RELAZIONE DI ANDREA BENEDINO, PORTAVOCE NAZIONALE GAYLEFT ALL’ASSEMBLEA NAZIONALE DI GAYLEFT – CONSULTA LGBT DEMOCRATICI DI SINISTRA SABATO 9 SETTEMBRE 2006

PESARO, FESTA NAZIONALE DE L’UNITA’



Care compagne e cari compagni,

benvenuti a tutti coloro che da molte parti d’Italia sono venuti fin qui a Pesaro per quest’appuntamento politico, l’assemblea nazionale di GAYLEFT, che è ormai diventato una tradizione di fine estate per molti di noi.. non proprio come il Meeting di Rimini ma quasi. Come avrete visto sui manifesti di questa Festa nazionale de l’Unità, lo slogan scelto quest’anno dal partito è IO VADO E RIPARTO DA PESARO, per ricordare quel congresso nazionale dei DS che proprio in questa città si svolse all’indomani della sconfitta elettorale del 2001 e che segnò l’inizio della ripartenza, l’avvio di una strategia politica che ci avrebbe poi portati, qualche anno dopo, a riconquistare il governo del Paese.

Chi tra noi ha avuto occasione di frequentare le nostre assemblee e i nostri momenti di discussione già da qualche anno sa però che il Congresso di Pesaro fu anche quello che segnò per noi il punto più basso della considerazione in cui questo partito tenne le istanze di cui eravamo portatori. Fu il Congresso in cui non una riga, né una parola in alcuna delle mozioni che furono presentate, sia di maggioranza che di minoranza, seppero affrontare nella giusta chiave le questioni riguardanti i diritti civili e le libertà individuali, né tanto meno si ebbe il coraggio di parlare di noi, della questione omosessuale, direttamente. La nostra posizione in quel Congresso era quella di stare SOTTO AL TAPPETO, come la polvere che si vuole nascondere in casa nei momenti delle pulizie frettolose.

Eravamo all’indomani di una legislatura in cui il nostro partito era stato costantemente al Governo del Paese e in cui, a differenza con quanto avvenne in quegli anni nel resto d’Europa, non una legge, né una riforma venne varata in nostro favore, con la timida e solitaria eccezione del decreto del Ministro Veronesi sulla donazione del sangue e degli organi.

Eravamo all’indomani della grande manifestazione del World Pride di Roma del 2000 che cambiò per sempre il modo in cui l’opinione pubblica italiana avrebbe guardato alle nostre proposte, ma che nonostante ciò non riuscì ad avere alcuna ricaduta diretta su un centrosinistra italiano incapace di farsi contaminare da sane battaglie di libertà e di laicità.

Eravamo all’indomani della prima elezione in Parlamento di Franco Grillini, forse una delle poche conquiste politiche di quel periodo, ma che come molti ricorderanno fu dovuta più ai sensi di colpa di un partito che nulla aveva saputo realizzare su questi temi e alla nostra ferma determinazione nell’ottenerla che non ad un consapevole investimento politico dei DS.

Ecco perché per noi RIPARTIRE DA PESARO assume un sapore un po’ amaro, appare quasi come la profezia di un incubo che si sta autoavverando, quello cioè di tornare dentro questo partito ad uno stato di semi-clandestinità, in cui i nostri temi sembrano non avere più diritto di cittadinanza, in cui veniamo vissuti come portatori sani di quel virus – il PACS – che potrebbe far cadere il Governo e aprire delle contraddizioni insanabili nel processo dentro al quale si sta avviando la costruzione del futuro partito democratico. Il ricordo va un po’ a quello spot vergognoso di qualche anno fa che rappresentava i sieropositivi con una luce luminosa attorno al corpo con una voce in sottofondo che diceva, parlando del virus: SE LO CONOSCI LO EVITI, SE LO CONOSCI NON TI UCCIDE.

