«Un forza per essere vincente deve essere organizzata».
«Un forza per essere vincente deve essere organizzata».
Idee sparse sulla necessità di un’organizzazione partitica Destroradicale.



di Fernando Massimo Adonia - FN CT


Il rivoluzionario Lenin -uomo di idee e azione d’indiscusso spessore politico, spesso proteso verso le forme più estreme di attivismo (anche terroristico)- in un breve saggio dal titolo Che Fare?, pubblicato nel 1902 sull’«Iskra», gettò le basi programmatiche per l’organizzazione del futuro Partito Comunista. La tesi fondamentale che informò l’intero organigramma rivoluzionario del futuro partito fu sinteticamente esposta in quest’ interessante passaggio:

«Un piccolo nucleo compatto, formato dagli operai più sicuri, più sperimentati e più temprati, che abbia dei fiduciari nei principali quartieri e sia collegato in modo assolutamente clandestino all’organizzazione dei rivoluzionari, potrà, con l’aiuto delle masse e senza alcuna regolamentazione, adempiere perfettamente tutte le funzioni di un’organizzazione professionale e inoltre assolvere nel modo migliore per la socialdemocrazia».

In un sol colpo Lenin, che comunque si dimostrò lontano dai cliché di un mero opportunismo politico, fissò una sintesi partitico elitaria che, da un lato, superò di gran lunga i paradigmi organizzativi della socialdemocrazia tedesca; dall’altra forzò, attraverso una serrata disciplina avanguardista, la previsione marxiana sulla spontanea presa di coscienza della classe operaia in vista della Dittatura del proletariato. Certamente Lenin che, per una smaccata attitudine personale, diffidava dagli organigrammi e dalle burocrazie, prediligendo forme più snelle e dinamiche di aggressione politica, si arrese davanti alla necessità storica di stabilire ruoli, fissare obbiettivi e pianificare strategie, al fine di destituire l’antica aristocrazia zarista e istaurare il dominio illimitato della classe operaia. Beh, tale scelta, cioè quella d’intendere il Partito come lo strumento di lotta per eccellenza, che recluta, forma e dirige rivoluzionari, davanti al giudizio della Storia fu nettamente originale e vincente.
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Ad un secolo di distanza dalla Rivoluzione bolscevica, dall’altro lato della “barricata” e dell’Europa, la cosiddetta Destra Radicale italiana si trova davanti ad una crisi disperata dai tratti paradossali: esclusa dai maggiori organi della democrazia rappresentativa; risultati elettorali ridicoli; totalmente assente dalla pubblica amministrazione; ininfluente sul tessuto sociale; disorganizzata e divisa; costretta a rincorrere “contributi” culturali di personaggi che tutto sono tranne destroradicali (vedi Ferrara, Telese, M. Fini); garanzie lavorative e giudiziarie ai limiti del costituzionale; precarietà economica; infine e ovviamente, tanta frustrazione, molta desolazione e poche prospettive.
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La profonda crisi della D.R., che dalla svolta di Fiuggi è andata sempre più ad aggravarsi, fino ai drammatici risvolti odierni, ha molteplici cause e soprattutto molteplici interpreti. Senza indicare i presunti responsabili di ciò, è doveroso riconoscere che taluni dei frutti avvelenati che intossicano la D.R. oggi, trovano radice proprio nell’ esperienza storica del Fascismo, che nel bene o nel male - avanguardisticamente o nostalgicamente- è punto di riferimento e bagaglio comune per l’intera area Destroradicale.
Primo fattore di crisi da analizzare. Il PNF (e/o PFR) fu un partito esclusivamente carismatico: esso non perseguì alcun programma prestabilito o un corpus ideologico ben determinato, ma trovò in Benito Mussolini –uomo straordinario, ma sempre Uomo- il companatico essenziale per quella grande esperienza che solcò l’Italia ed il Mondo intero lungo quegli anni: il Fascismo. Il Problema del carisma -per intenderci e con le debite proporzioni- colpirà anche Forza Italia quando il “Berlusconismo” sarà bello che finito.
