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    Predefinito Pacifismo e Boicottaggio

    Notiziario del Campo Antimperialista ... 14 settembre 2006 ... http://www.antiimperialista.org


    «Finche’ ci sara’ il capitalismo imperialistico americano, non ci saranno abbastanza terroristi nel mondo».
    Con queste parole scolpite negli anni ‘60 da Franco Fortini il regista francese Jean-Marie Straub ha declinato l’invito a partecipare personalmente alla Mostra del cinema di Venezia. Nella lettera inviata e letta dall’attrice Maddalena Daddi Straub precisa: “Non potevo festeggiare in una Mostra dove tanta polizia pubblica e privata cerca un terrorista. Ebbene, quel terrorista sono io.”
    A noi, francamente, ha palpitato il cuore. Fino a quando ci saranno in Occidente intellettuali tanto coraggiosi da raccogliere il grido di vendetta dei dannati della terra, varra’ la pena di resistere anche qui.

    Questo Notiziario contiene:

    1. CONTRATTACCHI... DI BILE!
    La bomba annunciata dell’11 settembre a Roma
    2. IL PACIFISMO E IL SABOTAGGIO
    3. ERRE MOLTO MOSCIA
    Malabarba, Turigliatto, Cannavò e la 1701
    4. IL CAMPO GODE... DI BUONA SALUTE
    5. PER LA LIBERTA’ DI PENSIERO
    Firma l’appello di solidarieta’ con l’U.C.O.I.I.
    ..............................................
    1. CONTRATTACCHI... DI BILE
    La bomba annunciata dell’11 settembre a Roma

    Ne eravamo sicuri. La stampa berlusco-sionista ha scatenato una tempesta per le dichiarazioni rilasciate dal Rabbino ortodosso viennese Friedmann in occasione dell’incontro interreligioso promosso dalla Lega contro la Diffamazione dell’Islam-IADL in una sala della camera dei deputati. I servi d’Israele sono furibondi: “Parole mostruose”... “Dichiarazioni inqualificabili”. Cosa ha detto Friedman? Cinque cose semplici semplici: 1. Che il sionismo non rappresenta l’ebraismo; 2. che Israele, in quanto stato razzista e guerrafondaio, e’ un crimine contro l’umanita’; 3. che il popolo palestinese ha il pieno diritto di rivendicare la liberazione della sua terra; 4. che le Resistenze antimperialiste e antisioniste vanno sostenute; 5. che l’olocausto non puo’ essere l’alibi per giustificare il genocidio del popolo palestinese. Un bel pugno sullo stomaco per questi dementi che bollano come antisemita ogni ripudio del nazi-sionismo. Chi abbia letto I giornali questa mattina avra’ infatti notato che tra tutte le ingiuirene mancava una, quella di antisemitismo. Come accusare infatti un rabbino ebreo di antisemitismo? Tra tutti i meriti dell’iniziativa della IADL questo e’ senz’altro lodevole. Il Re e’ incazzato ma nudo. L’accusa di antisemitismo e’ solo una foglia di fico rinsecchita caduta per terra, resta la sostanza nuda e cruda: criticare Israele e’ considerato illecito. Punto e basta. La stampa filosionista starnazza poi che e’ intollerabile che certe cose siano state pronunciate nelle piu’ alte sedi istituzionali. Ovvero in un’aula della camera dei deputati. E’ vero, non siamo in Parlamento, ma questo, fino a prova contraria, e’ uno spazio di cui e’ titolare tutto il popolo italiano (la cui buona parte non si sente affatto dalla parte di Israele) e non e’ quindi espropriabile da nessun ceto politico, meno che mai da chi considera l’Italia solo il proprio paese mentre fa di Israele la sua patria.
    Informato prontamente delle polemiche suscitate dalle sue dichiarazioni il rabbino Moshe Friedman ci ha rilasciato oggi pomeriggio questa dichiarazione:
    «Ho letto sulla stampa italiana di questa mattina le reazioni all'incontro di pace che si è tenuto ieri a Roma presso la Camera dei deputati.
    Sono stupito dell'accusa di razzismo e del tono minaccioso utilizzato da diversi esponenti politici italiani.
    Forse in Italia è vietato esprimere le proprie opinioni?
    Criticare Israele è diventato un reato?
    O forse si ha semplicemente paura delle posizioni antisioniste?
    Per respingere gli attacchi che mi sono stati portati, questi sì razzisti, chiederò un incontro al presidente della camera, Fausto Bertinotti, ed a tutti i capigruppo parlamentari.
    Da parte mia ho preso volentieri parte alla manifestazione di ieri, dove ho ribadito che il sionismo non è il legittimo rappresentante del popolo ebraico.
    A chi vorrà discuterne sul serio offro la mia disponibilità ad un pubblico confronto, in qualunque sede, sperando che esista ancora un qualche organo di informazione radiotelevisiva interessato».
    Al Pacifici, portavoce della comunita’ ebraica romana, il quale sta rilasciando scomposte dichiarazioni a destra e a manca, vorremmo invece chiedere la dignita’ del silenzio. A che titolo, uno che si e’ imboscato ma che regolarmente (come altri sionisti del resto) va in Israele a servire quel mostro che e’ Tsahal (e magari avra’ sparato addosso a qualche bambino palestinese), puo’ stabilire cio’ che in Italia sia lecito o illecito? Ammissibile o inammissibile? Siccome ama tanto quel paese perche’ non decide di arruolarsi in servizio permanente effettivo? Conosciamo la risposta: i suoi pupari lo pagano per svolgere qui il suo sporco lavoro di intossicazione.


