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    Machiavelli e la nascita del pensiero moderno



    Niccolò Machiavelli e la nascita
    del pensiero moderno

    Con il dissolversi dei concetti medievali dell'Impero universale e della Chiesa universale, la plenitudo potestatis passa allo Stato, piú esattamente al monarca o al popolo. Lo schiaffo di Anagni manifesta l'acme della crisi dei rapporti tra i nuovi Stati nazionali e la Chiesa di Roma, rappresentati rispettivamente da Filippo il Bello e Bonifacio VIII, e la volontà del potere laico di affermare la sua sovranità.
    Tale situazione storica è alle spalle di Machiavelli, con il quale il pensiero laico acquista piena consapevolezza, supportato dalla nascita della politica come scienza. Proprio l'affermazione che la politica è scienza, comporta che questa abbia leggi proprie, propri principi, propri obiettivi, sia quindi pienamente autonoma e indipendente dalla religione, dalla morale, dalla teologia, né abbia posizione ancillare rispetto a questa, ma una sua propria dignità in quanto "vera" scienza.
    Machiavelli, fondando la scienza politica, intendeva formulare una disciplina che studiasse le regole dell'arte di governo badando esclusivamente all'efficacia di tali regole indipendentemente da ogni remora religiosa o morale: laica politica o laica morale, quindi. Da tale premessa è poi derivato il principio per cui "il fine giustifica i mezzi", principio tuttavia non formulato da Machiavelli il quale orientava le sue simpatie verso la virtù e la prudenza nella vita civile e politica e perciò elogiava gli Stati retti su queste virtù come quello dei Romani.
    Anche le "regole" di governo sono efficaci indipendentemente dal carattere morale o immorale delle stesse, quindi nella loro totale laicità. Il Principe di Machiavelli è un teorema politico in quanto ricerca quali siano le qualità necessarie per governare: perciò già Voltaire affermava che la storia "razionale" comincia col Machiavelli e col Guicciardini.
    Da una particolare angolatura visuale, si può affermare che la dottrina del Machiavelli pone le basi del liberalismo moderno, inteso come la dottrina che si assume il compito della difesa della libertà, successivamente alla realizzazione della stessa, nel campo politico, come afferma N. Abbagnano.
    Infatti il Machiavelli, cosí come il liberalismo, teorizza il "contrattualismo" che considera lo Stato frutto di una convenzione tra gli individui ed afferma altresì la coincidenza dell'interesse privato con quello pubblico.
    L'individualismo, d'altronde, è la base stessa del liberalismo e il valore assoluto dell'individuo certamente è presente nella teoria machiavelliana.
    Ciò che evidenzia la negazione del Medio Evo illiberale e la modernità del Machiavelli è proprio la delineazione degli ideali di patriottismo, gloria, libertà della patria. Il Machiavelli vede nel potere temporale del Papato il principale pericolo dell'Italia e, nei mercenari ed avventurieri, le prime cause della debolezza italiana. Di fronte alla teocrazia medioevale sorge l'autonomia dello Stato.
    Il Cristianesimo, secondo il Machiavelli, ha svolto nella storia una funzione negativa, ha reso gli uomini meno virili ed ha allentato il loro attaccamento alle armi e alla patria, è stato instrumentum regni, mezzo di disciplina dei popoli: "chi considerasse i fondamenti suoi e vedesse l'uso presente... giudicherebbe esser propinquo la rovina o il flagello". Nei Discorsi la religione è ricondotta dal Machiavelli alla sua sfera spirituale e, solo cosí, è considerata strumento di grandezza nazionale: quasi precorrimento della Chiesa nazionale nei movimenti riformistici seicenteschi. "La religione può bene costituire, con le leggi e le milizie, il fondamento della vita nazionale" afferma F. Chabod, il quale tra l'altro nota che nel Principe il valore politico della religione è enormemente ridotto di fronte ai Discorsi.
    Nel Medio Evo non vi era il concetto di "patria", vi era il concetto di fedeltà e sudditanza: quello di patria è un concetto liberale e moderno che già trova spazio nel Machiavelli. La "patria" di Machiavelli è, naturalmente, il comune libero, ma tale concetto ben presto gli apparve come cosa troppo piccola e perciò lo stesso propose la costituzione di una confederazione italiana che fosse baluardo contro lo straniero: il suo concetto di patria, quindi, si allarga.
    Rigettata ogni causa soprannaturale nell'umano agire, Machiavelli pone come base di ogni azione umana l'immortalità del pensiero: è il "cogito" che si affaccia nella storia dando inizio alla scienza moderna ed a tutta la moderna età, fondamento esso stesso del pensiero laico e liberale moderno. È l'uomo libero, emancipato dal soprannaturale e dal sopraumano, che proclama la sua autonomia e prende possesso del mondo. Degna di nota è anche l'idea, tutta moderna e liberale, che il fine dell'uomo è il lavoro e che il maggior nemico della civiltà è l'ozio. Agere et patri fortia: è la base dello Stato autonomo e indipendente. Lavoro, patria, libertà, pensiero autonomo, sono idee-fulcro del liberalismo machiavelliano antipapale, antimperiale, antifeudale. Machiavelli, soprattutto nei Discorsi, esalta il valore della libertà e la superiorità della repubblica sulla monarchia nell'organizzazione dello Stato in quanto non consente che prevalga la volontà di uno solo; egli sottolinea il fatto che il bene comune è bene promesso solo in una libera cittadinanza; questi Discorsi difendono la causa della democrazia e affermano che "la moltitudine è piú saggia e piú costante del capo unico".