Ovviamente, un personaggio carismatico come Mussolini non sarebbe stato tale se non ci avesse lasciato in eredità una miriade di cloni a tenerne viva la memoria. Ed è proprio dalla radice carismatica del Fascismo che ha potuto coerentemente prendere forma nella D.R. il fenomeno del rassismo, con il suo fastidioso sciame di ducetti e con il suo fiorire di conflitti di Rinascimentale memoria.
Altra questione da attenzionare. Il Fascismo, avendo abbracciato un periodo tanto straordinariamente lungo quanto variegato e complesso, regalò ai posteri molteplici “fascismi” a cui attingere. La distinzione tra Movimento e Regime operata da De Felice ne è un chiaro esempio. Se in più si tiene in considerazione il vastissimo repertorio di esperienze similari che si ebbero sia in Europa che in America Latina, tra gli anni ’20 e ‘70, ci si può ben rendere conto del perché quell’altrettanto suggestivo fenomeno che fu il Neofascismo, con la sua superfetazione di sigle, fu tanto vivo e variegato.
Ovviamente, il Fascismo non fu solo sintesi fra Uomini, ma fu anche un grande calderone di esperienze ideali, politiche, artistiche e spirituali. Sintesi che, nei limiti di quell’inquieto contesto epocale, si distinse per vitalità e originalità. Ma, Morto il Duce, la brillante sintesi che egli riuscì a far convogliare sulla sua persona è venuta a perdere il proprio punto d’approdo. Dopo di lui, sì, vi è stato spazio per nuovi tentativi di sintesi politica, che in alcuni casi si sono dimostrati dirompenti, ma in altri –la maggior parte, a dire il vero- si sono dimostrati grossolani, contraddittori e ripetitivi. Lo stesso MSI, che fu teatro al suo interno della pariodica contesa fra le tre correnti (Atlantista, Socialista e Tradizionalista), non si distinse mai per una sua particolare originalità politica e programmatica. Anche per questo l’MSI passerà alla Storia non come un partito Fascista, ma come il partito dei Fascisti, i quali, poco dialetticamente, erano più attratti dalla prospettiva della testimonianza che dalla reale volontà d’esser avanguardia e alternativa: tara che ancora oggi fanaticamente pervade la D.R..
Alla luce di queste veloci puntualizzazioni e dell’attuale crisi, è facile intuire un fattore semplicissimo: se il Fascismo avesse fissato una propria dottrina o un proprio paradigma ideale al tempo debito, una certa confusione, ormai endemica, sarebbe stata abortita sul nascere. Ma così non è stato e ancora oggi se ne piangono le conseguenze.
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Uno dei limiti più grossi e atavici della mentalità destroradicale, troppo spesso marginalizzato, è la persistente diffidenza verso la Democrazia, et ergo verso lo strumento delle urne. Le continue sconfitte elettorali della D.R in parte si potrebbero spiegare anche così.
Per inciso e per chiarezza, la Democrazia non è il sistema politico perfetto e non è neanche il miglior sistema possibile –cosa che invece Bush e neocon non riescono proprio a capire. Del resto non esiste alcun sistema politico perfetto: «la perfezione non è di questo mondo!», diceva qualcuno. Se la Democrazia fosse perfetta non ci sarebbe stata da nessuna parte del globo alcuna legislazione abortista, e non si sarebbero avvicendati al vertice delle nazioni personaggi incapaci e corrotti, come quelli che siamo costretti a vedere e subire quotidianamente.