Purtroppo, però, questa è per molti versi la realtà che stiamo vivendo da quando è iniziata quest’ultima campagna elettorale con la sottoscrizione del programma, per finire ai giorni nostri. Già alla Conferenza programmatica di Firenze alla fine dell’anno scorso, dovemmo urlare la nostra rabbia per reinserire la questione dei PACS nella piattaforma programmatica del partito, e dovemmo farlo platealmente intervenendo con forza in plenaria e forse questo avrebbe dovuto farci capire che per noi il vento stava iniziando a cambiare e che qualcuno preferiva riportarci al nostro posto, SOTTO AL TAPPETO, assieme alla polvere da nascondere.

Ma voglio dirlo in modo chiaro e forte: noi sotto al tappeto non vogliamo tornarci e non ci torneremo e se qualcuno pensa che ce ne staremo zitti e in disparte, mentre altri costruiscono compromessi al ribasso sulla pelle nostra e della comunità di donne e di uomini di questo Paese che vogliamo rappresentare, si sbaglia di grosso e se ne renderà presto conto.

Noi siamo qui per richiamare il centrosinistra italiano e i DS in particolare alle loro responsabilità. Noi siamo qui per svolgere la funzione di coscienza critica di questo partito e per esigere che gli impegni che questa coalizione politica si è presa con gli elettori rispetto al riconoscimento delle unioni civili vengano mantenuti e che l’Italia possa fare finalmente un passo in avanti verso la modernità, la giustizia e un’idea più europea di libertà.

Ecco perché preferiamo dire che noi vogliamo RIPARTIRE non da Pesaro, ma un po’ OLTRE, e cioè da quella proposta politica, quella dei Patti Civili di Solidarietà, attorno alla quale negli anni passati abbiamo saputo ricucire un rapporto di fiducia tra i DS e la comunità glbt italiana e con la quale siamo riusciti a ottenere un consenso vastissimo nell’opinione pubblica di questo paese, che si è confermato via via in ogni rilevazione demoscopica e in ogni studio sociologico condotto negli ultimi anni, dimostrando come questa proposta trovi la propria forza nel fatto di riuscire a coniugare l’innovazione con la moderazione, il giusto livello di mediazione con i valori, le sensibilità politiche e religiose diverse dalle nostre con il rispetto dei diritti e della dignità sociale di tutti i cittadini di questo Paese.

RIPARTIRE DAI PACS, dunque, e non perché preferiamo rifugiarci in un recinto ideologico, né perché temiamo di doverci confrontare con un programma che non cita esplicitamente questa proposta o con degli alleati che la vedono come il fumo negli occhi, ma al contrario proprio perché crediamo che i PACS, comunque li vorremo chiamare, siano una proposta assolutamente coerente con quelle dannate sette righe di programma sulle Unioni Civili, perché pretendiamo che si passi da un confronto – quello sì ideologico e quasi folkloristico – sui nomi e sulle sigle ad un confronto nel merito delle proposte.

Siamo ancora in attesa che qualcuno da parte della Margherita, di quel partito cioè che tanto si è speso in questi mesi per sottolineare che verranno riconosciuti i diritti dei singoli e non quelli della coppia e che non si cederà a nessuna forma paramatrimoniale, avanzi una proposta di legge su questo tema. Siamo in attesa che i gruppi parlamentari unitari dell’Ulivo individuino delle sedi di confronto per giungere in tempi brevi ad una proposta condivisa. Siamo in attesa perché il confronto noi lo vogliamo, ma lo vogliamo sul merito.