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    2. IL PACIFISMO E IL SABOTAGGIO

    Il recente FSE (forum sociale europeo) svoltosi ad Atene ha indetto per il prossimo 30 settembre una giornata internazionale di mobilitazione contro la guerra. L’appello unanimemente approvato chiede il ritiro di tutte le truppe imperialistiche che stanno occupando paesi sovrani, comprese quelle che abbiano ricevuto un mandato dell’ONU. Niente di nuovo, si tratta della posizione classica del movimento contro la guerra. L’aggressione israeliana del Libano e la susseguente decisione delle nazioni Unite di inviare truppe armate fino ai denti (a guida NATO), allo scopo dichiarato di proteggere Israele, disarmare la Resistenza nazionale libanese e mettere la Siria sotto tutela, ha trasformato il 30 settembre da mobilitazione rituale in una straordinaria occasione per rilanciare la lotta per la pace e rianimare il movimento che proprio della pace aveva fatto la sua bandiera. Accade invece che la gran parte dei pacifisti italiani non solo non vogliono impegnarsi per fare del 30 settembre una grande giornata di protesta, accade che si stanno mettendo di traverso per far fallire la manifestazione. Il perche’ e’ presto detto: la gran parte dei pacifisti nostrani sostiene il governo di centro-sinistra e la sua decisione di inviare le truppe in Libano. Essi stanno cosi apertamente sabotando l’iniziativa. Il primo gruppo di sabotatori, quelli agli ordini dei ministeri degli esteri e della difesa, vorrebbero organizzare una contromanifestazione: una marcia Perugia-Assisi che, come gia’ accadde durante la guerra in Iugoslavia, aiuti il governo di centro-sinistra a presentare la sua decisione bellicista come “missione di pace”. Di questo primo gruppo fanno parte non solo diessini e bertinottiani, ma alcuni pezzi del mondo cattolico. Il secondo gruppo di sabotatori, fingendo di stare nel mezzo, propone una aleatoria manifestazione verso dicembre o gennaio. Di questo gruppo fanno parte cio’ che resta di ATTAC, le sinistre di Rifondazione, apparentemente la FIOM.
    Questi sabotatori fanno un ragionamento che ha la sua logica: una manifestazione antiguerra adesso sarebbe non solo contro il governo Prodi, contro le truppe in Libano, sarebbe obiettivamente una manifestazione antimperialista e di solidarieta’ con le Resistenze. Per cui va fatta fallire. Del Social Forum ormai moribondo solo i COBAS hanno tenuto una posizione coerente, quella di dire No alle missioni militari a prescindere dal governo che le promuove. Su questa strada i COBAS hanno trovato l’appoggio di tutti gli antimperialisti: del Campo, del Forum Palestina, dei compagni appena usciti dal PRC, di tanti collettivi e soggetti non assimilabili dal centro-sinistra.
    Rivolgiamo un appello accorato a tutti i nostri lettori, a tutti i comitati e le realta’ territoriali che non hanno ammainato le loro bandiere, affinche’ la manifestazione del 30 settembre abbia successo. Non sara’ per niente facile, lo sappiamo. Il fronte dei sabotatori ce la mettera’ tutta affinche’ il corteo del 30 settembre a Roma fallisca. Se invece sara’ una grande manifestazione avremo difeso l’indipendenza del movimento dai partiti di sistema, e con essa avremo impedito il soffocamento dell’opposizione anticapitalista e antimperialista in questo paese.

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    3. ERRE MOLTO MOSCIA
    Malabarba, Turigliatto, Cannavò e la 1701

    Il grosso del movimento internazionale venuto avanti da Seattle in poi non ha mai avuto il coraggio di sostenere le Resistenze armate dei popoli oppressi. Si e’ pero’ sempre schierato contro le spedizioni militari targate ONU in base allo slogan, pacifista ma inequivoco, «contro la guerra senza se e senza ma». Cosi’, malgrado la divergenza sulla Resistenza gli antimperialisti, che sono maggioritari in tanti paesi, soprattutto nel sud del mondo, hanno sempre marciato assieme al movimento no global. Fu il caso dell’aggressione all’Afgantistan (ottobre 2001)e di quella all’Iraq. Lo stesso movimento contro la guerra, parliamo di quello che si raggruppera’ nei Social Forum, era composito. C’era anche chi, da sinistra, non condivideva lo slogan ambiguo “Contro la guerra e contro il terrorismo”. Tra questi i trotskysti della Quarta Internazionale che in diversi paesi hanno giocato un ruolo trainante nei movimenti. In Italia i seguaci della Quarta Internazionale erano e sono nel PRC, spesso in dissidio con Bertinotti, ad esempio contro la sua scelta della non-violenza come principio guida. Alle recenti elezioni politiche tre militanti di cio’ che resta della Quarta sono stati eletti in Parlamento nelle liste del PRC. Per l’esattezza: Malabarba, Turigliatto e Cannavò. Nel giugno-luglio questi tre (assieme ad altri non bertinottiani) sono saliti alla ribalta come “deputati ribelli” perche’ non volevano votare il rifinanziamento delle truppe in Afganistan. Che fossero “ribelli di Sua Maesta’” lo si capi subito, quando accettaroo di dare la fiducia al governo, salvando non solo Prodi ma la stessa spedizione militare. A due mesi di distanza pare che i “ribelli di Sua Maesta’” siano pronti a votare l’invio delle truppe in Libano. Via i ribelli, resta solo Sua maesta’. Tuttavia la Quarta Internazionale, cioe’ il movimento a cui fanno capo Malabarba, Turigliatto e Cannavò, ha detto chiaro e tondo NO alla 1701. Che succedera’? Coerenza vorrebbe che questi tre, rispettando le decisioni del movimento in cui militano da decenni, votino contro l’invio di truppe in Libano. Non fosse che per igiene politica, dato che si troverebbero in un blocco con la peggiore gentaglia filoamericana e filosionista. Invece, malgrado il governo non rischi di cadere, si dice che voteranno a favore. Commovente questo attaccamento rivoluzionario allo scranno.