Lo spettro della Democrazia si presenta alle nazioni quando ogni legittimazione in senso tradizionale -divina o guerriera che sia- viene a mancare. Solo in un contesto socio-politico impregnato di relativismo, come quello odierno, dove ogni verità è parzializzata e stuprata, vi è la necessità pragmatica di rintracciare nel numero, nelle maggioranze, la legittimità politica. Per questo il sistema Democratico è da considerare decisamente decadente, come del resto lo è l’“uomo democratico” che ne partecipa. Quando si è costretti a scendere in basso per fondare sé stessi, spesso si resta chini: questa è dunque la morale democratica. Detto questo si può serenamente affermare che la Democrazia è sicuramente di minor spessore etico ed estetico rispetto alle Monarchie o alle Aristocrazie, sistemi che più facilmente conquistano l’immaginario destroradicale. Ma anche questi, come già insegnavano Polibio e Platone, sono soggetti a degenerare e scadere in dispotismi e oligarchiche. È anche vero –come sosteneva Schmitt- che quelle odierne non sono vere Democrazie, ma Liberaldemocrazie, ben altra cosa evidentemente. Non si spiegherebbe altrimenti il potere illimitato e non legittimo delle oligarchie finanziarie e l’assoggettamento dei popoli, che anzi, proprie nelle Democrazie, dovrebbero essere sovrani. Su questo profilo, fu lo stesso Schmitt a stimare il Fascismo come l’unica e vera Democrazia dell’età moderna. Nelle liberaldemocrazie –sosteneva il giurista- il popolo, sì, vota, ma segretamente. La scelta del cittadino nell’urna si confonde con quella di qualsiasi altro. La Persona così è degradata a puro numero e a puro ingranaggio, con l’evidente conseguenza di deresponsabilizzarlo nella scelte. La scheda elettorale, così intesa, è quindi un certificato di apatia e ipocrisia civile. Il plebiscito Fascista invece non volle assolutamente questo. Il sistema elettorale ideato da Mussolini prendeva spunto da un esigenza totalmente diversa, se non addirittura antitetica. Nel plebiscito il cittadino manifesta pubblicamente la propria scelta, la propria adesione. Davanti al plebiscito ogni Persona è chiamata ad un alto senso di responsabilità politica e umana. La stessa Responsabilità che investe direttamente il votato nel ministero che è chiamato a ricoprire. Per Schmitt è in questo rapporto empatico che si manifesta pienamente quella particolare sinergia e unità tra Capo e popolo che nessun altro sistema politico moderno riuscì a garantire: il consenso.
Andando oltre le pregnanti valutazioni di Schmitt, non si può non tener in considerazione che la Repubblica Sociale sarebbe dovuta essere una Democrazia diretta di stampo presidenziale. Non va neanche dimenticato che Mussolini fu un uomo di popolo e per il popolo. Origine che non può essere sottaciuta al fine di una retta valutazione psicologica del personaggio e dell’intera epopea politica. L’orgoglio populista che contraddistingueva la sua persona, sicuramente non poteva sfociare in un sistema che prescindeva dal popolo stesso. Infatti, ciò che distingueva la sua particolare Democrazia dalle altre, quelle che per intenderci lui stesso per primo definì DemoPlutocrazie, è semplice: lui voleva un popolo partecipe e padrone del proprio destino, sia nell’economia, sia nella politica e sia nella guerra; le altre invece restano indifferenti al popolo fino al momento del voto, dove il contributo popolare è posto a suggello legale di un dominio oligarchico altrimenti ingiustificabile.
Detto questo, la persistente diffidenza destroradicale verso la Democrazia risulta essere incongrua con le reali intenzioni del fondatore del Fascio, del Fascismo stesso e dell’agire politico (o bios politicos) in quanto tale, il quale, per sua natura intrinseca, è finalizzato al bene del popolo e alla gloria della polis.
In fondo, riadattando il pensiero di Agostino, fino a quando nelle democrazie ci potrà essere anche la più flebile traccia di Giustizia, i briganti non avranno il sopravvento (cfr. De civitate Dei IV, 4). Fino a quel momento ci potrà essere ancora spazio per chi persegue il Giusto, il vero e l’autentico.
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Dove ha fallito Fiuggi e come ha influito la “svolta” sugli esiti della Destra radicale?
Quindi, è realmente lecito parlare di fallimento e se sì, perché?