    Antonio Gramsci sottolinea l'atteggiamento antifeudale del Machiavelli e vedeva questi in lotta contro l'organizzazione economico-corporativa della borghesia comunale e per la creazione del nuovo Stato borghese: posizione paradigmatica per le lotte politiche moderne. Lo Stato moderno è cosí liberato da tutti quei vincoli feudali che ne determinavano la sudditanza al potere comunale, opprimendo la sua autonomia.
    Machiavelli è un tipico uomo del Rinascimento ed è, a pieno titolo, figlio del suo tempo. Da ciò deriva il rifiuto del dogmatismo scolastico-religioso medioevale e il recupero di un'intelligenza laica e di una tolleranza religiosa quale fondamento di un umanesimo che valorizzi la capacità dell'uomo di liberarsi dei pregiudizi e di cogliere la natura umana con un atteggiamento scientifico. Ma il Rinascimento è il fondamento stesso dell'età moderna e delle sua istanze e pertanto costituisce il loro momento genetico.
    Max Horkheimer afferma che Machiavelli sarebbe stato non solo il fondatore della scienza politica, ma anche il primo teorico dello Stato borghese. Horkheimer parte dall'assunto che lo Stato borghese è uno Stato avente in sé la propria razionalità: autonomo nelle sue strutture, funzionale e finalizzato all'emergere dell'economia borghese in quanto ha la funzione di garantire lo sviluppo delle forze e delle attività economiche. Per questo, secondo Horkheimer, Machiavelli rifiuta il sistema gerarchico medioevale e il potere aristocratico e, nella stratificazione sociale, considera la nobiltà "oziosa" e concede un posto privilegiato alla borghesia, soprattutto cittadina, attiva e collegata al denaro. Secondo Horkheimer, Machiavelli sollecita gli scambi del commercio e il libero gioco delle varie forze economiche; per questo sottolinea l'importanza della "virtù" che è laboriosità e capacità di guadagno. Il borghese ha la propria regola nel perseguire il proprio utile e questo stesso consegue solo agendo in un modo razionale: per sapere come agire, non alza certo gli occhi al cielo, ma opera in piena autonomia e laicità. Nell'opera su citata si legge: "Machiavelli chiede la subordinazione di ogni scrupolo allo scopo che giudica supremo: la conservazione di uno Stato forte come condizione del benessere borghese" mettendo a fuoco la sua tesi. Il liberalismo, borghese ed economico, con l'abolizione del mercantilismo e del protezionismo, è un tutt'uno con il liberalismo politico, pungolo per rimuovere gli ostacoli al libero interscambio. La proclamazione dello "Stato forte", in Machiavelli, si fonda sulla fede nel progresso spirituale, morale e culturale, elementi-fulcro del liberalismo e il grado della cultura umana è rapportabile alla misura della libertà borghese. Machiavelli tuttavia, secondo Horkheimer, commette l'errore di considerare la violenza come necessaria per l'ascesa della borghesia e, in generale, per la necessità dello Stato. C'è da chiedersi, però, se le considerazioni di Horkheimer siano da condividersi in pieno o se siano puro frutto del pieno coinvolgimento dell'Autore nel momento storico che stava vivendo, ossia del periodo attorno al 1930, allorché con i suoi collaboratori, Theodor Adorno ed Herbert Marcuse, ispirò l'indirizzo di studi marxistici che va sotto il nome di "teoria critica".
    Su questa critica alle teorie di Horkheimer che, come già abbiamo detto, considera Machiavelli il primo teorico dello Stato borghese, si fondano le tesi di quegli studiosi che ritengono invece che le condizioni storiche dell'Europa e dell'Italia del periodo di Machiavelli non consentono di parlare di accumulazione capitalistica e di sviluppo delle forze borghesi. Tuttavia, anche per costoro, l'affermazione dell'Horkheimer che vede nel Machiavelli "il primo teorico dello Stato borghese" è un elemento per confermare nello stesso il momento "genetico" del pensiero laico e liberale moderno.
    P. Stanislao Mancini sintetizza acutamente gli elementi che fanno del Machiavelli il padre della politica moderna. "Egli ha emancipato le discipline politiche dall'autorità teologica, ha applicato alle medesime il metodo storico sperimentale".
    Tuttavia anche su questa asserzione ci sono voci non del tutto concordi. F. Chabod sottolinea il carattere intuitivo del pensiero machiavelliano e la differenza dal modo d'impostare il problema di altri pensatori quali Locke, Montesquieu, Rousseau.