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    4. IL CAMPO GODE... DI BUONA SALUTE

    Dovevamo precisare le nostre analisi. Dovevamo tirare un bilancio di quanto sin qui fatto. Dovevamo rimettere un po’ d’ordine nell’organizzazione. Dovevamo guardarci dentro per tracciare il futuro percorso. Pensiamo di esserci riusciti. Cinque giorni di dibattiti intensi e partecipati i quali hanno permesso di capire l’imprescindibilita’ della nostra funzione. Sembrerebbe una frase fatta. Per noi non lo e’. Non ci siamo mai considerati una conventicola testimoniale, ma un soggetto politico necessario. In dieci anni abbiamo condotto, spesso soli, battaglie importanti su questioni centrali, quindi scottanti. Di acqua ne e’ passata sotto i ponti da quando, era il 1994-96, dovevamo contrastare la insulsa campagna antiserba che servira’ a spianare la strada alla distruzione della Iugoslavia: o dovevamo criticare le infatuazioni per l’EZLN e Marcos, dando voce all’Esercito Popolare Rivoluzionario (EPR) messicano. Si e’ visto che fine hanno fatto gli infatuati: tutti hanno piu’ o meno trovato una sistemazione, fatto carriera, riciclati nel teatrino della politica politicante imperialista. Poi verranno le prove ben piu’ dirimenti: Afganistan, Iraq, Palestina. Se non ci fossimo stati noi chissa’ se in Europa sarebbe diventato senso comune parlare di RESISTENZA. Chissa’ se avrebbe avuto diritto di cittadinanza la posizione di sostegno alle resistenze. E sapevamo che avremmo pagato un prezzo, in termini di repressione, di ostracismo, di diffamazione. Di acqua ne e’ passata sotto I ponti... Ma non era per metterci medaglie ne’ fare l’elenco dei meriti che ci siamo trovati alla Polvese. Una fase politica, quella apertosi con la rivolta zapatista e Seattle si e’ chiusa. Siamo alle prese con uno smottamento profondo, che e’ molto di piu’ che un ciclico riflusso. Il processo di americanizzazione sociale e’ andato avanti malgrado le folate movimentiste. Le grandi masse non sono solo apatiche e refrattarie, non hanno solo perduto i tradizionali punti di riferimento anticapitalisti. La memoria storica pare seppellita sotto cumuli di spazzatura culturale che nel secolo scorso sarebbe stata definita piccolo borghese. Il fatto di aver avuto ragione non poteva sufficiente per metterci al riparo dagli effetti devastanti dal processo globale che sta terremotando in Occidente i movimenti antagonisti. I movimenti esprimono sempre la societa’ di cui sono parto. E la societa’ sembra sterilizzata. Questa crisi non e’ dunque passeggera, durera’ a lungo. In questo contesto vanno ripensate tante cose: se non gli scopi, il come perseguirli, i linguaggi, le forme. Come resistere in occidente? Come ci leghiamo ai movimenti antimperialisti del sud del mondo nell’epoca della lotta al terrorismo? Possiamo limitarci ad una funzione di supporto alle prime linee della battaglia antimperialista? Come perseguire, qui e ora, l’obbiettivo del Fronte unico antimperialista a scala internazionale (che e’ la ragion d’essere per cui nacque il campo)? Cosa cambia dopo che Chavez ha fatto suo questo ambizioso obbiettivo? La riunione finale alla Polvese ha preso quindi delle decisioni . Quanto prima saranno condensate in un apposito documento.

    5. PER LA LIBERTA’ DI PENSIERO
    appello di solidarieta’ con l’U.C.O.I.I.

    Centinaia di firme stanno giungendo da ogni parte sotto l’appello in difesa dell’UCOII.
    Fai girare questo appello, firma anche tu!
    «In occasione della riunione della Consulta per l’Islam cosiddetto italiano (28 agosto 2006), il Ministro degli Interni Giuliano Amato ha formalizzato l’idea di sottoporre a tutti i partecipanti, pena l’espulsione dalla Consulta stessa, una “Carta dei valori” che prevede, oltre alla condanna dell’Olocausto e al “riconoscimento della sua unicità”, l’accettazione perpetua dello stato d’Israele.

    Secondo il Ministro degli Interni il genocidio nazista del popolo ebraico rappresenterebbe un “evento incomparabile con qualunque altro evento del nostro tempo”, la tesi della sua unicità costituirebbe un “sentimento fondante della democrazia italiana”, mentre lo stato israeliano sarebbe l’avamposto inviolabile della democrazia tout court.

    Questo diktat del Ministro Amato (preparato da una virulenta campagna di diffamazione a mezzo stampa e TV contro l’Unione delle Comunità e Organizzazioni Islamiche in Italia per aver paragonato le stragi naziste a quelle israeliane) oltre ad essere un un’inaccettabile tentativo di criminalizzare l’U.C.O.I.I. è, in quanto lesivo della libertà di pensiero, un gravissimo atto di valore simbolico generale.

    La democrazia italiana si fonda infatti non sulle convinzioni di questo o quel Ministro, tanto più degli Interni, ma sulla Costituzione della Repubblica la quale, all’ Art. 21, afferma in maniera perentoria che “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”. Né la Costituzione né alcun’altra legge della Repubblica contemplano «l’unicità dell’olocausto», né tantomeno prescrivono di riconoscere come intangibile lo Stato Israeliano.

    La tesi dell’ «unicità» è una banalità, nel senso che ogni evento storico è unico, oppure rappresenta una interpretazione particolare degli eventi della II seconda guerra mondiale, alla quale dunque, in un libero confronto di posizioni che è l’essenza della libertà, altre possono essere contrapposte. Il fatto che un Ministro della Repubblica indichi una determinata interpretazione storiografica (sottraendola così al dibattito razionale) come l’unica vera e valida, quindi prescrittiva, rappresenta, oltre ad un evidente attentato alla libertà di pensiero e alla democrazia, un cedimento al fondamentalismo liberale che postula la primazia della civiltà occidentale e il suo diritto a spazzare via le altre. E’ altresì grottesco che chi ha salutato la dissoluzione si stati come l’URSS e la
    Iugoslavia e che in nome dell’unità europea prescrive il tramonto degli stati-nazione, esiga invece un giuramento sulla sacralità d’Israele —in tal modo difendendo un’entità fondata su basi religiose e dunque escludendo a priori una prospettiva di futuro affratellamento dei popoli del Medio Oriente.

    I cittadini italiani firmatari di questo appello, nell’esprimere la loro piena solidarietà all’U.C.O.I.I. e nel condannare il ricatto a cui è sottoposta (indegno di un paese civile), chiedono al governo e a tutte le forze politiche che si dicono democratiche di fermare l’iniziativa del Ministro Amato come di ogni altra azione che possa ledere le inviolabili libertà di pensiero e di espressione, così come sono garantite dall’art. 21 della Costituzione nata dalla Resistenza antifascista».