Prima di rispondere è doveroso affrontare una puntualizzazione: l’MSI non fu un partito di D.R., bensì di Estrema destra. Per intenderci, nel consesso politico italiano esso fu un partito che da destra, benché estrema, dava totale legittimità al sistema parlamentare repubblicano, senza volerne mai realmente alterare la struttura e gli equilibri. Nel frattempo, la D.R., mentre i parlamentari missini “discutevano” in parlamento, era fuori dal palazzo, faceva movimento cercando di sopravvivere e viceversa, faceva della sopravvivenza uno paradigma dell’azione politica. Evidentemente, guardando a sinistra, non si può dire altrettanto del PCI, che fu invece un partito autenticamente rivoluzionario. Quando esso smise la propria funzione rivoluzionaria, alla sua sinistra ci fu comunque spazio per portare in parlamento forze radicali, come Democrazia proletaria. Questo a riprova del fatto, rintracciabile nei paradigmi del leninismo, che la lotta rivoluzionaria se poggia su basi culturali e antropologiche autentiche, non snobba alcuno strumento politico. Detto questo, è doveroso sottolineare –per chiarezza d’intenti- che “rivoluzionario” non vuol dire strettamente “armato”. I veri mezzi per il cambiamento sono molteplici. E soprattutto, è giusto affermare che le vere rivoluzioni per il destino dell’umanità non sono mai avvenute su uno sfondo raccapricciante irto di sangue, o con tripudi di violenza cieca, ma con la interiorizzazione del messaggio, con la fortezza morale, con la determinazione e la costanza. Pensare che è la violenza a muovere la storia è come dire che la ragione è subordinabile all’ira, il ché sembra paradossale.
A Fiuggi non fu sparsa neanche una goccia di sangue, ma non per questo si può dire che lì avvenne alcuna rivoluzione politicamente significativa.
Il processo che si consumò a Fiuggi ebbe radici profonde e lontane, non riconducibili necessariamente alla figura di Almirante. Negli anni ’80 il Fronte della Gioventù, sotto la guida di Alemanno, fu un laboratorio politico decisamente vivo. Il grande tentativo di quegli anni fu di coniugare istanze di rinnovamento -o svecchiamento, che dir si voglia- con tematiche e metodiche radicali, sullo sfondo di un serrato attivismo sociale. Sotto un certo aspetto e con i dovuti distinguo, nel Fronte di quegli anni ci fu il tentativo di approdo del movimentismo destroradicale nel calderone della Politica propriamente detta. Tentativo che, in un certo senso, catalizzò quel processo che si sarebbe dovuto compiere degnamente con la nascita di Alleanza Nazionale.
Ma qualcosa fallì. Certamente il FdG non poteva essere considerato come l’MSI nel senso più stretto e né l’intero MSI poteva essere ricondotto totalmente alle posizioni della sua componente giovanile. È naturale. Con sommo rammarico, l’immissione di nuove tematiche (Palestina, Irlanda, ambiente,ecc..) non riuscì a scrostare le logiche reazionarie e stanche della vecchia classe dirigente, interessata, più che altro, ad un pensione comoda e che ad una nuova stagione di lotta. Così, la possibilità di essere finalmente forza di governo, soprattutto con i suoi vizi, ha trionfato sugli ideali del “ghetto” e sulla possibilità di poter annaffiare la realtà politica italiana con quei valori che fino a quel momento furono ritenuti impresentabili. Uscendo dalla Prima repubblica, la classe dirigente di AN si è scordata che ve ne era ancora una Seconda da costruire, magari su principi dove la tara dell’antifascismo avrebbe dovuto naturalmente cedere il passo a un più sana e autentica pacificazione nazionale. L’attaccamento alle poltrone ha infranto ogni tentativo di rinnovare autenticamente la destra, la politica italiana e il sogno di poter vivere la “lotta” da un'altra prospettiva.
Sì, la classe dirigente di AN ha totalmente fallito. Lo ha fatto perché non è riuscita ad arginare l’entusiasmo del neoconvertito Gianfranco Fini. Il fallimento della svolta di Fiuggi si è consumato quando il partito si è fatto promotore dell’assurda campagna di sangue irakena e delle istanze anglo-americane di democratizzazione armata. La svolta ha perso valore quando una certa sudditanza troppo supina verso Israele, ha fatto sì che il Partito difendesse fino alla menzogna la politica guerrafondaia di Tel-Aviv. La Svolta ha snaturato sé stessa quando non sì è messo a tacere il suo presidente in vista del referendum sulla procreazione assistita. Il partito ha fallito quando i suoi interpreti hanno cominciato a vivere la politica non come servizio, ma come fonte di profitto o come vetrina narcisistica. Troppe volte quindi il rinnovamento di Fiuggi si è dimostrato un pervertimento dell’identità, del rigore e della semplicità del vivere della propria comunità politica e umana.