    Forse, proprio per il "taglio" liberale Il Principe non piacerà al fascismo e verrà considerato "eretico" dalla mentalità degli anni Venti. Per la forte portata di laicismo non piacerà neppure alla Chiesa della Controriforma che ne censurerà la matrice aristotelico-materialistica. Si è chiamato "machiavellismo" quella deformata interpretazione dell'opera del Machiavelli che accentua le finalità bassamente pratiche del trattato, secondo la nota massima, di cui si è già detto, "il fine giustifica i mezzi" che, come afferma L. Russo "è dei suoi falsi scolari, i gesuiti", massima pregna del falso pedagogismo della Controriforma. Ma questi aspetti, a nostro avviso, sono certamente ciò che è accessorio, relativo nella dottrina del Machiavelli, come bene ha visto il De Sanctis. "Ciò che è morto nel Machiavelli, non è il sistema, è la sua esagerazione". Quindi cosí continua: "... il suo Stato non è contento di essere autonomo, ma toglie l'autonomia a tutto il rimanente. Ci sono i diritti dello Stato: mancano i diritti dell'uomo. La "ragione di Stato" ebbe le sue forche... fu Stato di guerra, e in quel furore di lotte religiose e politiche, ebbe la sua culla sanguinosa il mondo moderno. Da quelle lotte uscì la libertà di coscienza, l'indipendenza del potere civile e, piú tardi, la libertà e la nazionalità". Il De Sanctis quindi afferma che, col concetto machiavelliano dello Stato nasce, anche se "piú tardi", quello della Nazione. Questa filiazione è considerata errata dal Russo, il quale sostiene che quello di "Nazione" è un concetto di formazione posteriore e di lentissima costituzione. L'"errore" del De Sanctis sarebbe imputabile al fatto che egli stesso era un uomo del Risorgimento, per cui vedeva adombrato, in Machiavelli, il sogno delle generazioni di tutto l'800.
    Machiavelli fu apprezzato dall'Illuminismo, ma anche da Hegel che, nel IX cap. della Costituzione della Germania, afferma che Machiavelli ha anticipato il disegno dell'unificazione dell'Italia, superando il frazionamento regionale cinquecentesco. È questo il "nobile segno purificatore" dello scrittore de Il Principe, di cui parla anche M. Vanni.
    Tale asserzione, però, è contraddetta da L. Russo, il quale, riesaminando l'ultimo capitolo del Il Principe, laddove si è voluto vedere nel Machiavelli il caldo profeta dell'unità nazionale, sostiene che l'Autore non pensa all'Italia nella sua unità intima e storica, ma pensa soltanto ad alcune province di essa.
    C'è da notare, inoltre, che il "pessimismo" individuato da Prezzolini nell'opera machiavelliana, è da iscriversi piuttosto ad un atteggiamento denigratorio nei confronti dell'opera stessa, in quanto non è frutto di una personale antropologia, ma deriva dalla realtà concreta presa in esame. Secondo G. Prezzolini, troppo il Machiavelli è ancorato alla fiducia rinascimentale nell'uomo.
    Machiavelli è, a nostro avviso, specchio dei tempi, "troppo" figlio del Rinascimento per poter cadere nelle secche di un pessimismo antiumanistico: non bisogna mai dimenticare che stiamo parlando dello stesso autore de La mandragola.
    Costituisce voce a sé quella del Russo che parla di una "concezione fortemente pessimistica... ma di un pessimismo che comanda all'azione".
    Quello che mi sembra condivisibile in questa affermazione è soprattutto la seconda parte. La concezione dell'uomo, quale appare nel Machiavelli, piú che "pessimistica" sembra essere realistica e scientifica. Il Machiavelli parte infatti dall'analisi della situazione storica dell'uomo e ne ravvisa "il modo naturalistico di concepire la stessa vita morale e politica".
    Come molto bene precisa lo Chabod: "Le osservazioni di carattere generale hanno nel Machiavelli un fondo concreto, preciso, umano: dietro ad esse avverti un'esperienza precisa, ricca di uomini e di eventi... una pienezza di cose concrete che toglie qualsiasi nota di astrattismo intellettualistico" .
    Lo stesso Hegel, nella Kritic der Verfassung Deutschlands, sottolineava l'importanza dell'opera machiavelliana quale interprete dello spirito rinascimentale nella conseguita autonomia dalla religione e dalla morale. Lo Stato ha in sé i suoi fini, tanto in Machiavelli quanto in Hegel. Il binomio Machiavelli-Hegel viene stabilito dal Meinecke che afferma che Machiavelli, fondatore della "ragion di stato", avrebbe intuito la profonda dialettica della storia che è bene e male allo stesso tempo. Tuttavia L. Russo, anche nell'aspetto formale dell'opera del Machiavelli, individua una "modernità": afferma infatti che la sintassi machiavelliana è una sintassi adulta, a differenza del ragionamento medioevale e scolastico "a piramide", inaugura il ragionalento "a catena" che sarà poi di Galileo e di tutta la prosa scientifica moderna.
    Infine i tanti nessi presenti tra Il Principe e i Discorsi ci inducono a superare la contrapposizione tra un Machiavelli "repubblicano" e un Machiavelli "teorico dell'assolutismo" che è stata classica per tanto tempo, avallata anche da tanta critica romantica che definiva Machiavelli un pensatore "ancipite", "duplice", al tempo stesso precettore di principi e difensore della libertà. Il Principe e i Discorsi, infatti, sono i due momenti inscindibili di ogni politica: il momento dell'autorità e il momento della libertà. Da ciò l'apparente contraddizione delle due opere perché in realtà, nel problema della autorità è implicito quello della libertà e, nel motivo della libertà, quello dell'autorità.
    Antipapale, antimperiale, antifeudale, civile, moderno, democratico: questo è Machiavelli. "La serietà della vita terrestre, col suo strumento, il lavoro, col suo obiettivo, la patria, col suo principio, l'uguaglianza e la libertà, col suo fattore, lo spirito o il pensiero umano, col suo organismo, lo Stato, autonomo e indipendente: ecco ciò che vi è di assoluto e di permanente nel mondo di Machiavelli".
    Machiavelli, quindi, come antesignano dell'Ottocento liberale.

