12 settembre 2006
Il secolo americano: risposta a Niall Ferguson
Il mondo nel 2031 sarà senza terrorismo
Gli Usa detengono ancora il primato della potenza militare, anche se notevolmente frenato e indebolito dalle crisi e dalle sconfitte
di PAUL KENNEDY
È molto strano e direi difficile, oggi, ripensare a quella drammatica mattina di più di 30 anni fa, era l'11 settembre del 2001, e riflettere fino a che punto il mondo è cambiato, sotto certi aspetti, e come è rimasto immutato, sotto altri, nell'arco di questi decenni. Nei giorni immediatamente successivi alla catastrofe e per molti anni ancora, era opinione comune che la scena mondiale fosse mutata per sempre, che la politica nazionale e internazionale fosse stata trasformata dagli attentati perpetrati con quattro velivoli sul suolo americano. Quello era certamente il messaggio martellante del governo Bush all'epoca, se qualcuno ricorda ancora quei giorni, perché tutto sembrava giustificare una prospettiva apocalittica: sia le guerre in Afghanistan, Iraq e Iran, che le spedizioni militari per la difesa dei pozzi petroliferi in Kuwait, in Arabia Saudita e nel Golfo Persico, come pure il susseguirsi degli attentati terroristici in Europa, America e Giappone negli anni cruciali compresi tra il 2008 e il 2012.
In retrospettiva, sembra addirittura buffa la convinzione, diffusasi dopo l'11 settembre, che si fosse sull'orlo del baratro o, per usare un'espressione meno brutale ma altrettanto efficace, che si fosse entrati in una nuova Guerra dei Trent'anni, stavolta tra i valori liberali dell'Occidente e il fondamentalismo islamico. Tuttavia, se oggi sappiamo quali furono gli sviluppi della situazione mondiale rispetto alle drammatiche previsioni di quei giorni, non è solo per vantarsi del senno di poi. Dopo tutto, quali erano le principali tendenze negli affari mondiali prima degli attentati di Al Qaeda al Pentagono e alle Torri Gemelle? Le seguenti: gli Usa erano senza ombra di dubbio la prima potenza mondiale, anche se già affrontavano grossi deficit finanziari e un impegno militare eccessivo all'estero. L'Asia, sotto la guida di Cina e India, stava emergendo come potenza economica e militare. La Russia, grazie ai freddi calcoli di Putin, tra stratagemmi interni ed esterni, recuperava rapidamente la posizione persa negli affari internazionali.
L'Europa invecchiava e rallentava, ma ci si viveva ancora molto bene. L'Africa lottava ancora, con risultati incerti, contro un numero impressionante di disastri. E il Medio Oriente, con qualche eccezione, si rivelava incapace di affrontare il ventunesimo secolo. Trent'anni dopo, quelle tendenze allora accennate hanno proseguito per la loro strada e hanno subito, dagli attentati dell'11 settembre, un impatto minore di quanto non si pensasse a quel tempo. Basta guardarsi attorno adesso, in questo piacevole clima settembrino del 2031. Gli Stati Uniti detengono ancora il primato della potenza militare, economica e tecnologica, anche se notevolmente frenato e indebolito dalle crisi finanziarie e dalle sconfitte militari nel decennio che ha seguito il governo Bush e la sua guerra in Afghanistan e in Iraq, tanto che oggi la nostra Amministrazione persegue una saggia politica di collaborazione con le altre potenze e con le agenzie internazionali, dimostrando maggior cautela e moderazione negli affari esteri.
Cina e India sono finalmente emerse, non senza enormi stravolgimenti nella loro compagine sociale, e oggi sono protagoniste importanti e responsabili sulla scena mondiale. Le astute politiche alla Bismarck, messe in atto da Putin, per migliorare gli equilibri interni ed esterni al Paese, hanno dato buoni risultati ed ecco il quarto grande protagonista sullo scacchiere mondiale. L'Europa continua a preoccuparsi di se stessa ma, in realtà, non se la passa troppo male, anzi è l'antidoto ideale sia all'ossessione americana di fare tutto da soli che alla rigidezza asiatica dei piani di sviluppo quindicennali. L'Africa ha sofferto moltissimo, nella prima metà di questi ultimi trent'anni, per le incessanti guerre civili, genocidi, fallimenti, disastri ambientali — ma i suoi popoli più tenaci sono riusciti a combattere questi nemici comuni e a progredire, più forti di prima proprio per le prove superate. Il Medio Oriente è un caso a parte, ma era così ancora prima dell'11 settembre, anche se gli avvenimenti in Afghanistan, Iraq, Libano, Iran, Arabia Saudita ed Egitto tra quella data e il secondo decennio del nostro ventunesimo secolo, hanno contribuito ad aggravare le sue crisi.