    => Se condividi quest’appello inviaci un messaggio con nome, cognome e citta’: campoantimperialista@virgilio.it

  2. #2
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    Citazione Originariamente Scritto da pietro Visualizza Messaggio
    La stampa berlusco-sionista ha scatenato una tempesta per le dichiarazioni rilasciate dal Rabbino ortodosso viennese Friedmann in occasione dell’incontro interreligioso promosso dalla Lega contro la Diffamazione dell’Islam-IADL in una sala della camera dei deputati. I servi d’Israele sono furibondi: “Parole mostruose”... “Dichiarazioni inqualificabili”. Cosa ha detto Friedman? Cinque cose semplici semplici: 1. Che il sionismo non rappresenta l’ebraismo; 2. che Israele, in quanto stato razzista e guerrafondaio, e’ un crimine contro l’umanita’; 3. che il popolo palestinese ha il pieno diritto di rivendicare la liberazione della sua terra; 4. che le Resistenze antimperialiste e antisioniste vanno sostenute; 5. che l’olocausto non puo’ essere l’alibi per giustificare il genocidio del popolo palestinese. Un bel pugno sullo stomaco per questi dementi che bollano come antisemita ogni ripudio del nazi-sionismo. Chi abbia letto I giornali questa mattina avra’ infatti notato che tra tutte le ingiuirene mancava una, quella di antisemitismo. Come accusare infatti un rabbino ebreo di antisemitismo? Tra tutti i meriti dell’iniziativa della IADL questo e’ senz’altro lodevole. Il Re e’ incazzato ma nudo. L’accusa di antisemitismo e’ solo una foglia di fico rinsecchita caduta per terra, resta la sostanza nuda e cruda: criticare Israele e’ considerato illecito. Punto e basta. La stampa filosionista starnazza poi che e’ intollerabile che certe cose siano state pronunciate nelle piu’ alte sedi istituzionali. Ovvero in un’aula della camera dei deputati. E’ vero, non siamo in Parlamento, ma questo, fino a prova contraria, e’ uno spazio di cui e’ titolare tutto il popolo italiano (la cui buona parte non si sente affatto dalla parte di Israele) e non e’ quindi espropriabile da nessun ceto politico, meno che mai da chi considera l’Italia solo il proprio paese mentre fa di Israele la sua patria.
    Informato prontamente delle polemiche suscitate dalle sue dichiarazioni il rabbino Moshe Friedman ci ha rilasciato oggi pomeriggio questa dichiarazione:
    «Ho letto sulla stampa italiana di questa mattina le reazioni all'incontro di pace che si è tenuto ieri a Roma presso la Camera dei deputati.
    Sono stupito dell'accusa di razzismo e del tono minaccioso utilizzato da diversi esponenti politici italiani.
    Forse in Italia è vietato esprimere le proprie opinioni?
    Criticare Israele è diventato un reato?
    O forse si ha semplicemente paura delle posizioni antisioniste?
    Per respingere gli attacchi che mi sono stati portati, questi sì razzisti, chiederò un incontro al presidente della camera, Fausto Bertinotti, ed a tutti i capigruppo parlamentari.
    Da parte mia ho preso volentieri parte alla manifestazione di ieri, dove ho ribadito che il sionismo non è il legittimo rappresentante del popolo ebraico.
    A chi vorrà discuterne sul serio offro la mia disponibilità ad un pubblico confronto, in qualunque sede, sperando che esista ancora un qualche organo di informazione radiotelevisiva interessato».
    Al Pacifici, portavoce della comunita’ ebraica romana, il quale sta rilasciando scomposte dichiarazioni a destra e a manca, vorremmo invece chiedere la dignita’ del silenzio. A che titolo, uno che si e’ imboscato ma che regolarmente (come altri sionisti del resto) va in Israele a servire quel mostro che e’ Tsahal (e magari avra’ sparato addosso a qualche bambino palestinese), puo’ stabilire cio’ che in Italia sia lecito o illecito? Ammissibile o inammissibile? Siccome ama tanto quel paese perche’ non decide di arruolarsi in servizio permanente effettivo? Conosciamo la risposta: i suoi pupari lo pagano per svolgere qui il suo sporco lavoro di intossicazione.
    ...spettacolare...ora ci si inculeranno tutti, ma almemo c'è qualcuno che prende posizione...