  2. #2
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    Ringraziamo omorfo di averci riportato questo interessante "saggio" sul Machiavelli che e' opera dell'impegno intellettivo di Antonella Rizzo (III H), svolta sotto la guida del prof. Luigi Guerrieri, del Liceo-Ginnasio Statale "Giuseppe Palmieri" di Lecce, tratto dall'annuario 1995/1996.

    Le parole che risultano evidenziate in blue linkano argomenti che permettono di ampliare esaurientemente quanto espresso nel saggio.

  3. #3
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    Predefinito

    Caro omorfo, mi scuso dell'abissale
    dimenticanza ma ... dopo vari mesi della tua partecipazione a
    questo Forum ... mi sono accorto che ancora non ti avevo dato il
    benvenuto di rito .... per cui provvedo subito sotto:


    ad omorfo sulle pagine del Forum dei Repubblicani Italiani

  4. #4
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    Predefinito MACHIAVELLI visto da un'altra angolazione

    tratto da il CORSERA 4 ottobre 2003

    Cristianesimo fondamentalista e interventismo militare in difesa degli interessi statunitensi, le basi teoriche dell’intellighenzia repubblicana

    I «neocon» alla guerra nel nome di Tucidide

    MICHAEL LEDEEN

    «Il testo preferito dai neoconservatori è La guerra del Peloponneso di Tucidide », ha scritto Irving Kristol sul Weekly Standard , la rivista di riferimento dei «neocon» americani (il gruppo di intellettuali e politici che più influisce sulle scelte di Washington). Una possibile sorpresa per quanti, in Europa, pensano che la politica estera degli Stati Uniti abbia le sue uniche basi teoriche - dall’«Impero del Male» di Reagan all’«Asse del Male» di Bush - nella saga di Guerre stellari ; e per quanti, in America, considerano ormai esaurita l’influenza della grande cultura del Vecchio continente: radici secche. Dunque, esagerando, c’è anche un antico e glorioso libro dietro la guerra in Iraq? È stato un ateniese del V secolo avanti Cristo a ispirare gli ispiratori della Casa Bianca? I libri e la politica: ai neoconservatori - sono essi stessi a dirlo - non piace solo Tucidide ma anche Machiavelli, Platone e Aristotele. Autori che hanno conosciuto grazie al loro maestro moderno Leo Strauss: il filosofo ebreo tedesco rifugiatosi negli Stati Uniti per sfuggire al nazismo, morto nel 1973, tanto sconosciuto fino a pochi anni fa quanto continuamente evocato dall'avvento dei «neocon» in poi. Una moda intellettuale che si sta già attirando qualche critica interna al campo dei neoconservatori stessi: «Tutti parlano di Leo Strauss ma pochi lo hanno letto - dice Michael Ledeen, già consigliere di Reagan, professore dell’American Enterprise Institute -. Certo fa scalpore che in America si citino Machiavelli o Strauss quando si parla di politica internazionale. Ma questo perché in Europa il dibattito intellettuale è morto. Noi siamo molto più vivaci».
    In realtà l’amministrazione americana sembra oggi attraversata da due correnti principali: i cristiani fondamentalisti, rappresentati dal ministro della Giustizia John Ashcroft, e i neoconservatori del numero due del Pentagono, Paul Wolfowitz. Se i primi si rifanno alla Bibbia, i secondi trovano ispirazione diretta negli autori classici dell’Occidente. A differenza di molti conservatori tradizionali, inclini all’isolazionismo, i neoconservatori pensano che gli Stati Uniti abbiano il diritto di esportare la democrazia all’esterno. E la nuova guida dell’America, costretta ad agire nel mondo dopo la carneficina dell’11 settembre, è il Principe di Machiavelli.
    I neoconservatori, in gran parte liberal newyorchesi disillusi dal «relativismo culturale» della sinistra degli anni Settanta, credono che gli Stati Uniti non debbano esitare nell’usare la loro potenza militare ed economica senza precedenti per promuovere i valori e allo stesso tempo gli interessi americani nel pianeta. «Siete i migliori cervelli del nostro Paese - ha detto il presidente Bush il 26 febbraio scorso, nel discorso all’American Enterprise Institute di Washington, il think tank dei «neocon» -. Tanto che almeno una ventina di voi lavorano nella mia amministrazione».