Davanti a questo imbastardimento la D.R. ne è rimasta decisamente scottata. Sia perché a Fiuggi, al di là di ogni più sincera speranza, si è consumato un tradimento umano; sia perché molti dei tentativi di organizzazione politica dentro o fuori AN si sono dimostrati effimeri, sennò ambigui o comunque discutibili. Psicologicamente si capisce perché, oggi, qualsiasi proposta di organizzazione, “costruzione”, rinnovamento o unità, suscita inquietudine nell’animo dei quadri destroradicali. Si sa, meschini o arrivisti, per militare in formazioni radicali, non si può essere: ambizione e sacrificio mal si coniugano; si sa anche, per una qualche alchimia particolare, che spesso la buona fede di un uomo se ferita diviene rigidità o peggio ancora riottosità. Dopo Fiuggi non c’è stato alcun progetto che non sia stato stimato, anche nel più sincero dei casi, come oscuro e viziato. Dietro ogni più innocuo dibattito interno è stato paventato lo spettro paranoide del tradimento o dell’eterodossia politica. Sicuramente un ambiente politico più sanguigno di tanti altri quello destroradicale, e anche a causa di questa emotività la sua azione si è impantanata nelle profonde paludi della sfiducia politica. Sullo sfondo di questa particolare schizofrenia si capisce perché la destra in ogni sua battaglia ha agito come se cercasse la disfatta, anche quando il risultato utile era a portata di mano: la sconfitta dona al vinto quell’aura drammatica e al contempo romantica, tale da renderlo immortale. I Prometeo della politica potremmo aggiungere.
Ecco come ha realmente influito la svolta di Fiuggi sulla D.R.. Influenza tragica e determinante dunque, che ha lacerato l’animo ed il morale di una area un po’ troppo sensibile.
In vero, non solo sul piano psichico il macigno di AN si abbattuto sulla D.R., ma anche sulle scelte programmatiche. Nessun movimento della frammentata area desrtroradicale ha resistito alla tentazione di ingaggiare una propria battaglia politica anti/AN, palesando un legame “ombelicale” sotto molti aspetti ingenuo. Scelta da considerare sterile, perché traeva spunto dall’illusione che l’ex militante missino, tradito dalle scelte di A.N., avrebbe potuto trovare in una delle tante organizzazioni radicali –quale non si sa- la propria casa e il proprio magistero. Spesso non si è preso in considerazione un dato fondamentale: l’ex missino rimasto in A.N., ideologicamente o pragmaticamente, ha comunque visto in essa uno strumento utile per il perseguimento dei propri scopi, quindi non interessato di certo ad alcuna fuga o ad alcun cambio di casacca. Qualora ci si fosse accorti di questo dato in tempo, si sarebbe evitato più volte l’utilizzo di un linguaggio e una grafica missinoide, quindi retrò, per ammaliare questi. Non si è considerato oltretutto che i “delusi” lo potevano essere anche perché erano da tempo stanchi di tener vivi simulacri del passato, ricercando invece delle novità e non dei passatismi. Scegliere di perseguire tale strategia ha significato anche perdere di vista il contributo della Società Civile, quella a cui le dispute interne ad una nicchia, evidentemente, non interessano. Per ultimo, non ci si è accorti che, nel frattempo, quel tipo umano che avrebbe potuto rispondere ai richiami di una D.R. organizzata non si è semplicemente posizionato tra gli AN e gli anti/AN, ma ha ritenuto opportuno simpatizzare o votare per altre realtà politiche. Così, chi aveva una spiccata sensibilità identitaria ha optato per le Leghe o per i movimenti autonomisti; chi prediligeva uno spirito patriottarda e ducesco ha optato giustamente per Forza Italia; chi invece credeva nei valori cristiani e tradizionali ha votato per le forze cristiano democratiche; e c’è anche chi, manifestando una spiccata vocazione sociale, ha scelto Rifondazione -i comunisti- per dar voce al proprio dissenso verso gli eccessi del liberalcapitalismo. Anche questi sono gli effetti della svolta di Fiuggi sulla D.R.: lo smarrimento del suo popolo. Effetti che colpiscono il cuore, la mente e l’agire di un intera area culturale. Una grande responsabilità storica grava dunque sulla coscienza di certi signori.