Vogliamo infatti sapere quali e quanti diritti si pensa possano essere riconosciuti e in quale modo; vogliamo sapere se e come si vorrà “definire (per legge) la natura di tali unioni” (uso volutamente la terminologia del programma); vogliamo sapere se quei diritti verranno riconosciuti in termini esclusivamente privatistici oppure pubblicistici. Vogliamo sapere dai nostri alleati quali e quanti diritti che sono ricompresi nella proposta dei PACS loro non ritengono possano essere riconosciuti alle coppie di fatto italiane: lo dicano chiaramente senza girarci attorno, dicano se vogliono o meno lasciare alla completa clandestinità giuridica milioni di donne e di uomini di questo Paese, avanzino delle proposte di legge se ne sono capaci. Siamo stanchi delle manfrine politiciste e degli slogan, esigiamo rispetto e chiarezza. Noi la nostra proposta l’abbiamo avanzata, altri facciano altrettanto.

Dico questo e con questa ruvidezza perché sono ormai troppi mesi che cerchiamo costantemente il confronto con loro trovandoci di fronte solo e soltanto dei muri di gomma e degli interlocutori sfuggenti. E giorno dopo giorno, abbiamo come l’impressione di sentirci sempre più soli anche dentro ai DS. Non è un caso che quest’anno sia stato particolarmente difficile per noi ottenere occasioni di dibattito su questi temi nelle Feste dell’Unità. Pochi dibattiti, quasi tutti tra di noi, nessun momento significativo di confronto con gli alleati nell’ambito di questa Festa Nazionale. Qualcuno di voi lo dirà forse più tardi intervenendo, ma la sensazione che abbiamo facendo politica in molte federazioni anche molto importanti di questo Paese è di essere diventati scomodi e ingombranti e questo noi non lo possiamo accettare.

Per mesi e mesi siamo stati lasciati completamente soli a rispondere a leader di partito alleati che distruggevano con caparbietà il lavoro che durante gli ultimi anni avevamo costruito pazientemente assieme al nostro partito e al resto della comunità glbt. Anche nella fase drammatica e delicata della chiusura del programma, siamo convinti che mentre altri facevano il loro gioco per svuotare di significato quelle dannate sette righe, qualcuno nel nostro partito ha mancato al proprio dovere nel difendere un’interpretazione avanzata di quella proposta. Mentre altri hanno fatto il gioco del bicchiere mezzo vuoto, noi abbiamo mancato il nostro compito di far vedere che quel bicchiere era mezzo pieno.

Ancora oggi ogni qualvolta ci sia una polemica pubblica che ci riguarda, o interveniamo direttamente per difenderci, o dai dirigenti del nostro partito otteniamo – con rare eccezioni – solo e soltanto silenzio. Basta guardare alla differenza di comportamento che c’è stata a giugno tra la vicenda che ha avuto come protagonista il ministro Mussi rispetto alla sua giusta posizione sulla ricerca scientifica, posizione coraggiosa che ha avuto il plauso, la solidarietà politica e la condivisione dell’intero gruppo dirigente del partito a partire dal segretario, e il modo invece in cui è stata lasciata quasi del tutto da sola la Ministra Pollastrini quando ha deciso con coraggio di partecipare alla splendida manifestazione del Pride di Torino.

Qualcuno riesce per favore a spiegarci perché chi si schiera con noi, chi decide anche solo di voler aprire un dialogo con questo movimento, poi si ritrova isolato e non meritevole di solidarietà? In quell’occasione la Ministra Pollastrini ha compiuto un gesto coraggioso, ma la solitudine con cui lo stava compiendo e il linciaggio a cui è stata sottoposta senza ricevere alcuna solidarietà è stata del tutto evidente.

