CON «IL MERCANTE DI PIETRE» IL REGISTA DI «VAJONT» SPOSA LE TESI DELLA FALLACI. E ACCUSA IL MULTICULTURALISMO BUONISTA DELLE DEMOCRAZIE
Martinelli alle crociate
«Europa, svegliati e combatti. I musulmani sono alle porte»
14/9/2006
di Fulvia Caprara
Harvey Keitel e Murray Abraham
durante le riprese de
Il mercante di pietre
ROMA. «L’Europa buonista e multiculturalista pagherà per le sue scelte. Basta guardare l’Olanda che prima faceva entrare tutti, ma che, dopo la morte di Theo Van Gogh, ha compiuto un enorme passo indietro. L’Occidente ha la presunzione dell’eternità, finirà per pagare per questi segnali di debolezza». E ancora: «Attenzione, il proselitismo islamico è tra noi, la cultura musulmana ha nel suo Dna qualcosa di aggressivo. La nostra è la religione del “logos”, della parola, la loro è la religione del libro, vincolata al Corano. Quella waabita è la cultura dell’arretratezza». Renzo Martinelli presenta il suo nuovo film, Il mercante di pietre, liberamente ispirato al romanzo di Corrado Calabrò Ricorda di dimenticarla e dedicato al tema attualissimo del fondamentalismo islamico e del terrorismo. Dopo aver ricostruito in Porzus la strage fratricida tra partigiani nel febbraio del ‘45, dopo aver rievocato la tragedia del Vajont indicando colpevoli e responsabilità disattese, dopo aver sottolineato i tanti misteri tuttora legati al rapimento Moro in Piazza delle Cinque Lune, Martinelli con Il mercante di pietre mette il dito nella piaga del momento e lo fa nel suo stile abituale. Senza giri di parole, a colpi di requisitorie anti-islamiche, accettando le inevitabili conseguenze: «Il mio modo di fare cinema è maieutico, i miei film fanno da rompighiaccio, aprono la strada, poi è compito di altri andare oltre. Ricevo minacce dai tempi di Porzus, dopo Piazza delle Cinque Lune sono entrati nel mio ufficio e lo hanno devastato, senza rubare nulla, ma lasciando sul tavolo bene in vista il dvd del film. Non mi preoccupo, la mia coscienza è tranquilla, sono fatalista. Se poi nella mia vita dovesse entrare qualche fanatico, che ci posso fare... Certo, giro armato».
Il film racconta la storia di un’avvenente «colomba» (Jane March), di un mercante di pietre europeo convertito all’islamismo e arruolato da Al Qaeda (Harvey Keitel), di un insegnante di Storia del terrorismo all’Università romana della Sapienza (Jordi Mollà), rimasto senza gambe dopo essere stato coinvolto nell’attentato all’ambasciata americana di Nairobi, del terrorista Shahid (Murray Abraham), regista dell’esplosione finale realizzata con una «dirty bomb», cioè una bomba arricchita con materiale radioattivo. È la cronaca, dice l’autore, di «una vicenda che oggi potrebbe accadere a ognuno di noi. La sceneggiatura del film si ispira a una precisa strategia del terrorismo, la cosiddetta “strategia della colomba”. L’idea è quella di sedurre delle donne per poi usarle come inconsapevoli strumenti di distruzione, ad esempio come insospettabili vettori di bombe». In aula, il personaggio del professore, durante una lezione, dice fra l’altro: «Questa è una guerra di religione che trascinerà tutto il mondo». E in un altro momento del film aggiunge: «È storicamente provato che le democrazie si svegliano sempre troppo tardi». Quando la bella moglie sta per abbandonarlo, travolta dal fascino del misterioso mercante, le ricorda inutilmente che «l’Islam considera le donne inferiori, tu te ne stai andando con un terrorista che ha a che fare con Al Qaeda».
Per presentare Il mercante di pietre, da domani sui nostri schermi in 220 copie con il marchio Medusa, Martinelli ha sintetizzato la lunga ricerca storica che ha preceduto la fase della sceneggiatura del film: «C’è un’analogia tra la condizione dell’Europa di oggi e quella in cui si trovava nel 1683, quando un frate cappuccino, Marco d’Aviano, si levò a baluardo dell’Europa contro la minaccia dell’Islam, bloccando l’armata di Maometto IV alle porte di Vienna. Senza di lui, oggi San Pietro sarebbe una moschea. Fu lui a capire che c’è un momento per la democrazia e uno per la spada: quando la nostra civiltà, la civiltà cristiana, è in pericolo, devi impugnare le armi per difenderla». Martinelli è convinto: «Ogni volta che c’è una fase di debolezza, l’Islam rialza la testa. Perciò, se non ribadiamo con forza i principi dell’Occidente, la nostra identità cristiana, il messaggio dell’amore per la vita sottolineato anche da Papa Ratzinger nelle sue encicliche, rischiamo di essere fagocitati». Per questo è necessario «dialogare con il mondo musulmano moderato, rafforzando però i nostri valori, a iniziare da quello della sacralità della vita».
Al fianco del regista siede Harvey Keitel, più volte chiamato in causa, soprattutto in quanto americano, sui temi affrontati nel film. La sua posizione è diversa da quella di Martinelli ma, precisa l’attore, «stimo profondamente Renzo per il modo con cui ha parlato di questo conflitto». Dice Keitel: «Il mio personaggio, il mercante, rappresenta in fondo tutti noi, o almeno una parte di tutti noi. Può accadere a ognuno di trovarsi, a un certo punto della vita, a fare i conti con le spinte verso l’intolleranza. Credo sia necessario portare avanti questo discorso in maniera molto umile». Keitel ricorda gli anni giovanili: «Da ragazzo sono stato marine, poi sono tornato a New York, ho incontrato gente diversa, artisti, trapezisti, parlavo con loro, e anche con la mia ragazza di allora, della guerra in Vietnam. Mi trovavo sempre in totale disaccordo, ero da solo contro tutti, poi ho letto libri, soprattutto L’arroganza del potere di Fulbright, ho iniziato a comprendere perché la guerra in Vietnam non era una guerra giusta, ho riflettuto. Un percorso che non è permesso ai bambini delle scuole coraniche. Da allora la mia esistenza è sempre andata avanti così, ho inciampato tante volte, ho sbattuto la testa, ma tutto questo mi ha aiutato a capire e lo spirito dei marine mi è servito ad andare avanti nella vita».





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