di Vittorio Feltri
Che la politica italiana faccia ridere è un vantaggio.
Non per l’umorismo nazionale, ma per il nostro umore senz’altro.
Non so se ci avete fatto caso.
Ieri il Corriere riportava in prima pagina una dichiarazione di Sarkozy: «Espellerò i clandestini; non accadrà come in Italia».
Neanche una riga di commento del giornalone di Ferruccio de Bortoli; segno che la boutade del presidente francese è considerata normale.
E lo è, per noi.
Ma che lo sia anche per chi da un anno e mezzo critica l’esecutivo italiano perché cerca di respingere gli stranieri non a posto con le carte, fa rizzare i capelli in testa.
È la dimostrazione della tragica pistolaggine che caratterizza la pubblicistica patria e la sinistra che la ispira.
Per non dire delle posizioni assunte spesso dall’Europa nei confronti del governo Berlusconi, considerato razzista perché, d’accordo con la Libia dell’orrendo Gheddafi, ha scelto di rispedire i barconi carichi di poveracci nei luoghi di partenza.
Ci siamo presi palate di fango in faccia e in alcuni momenti abbiamo pensato addirittura di meritarcele.
Adesso, all’improvviso, apprendiamo dalla stampa chic che all’Eliseo la pensano come Maroni e Salvini, e che d’ora in poi gli extracomunitari sans papiers verranno, sans doute, rimandati a casa loro giusto perché la Francia non si conci come l’Italia.
Già.
Prendano nota i dolcissimi progressisti dei miei stivali: Sarkozy si è messo a ragionare in puro stile leghista e nessuno grida allo scandalo, né in zona transalpina né in zona padana e nemmeno attorno al Vaticano.
Perché?
Bisogna domandarlo ai cretinetti del buonismo multietnico, gli stessi che predicano l’apertura ai negri salvo schiavizzarli, una volta qui, esattamente come è accaduto a Rosarno un paio di settimane orsono.
Un’altra gag meritevole di segnalazione si è registrata ieri sul fronte gauchiste de noantri, durante lo storico incontro tra il neosegretario del Partito democratico e il duce dell’Italia dei bollori.
Roba da Zelig.
Bersani e Di Pietro, dopo aver finto mesi e mesi di detestarsi causa presunta diversità antropologica, si sono giurati eterno amore e fedeltà.
Immagino che i lettori stenteranno a credere in una simile barzelletta, ma consiglio loro di rassegnarsi ai comunicati ufficiali emessi dai due statisti della mutua, nei quali si legge che Pd e Idv, in una conferenza stampa indetta per celebrare il fausto evento, hanno detto: eccoci di nuovo insieme perché chi si somiglia si piglia e non si lascia mai più.
L’alleanza è fatta e non varrà solamente per le prossime regionali; si protrarrà anche in futuro perché è inutile negarlo: i leader si vogliono un bene dell’anima e sono legati da una perfetta intesa politica, intellettuale e - forse, aggiungiamo noi - perfino fisica.
Lo spettacolo comico dell’insano fidanzamento è destinato dunque a durare nel tempo, e questo è garanzia di risate a crepapelle da qui al termine della campagna elettorale.
Bersani e Di Pietro, compagni di merende regionali, hanno deposto una pietra tombale sulle polemiche e sulle distanze culturali foriere di tanti malintesi e litigi, e si prendono per mano festanti e giulivi come vispe Terese onde conquistare qualche cadrega da spartirsi fraternamente.
Alè.
Qual è il denominatore che li accomuna? L’antiberlusconismo di sempre, oggi più forte di ieri e più debole di domani.
Un tocco di colore.
Tonino per sottolineare la sincerità dei suoi sentimenti filo-Pd ha elogiato le primarie, dicendo che il Pdl non sa neanche cosa siano, mentre la sinistra le pratica dando al Paese una lezione di democrazia.
Fantastico.
Di Pietro parla di primarie, lui che decide la linea dell’Idv e chi deve portarla avanti nel tinello di Curno, rigorosamente in ciabatte e pigiama.
E sul tavolo, un fiasco di Rosso del Biferno.
sul IlGiornale.it - Le ultime notizie, attualità, politica, economia, meteo 27 01 2010
saluti




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