    Il dialogo tra gli Ateniesi e i Meli nella Guerra del Peloponneso , citata da Kristol (uno dei «padri fondatori» dei neoconservatori), è un esempio classico del realismo politico contrapposto al prevalere del diritto sulla forza. Durante la lunga guerra tra Atene e Sparta (dal 431 al 404 a.C.), gli ateniesi si avvicinarono minacciosi a Melo, colonia spartana ma neutrale. Prima di cominciare la battaglia, proposero agli abitanti di Melo di arrendersi senza combattere, vista la schiacciante superiorità bellica ateniese. «Si tiene conto della giustizia quando la necessità incombe con pari forze su ambo le parti; in caso diverso i più forti esercitano il proprio potere e i più deboli si adattano», dicono gli Ateniesi. La potenza, quindi, implica una logica ferrea, che non può essere elusa. La particolarità di Atene era quella di conciliare politica della forza e democrazia, guerra e civiltà. La sovrapposizione con gli Stati Uniti di Bush così come li vorrebbero i «neocon» è evidente. «Se possiedi quel tipo di potenza che noi abbiamo - scrive Kristol -, devi trovare le giuste opportunità per usarla, o il mondo le troverà per te». Una lezione fatta propria dall’altro «neocon» Richard Perle (dimessosi nel marzo scorso dal Defense Policy Board del Pentagono), quando sostiene che «le norme internazionali rendono difficile portare la guerra al terrorismo negli Stati stranieri, come noi dovremmo fare. Bisognerà quindi che il presidente Bush cambi atteggiamento nei confronti di queste norme internazionali, o ci troveremo con le mani legate da istituzioni antiquate e incapaci di difenderci».
    Naturalmente, il dialogo tra gli Ateniesi e i Meli di Tucidide può essere interpretato anche in un altro modo. Questa è l’opinione di Luciano Canfora, uno dei maggiori esperti di storia antica. «Tucidide è molto influenzato dal pensiero sofistico; sceglie la forma del dialogo per esporre le ragioni di entrambe le parti in lotta, senza prendere posizione. Almeno apparentemente». Ecco quello che sostengono i Meli: «Anche noi consideriamo molto difficile combattere con la vostra potenza. Tuttavia abbiamo fiducia che non avremo la peggio perché, fedeli alla legge divina, insorgiamo in armi contro l’ingiusto sopruso». I Meli riconoscono la potenza di Atene, ma introducono il criterio della legge divina per stabilire quello che è giusto e quello che è ingiusto. Aggrediti senza colpe, si sentono dalla parte della ragione. «A parere dello storico Gaetano De Sanctis, e anche mio, Tucidide in realtà sta con i Meli - dice Canfora -. Propende per la morale e la giustizia, non per la potenza. Ecco perché i "neocon", quando vedono in Tucidide il precursore del loro realismo politico, mi sembrano cadere in un equivoco».
    Poi c’è Machiavelli. All’indomani dell’11 settembre Michael Ledeen, autore del libro Machiavelli on Modern Leadership (sottotitolo «Perché le ferree regole di Machiavelli sono attuali e importanti oggi come cinque secoli fa»), ha tratto dal Principe alcuni consigli per i leader del mondo occidentale sotto attacco islamico. Il primo esprime bene il senso anche degli altri: l’uomo è incline al male più che al bene, e la pace non è la condizione normale dell’umanità; se vogliamo la pace, dobbiamo vincere la guerra.
    Leo Strauss, per i neoconservatori, è il tramite, colui che ha importato la filosofia europea nel mondo accademico americano. Inorridito dal crollo della repubblica di Weimar, Strauss concluse che la democrazia non ha alcuna possibilità di resistere ai totalitarismi se non supera la sua debolezza cronica imparando a ricorrere alla forza. Per Strauss, esistono governi buoni e governi cattivi: la politica deve avere il coraggio di esprimere giudizi di valore, e i governi buoni hanno il diritto e il dovere di difendersi da quelli cattivi. Come sostiene di fare George W. Bush quando combatte i regimi dell’«Asse del Male».