    2. IL PACIFISMO E IL SABOTAGGIO

    Il recente FSE (forum sociale europeo) svoltosi ad Atene ha indetto per il prossimo 30 settembre una giornata internazionale di mobilitazione contro la guerra. L’appello unanimemente approvato chiede il ritiro di tutte le truppe imperialistiche che stanno occupando paesi sovrani, comprese quelle che abbiano ricevuto un mandato dell’ONU. Niente di nuovo, si tratta della posizione classica del movimento contro la guerra. L’aggressione israeliana del Libano e la susseguente decisione delle nazioni Unite di inviare truppe armate fino ai denti (a guida NATO), allo scopo dichiarato di proteggere Israele, disarmare la Resistenza nazionale libanese e mettere la Siria sotto tutela, ha trasformato il 30 settembre da mobilitazione rituale in una straordinaria occasione per rilanciare la lotta per la pace e rianimare il movimento che proprio della pace aveva fatto la sua bandiera. Accade invece che la gran parte dei pacifisti italiani non solo non vogliono impegnarsi per fare del 30 settembre una grande giornata di protesta, accade che si stanno mettendo di traverso per far fallire la manifestazione. Il perche’ e’ presto detto: la gran parte dei pacifisti nostrani sostiene il governo di centro-sinistra e la sua decisione di inviare le truppe in Libano. Essi stanno cosi apertamente sabotando l’iniziativa. Il primo gruppo di sabotatori, quelli agli ordini dei ministeri degli esteri e della difesa, vorrebbero organizzare una contromanifestazione: una marcia Perugia-Assisi che, come gia’ accadde durante la guerra in Iugoslavia, aiuti il governo di centro-sinistra a presentare la sua decisione bellicista come “missione di pace”. Di questo primo gruppo fanno parte non solo diessini e bertinottiani, ma alcuni pezzi del mondo cattolico. Il secondo gruppo di sabotatori, fingendo di stare nel mezzo, propone una aleatoria manifestazione verso dicembre o gennaio. Di questo gruppo fanno parte cio’ che resta di ATTAC, le sinistre di Rifondazione, apparentemente la FIOM.
    Questi sabotatori fanno un ragionamento che ha la sua logica: una manifestazione antiguerra adesso sarebbe non solo contro il governo Prodi, contro le truppe in Libano, sarebbe obiettivamente una manifestazione antimperialista e di solidarieta’ con le Resistenze. Per cui va fatta fallire. Del Social Forum ormai moribondo solo i COBAS hanno tenuto una posizione coerente, quella di dire No alle missioni militari a prescindere dal governo che le promuove. Su questa strada i COBAS hanno trovato l’appoggio di tutti gli antimperialisti: del Campo, del Forum Palestina, dei compagni appena usciti dal PRC, di tanti collettivi e soggetti non assimilabili dal centro-sinistra.
    Rivolgiamo un appello accorato a tutti i nostri lettori, a tutti i comitati e le realta’ territoriali che non hanno ammainato le loro bandiere, affinche’ la manifestazione del 30 settembre abbia successo. Non sara’ per niente facile, lo sappiamo. Il fronte dei sabotatori ce la mettera’ tutta affinche’ il corteo del 30 settembre a Roma fallisca. Se invece sara’ una grande manifestazione avremo difeso l’indipendenza del movimento dai partiti di sistema, e con essa avremo impedito il soffocamento dell’opposizione anticapitalista e antimperialista in questo paese.
    Perfetto, anche questo punto è stato scritto molto bene. Ovviamente noi ci saremo tutti!

    Una sola cosa m'è sfuggita... Perché il Notiziario parla di "guida NATO" per la missione in Libano? Non è dell'ONU?! ...mah, speriamo mi sia sbagliato io...

    3. ERRE MOLTO MOSCIA
    Malabarba, Turigliatto, Cannavò e la 1701

    Il grosso del movimento internazionale venuto avanti da Seattle in poi non ha mai avuto il coraggio di sostenere le Resistenze armate dei popoli oppressi. Si e’ pero’ sempre schierato contro le spedizioni militari targate ONU in base allo slogan, pacifista ma inequivoco, «contro la guerra senza se e senza ma». Cosi’, malgrado la divergenza sulla Resistenza gli antimperialisti, che sono maggioritari in tanti paesi, soprattutto nel sud del mondo, hanno sempre marciato assieme al movimento no global. Fu il caso dell’aggressione all’Afgantistan (ottobre 2001)e di quella all’Iraq. Lo stesso movimento contro la guerra, parliamo di quello che si raggruppera’ nei Social Forum, era composito. C’era anche chi, da sinistra, non condivideva lo slogan ambiguo “Contro la guerra e contro il terrorismo”. Tra questi i trotskysti della Quarta Internazionale che in diversi paesi hanno giocato un ruolo trainante nei movimenti. In Italia i seguaci della Quarta Internazionale erano e sono nel PRC, spesso in dissidio con Bertinotti, ad esempio contro la sua scelta della non-violenza come principio guida. Alle recenti elezioni politiche tre militanti di cio’ che resta della Quarta sono stati eletti in Parlamento nelle liste del PRC. Per l’esattezza: Malabarba, Turigliatto e Cannavò. Nel giugno-luglio questi tre (assieme ad altri non bertinottiani) sono saliti alla ribalta come “deputati ribelli” perche’ non volevano votare il rifinanziamento delle truppe in Afganistan. Che fossero “ribelli di Sua Maesta’” lo si capi subito, quando accettaroo di dare la fiducia al governo, salvando non solo Prodi ma la stessa spedizione militare. A due mesi di distanza pare che i “ribelli di Sua Maesta’” siano pronti a votare l’invio delle truppe in Libano. Via i ribelli, resta solo Sua maesta’. Tuttavia la Quarta Internazionale, cioe’ il movimento a cui fanno capo Malabarba, Turigliatto e Cannavò, ha detto chiaro e tondo NO alla 1701. Che succedera’? Coerenza vorrebbe che questi tre, rispettando le decisioni del movimento in cui militano da decenni, votino contro l’invio di truppe in Libano. Non fosse che per igiene politica, dato che si troverebbero in un blocco con la peggiore gentaglia filoamericana e filosionista. Invece, malgrado il governo non rischi di cadere, si dice che voteranno a favore. Commovente questo attaccamento rivoluzionario allo scranno.
    ...questo pezzo è esilarante, nella sua drammaticità... Si rivive lo stesso dramma da anni... Mi sa che quelle poltrone sono proprio comode!!!