Cosa dire di più, un fallimento su tutti i fronti. Un fallimento e basta. Fiuggi poteva essere di più. Doveva essere il grande tentativo di innalzare una autentica destra di lotta alla dignità governativa. Poteva essere la possibilità di esportare un modello di organizzazione comunitaria dal chiuso delle sezioni all’aperto della polis. Tentativo che tuttavia oggi non può essere considerato concluso. Chi ha fallito, di certo verrà giudicato. Sicuramente, se vi è stato un fallimento questo non lo si deve alle idee o a valori che si volevano portare avanti, ma agli uomini, che evidentemente non ne erano all’altezza. È necessario riaprire una nuova fase per ultimare ciò che un decennio fa è stato interrotto. Dagli errori di tutti si deve poter ripartire, perché dal male si può trarre comunque del bene e perché dal letame comunque nascono i fiori -come diceva il Cantautore. Nulla, quindi è ancora perduto.
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Che fare? Che fare, dunque?
È possibile ripartire da destra, dalla D.R., per un progetto forte e che possa incidere sul territorio nazionale, sulla società civile e sul mondo culturale?
Certamente sì, ma ci vuole una profonda fase di rinnovamento, che pervada la mentalità,il lessico, le metodiche dell’intera Area. Non si può parlare più di fantapolitica spicciola o ragionare come se il bagaglio ideale che si vuol trasmettere sia evidente di per sé. Si deve scendere a toccare la semplice realtà del politico, le aspettative e inquietudini della gente. Infondo, la politica è una cosa seria e va affrontata con il massimo della pulizia, della determinazione e con il minimo dei tentennamenti. Quando si scende in politica si deve aver ben chiaro che ogni singola iniziativa o è finalizzata al bene comune o non è politica. Non ci sono vie di mezzo:Tertium non datur.
È proprio oggi, epoca in cui un certo relativismo culturale dilaga e la politica diviene sempre più distante dalla gente, poiché chi detiene realmente il potere trama nell’ombra e utilizza i politicanti come maschere, e la crisi dell’Uomo diviene sempre più irreversibile, che si scorge la necessità di tornare alla concretezza del Reale. C’è l’esigenza di ritornare ai valori della Famiglia, di riscoprire nella Terra e nella Tradizione il senso di un sentire comune. C’è la necessità di riscoprire un’etica e un estetica del lavoro. Ci si deve riappropriare del binomio Libertà e Responsabilità. Si deve tornare quindi ai valori e alla dignità della Persona umana, che fonda il proprio essere nel trascendente, nel totalmente Altro, e vive l’oggi come se fosse una sfida perenne. C’è una richiesta di gioia, semplice e autentica gioia. È un’esigenza di pochi, ma è un’esigenza viva e come tale va accolta.
La D.R., davanti a questa richiesta, non può rimaner sorda. Se quei valori e principi richiesti, corrispondono al proprio deposito ideale, come si può rimanere inermi? Soprattutto, come si può pensare che stando così le cose, cioè divisi e disorganizzati, si può essere alternativa per qualcuno o rimedio a qualcosa?
In questo momento alla destra di AN, vi è spazio, vi è un’intera prateria che aspetta solo di essere occupata. Se vogliamo quantificare questo spazio, potremmo dire che vi è un 3% che con un lavoro intelligente e costante, è occupabile nell’arco di dieci anni. Percentuale perfetta per una realtà politica dalla vocazione radicale. Con il 3% ci si può permettere di poter essere forza d’indirizzo, nel senso che ci si può permetter di far eleggere o far cadere un governo, nazionale o regionale che sia. Forza d’indirizzo o forza di ricatto quindi, ma in politica è la stessa identica cosa.
Partendo da un misero 3% si può essere presenti ovunque, dai consigli comunali agli assessorati, dal Parlamento al Governo. Non si deve neanche sottovalutare che, attraverso un misero 3%, si può essere presenti nelle Università e nella televisione pubblica; si può avere un quotidiano di Partito e tastate di opinione, dettando quindi l’agenda del dibattito politico e culturale.
Con poco un forza radicale può fare tanto, senza dover scendere necessariamente a compromessi. I Verdi o i Comunisti Italiani oggi si accontentano di quel poco: quel tanto che dà forza alle loro istanze. Se ancora oggi la TAV non è stata costruita lo si deve a quella piccola percentuale. Se l’indulto è stato concesso con un iter rapidissimo, lo si deve a quel poter di ricatto dato dalla determinazione di una nicchia. E ancora, se le scelte del governo in tema di politica internazionale si stanno affrancando –o almeno così sembra- da una certa sudditanza vergognosa verso USRAELE, lo si deve a quel grande potere d’indirizzo che solo una piccola percentuale può garantire.