  5. #5
    Garibaldi
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    abbiamo scoperto che Viroli
    e' un neocon sotto false spoglie !!!!
    ammiratore incondizioanato di
    Macchiavelli ?!?!??!
    Non mi ricordo dove ma Mazzini da qualche
    parte l'aveva scritto che Macchiavelli era da
    prendere con le pinzette per le ciglia !!!
    Chi mi sa trovare queste scritte mazziniane !!!!!!

  6. #6
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    Machiavelli (con una c sola) è uno dei padri assoluti del pensiero repubblicano moderno. Ridurlo a burletta non aiuta nessuno.

  7. #7
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    Alberich, non sapevo che Macchiavelli era un repubblicano, credevo fosse un monarchico perche' e' sempre stato a servizio dei principi e delle monarchie.
    Potresti spiegarmi la cosa, in modo da capirla?
    Grazie.

  8. #8
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    Predefinito tratto da LA STAMPA Web 16 luglio 2005

    Qui si boccia il mito Machiavelli
    Non era un filosofo, né un umanista (ignorava il greco, conosceva poco il latino), né un repubblicano (come dimostra il suo sostegno ai Medici): un ritratto antiretorico (e discutibile) di Bausi che non ne offusca però la statura politica, giudizio che trova piena conferma nelle «Opere» poetiche e storiche presentate da Vivanti