I rapporti annuali sullo sviluppo dei Paesi arabi, redatti dal programma di sviluppo dell'Onu agli inizi del secolo, aveva indicato i molti ostacoli che avrebbero impedito a questa regione di aderire pacificamente alla comunità delle nazioni. Gli esperti regionali e gli analisti della Cia ammonivano che l'intera area era per tutta una serie di motivi instabile e sconnessa. Eppure gli sconvolgimenti del 2009-2012 si sono fatti sentire con tale intensità che, malgrado le loro manchevolezze, non si può addebitare tutta la colpa ai politici di quegli anni. Non furono semplicemente in grado di far fronte al pauroso concatenarsi di avvenimenti, come il crollo dei regimi in Egitto, Arabia Saudita e Siria, l'aggravarsi della guerra civile in Iraq, la lotta generazionale per il potere in Iran, ma soprattutto la terribile devastazione nucleare di Tel Aviv e di buona parte della sua periferia per mano iraniana. Il contrattacco israeliano contro l'Iran fece 10 milioni di vittime, ma l'antica nazione persiana è rimasta in vita, colpita duramente, ma non annientata.
Le Grandi potenze sono rimaste paralizzate, che cosa potevano fare dopo una guerra nucleare tra Iran e Israele? Spaventate, hanno cercato compromessi su tutti i fronti, ricorrendo a successive missioni di pace sotto l'egida dell'Onu, per poi passare al cessate il fuoco e alla bonifica post-nucleare del territorio. Gli americani si erano sentiti provocati, ma al contempo spaventati di ripiombare in quella palude: sganciare una bomba atomica, e contro chi, solo perché Tel Aviv era sparita? Gli europei sono rimasti impietriti. Putin ha tenuto la bocca chiusa. E perché l'Asia, sempre più ricca, doveva impicciarsi in quelle stupide guerre religiose e ideologiche così lontane da lei? Israele si è rimesso in piedi, zoppicando, il Paese semi distrutto. È rimasto sì sotto la protezione americana, ma da solo ad affrontare un futuro incerto. Trent'anni dopo gli attentati dell'11 settembre il Medio Oriente resta un luogo instabile, anche se formazioni politiche moderate si stanno facendo strada tra le nuove generazioni di arabi nel Golfo Persico, in Egitto e in Arabia Saudita.
Il dato più promettente è che ormai Al Qaeda è un lontano ricordo, come gli anarchici del 1870-1880. I terroristi hanno spaventato il mondo per molto tempo, ma si sono danneggiati da soli, specie con gli attentati demenziali di Shanghai e Pechino negli anni 2010-2012, per protestare contro le misure di sicurezza messe in atto dai cinesi contro i musulmani delle province occidentali. Da quando la Cina, allarmata, si è affiancata agli Stati Uniti nella guerra al terrore, da quando Putin ha dato il suo assenso e l'Europa e il resto del mondo si sono affrettati a eliminare ogni cellula terroristica sul loro territorio, e da quando tutti i sostenitori finanziari di Al Qaeda sono stati arrestati grazie a operazioni congiunte tra le banche, ordinate da Bush, i terroristi non incutono più terrore. Anzi, le organizzazioni terroristiche sono diventate un lontano ricordo. Trent'anni dopo il crollo delle Torri gemelle, ci ritroviamo certamente più vecchi, forse più saggi. Non è stato un mondo felice, specie per gran parte dell'Africa e del Medio Oriente. Ma in realtà nel 2031 le cose non vanno così male come gli esperti del 2001 volevano farci credere. Basta questo a rallegrarci. Ma non troppo.
(traduzione di Rita Baldassarre)
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