciante e importatore in Argentina.
    Nel 1880, l'Argentina conobbe una crudele deflazione: il tipo di crisi su cui Gesell meditò, e a cui propose il suo eretico rimedio.
    Fenomeno contrario dell'inflazione, la deflazione (che segue spesso una bolla speculativa, un boom malsano) consiste in una continua caduta dei prezzi.
    Di conseguenza, i consumatori tendono a ritardare i loro acquisti, nell'aspettativa di poterli comprare più tardi a prezzi meno cari.
    Le imprese produttrici vedono le loro merci restare invendute; poiché sono indebitate presso le banche, rischiano di non essere più in grado di pagare gli interessi sui debiti.
    Si risolvono ad abbassare i prezzi, per invogliare gli acquirenti, limando sui propri profitti: ma ciò aggrava il ribasso e dunque la crisi deflazionistica.
    Viene il momento in cui le aziende devono dichiararsi insolventi; falliscono, licenziano.
    I disoccupati aumentano, il potere d'acquisto diminuisce, ancor più merci restano invendute.
    Alla fine è l'intera produzione, l'intera economia, che si paralizza.



    La circolazione monetaria declina, fino tendenzialmente all'arresto.
    Non si spende più.
    Chi ha denaro lo accumula anziché investirlo, aggravando il male.
    Del resto, le banche non trovano più imprenditori disposti a chiedere prestiti: una delle conseguenze della deflazione è che, anche se il denaro è prestato all' 1 %, allo 0,5 %, è ancora troppo caro.
    I tassi d'interesse reali sono troppo costosi in deflazione, perché al tasso nominale va aggiunto il peso della diminuzione dei prezzi.
    Se i prezzi sono calati del 6 % (-6), anche un tasso nominale dell' 1 % risulta, per il debitore, del 7 % reale.
    Keynes, preoccupato dello stesso fenomeno che mobilitò Gesell, la deflazione appunto, raccomandò l'abbassamento dei tassi.
    Ma, come abbiamo visto, questa decisione non basta a riavviare l'economia, perché i tassi reali sono sempre troppo cari.
    Per contrastare l'inflazione è utile (fino a un certo punto) rialzare i tassi; ma per combattere la deflazione bisognerebbe applicare tassi «negativi», il che è impossibile: come si può convincere il risparmiatore a investire (prestare) 100 euro con la condizione che, alla fine, ne otterrà 96?
    Per questo la deflazione è molto peggio che l'inflazione: è incurabile.
    Nella storia, il solo modo escogitato per uscire dalle fasi di deflazione è stato la guerra: grande consumatrice che si sostituisce ai consumatori.
    E' la moneta deperibile di Gesell la soluzione al problema.
    Anziché «premiare» il capitale con la concessione di un interesse a chi lo presta, il suo sistema «penalizza» chi detiene capitale inoperoso, chi non lo spende.
    La lieve penalizzazione - il bollo mensile per mantenere in corso le banconote - rende conveniente spendere quei soldi.



