America, il paese guerriero - Il lascito dell'11/9
Cinque anni che fanno la differenza! Lo Stato più importante del Paese, così ci ha definito un politico statunitense, attaccato da una dozzina circa di sauditi che, con incredibile facilità, dirottano diversi voli di linea lanciandone due contro un paio di grattacieli di New York e un terzo contro una delle cinque facciate del Pentagono a Washington, il cuore della più imponente e costosa macchina militare che ci sia al mondo.
Vidi queste immagini trasmesse in diretta dalla CNN; in Italia, dove abitavo allora. Lo shock visivo fu immenso, ovviamente. Soprattutto quando il nostro piccolo presidente fu scovato dall'onnipresente telecamera in una scuola della Florida mentre leggeva ai suoi pari un passaggio di "La Capretta", una favola studiata per incoraggiare i piccoli Americani a camminare a testa alta: "come è giusto che sia", diceva loro il presidente.
Un assistente interrompe la lettura e mormora qualcosa all'orecchio presidenziale: gli occhi presidenziali si sbarrano. Un momento simile si era vissuto quando i Sudisti fecero fuoco su Fort Sumter, o quando i Giapponesi affondarono la flotta statunitense a Pearl Harbor. Per nostra fortuna, in quelle occasioni erano in carica due presidenti che potevano permettersi di camminare a testa alta. Lincoln agì con la sua inconfondibile scaltrezza e Roosevelt, tuonando anatemi come il Sommo Pontefice, spalancò le porte del tempio di Giano dando inizio alla guerra che fece degli Stati Uniti un impero mondiale mentre quello giapponese del Sole tramontava.
Cosa fece invece il nostro Romolo Augusto nelle restanti ore dell'11 settembre? Lesse un altro passaggio di "La Capretta", sapendo che il suo sostituto fantoccio, il vicepresidente Cheney, era nascosto ben bene in qualche luogo segreto. Poi il piccolo imperatore si affrettò a salire sull'Air Force One per un giro turistico tra i più lussuosi bunker americani ed evitare così le attenzioni di altri possibili terroristi. Qualcuno mi chiese quale fu la mia prima reazione. Stupore per il fatto di essere così vulnerabili nonostante tutti gli atteggiamenti megalomani durante quella guerra fredda volutamente avviata da Harry S (S che sta per… niente, come egli stesso amava precisare) Truman mezzo secolo fa con una celebrazione in stile sons et lumières a Hiroshima e Nagasaki.
Il popolo americano ancora non sa che ogni singolo comandante militare in carica durante la Seconda Guerra Mondiale, dal Generale Eisenhower in Europa all'ammiraglio Nimitz nel Pacifico supplicò in ginocchio il nostro primo piccolissimo presidente di non bombardare con l'atomica due città di una nazione sconfitta che tentava disperatamente di arrendersi. Ma Truman, e con lui il suo Metternich, Dean Acheson, voleva rimpiazzare Hitler e il Fascismo con Stalin e il Comunismo. Fu con Truman che la più grossa menzogna di tutti i tempi venne messa in scena in tutto il suo splendore. Nonostante l'obiezioni unanime da parte dell'esercito americano, Truman fece esplodere le due bombe atomiche.
A quell'epoca mi trovavo anch'io con l'esercito sul Pacifico e ci venne fatto credere, così come al resto del mondo, che un milione di soldati americani sarebbero morti se avessimo dovuto invadere il Giappone. Volevamo la Bomba? Sì, certo. Ma non sapevamo affatto che, se avessimo invaso il paese come originariamente stabilito, non avremmo incontrato nessuno tra i sopravvissuti dell'esercito giapponese sul continente asiatico, perché non avevano i mezzi di trasporto sufficienti per tornare sulle proprie isole.
Se non erro fu Vico a notare che le repubbliche più attive tendono a trasformarsi in imperi. Naturalmente fu Montesquieu, l'intellettuale padrino francese della repubblica americana, a sottolineare che se una repubblica prende la via dell'impero cessa di essere tale mentre Vico, nella sua visione ciclica della società umana, vedeva le repubbliche imperiali trasformarsi in dittature, caos e barbarie. Negli ultimi cinque anni, il comportamento degli Stati Uniti in Medio Oriente è stato a dir poco barbaro e certo non verrà perdonato in fretta.
Nel frattempo, una giunta affamata di gas e petrolio ha preso il controllo della vecchia repubblica americana usando con grande astuzia ingenti quantità di denaro proveniente dalla comunità e dalla chiesa per falsificare i conteggi elettorali dei sistemi di voto elettronici, così facilmente manomettibili; oggi infatti esistono i mezzi per alterare o rendere nulli i risultati elettorali, come accadde in Florida nel 2000 e in Ohio nel 2004. Non solo le parole ma anche le ultime azioni del nostro piccolo presidente sembrano tratte dal copione di una commedia del macabro. Sebbene sia Bush che i suoi compagni di congiura si divertano a recitare la "grande menzogna" (facendo così apparire John Kerry, noioso ma genuino eroe di guerra, come un codardo truffatore agli occhi di chi ignora la fannullaggine di Bush, Cheney e Rumsfeld che orgogliosamente non hanno combattuto nessuna delle nostre tante guerre).
Ora, nel tentativo di fuggire le accuse per la guerra in Iraq e di confondere ulteriormente il mondo sul perché Iran e Siria debbano essere distrutti, il vecchio Rumsfeld e il vecchio Cheney rispolverano vecchie e logore immagini di Hitler e parlano di riconciliazione facendo credere che la maggioranza americana anti-bellica stia favorendo il fascismo islamico. Fingono che il terrorismo sia una specie di demonio in sembianze umane. E se non lo fermiamo a Teheran dovremo fermarlo qui. Ridicolo; ma purtroppo la giunta è ignorante di storia e geografia e pensa che lo sia anche la popolazione. Nel frattempo, il piccolo presidente si preoccupa di come sarà la sua immagine nei libri di storia.
Se però fa scoppiare la Terza Guerra Mondiale, probabilmente non ci saranno più libri di storia. Che sollievo per un non-lettore come lui, anche se ultimamente va dicendo di leggere Camus e "tre Shakespeare". Tragedie, naturalmente. Pare poi che si compiaccia del fatto che le telecamere lo abbiano scoperto mentre leggeva "La Capretta", perché in greco esiste un'unica parola per indicare sia Capra che Tragedia. Un codice quindi. Comincio a pensare che il nostro presidente stia facendo dell'ironia: errore fatale per la casa della Libertà.
Dopo tutto, durante la sua prima visita a New Orleans, aveva promesso di ricostruire la città devastata dall'uragano. Ma naturalmente, e come al solito, niente è stato fatto. Lo scorso 29 agosto poi, è tornato a New Orleans per rassicurare gli studenti delle scuole superiori: "Sono tornato per dirvi che l'impegno di cui vi ho parlato a Jackson Square è vivo oggi come lo era allora." E infatti si vede!
Intanto resta viva la speranza che qualche nobile umanitario chiuda finalmente le porte del tempio di Giano, aperte ormai da quel Dicembre del 1941, data in cui abbiamo cominciato a passare da una guerra a un'altra e un'altra ancora, senza pausa - né riflessione.
di Gore Vidal - Traduzione di Francesca Campisi per Cani Sciolti
09/10/06 articolo originale: "Gore Vidal: America's warrior nation - The legacy of 9/11"
© 2006 Independent News and Media Limited




Rispondi Citando