"Abbiamo coperto interi villaggi in Libano sparando bombe a grappolo. Quello che abbiamo fatto è stato pazzesco, mostruoso". Sono queste le parole di un ufficiale israeliano intervistato dal quotidiano d'Israele Haaretz e che vanno a smentire quanto affermato dal governo di Tel Aviv, che si è sempre difeso dalle accuse di aver violato le convenzioni internazionali durante l'utlima guerra in Libano. Le ripetute denunce di Amnesty International e di Human Rights Watch e la condanna dell'Onu, che per mezzo del suo segretario generale, Kofi Annan, aveva ribadito "Anche in guerra la popolazione civile deve essere rispettata", sono dunque rimaste inascolatate. Le bombe a grappolo, di per sé, non sarebbero vietate dal diritto internazionale, ma essendo ordigni a frammentazione post lancio, creano tante piccole bombe che, toccando terra, spesso non esplodono (nel caso israeliano, i razzi usati arrivano a una percentuale del 40 percento di proiettili che non esplodono). Se usati in maniera indiscriminata, dunque, vanno a creare campi minati nei pressi di insediamenti abitati e di zone frequentate da civili, e questo è vietato dalle norme internazionali. Il giovane ha raccontato di aver sparato 1800 razzi a grappolo, che contenevano complessivamente un milione e 200mila sub-munizioni, che si disperdono sull'obiettivo, moltiplicando il raggio d'azione del razzo. L'aggravante è che si tratta di armi molto imprecise, a detta del soldato israeliano, e quindi possono esplodere anche a oltre un chilometro di distanza dall'obiettivo principale. Per questo l'ordine era di "impregnare" la zona di razzi. Secondo le stime Onu, sono oltre centomila gli ordigni inesplosi, tanto che nelle due settimane dopo la tregua, 59 persone sono rimaste ferite, di cui 13 sono morte.


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