Ecco l’obbiettivo da raggiungere: essere forza d’indirizzo e quindi di Potere. Cercare di stabilizzarsi su di una percentuale molto al di sopra del 3, significherebbe doversi relazionare alla politica con un senso di responsabilità diverso. Essere una pura forza di governo, e non più d’indirizzo, pone un problema di relazione non cestinabile: essere garanti della stabilità istituzionale, nel totale rispetto dei principi e dei valori della carta Costituzionale. Ovviamente, questo annacquerebbe le finalità di una forza Rivoluzionaria di stampo radicale, almeno nella sua fase embrionale.
Fissato l’obiettivo da perseguire, la D.R. non si deve vergognare ad accettare un dato semplice: la condizione necessaria per poter fare politica è il raggiungimento del potere. Ma per arrivare a questo bisogna organizzarsi nella struttura più classica della fiera politica: il Partito.
Sì, è vero, il collasso della Prima Repubblica ci ha reso consapevoli del fatto che il sistema dei partiti era foriero di corruzione. Ma, non per questo tutti i partiti però ne erano coinvolti. Capofila di questa speciale lista di “immacolati” fu sicuramente il PCI/PDS, partito che con competenza seppe gestire una grossa fetta di potere nel CentroNord; secondo in lista, l’MSI che comunque, in molte zone d’Italia, soprattutto nel Meridione, partecipò alla pubblica amministrazione senza essere mai coinvolto in misfatti o scandali, così come le indagini su Tangentopoli hanno dimostrato. La Partitocrazia fu una grave degenerazione tutta interna al sistema Democratico, una degenerazione in nuce e come tale sempre riproponibile. Ma di per sé stessa quella partitica non è una realtà negativa. Si ha una Partito quando un segmento di popolazione -una “parte” appunto- si coalizza per concorrere alla gestione della cosa pubblica. Quella del Partito non è un invenzione moderna: già a Roma esistevano i partiti, così come Dante era un militante del Partito guelfo nell’ Italia medievale, e guardate quante sofferenze ha dovuto patire per le sue scelte. Il Partito è quel luogo che permette di sperimentare nel piccolo un modello di organizzazione politica e che aspetto solo di essere riproposto su larga scala. Qualsiasi altra impostazione che vede nel partito semplicemente un’associazione a delinquere è da considerare parziale, se non errata. La parola “Partito” non deve e non può far paura. La D.R. non deve temere di organizzarsi in un Partito, anzi deve entrare nell’ottica che quella partitica è una necessità urgente, non più prorogabile. Il partito non distrugge la sostanza di un portato ideale, ma anzi ne diviene lo strumento. Nessun rischio di corruzione dunque, almeno fino a quando gli uomini si manterranno lindi e consci del proprio mandato.
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Organizzarsi in un Partito vuol dire sciogliere i Movimenti e mettere a mollo l’attività finora svolta?
Certo che No. Nel lessico politico vi è una netta distinzione tra Partito e Movimento. Il partito è –come già detto sopra- un insieme di uomini e donne che si organizzano per ottenere e gestire la res publica; il Movimento è invece un insieme di uomini e donne che si organizzano per propagandare e sostenere una causa ben precisa, sensibilizzare su una determinata tematica, o comunque fare opinione. Il Movimento quindi non concorre alla gestione della cosa pubblica, non persegue alcun posto di potere e soprattutto non partecipa alle tornate elettorali. Se ne deduce, da questa rapida distinzione che Partito e Movimento agiscono non solo perseguendo finalità differenti, ma adottando mezzi e linguaggi differenti. La D.R. italiana negli ultimi anni a glissato su questa semplice discriminante. Ha fatto Movimento, ma con un linguaggio troppo attento alla realtà partitica; e si è presentata alle elezioni con uno stile e un organizzazione decisamente movimentista, quindi inadeguata. La politica non perdona gli ibridi. È vero, ci sono dei momenti in cui Movimento e Partito si muovo all’unisono e intrecciano i loro percorsi. Ne possiamo individuare almeno tre ben codificati. Il primo è il movimentismo svolto dalle formazioni giovanili dei partiti, chiamato a garantire un vivaio e un costante rinnovamento interno al partito, soprattutto ideale. Il secondo caso –più consono alle strategie sinistrorse- è il porre un Partito come punto di riferimento elettorale per il popolo dei movimenti -popolo che comunque vota. Così si spiega la candidatura di Caruso nelle liste di Rifondazione e l’attenzione bertinottiana per i No-global. Dunque un rapporto di mutuo soccorso e mutuo scambio, che favorisce sia i movimenti che i partiti. Ultima opzione –vicina sempre alle strategie della sinistra- è quella di far nascere dei movimenti sotto la benedizione dei Partiti. Questo è il tipico caso che accomuna, ad esempio, Legambiente e Arci ai Ds: gli uni lottano per una causa, gli altri la portano in parlamento.