Quanti anni dobbiamo ancora aspettare perché un nostro segretario possa manifestare con orgoglio al nostro fianco ad un Pride? Quanto tempo dovrà ancora passare perché i nostri leader possano usare un linguaggio sui nostri temi anche solo paragonabile a quello di tutti – e dico tutti – i principali leader del socialismo europeo? Scegliete un candidato a caso tra i tanti e le tante del Partito Socialista francese che vogliono concorrere alle prossime presidenziali: ebbene scoprirete che tra di loro sono in disaccordo su molte cose, ma tutti concordano sulla necessità di aprire finalmente in quel Paese al matrimonio e alle adozioni per le coppie omosessuali. E parlo della Francia, il Paese dei PACS. Persino Jospin che aveva manifestato negli anni passati idee diverse al riguardo, nel recente incontro de La Rochelle ha dovuto ricredersi. E noi stiamo ancora a discutere se i PACS sono troppo avanzati per una società come quella italiana? Stiamo ancora a perdere tempo in un’interpretazione capziosa dell’art. 29 della Costituzione? Ma lo sapete cosa dicono le Costituzioni tedesca e spagnola sul matrimonio? Affermano che è formato da un uomo e una donna. E allora perché in quei Paesi è stato possibile porre la rivendicazione della parità di diritti mentre in Italia no?

Guardiamo a quello che è successo in Spagna negli ultimi anni, leggiamoci le parole usate da un leader della sinistra europea riformista e moderata come Zapatero (moderato, sì, perché nel suo Paese Zapatero rappresenta una sinistra riformista, democratica e moderata, tutt’altro che estremista e radicale) e poi chiediamoci perché i nostri leader non possono avere lo stesso coraggio e la stessa determinazione. Zapatero ci ha insegnato che “ci sono utopie che meritano di essere sognate. Forse non le realizzeremo tutte, ma saranno loro a indicarci la rotta da seguire”. Ma perché noi in Italia di queste utopie non riusciamo mai a realizzarne nemmeno una?

Abbiamo dovuto attendere lo stupro brutale di una ragazza lesbica a Torre Del Lago per sentir dire da un Ministro degli Interni italiano che sì, forse la legge Mancino può essere modificata e ricomprendere anche le fattispecie dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere. Non bastava il Parlamento europeo con la risoluzione di gennaio contro l’omofobia, non bastavano le nostre rivendicazioni di anni e anni: dovevamo aspettare la recrudescenza della violenza omofoba che in questi anni ha visto morire decine di omosessuali e transessuali in questo Paese vittime di delitti motivati dall’odio omofobico e transfobico. Quanti altri morti, quanti altri stupri, quante altre violenze dovremo aspettare perché il Parlamento italiano possa varare una legge contro le discriminazioni? In Francia questa legge l’ha fatta il governo di destra: perché in Italia non può essere varata da un Governo come il nostro? Cosa impedisce ai nostri leader di sposare queste battaglie e di inserirle nell’agenda politica almeno con la stessa veemenza con la quale alcuni nostri alleati si accaniscono quotidianamente contro i nostri diritti?

Qualche mese fa una grande notista politica, Barbara Spinelli, che di tutto penso possa essere tacciata tranne che di essere un’estremista, commentava con grande acutezza in uno splendido articolo sulla Stampa intitolato “L’allergia italiana a Zapatero” i motivi che spingono la politica italiana e lo stesso centrosinistra a guardare al premier spagnolo con grande sospetto. Voglio citare solo qualche parola della Spinelli: “Indispettisce (di Zapatero) lo spazio dato alla società civile e ai diritti, a scapito non solo della centralità dell'economia ma dei poteri partitici. Indispettisce quella che per Zapatero è etica politica irrinunciabile: «Mantenere la parola data, fare quel che si dice e dire quel che si farà». Indispettisce, più ancora forse del ritiro dall'Iraq e della strategia latino-americana, l'autonomia dalla Chiesa. Resistere al Papa e alle Conferenze episcopali è inconcepibile, oggi in Italia. Tutti in Italia hanno bisogno di ottenere l'imprimatur da una forza esterna, tutti si sentono in qualche modo minorenni e illegittimi - non solo i Ds - e la Chiesa diventa tutore che non si osa contestare. Ogni riformista deve fare da noi concessioni sulla laicità: Zapatero problemi simili non ne ha. È alle correnti conciliari che egli s'appoggia, a teologi come Enrique Miret Magdalena che nel laico argomentare somiglia al nostro Enzo Bianchi. Solo che Miret Magdalena non è ingiuriato quando ricorda che lo Stato e l'Europa sono aconfessionali, e che fin dalla teologia cinquecentesca di Domingo De Soto o padre Molina «la legge civile è fatta per garantire la convivenza tra i cittadini, non per garantire la morale cattolica». In Spagna è pietra di scandalo che il Papa parli di silenzio di Dio a Auschwitz, e appena nove giorni dopo lasci che lo stesso concetto («eclissi di Dio») sia applicato dal Vaticano a unioni di fatto o matrimoni omosessuali. Non da noi.”