    di Maurizio Viroli

    Con la pubblicazione del terzo e ultimo volume delle Opere di Machiavelli, Corrado Vivanti ha concluso una decennale fatica. Il primo volume contenente le opere uscì infatti dai torchi nel 1997, mentre il secondo, che comprende le lettere e le legazioni e commissarie, nel 1999. I lettori e gli studiosi di Machiavelli hanno ora a disposizione un'elegante edizione dell'opera completa corredata da un ottimo apparato critico, e addirittura da un ricco indice analitico di centoventi pagine. L'ultimo volume, che comprende le composizioni in versi, gli scritti letterari in prosa, le opere teatrali, le Istorie fiorentine e la Vita di Castruccio Castracani, è essenziale per capire la fisionomia intellettuale e politica di Machiavelli. Come spiega Vivanti nell'Introduzione, Machiavelli non nasce come scrittore politico ma come poeta, e riteneva con tutta probabilità che la poesia fosse l'attività intellettuale più di ogni altra atta a dare gloria imperitura ai suoi cultori. Benché non fosse poeta eccelso, e molto meglio seppe fare quando scrisse in prosa, le sue composizioni in rime hanno un forte "vigore ideale" (p. XIV) e diventano particolarmente efficaci quando narra le vicende politiche nei Decennali o tratteggia le grandi evoluzioni epocali e i cicli degli imperi (pp. XII-XVI). Fin dagli inizi della sua esperienza intellettuale, Machiavelli avverte insomma la necessità di capire le vicende concrete e particolari, ma per farlo guarda ai grandi cicli storici e alle passioni degli uomini, sottoposti al dominio della fortuna, ma anche capaci di vincerla con l'azione politica. Di ben altra qualità rispetto alle composizioni in versi sono le commedie, in particolare Mandragola, che Machiavelli compone negli anni più tristi della sua vita, e che Vivanti giudica opera «destinata ad aprire un nuovo capitolo nella storia della commedia italiana». La scrive per ridere un po' e per far ridere; ma anche in quest'opera leggera c'è un’evidente critica politica alla corruzione di Firenze e dell'Italia, quella stessa critica che troviamo nelle sue opere politiche. Né dalla politica Machiavelli si distacca quando scrive la sua maggiore opera storica per conto del papa Clemente VII (Giulio de' Medici). Se giudicate con criterio rigidamente storiografico, le Istorie fiorentine sono macchiate da gravi lacune e imprecisioni. Machiavelli, anche perché il tempo a disposizione era poco e il bisogno di denari grande, non si avvale di materiali d'archivio. Ma Machiavelli non scrive per narrare come sono andate le cose bensì per spiegare le cause del declino politico di Firenze e per indicare il possibile rimedio politico. Cause che egli identifica nei devastanti conflitti delle fazioni; rimedio che indica in ordini politici giusti che sappiano fare di Firenze una vera patria «la quale ugualmente tutti i suoi cittadini ama» anziché adorarne pochissimi a danno degli altri. Per esprimere con la massima forza persuasiva possibile i suoi consigli di riforma, Machiavelli si serve dei proemi all'inizio di ogni libro, e delle orazioni attribuite a personaggi di rilievo della vita fiorentina o ad anonimi oratori. Procedimento che ha ovviamente attirato su Machiavelli i rimbrotti degli storici, ma che era del tutto coerente con i modelli della storiografia umanistica che considerava la storia magistra vitae e si serviva delle tecniche della retorica. Dalle opere storiche esce dunque confermata la medesima immagine che emerge dalle opere politiche, ovvero quella di un pensatore politico che, lo mette bene in rilievo Vivanti, univa al raziocinio un "appassionato patriottismo" e una "straordinaria umanità" (pp. XXXIX-XL). Qualità che non nega certo Francesco Bausi nel suo ottimo studio critico. Quel che Bausi respinge è il "mito" di Machiavelli, ovvero l'idea che Machiavelli fosse un filosofo, un umanista e un repubblicano. Non fu un filosofo perché gli mancava una vera cultura filosofica, perché non aveva alcuna passione per le «astratte e autosufficienti elaborazioni concettuali» e soprattutto non era capace di pensare in modo rigoroso. Non era un umanista perché, oltre a non conoscere il greco e a conoscere il latino in modo tutt'altro che eccelso (scrisse in latino soltanto un frammento di epistola e una breve lettera a Francesco Vettori), non aveva la passione per l'analisi filologica e per l'interpretazione rigorosa dei testi. Non era repubblicano, come lo hanno dipinto in tanti, soprattutto gli storici anglosassoni del pensiero politico (che Bausi disdegna di citare) perché fu un sostenitore del principato civile prima e del principato assoluto poi e perché dal 1512, quando i Medici tornarono al potere in Firenze, fino alla fine dei suoi giorni, fu un loro sostenitore. Lo provano lo scritto Ai Palleschi e la lettera a una gentildonna del settembre-novembre 1512 in cui saluta il ritorno dei Medici e li consiglia sul modo migliore di rafforzare il nuovo regime; i suoi sforzi presso Vettori affinché gli procurasse un impiego presso i nuovi signori; le sue frequentazioni dei circoli medicei e il Capitolo pastorale dedicato a Lorenzo duca d'Urbino; la sua collaborazione negli ultimi anni della vita con Francesco Guicciardini; infine il fatto che le sue opere politiche vennero pubblicate per iniziativa di uomini dei legati al potere mediceo con l'approvazione del papa Clemente VII. Né filosofo, né umanista, né repubblicano, ma un politico di grande statura che scrive guardando sempre alla realtà contingente e sa capire, e in questo risiede la sua vera grandezza, l'evoluzione dei tempi (pp. 25-26) Se davvero era tanto fervente mediceo resta da spiegare perché i Medici lo cacciarono dal posto di Segretario e non vollero saperne di servirsene fino al 1520, quando il cardinal Giulio lo interpella sul progetto di riforma istituzionale, e poi gli affida il compito di scrivere la storia di Firenze. Le prove più forti a sostegno del repubblicanesimo di Machiavelli sono tuttavia le opere politiche, in particolare i Discorsi, dove i passi sulla superiorità della repubblica sul principato sono davvero troppi, troppo chiari e troppo pesanti: «sono migliori governi quegli de' popoli che quegli de' principi» (I.58.2); «E veramente maravigliosa cosa è a considerare a quanta grandezza venne Atene per spazio di cento anni poiché la si liberò dalla tirannide di Pisistrato. Ma sopra tutto maravigliosissima è a considerare a quanta grandezza venne Roma, poiché la si liberò dai suoi re. La ragione è facile a intendere: perché non il bene particulare, ma il bene comune è quello che fa grandi le città. E sanza dubbio questo bene comune non è osservato se non nelle republiche
    ...» (II.2.1.). Machiavelli era repubblicano per il suo continuo e coerente insistere sul bene comune, sul governo della legge e sulla sovranità popolare temperata dal governo misto. Non è certo prova decisiva, ma il fatto che per secoli gli scrittori politici repubblicani si siano ispirati alle sue pagine qualcosa vorrà pur dire.
    viroli@princeton.edu

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    Predefinito tratto da CRRIERE ROMAGNA 23 ottobre 2005