    4. IL CAMPO GODE... DI BUONA SALUTE

    Dovevamo precisare le nostre analisi. Dovevamo tirare un bilancio di quanto sin qui fatto. Dovevamo rimettere un po’ d’ordine nell’organizzazione. Dovevamo guardarci dentro per tracciare il futuro percorso. Pensiamo di esserci riusciti. Cinque giorni di dibattiti intensi e partecipati i quali hanno permesso di capire l’imprescindibilita’ della nostra funzione. Sembrerebbe una frase fatta. Per noi non lo e’. Non ci siamo mai considerati una conventicola testimoniale, ma un soggetto politico necessario. In dieci anni abbiamo condotto, spesso soli, battaglie importanti su questioni centrali, quindi scottanti. Di acqua ne e’ passata sotto i ponti da quando, era il 1994-96, dovevamo contrastare la insulsa campagna antiserba che servira’ a spianare la strada alla distruzione della Iugoslavia: o dovevamo criticare le infatuazioni per l’EZLN e Marcos, dando voce all’Esercito Popolare Rivoluzionario (EPR) messicano. Si e’ visto che fine hanno fatto gli infatuati: tutti hanno piu’ o meno trovato una sistemazione, fatto carriera, riciclati nel teatrino della politica politicante imperialista. Poi verranno le prove ben piu’ dirimenti: Afganistan, Iraq, Palestina. Se non ci fossimo stati noi chissa’ se in Europa sarebbe diventato senso comune parlare di RESISTENZA. Chissa’ se avrebbe avuto diritto di cittadinanza la posizione di sostegno alle resistenze. E sapevamo che avremmo pagato un prezzo, in termini di repressione, di ostracismo, di diffamazione. Di acqua ne e’ passata sotto I ponti... Ma non era per metterci medaglie ne’ fare l’elenco dei meriti che ci siamo trovati alla Polvese. Una fase politica, quella apertosi con la rivolta zapatista e Seattle si e’ chiusa. Siamo alle prese con uno smottamento profondo, che e’ molto di piu’ che un ciclico riflusso. Il processo di americanizzazione sociale e’ andato avanti malgrado le folate movimentiste. Le grandi masse non sono solo apatiche e refrattarie, non hanno solo perduto i tradizionali punti di riferimento anticapitalisti. La memoria storica pare seppellita sotto cumuli di spazzatura culturale che nel secolo scorso sarebbe stata definita piccolo borghese. Il fatto di aver avuto ragione non poteva sufficiente per metterci al riparo dagli effetti devastanti dal processo globale che sta terremotando in Occidente i movimenti antagonisti. I movimenti esprimono sempre la societa’ di cui sono parto. E la societa’ sembra sterilizzata. Questa crisi non e’ dunque passeggera, durera’ a lungo. In questo contesto vanno ripensate tante cose: se non gli scopi, il come perseguirli, i linguaggi, le forme. Come resistere in occidente? Come ci leghiamo ai movimenti antimperialisti del sud del mondo nell’epoca della lotta al terrorismo? Possiamo limitarci ad una funzione di supporto alle prime linee della battaglia antimperialista? Come perseguire, qui e ora, l’obbiettivo del Fronte unico antimperialista a scala internazionale (che e’ la ragion d’essere per cui nacque il campo)? Cosa cambia dopo che Chavez ha fatto suo questo ambizioso obbiettivo? La riunione finale alla Polvese ha preso quindi delle decisioni . Quanto prima saranno condensate in un apposito documento.
    ...è per questo che noi vogliamo ristabilire un legame comunitario nel popolo, per sensibilizzare, di nuovo, le masse e farle uscire dalla "società dello spettacolo" di questi maledetti borghesi! Per il resto, mi auguro che il Campo cresca sempre di più...

  3. #3
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    Predefinito non è solo il Campo a pensarla cosi'...

    Maurizio Blondet
    13/09/2006
    Il Presidente statunitense rende omaggio alle vittime dell'11 settembre.So che dovrei parlare di Matrix e lo farò: ma eventi più gravi incalzano, e ci portano con rapidità paurosa verso il caos.
    L'attentato all'ambasciata americana in Siria: «terroristi islamici» secondo i comandi siriani, dubbio per Al-Jazeera che ha parlato di «attentato asserito terroristico dal regime», sicuramente «di Al-Qaeda» per Napolitano (non a caso da sempre l'uomo degli USA nel PCI) apre una settimana tesissima per il dittatore Assad.
    Fonti libanesi ritengono, a torto o a ragione, che nei prossimi quattro giorni Assad stia per essere formalmente dichiarato colpevole dell'assassinio di Hariri dal tribunale ONU; e dunque in teoria richiesto di consegnarsi ai giudici, come Milosevic.
    Improbabile.
    E in un Paese controllato dalla più occhiuta polizia segreta del mondo, un attentato «islamico» sventato dalla medesima polizia sembra un messaggio, un avvertimento, forse un favore a Bush - che infatti ha ringraziato: «La Siria può essere un valido interlocutore nella lotta al terrorismo».



    Non è il primo gesto di collaborazione fra i due Stati: Bush ha spedito ad Assad un numero inaccertato di «enemy combatants» per essere torturati coi metodi alawiti (che comprendono scorpioni nelle pudenda).
    E' il torbido clima, denso di ambigue collusioni criminali, in cui i nostri soldati sono mandati sotto il casco blu.
    Siamo lì, ha detto Napolitano, per «difendere la legittimità dell'ONU», ed ha aggiunto di aspettarsi un voto unanime per la missione, altrimenti «la comunità internazionale non capirebbe».
    Non mancherà: «Non si può votare contro l'ONU», ha sancito Bossi, o la sua ombra.
    Ora, se Bossi parla come Napolitano, annoso garante dei poteri forti mondiali, qualcosa palesemente non va.
    Collusioni o condizionamenti, intimidazioni occulte o pastette sono in qualche modo nell'aria, inaccessibili alla nostra povera informazione: l'unanimità imposta, il divieto di discutere ciò che va invece discusso in parlamento, indica che avanziamo ogni giorno di più nelle «zone grigie» della democrazia sospesa, della tortura ammissibile e del silenzio diffidato, cui alludeva Gawronsky (famiglia Agnelli) a Matrix.



    Bisogna chiudere le bocche, ha intimato il polacco-Fiat, echeggiando Taradash e Bondi: ai «complottisti», specie se «antisemiti».
    Niente deve turbare la liturgia della memoria: l'11 settembre come «icona fondatrice della Nuova Verità» americana, virtuale e video, giustificazione del mondo che «non è più lo stesso», della «lotta al terrorismo» che diventa, nelle parole di Bush al Wall Street Journal, «la lotta all'odio» (sempre più vago il nemico, ancora più inafferrabile), non deve essere discusso, ma solo contemplato e adorato.
    Nella nuova religione pubblica mondiale, l'11 settembre viene elevato al rango sacro della Shoah, e ancor più rapidamente.
    Va fissato liturgicamente, e mediaticamente, come l'Evento che - cito Moni Ovadia - «ha inaugurato la logica perversa dell'impero del Bene contro quello del Male, del o con me o contro di me, che esclude qualsiasi alternativa, qualsiasi critica, subito bollata come anti-americanismo».
    Non a caso, la celebrazione di Bush è stata parallela alla celebrazione di quel giorno firmata «Al Qaeda».
    Il video di Zawahiri, made in Hollywood, che «ricorda» e nello stesso tempo minaccia i caschi blu in Libano.
    L'entità terroristica che nulla ha più fatto di concreto dal 2001, il cui capo Bin Laden non appare da anni (e le sue tracce, ammette la CIA, sono «fredde come pietre», «stone cold», da almeno tre anni: non un messaggio intercettato, non un SMS…), produce memoria elettronica.
    Riappare un video dove si vedono insieme Bin Laden e Atta: non difficile da fabbricare, in tempi di video-elettronica.
    La fiction impera.
    Ma non la si sottovaluterà: questa «guerra» del caos è in massima parte una «guerra di percezione», di propaganda e psicologia e illusioni, di finzioni spacciate per la realtà che manca, o che è infinitamente più orribile, inconfessabile.





