Prendo questo articolo dell'antropologa Ida Magli dal forum di saturnia tellus. Molto, molto, interessante.
(risale al governo Berlusconi, quando si ceracavano accordi per fermare le partenze dei barconi dalla costa africana)
__________________________________________________ _________________
Parlavamo dell’importanza dei significati. La terra, la propria terra, è “donna”, è “madre” (la madre-terra): lasciarla “aperta”, alla mercé degli innumerevoli stranieri che la invadono, che se ne impadroniscono, che vi pene-trano, è farla violentare, stuprare, consegnarla al disonore della forzata prostituzione. Una prostituzione il cui senso, nascosto, inconsapevole, eppure chiarissimo, gli uomini ben conoscono in quanto ha accompagnato e accompagna, in ogni tempo e in ogni luogo, la storia che sono essi stessi ad aver creato, fondato, agito, vissuto.
Gli uomini-maschi lo conoscono perché in ogni conflitto, in ogni guerra, hanno sempre verificato e verificano la propria vittoria, dopo la conquista del territorio, stuprando le donne dei vinti. Le donne lo conoscono perché percepiscono chiaramente che lo stupro è più violento dell’uccisione, è analogo all’uccisione nella volontà dello stupratore: uccidere superando il “confine” del corpo, pene-trandolo. E nulla è più disonorante, più umiliante, più assassinante che lasciarti in vita pur avendoti ucciso.
E’ questo uno dei motivi per i quali la maggior parte degli Italiani subisce la terribile violenza che gli viene inferta nell’identico modo sia dai propri governanti che dagli invasori, senza ribellarsi; anzi senza neppure osare dirlo ad alta voce. Proprio come succede alle donne stuprate. La violenza in cui non si vede scorrere il sangue, in cui l’unica arma è quella “primaria” -il pene- non può essere descritta, non la si può neanche rivelare. Nessuno riesce a parlarne proprio perché “il pene come arma” appartiene a un tempo-non tempo, a un tempo che per l’umanità forse concretamente non è mai esistito: il “prima della cultura”, l’al di fuori della cultura (il termine “cultura” sarà sempre inteso in questo saggio nella sua accezione antropologica come sovrapposto a “natura”). Non riescono, non vogliono parlarne prima di tutto i maschi: il pene è strumento di creazione e formazione della cultura, il simbolo stesso della cultura. Non ha un corrispettivo nella “natura”. Non è il pene degli animali, anche se, non avendo termini di confronto, si è soliti pensare allo stupro come a un comportamento bestiale, animalesco. Al contrario: lo stupro scaturisce dal massimo del simbolismo culturale, del suo assetto concreto: la regola di appartenenza delle donne, con la quale i maschi hanno fondato la “società”, hanno stabilito la circoscrizione del territorio per ogni società, hanno imposto a se stessi le leggi del Potere, del pene, che sono prima di tutto divieti nell’uso del pene (si tratta di argomenti complessi che purtroppo, posso qui soltanto sfiorare, ma che sono abbondantemente studiati in antropologia).
Ma nasce da questi primi ordinamenti l’associazione della femminilità con la terra, la propria terra. Non c’è termine più significativo, e tuttavia in apparenza più contraddittorio, di quello di “Madre-Patria”. La patria è una terra madre che appartiene al padre. Dunque ai maschi, al potere, al pene, alla mascolinità. Nel momento in cui i detentori del Potere, i governanti (maschi per definizione, checché ne pensino le donne anche quando credono oggi di detenere posti di potere) cedono la patria a maschi invasori, costringono tutti i sudditi,
tutta la società ad assumere le vesti della donna stuprata, e dunque, prima di tutto, la “femminilità”.