È facile intuire da questa codificazione come la simbiosi tra Partiti e Movimenti, sia molto utile ai primi, ma pone i secondi su di un piano determinante imprescindibile per chi vuole essere presente nelle istituzioni. Nella D.R. non accade nulla di tutto ciò. I movimenti diventano magicamente Partiti durante le elezioni e poi tornano, altrettanto magicamente, a esser Movimenti durante il “tempo ordinario”. Così quella poca acqua, che di già non va in alcun mulino, restando ferma, ristagna.
La D.R. può ancora riscattare sé stessa. Ci sono almeno due opzioni, due semplici percorsi da intraprendere se si vuol far nascere una realtà partitica unica e di riferimento.
Il primo vede i movimenti come protagonisti e garanti. Va formata una commissione, composta dai rappresentanti dei movimenti e presieduta da un personaggio che gode dell’unanime stima da parte delle segreterie, incaricata di dettare un’agenda e redigere una base programmatica affinché si possa approdare, entro un tempo ragionevole, ad un congresso unitario chiamato a sancire la nascita di un nuovo Partito. Non dalle ceneri dei Movimenti quindi, ma dal loro contributo. I movimenti in questo sono chiamati a continuare a vivere, a stimolare il dibattito, e esser garanti di un percorso politico limpido e radicale.
Secondo percorso. Questo invece vede come protagonisti la “base” e la società civile. Far nascere comitati cittadini, collegati tra di loro, che a tappe spianino collegialmente la strada per arrivare ad un Partito. Ovviamente seguendo questo percorso il peso dei movimenti e le singole esperienze personali, non servirebbero a garantire alcun privilegio e nessun altro diritto di prelazione, atto a glorificare un qualsivoglia passato. Questo percorso premierebbe la dialettica, l’intelligenza e il sudore della fronte: meritocrazia. Sarebbe un progetto genuino perché proveniente dal “popolo”, e sarebbe un progetto serio perché ognuno sarebbe chiamato a mettersi in discussione e a professionalizzare la propria prassi politica.
Entrambi i percorsi hanno lo stesso identico valore politico. Lo scarto che darà giustizia all’uno o all’atro, o ad un altro percorso ancora -per carità-, starà nella volontà di chi si vorrà rimboccare le maniche o magari vorrà rinunciare ad una parte del proprio piccolo feudo, per costruire un qualcosa di veramente importante.
Come Lenin –il grande Lenin- seppe rinunciare a molti dei propri paradigmi politici, fino a riformulare addirittura gli insegnamenti di Marx, affinché si potesse raggiungere la dittatura proletaria, così la D.R. deve riuscire a smaltire tutte quelle scorie passate che fino a oggi hanno compromesso qualsiasi progetto serio. Al bando quindi ogni prosopopea carismatica, ogni contraddizione culturale e scrupolo politico. Al bando i passatismi e le parodie di imperi ormai caduti o le memorie di titaniche tragedie. Al bando gli scrupoli o gli antidemocraticismi sterili. Al bando l’approssimazione, la miopia e gli slogan balordi. Evviva l’intelligenza, il sacrificio e la gioia. Il mondo ha bisogno di una destra autentica, radicale e vincente. Nuova, ma non moderna. Organizzata, ma non “allineata”. Viva e non “vegeta”.