    Un flebile motivo di ottimismo: queste intimazioni a far tacere mentre i coristi invece alzano il tono delle voci inneggianti a coprire le altre discordi, questa falsa sicura unanimità nell'evidente menzogna, sono un segno che le cose - nella realtà - vanno male per il potere della «zona grigia».
    E' l'unità stessa del cosiddetto Occidente ad essere in pericolo, nonostante il coro di Bossi e di Napolitano.
    Come e dove?
    In Afghanistan, la forza dei Talebani ha messo alle corde il corpo di spedizione NATO (35 mila uomini, 1.250 italiani).
    Una fonte «delle istituzioni europee che lavora al problema afgano» citata dal sito belga Dedefensa (1) descrive «Attacchi continui lanciati contro le posizioni NATO; che vengono respinti, il che logicamente dovrebbe comportare una pausa; e invece sono seguiti immediatamente da un altro attacco, e da un altro ancora… la pressione è costante e d'una aggressività mai vista».
    «Un parere sempre più ripetuto da ufficiali della NATO che sono stati in Iraq, specie britannici, è che il conflitto afghano è divenuto brutalmente durissimo, anche più duro che in Iraq».
    Le forze NATO sono «pericolosamente sovraestese», ossia troppo sparse perché insufficienti, in obbedienza alla strategia demente di Rumsfeld, la «strategia americana» che vince (qui da noi) le guerre virtuali della percezione, e perde quelle reali.
    I britannici, che hanno sostituito i ventimila americani nelle puntate offensive contro i Talebani, colpiscono con mezzi ultramoderni, ma poi devono raggrupparsi nelle fortificazioni, spesso distanti e isolate; e il nemico riprende il controllo del territorio; gli occidentali, il controllo, non possono averlo.
    Insomma è la situazione che prelude ai vecchi massacri coloniali, quella dell'Amba Alagi del 1895, che vide 2.350 italiani al comando del maggiore Toselli sopraffatti da 30 mila etiopici, e trucidati uno ad uno.
    I britannici lo sanno, l'hanno nella loro memoria storica.
    Ed hanno paura.



    I padroni della NATO - per voce del generale USA James Jones, comandante supremo alleato in Europa - hanno chiesto agli europei rinforzi: altri 2.500 uomini da gettare nella battaglia anti-talebana.
    Nessuno dei 26 Paesi ha riposto, a parte la Lettonia, che porta il suo contingente da 35 a 56 uomini (il suo esercito non arriva ai 2 mila).
    Tragicomico servilismo della pulce della «nuova Europa».
    «Il terrorismo è un pericolo comune, è per questo che siamo in Afghanistan, la culla dell'11 settembre», ha implorato Jaap del Hoop Scheffer, il segretario generale (o maggiordomo) della NATO.
    Ma l'evocazione dell'Evento sacrale non è bastata: la guerra delle percezioni - la propaganda bellica ad uso del fronte interno - non ha, sui generali, la presa che ha sui Mentana, Ferrara e Allam.
    Anche perché la «guerra infinita» ha già sparso le poche forze reali europee ai quattro venti, l'Italia, col suo indecentemente ridicolo esercitino, ha soldati in 26 Paesi.
    Nessun video, che moltiplica le versioni di Zawahiri, può moltiplicare i fanti sul terreno.
    E tuttavia, su pressioni occulte USA, militari tedeschi prima stanziati in zone relativamente pacifiche e pianeggianti afghane, sarebbero dirette a marce forzate (con soldati olandesi) verso le montagne talebane, a dar manforte agli inglesi esausti.
    Ma di nascosto dall'opinione pubblica, perché dice la fonte europea di Dedefensa «si può immaginare la reazione del pubblico alla notizia che unità tedesche sono impegnate in combattimenti di fanteria per la prima volta dal '45».
    Il capitano Leo Docherty, delle Guardie Scozzesi, aiutante di campo del comandante britannico nel sud afghano, ha lasciato l'esercito (così il Times del 10 settembre) tuonando contro i «metodi americani» imposti nella lotta ai Talebani:
    «Le nostre battaglie peggiorano le cose», ha detto: «tutta la gente che s'è vista distruggere le case e ammazzare i figli si sta rivoltando contro noi britannici. Avevamo annunciato che saremmo stati diversi dagli americani, che bombardano e radono al suolo per rappresaglia villaggi, ma poi facciamo le stesse cose».



    Bisognerà far tacere anche l'aiutante di campo, direbbe Gawronsky.
    Ma la fonte europea già citata conferma, anonima: «Sembra che stia nascendo una resistenza generale, dove i Talebani avrebbero il loro ruolo, ma non quello centrale. Sono i metodi occidentali che suscitano questa resistenza, e questo può cambiare la sostanza del conflitto».
    Il popolo «liberato» dalla NATO (non più chador, donne!) ora combatte contro i liberatori.
    In questo contesto, le forze che non usano mezzi «americani» che faranno?
    Dice la fonte: «Mi stupirebbe che le forze speciali francesi [la Lègion], formalmente sotto il comando USA, non prendessero ordini direttamente dalle autorità francesi».
    Ciò vuol dire una cosa precisa, e agghiacciante: che la NATO, monolitica nella finzione mediatica dei Napolitano, può spaccarsi sotto attacco nemico in zona d'operazioni.
    La famosa «credibilità» occidentale rischia di mutarsi in un caos anarchico di fronte al nemico.
    I segni già ci sono.
    «Le organizzazioni umanitarie europee della UE, tutte civili, sono anch'esse soggette ad attacchi incessanti», dice la solita fonte.
    «E temono che la situazione peggiori. Perciò queste organizzazioni tentato di distanziarsi con tutte le forze dalla NATO, perché sul terreno la NATO è percepita come la causa del disordine crescente».
    C'è «panico a Bruxelles, ma si deve evitare ogni critica virulenta alla NATO», per fedeltà alla demenza americana.
    Ecco spiegata la generale intimazione a tacere, i frenetici incensamenti dell'11 settembre, l'obbligo del giorno della memoria che ci ha unito per sempre all'America.
    La guerra è persa in Afghanistan, ma non si deve dire.
    Ci sono rifiuti d'obbedienza, ma se ne deve tacere.
    La guerra spettrale che insanguina l'Iraq da cinque anni è sempre più insensata, e proprio questo deve essere vietato eccepire.