Finalmente abbiamo forse capito (forse, perché tutto questo è talmente atroce che sembra quasi impossibile pensarlo) quale sia lo scopo ultimo dei governanti: annientare, riducendolo all’assog-gettamento di una femminilità disonorata, il proprio popolo, impedendo così qualsiasi reazione allo sterminato progetto di eliminazione delle madri-patrie, delle nazioni, dei confini, delle identità dei gruppi. Pensano di estendere in questo modo il proprio potere ad un territorio tanto vasto quanto quello da cui provengono gli invasori? Oltre al contemporaneo allargamento stabilito a tavolino con l’eliminazione dei confini fra i paesi europei? Sembrerebbe questa l’unica risposta logica ad un comportamento così tragicamente dissennato. Ma quanto abbiamo detto sui significati dello stupro vale ovviamente anche per gli invasori che lo compiono. E dunque sta già qui l’incredibile accecamento dei governanti: gli invasori stuprano la terra del nemico e sono quindi, si sentono consapevolmente vincitori; sanno, nel momento stesso in cui vi poggiano i piedi, che vi pene-trano, che se ne impadroniscono, di aver vinto.
Di aver vinto sui maschi, è chiaro, sui detentori del potere, tanto più perché questi si sono offerti alla pene-trazione, nel massimo del disonore: si sono trasformati in oggetti passivi di stupro, in femmine
pronte alla prostituzione. Quanta distanza da quegli uomini e da quelle donne che per tanti secoli abbiamo considerato degli Eroi! E che si uccidevano al momento della sconfitta piuttosto che consegnare se stessi e le proprie donne alla furia stupratrice del nemico vittorioso. Ma vengono in mente anche e soprattutto quelle prime martiri cristiane che si avviavano al luogo dell’esecuzione cantando l’inno di ringraziamento a Dio per averle “trasformate in maschi”, permettendogli di testimoniare con la propria morte la fedeltà al loro credo.
Dunque, è concentrata qui la dialettica, simbolica e concreta, fra mascolinità e femminilità. Con l’abbandono del possesso del territorio, siamo tutti “trasformati in femmine”. Naturalmente so bene che oggi si guarda a questo passato, a questi significati, come a qualcosa che è del tutto superato: è meglio non aver bisogno di eroi; nessuno più è da considerarsi un nemico; tutti vanno accolti come fratelli, come amici… Su questi problemi torneremo più distesamente in seguito. Per ora è indispensabile, però, rendersi conto che attribuire agli altri popoli i nostri “valori” rappresenta, non soltanto ancora una volta la presunzione della nostra supremazia, ma la premessa della più catastrofica disfatta.
Vedremo in seguito come sia collegata alla “femminilizzazione” dell’Europa, oltre alla “femminilizzazione” così plateale ed oscena dell’Italia, la sua debolezza, la sua incapacità ad assumere quell’immagine di potenza, di guida politica sul resto del mondo, cui pure aspira, ed anche il suo rifugiarsi nella “pace”, una pace che, dal punto di vista da cui siamo partiti, è necessariamente la rinunzia al pene. Per ora è sufficiente constatare che i governanti proseguono sulla strada dell’afro-orientalizzazione dell’Italia come se si trattasse di una conquista, di una vittoria. L’accordo che in questi giorni Berlusconi sta realizzando con un maschio-maschio come Gheddafi è allo stesso tempo vile, stupido e surreale. Ma soprattutto un passo pericolosissimo, forse finale. Mettere i piedi in Africa, cosa che neanche gli Americani, con le armi, hanno più il coraggio di fare, significa che l’Africa è chiamata ad impadronirsi dell’Italia; che il Comandante, nella sua tenda militare - lui sì armato, con la sua legge coranica, di tutti i più barbari strumenti di morte - punto di riferimento e simbolo assoluto del dominio musulmano dell’Africa, organizzerà il travaso islamico in Europa, con i soldi degli Italiani, con i ringraziamenti dei governanti italiani, i quali prendono su di sé un Continente devastato dall’arabizzazione e dal sistema di vita musulmano allo scopo di collegarvisi, di somigliargli, e di farsene dominare al più presto.
Si vogliono eliminare, fisicamente e culturalmente, gli Italiani, ed anche gli Europei.
Ida Magli




Rispondi Citando