Come ha scritto qualche giorno fa Aurelio Mancuso sull’Unità a proposito del partito democratico, il conflitto che stiamo vivendo non è tra laici e cattolici, “ma tra neoclericali (molti dei quali non pervasi da alcun sentimento religioso) e i propugnatori di una democrazia matura ed autonoma (tra cui si trovano benissimo moltissimi credenti che testimoniano la propria fede con i fatti e non sulle copertine dei rotocalchi)”.

Vedete, io ritengo che il problema non sia la nascita o meno del partito democratico, ma il modo in cui questo partito sta nascendo. E il problema non è soltanto quello di scegliere se limitare il nostro campo visivo alle forze del socialismo europeo oppure allargarlo anche a forze come il Partito Democratico degli USA. Io sarei il primo ad esempio a volere in Italia un partito democratico come quello americano, perché è noto e risaputo che in tutti gli Stati Uniti d’America è proprio il partito democratico il principale punto di riferimento politico delle battaglie del movimento glbt americano.

Qualcuno per cortesia può spiegare però ai nostri amici della Margherita, ma anche a tante e tanti dirigenti di questo partito, che qualche settimana fa il comitato centrale del partito democratico americano ha deciso a voto unanime dei 447 delegati di rendere obbligatori i cosiddetti “inclusion programs” ovvero di aumentare il numero di delegati GLBT per la convention del 2008? Glielo spieghi perchè sarà la prima cosa che chiederemo nello Statuto del nuovo partito.

Certo quella delle “quote gay” in Italia appare davvero un’utopia lontana, soprattutto per noi che ben sappiamo quanto sia difficile in questo Paese far eleggere anche solo in un comune o in una provincia i nostri migliori dirigenti. Emblematica è stata la vicenda delle elezioni comunali di Milano in cui la miopia politica e le piccole guerre di potere di un gruppo dirigente del partito incapace di sintonizzarsi con la città che pretendeva di amministrare ha reso impossibile la rappresentanza politica in Consiglio Comunale della più grande comunità glbt italiana. E lo stesso è avvenuto a Roma e lo stesso accade ormai quasi sempre in ogni realtà piccola e grande di questo Paese.

Ma vedete, il problema non è tanto quello della rappresentanza politica della questione omosessuale – problema che c’è naturalmente – il problema è quello della rappresentanza e dell’agibilità politica di una grande sensibilità sociale e culturale di questo paese, di quella vasta area di elettori e di cittadini che crede in quel “socialismo dei diritti” e in quel “liberalismo laico” che in tutto il mondo costituiscono la forza dell’emancipazione dalla clandestinità sociale di milioni di donne e di uomini, la forza della modernità, la forza della libertà.

Nella parola socialdemocratico - dice Zapatero - è il democratico che prevale. La sua è un'idea di libertà né liberista né socialista: è un'idea più esigente della libertà negativa (libertà dall'interferenza); e meno comunitarista della libertà positiva, che persegue fini collettivi o statali in nome di tutti.

La domanda che poniamo al nostro partito in vista del processo che si sta aprendo è quindi molto semplice: quale spazio avranno nel nuovo soggetto politico queste idee che in tutta Europa e in tutto il mondo (potrei citare per esempio il programma politico della neopresidente del Cile Michelle Bachelet) costituiscono la base del progetto delle forze riformiste e democratiche? Saranno sacrificate sull’altare di un nuovo compromesso storico oppure verrà data loro l’agibilità politica per essere portate avanti con forza? E noi in tutto questo quale ruolo avremo?