    Di fatto, Gesell inserì la sua idea monetaria in una teoria economica utopica, socialista (alla Proudhon, non alla Marx) che chiamò economia liberata (freiwirschaft), e a cui attribuiva doti palingenetiche di giustizia sociale e progresso umano.
    Non solo voleva liberare il credito dall'interesse, ma la terra dal costo delle rendite e degli affìtti. Secondo lui, in un'organizzazione «economica liberata» dai privilegi e dai lucri dei proprietari terrieri e dei prestatori finanziari, i lavoratori avrebbero ricevuto finalmente il frutto integrale del loro lavoro.
    La concorrenza avrebbe avuto garantite per tutti uguali condizioni iniziali, l'economia sarebbe fiorita; ma senza confische forzose, né autarchia, né collettivizzazione.
    Come?
    Gesell analizzò l'interesse monetario, l'aggio che il creditore riscuote dal debitore, e lo dichiarò costituito da tre parti.
    La prima è la quota d'interesse, legittimo, che retribuisce il rischio insito nel prestar denaro (il debitore potrebbe fallire, fuggire, rubare).
    La seconda è la quota d'interesse che compensa l'inflazione attesa, ed è anch'essa legittima: il prestatore ha diritto a vedersi restituire almeno lo stesso potere d'acquisto dei risparmi che (invece di spenderli per i propri piaceri) ha prestato a un imprenditore.
    Ma la terza quota - Gesell la chiama «tributo» - è ciò che il creditore riscuote per il vantaggio naturale di possedere denaro anziché altri beni, e questa quota è illegittima.
    Perché mentre gli altri beni, le merci, deperiscono, invecchiano, si consumano e si usurano, la moneta è l'unico bene che non deperisce, e la cui detenzione non comporta costi.
    Questo interesse è un «tributo» perché, come prelievo occulto, pone un limite inferiore al tasso di profitto atteso da un progetto produttivo, agricolo o industriale.



    In altri termini: ogni capitalista presterà il proprio capitale solo se il suo tasso d'interesse, oltre a retribuire il rischio e compensare l'inflazione, comprenderà anche il «tributo»; e ognuno comprerà e investirà solo con l'aspettativa che il prezzo di vendita supererà il prezzo d'acquisto accresciuto del «tributo».
    Altrimenti, il capitale verrà tenuto da parte.
    Il panettiere non può fare a meno di vendere il suo pane; chi detiene la moneta può accumularla in attesa di tempi migliori, perché la moneta non diventa rafferma, non caglia, non marcisce, non si usura (tranne nell'inflazione: ma Gesell ha di mira la deflazione).
    Per questo - come Gesell ha capito meglio di Keynes - non vale abbassare i tassi d'interesse, far costare meno il denaro, per riavviare l'economia raggelata dalla deflazione.
    Perché se il tasso d'interesse scende sotto il tasso del «tributo» (che Gesell calcolò tra i 3 e il 4 %), l'effetto disastroso è di favorire l'accumulo del denaro fuori dai depositi bancari.
    E' accaduto anche durante la recente deflazione giapponese: poiché le banche non davano interessi sui depositi, i giapponesi (grandi risparmiatori) hanno ritirato il loro denaro dalla banca, si sono comprati una cassaforte a muro e l'hanno riempita dei loro yen - misura prudenziale, oltretutto, contro l'insolvenza delle banche.
    Così il denaro viene addirittura sottratto al sistema economico.
    E' il fenomeno che Keynes battezzò come «liquidity trap», la trappola della liquidità.
    Il denaro liquido, che dovrebbe circolare, diventa ghiaccio.
    C'è, ma non scorre più.
    Gesell perciò propone di rendere la moneta deperibile come ogni altra merce.
    In tal modo ne vuole scoraggiare l'accumulo inoperoso, o - in altre parole- ne accelera la circolazione: la gente ha interesse a spenderla per evitare di pagare il bollo mensile.