    Ed ora, lo stesso in Libano.
    Dentro fino al collo, da europei, in una guerra basata su pretesti, con fondamenti menzogneri che non si sa come spiegare alle opinioni pubbliche, e con risultati sempre più evidentemente disastrosi: qualcosa che eravamo riusciti ad evitare finora.
    Ma oggi dentro la palude, dove ci porta il governo di sinistra, nel silenzio dei pacifisti, senza una protesta dei sindacati, - e con il voto di Bossi, Casini, Fini e Berlusconi: nella palude dell'anarchia, nel degrado militare ed umano di un conflitto senza strategia né scopo.
    A meno che lo scopo sia solo questo, per il potere americano: scatenare il disordine mondiale, nichilisticamente alla Leo Strauss, la guerra perpetua: a cui noi italiani andiamo - come al solito nella storia - senza mezzi adeguati, senza chiara coscienza, già ostaggi di poteri che nemmeno conosciamo fino in fondo, e che crediamo (stupidamente) super-potenti e invincibili.
    Non dobbiamo criticare, altrimenti siamo anti-americani.
    Anzi, anti-semiti.
    Perciò diamo la parola ad Harold Siddiqui, editorialista principe del Toronto Star del 10 settembre (anche il Canada è fino al collo in Afghanistan, con 2.500 uomini): «Eravamo in Afghanistan per ammazzare Talebani; era per la nostra sopravvivenza, eravamo là perché altrimenti loro [i terroristi] venivano qua…. ora Ottawa suona un'altra musica, primo ministro e ministro della Difesa ammettono che i Talebani non possono essere eliminati militarmente. Dovremmo allora negoziare con loro? No. Noi non parliamo coi terroristi. La irakizzazione dell'Afghanistan procede, parallela alla americanizzazione del Canada».
    Anche noi, anche i nostri soldati.
    In mano al condottiero della demenza, Bush, che ha detto: «Per voi [europei] l'11 settembre è stato un brutto giorno, per noi un cambiamento di attitudine di fronte al mondo».



    Ma è poi Bush che comanda?
    Qualcosa ci dice di no.
    E ce lo suggerisce un film appena presentato proprio al Toronto film festival: «Death of a President», morte di un presidente, (2) prodotto dalla britannica Channel 4.
    Vi si vede Bush ucciso, il 19 ottobre 2007, da un attentatore siriano.
    Il vero Bush, o la sua immagine da immagini d'archivio, si piega tenendosi il ventre, circondato da attori che posano per agenti del servizio segreto e da funzionari veri del vero staff, con la vera-falsa Condy Rice, il falso-vero Rumsfeld: un miracolo della tecnica digitale, un prodigio della «guerra di percezione».
    Al posto del presidente ucciso, subentra Dick Cheney: vero e digitalizzato.
    Un film?
    L'andamento è quello di un documentario.
    Più vero del vero, ma mai avvenuto, o non ancora avvenuto.
    Perché certi film, «nella guerra di percezione», non si fanno per caso.
    Come giustificare il prolungamento della guerra dissennata, la sua estensione all'Iran?
    Ci vorrebbe un altro mega-attentato, un altro 11 settembre: ma l'effetto mediatico potrebbe essere controproducente.
    Invece Bush è spendibile, non può essere rieletto.
    Ha dato tutto quello che poteva alla causa della «zona grigia» in cui veniamo tutti spinti come un gregge.
    Può dunque essere ucciso, dal «terrorista islamico», e la sua morte servirà a prolungare la «guerra contro l'odio» (perché «loro odiano la nostra libertà», è noto).
    E il comando passa a chi l'ha sempre avuto: Dick Cheney.
    Il film c'è già, già il Bush digitale è nell'empireo degli Eventi fondatori, come la Shoah e l'11 settembre, già mummificato elettronicamente come il primo faraone dei tempi «che non sono più come prima»…
    Seguirà realtà, vedrete.

    Maurizio Blondet




    --------------------------------------------------------------------------------
    Note
    1) «Calvaire afghan», Dedefensa.org, 12 settembre 2006.
    2) David Germain, «Documentary on Bush murder opens», Herald Tribune, 12 settembre 2006. il regista, Gabriel Range, è un documentarista che nel 2003 ha già prodotto un documentario profetico: «The day Britain stopped», che immaginava il blocco della rete di trasporti inglese (fatto poi avvenuto a Londra, luglio 2005, nell'attentato al metrò). Range «assembles a vast array of media, manipulating and subtly altering it to act as a continuous background illustration of falsified history - and then employs the conventional, after-the-fact style of History Television and its ilk as narration. Collaborating with some of the finest special effects wizards in the world, he inserts his characters seamlessly into existing footage. His narrative is also airtight. Cautionary tales are too often flights of fancy; as they push the envelope of credibility, the lessons gleaned from dark speculation become somehow tarnished. Not here. Every moment is completely believable, every comment is somehow appropriate - to the point of chilling, horrifying certainty». Un esperto in guerre della percezione. Naturalmente, a fin di bene: «Range is ultimately interested in addressing today's political issues through the lens of the future. Xenophobia, the hidden costs of war and the nature of civil liberties in a hyper-media age all come under the microscope. The film is never a personal attack on Bush; Range simply seeks to explore the potential consequences that might follow from the President's policies and actions».



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