    Parallelismo fra Machiavelli e Tocqueville

    RAVENNA - La convinzione che “non si può accordare a nessuna potenza la possibilità di far tutto. Si chiami essa popolo, o re, o altro. Si alimenterebbe, altrimenti, il germe della tirannide”.La certezza che sia “necessaria una religione per il bene dello Stato, ma per affermarsi essa non deve usare la spada. Deve servirsi del buon esempio”.La teoria secondo cui ad un “popolo sovrano” e alla concentrazione del potere in una sola persona c’è l’alternativa del “potere sociale, della primazia della libertà sull’uguaglianza”.Ispirazioni tratte dal pensiero di un lucido osservatore della realtà contemporanea, di un profetico scrutatore “dell’avvenire, più che del domani”, per dirlo con le parole di Maria Laura Lanzillo. Ma di quel pensatore si festeggia quest’anno il bicentenario della nascita, per quanto le affermazioni scritte in apertura appaiano come un’interpretazione sagace della realtà dei nostri giorni.È evidente quindi che o il mondo non è per nulla cambiato (affermazione non così agli antipodi della verità) o Alexis de Tocqueville ha avuto davvero la capacità di leggere nell’America dell’Ottocento, in quel “laboratorio in condizioni perfette per lo scienziato politico”, le grandi evoluzioni ed involuzioni della società moderna.Dovuto, onesto e degno dello spessore del personaggio, quindi, il tributo che ieri Ravenna - e, in particolare, quella maggiormente spinta dall’afflato laico e liberale - ha porto al grande studioso francese nel convegno sulla sua “eredità”. L’evento, che ha registrato un atteso successo di pubblico, è stato organizzato dalla fondazione Casa di Oriani in collaborazione con “Libro aperto”. Atteso, perché portare in una sola sala a discuterne in un “simposio d’altri tempi” personalità come Maurizio Viroli (Princeton University, ma anche apprezzato editorialista de La Stampa), Giuseppe Bedeschi (La Sapienza), Michel Ostenc (Université d’Angers) e Maria Laura Lanzillo (Università di Bologna) significa assicurarsi un importante seguito di pubblico. La sala D’Attorre di Casa Melandri, infatti, era gremita.E gli intervenuti, per esempio, si sono potuti abbandonare al fascino del parallelismo fra Machiavelli e Tocqueville, proposto da Viroli: “Il concetto secondo cui con un popolo sovrano ci debba essere una legge superiore a ‘frenarlo’ è un concetto caro al politologo francese, ma affonda le sue radici nella Firenze machiavelliana. Era l’autore del ‘Principe’ ad asserire che ‘gli uomini senza religione possono essere diretti solo da un tiranno’, così come sosteneva che ‘la cattiva religione rende gli uomini inclini ad accettare (quasi di buon grado) la schiavitù’. In questo contesto Tocqueville è convinto che la libertà politica richieda la religione. Persino la storia italiana gli ha dato ragione. La ‘religione della patria’ era l’impulso del pensiero mazziniano, la ‘religione della libertà’ ha spinto l’Italia alla Resistenza. Lo stesso Cristianesimo insegna che per essere un ‘buon cristiano’ devi essere prima un ‘buon cittadino’ (Pio XI, Divini Illius Magistri, ndr). Se solo - sospira Viroli - ce la fossimo tenuta noi, invece di regalarla all’America indagata da Tocqueville, quella teoria nata a Firenze fra il ’200 ed il ’400”.Il contributo al dibattito, coordinato da Sauro Mattarelli, di Giuseppe Bedeschi, parla di un Tocqueville “preoccupato per gli inconvenienti della democrazia americana, così macroscopici da poterla mettere a repentaglio”. Consapevole di come “l’emanazione popolare può, sì, sbagliare ma non può andare contro sè stessa. Allo stesso tempo, però, i vantaggi della ‘legge di massa’ finiscono qui. Nel dominio della maggioranza, infatti, le minoranze finiscono per essere schiacciate alla sottomissione. E in questo, Tocqueville ne è convinto, la democrazia assomiglia troppo a una tirannide. Ma, nella struttura americana, vede tre fondamentali ‘antidoti’: il decentramento amministrativo (le contee), l’associazionismo e la libertà di stampa”.

    Andrea Tarroni
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    Originally posted by Evergreen
    Alberich, non sapevo che Macchiavelli era un repubblicano, credevo fosse un monarchico perche' e' sempre stato a servizio dei principi e delle monarchie.
    Potresti spiegarmi la cosa, in modo da capirla?
    Grazie.
    Volete scoprire se uno è un bananas? Fategli scrivere un saggio su Machiavelli.

    Se lo chiama Macchiavelli allora è un banana.

    Ne abbiamo beccati già tre che se la tirano da esperti di Machiavelli ma manco sanno come si scrive il suo nome: Pergolina, Garibaldi, Evergreen. Tutti e tre bananas doc.

    E poi i bananas dicono sempre di non essere inferiori a noi. Bah, dubito.

    Facciamo un test su scala nazionale. Scopriremo che i bananas si dividono in tre categorie: gli stupidi, gli ignoranti e i furbi.

 

 
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