Io personalmente sono sempre stato contrario al fatto che come consulta noi si debba aderire o sostenere questa o quella mozione congressuale, così come sono perplesso e diffidente quando i nostri temi e le nostre battaglie vengono riscoperti solo in vista dei congressi per essere usati come bandiere in modo strumentale da una parte o dall’altra. Però al tempo stesso io credo che poiché questa volta al centro di questo congresso rischiamo di esserci noi, con le nostre vite, le nostre idee e le nostre coscienze, o saremo in grado di ottenere che il congresso divenga l’occasione per favorire una soluzione ai nodi controversi, oppure noi non potremo tacere. Ho sentito dire da qualche nostro autorevole leader, come il sindaco di Roma Veltroni, che per fare il nuovo partito basta che partiamo da ciò che ci unisce e che mettiamo da parte ciò che ci divide, che dobbiamo mettere da parte l’identità. Ebbene, noi ad essere messi da parte non ci stiamo.

Non ci stiamo perché siamo convinti che abbiamo molto da dire e molto da dare sia al nostro partito che al futuro soggetto politico. Non ci stiamo, perché sappiamo bene – per usare l’immagine del virus che avevo citato prima – di essere portatori sani di modernità, di Europa, di giustizia sociale, di laicità, di libertà, tutte malattie da cui il centrosinistra italiano e il futuro partito democratico hanno un gran bisogno di essere contagiati. Non ci stiamo, perché – peccando di immodestia - siamo convinti che non potremo che fare del bene a questo nuovo soggetto politico. Ma certo, per farlo, abbiamo bisogno di essere messi nelle condizioni di svolgere un ruolo proficuo, non abbiamo certo bisogno di un partito che ci veda come un problema da accantonare, da nascondere sotto al tappeto.

Per questo crediamo che ci sia bisogno di un grande lavoro politico da fare sul tema dei diritti civili e delle libertà individuali, un lavoro che sappia porre questi temi al centro della nostra identità, al centro del confronto coi nostri alleati, al centro della rivoluzione culturale e sociale che il nostro Governo dovrà promuovere in Italia nei prossimi anni. Un lavoro politico che sappia tenere assieme il partito nelle sue varie componenti, dai parlamentari, agli amministratori, ai membri del governo, ai rappresentanti dei movimenti.

Noi per parte nostra ci abbiamo provato promuovendo a luglio un Forum sulle Unioni Civili con i parlamentari del centrosinistra. Forse quell’esperienza non ha funzionato come avremmo voluto, forse abbiamo peccato di presunzione, forse dovremo rilanciarla in futuro in modo differente, ma resta il fatto che sia necessario che partano al più presto dei tavoli nella coalizione su questo e su altri temi controversi, che le diverse proposte escano allo scoperto, che si passi da uno scontro ideologico ad un confronto sui contenuti.

Per concludere, compagne e compagni, sono del tutto consapevole che in questa relazione ho posto molte questioni senza dare molte risposte. Non siamo noi però a dover dare queste risposte. Noi siamo qui, al servizio di questo partito, almeno fino a quando ci saranno le condizioni minime per poter portare avanti i nostri ideali. Almeno fino a quando ancora un poco ci crederemo. Queste risposte però le esigiamo. Esigiamo di sapere quale ruolo ci verrà chiesto di svolgere nei prossimi mesi. Esigiamo di sapere in che modo si pensa di riuscire ad attuare quanto ci siamo impegnati a fare col programma che abbiamo presentato agli elettori. Esigiamo di conoscere quanto il nostro partito, i Democratici di Sinistra, avverta l’urgenza di stare al nostro fianco e di non lasciarci soli.