    Gesell intendeva anche distruggere i tassi d'interesse.
    Chi deposita la sua moneta in banca non riceve interessi: in compenso, può ritirare, alla fine, la stessa somma che ha depositato all'inizio.
    Essendo il compito di bollare le banconote del loro detentore, in quel caso la spesa è a carico della banca; la quale così è stimolata a fare prestiti, per liberarsi dalla costosa incombenza.
    Dopo la liquidazione dell'esperimento, gli economisti universitari - servili agli interessi bancari - hanno fatto di tutto per cancellarne anche la memoria.
    Ciò non impedì, come ricordò Keynes, che centinaia di gruppi favorevoli alla moneta di Gesell si sviluppassero in tutto il mondo.
    «Negli anni del dopoguerra i suoi devoti (di Gesell) mi hanno bombardato di copie dei suoi scritti... Dopo la sua morte nel 1930 lo speciale tipo di fervore che dottrine del genere sogliono suscitare è stato deviato verso altri, e a mio parere meno eminenti, profeti».
    Quanto a Keynes, confessa lui stesso, «come altri economisti accademici, ho trattato il suo studio profondamente originale come fosse l'opera di un mattoide». (2)
    Ma negli Stati Uniti della «grande depressione», dove l'economia era paralizzata dalla non-circolazione del denaro, la moneta deperibile convinse un economista importante, Irving Fisher.
    Nel 1933, Fisher scrisse un opuscolo («Stamp Scrip») per spiegare come funzionavano le banconote bollate.
    Giunse a proporre a Roosevelt (che allora era in gara per la presidenza) un sistema temporaneo di moneta deperibile su scala americana; le banconote di Fisher avrebbero dovuto essere bollate - per rendere più veloce la loro circolazione - ogni settimana, con un bollo del 2% del valore facciale. Un disegno di legge per introdurre la nuova moneta bollata fu presentato al Congresso - dove fu, ovviamente, bocciato.



    Ma nel 1932-33 una quindicina di cittadine americane - la maggiore delle quali fu Knoxville, nel Tennessee - introdussero monete deperibili su base locale.
    In genere furono emissioni allo scoperto, all'americana: il nuovo denaro non era coperto da un pari ammontare di dollari depositati, ma creato dal nulla.
    La riserva, la copertura, sarebbe dovuta venire dopo, grazie agli introiti della vendita settimanale dei bolli del 2% da applicare sulle banconote.
    In molti casi, il sistema funzionò: nel giro di un anno l'ente di emissione (comunità locale) aveva in cassa il 104 % del valore facciale delle banconote emesse.
    Anche camere di commercio e gruppi di commercianti emisero moneta deperibile; frodi nacquero qua e là.
    In vari casi furono commessi errori, prova di come fosse difficile per certuni comprendere il metodo di Gesell: certe comunità, anziché imporre la bollatura delle banconote ogni settimana, stabilirono che dovessero essere bollate al momento dello scambio, quando passavano di mano.
    Ciò produsse l'effetto contrario al beneficio della rapida circolazione, perché i detentori erano indotti ad accumulare le loro banconote e - invece - ricorrere a forme di baratto senza uso del circolante, in modo da evitare la piccola tassa del bollo.
    In Francia, la città di Nizza riuscì a sperimentare per quasi due anni una moneta deperibile; poi la Banque de France soppresse l'esperimento.
    Ancora nel 1933 Eduard Daladier, presidente del Consiglio, propose l'introduzione della moneta di Gesell al congresso del suo partito: disgraziatamente era il Partito Radicale, braccio politico della Massoneria e degli interessi bancari.
    La proposta fu respinta addirittura con indignazione.

    Maurizio Blondet




    --------------------------------------------------------------------------------
    Note
    1) La moneta deperibile aveva conosciuto una prima emissione nel 1931, su scala ancora più piccola, a Schwanenkirchen, un villaggio minerario bavarese di soli 500 abitanti.
    In piena deflazione tedesca, la locale miniera di carbone era chiusa da due anni; l'intera popolazione era disoccupata e indebitata. Il proprietario della miniera, tale Hebecker, propose ai suoi minatori di tornare al lavoro; li avrebbe pagati con una nuova moneta da lui emessa, chiamata Wara (dalle parole «ware», merce e «wahrung», circolazione). La moneta, per essere mantenuta valida, doveva essere bollata ogni mese con un lieve bollo, che costava solo 1% del valore della banconota su cui veniva apposto. L'emissione era coperta da un deposito di 40 mila reichsmark dello stesso Hebecker. Il villaggio tornò a prosperare. Anche allora l'esperimento fu fatto cessare per ordine della Banca Centrale.
    2) J. M. Keynes, «The General Theory of Unemployment, Interest and Money», 1936, pagina 354.




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