Battaglia dei ponti, Gallo: «L'esercito nega la verità»
Beatrice Montini
«È scandaloso che si continui a negare l´evidenza, che i vertici militari abbiano di fatto messo una pietra tombale su una vicenda gravissima, che abbiano cercato di nasconderla come se non fosse mai accaduta. Ma purtroppo lo è». Domenico Gallo, magistrato ed ex parlamentare tra i firmatari dell´esposto che portò all´apertura dell´inchiesta della procura militare sulla famigerata "battaglia dei ponti" di Nassiriya, non usa mezzi termini nel commentare una vicenda che fece tremare non solo le Forze Armate ma l´intero governo Berlusconi. Una vicenda sulla quale, a distanza di 2 anni, non si è fatto ancora chiarezza. Per questo Gallo punta il dito in primis sulle «gravissime responsabilità» e la «connivenza» dei vertici delle forze armate: «Così come è avvenuto per Ustica si è creato un muro di gomma».
Era la notte tra il 5 e il 6 agosto 2004 quando i militari italiani del reggimento Lagunari Serenissima, schierati in difesa dei tre ponti sull'Eufrate a sud di Nassiriya, si trovarono pesantemente coinvolti negli scontri con e i seguaci del leader fondamentalista sciita Moqtada al Sadr. Una battaglia violenta durante la quale, come dice il rapporto redatto dal colonnello dei lagunari Emilio Motolese (reso noto qualche giorno fa) furono sparati più di 42mila colpi e, venne colpita «un'autobomba diretta contro il contingente». Questa versione ufficiale dei vertici militari venne però subito smentita da un filmato girato dal giornalista statunitense Micah Garen (che si trovava a Nassiriya "embedded" del contingente italiano), trasmesso dai Tg nazionali: l´autobomba era in realtà un'ambulanza che stava trasportava una donna in cinta all'Ospedale di Nassiriya. Bilancio: la morte della donna e di altre persone.
Dopo che il 27 agosto del 2004, in Parlamento l´allora Ministro degli esteri Frattini negò tutto quanto («È sbagliato ed ingiusto asserire che i nostri militari hanno sparato contro un'ambulanza con una donna incinta a bordo. Semplicemente non è vero») la magistratura militare avviò comunque un´inchiesta. E, secondo quanto pubblicato qualche giorno fa dal Corriere della sera, adesso sarebbe arrivata la richiesta di tre rinvii a giudizio.
Gallo, la notizia dei rinvii a giudizio non è stata confermata né smentita, lei cosa ne pensa?
«Sapevamo che la procura stava indagando. E penso che se non ci fosse stata la richiesta di rinvio a giudizio la procura militare avrebbe ufficialmente smentito con un comunicato stampa. La cosa non è avvenuto e quindi la notizia ha qualche fondamento».
Contemporaneamente alla notizia dei rinvii è stata resa nota una relazione, fino ad oggi riservata, redatta subito dopo gli scontri dal colonnello Emilio Motolese, comandante della task force Serenissima in cui si dice testualmente che «l'intervento del fuoco massiccio era indispensabile in quanto il fuoco nemico era aumentato sensibilmente» e che tutto avvenne «nel rispetto assoluto delle regole d'ingaggio».
«Se il rispetto delle regole d´ingaggio significa sparare alle ambulanze allora la relazione è vera. Il fatto è che non ci sono dubbi su quello che accadde quella notte. Noi lo sappiamo perché i militari hanno avuto la sfortuna, diciamo così, che ci fosse con loro proprio in quei giorni un giornalista curioso come Garen che raccolse testimonianze e parlò con l´autista dell´ambulanza. Ed è gravissimo che i vertici militari abbiano messo una pietra tombale sulla vicenda come se non fosse mai accaduta. E anzi il generale Dalzini ha addirittura consegnato un encomio speciale ad uno dei soldati che ha partecipato alla battaglia (ndr. per aver «contribuito in maniera determinante al successo della missione»). Questa connivenza è scandalosa».
Sembra che uno dei soldati, il caporalmaggiore Allocca, davanti alla magistratura militare abbia ammesso di aver sparato contro un'ambulanza durante la battaglia dei ponti di Nassiriya. Cosa e perché rischia di essere incriminato insieme ai suoi colleghi. Qualcuno potrebbe dire "la guerra è guerra"...
«In guerra non è reato uccidere i nemici ma è reato non rispettare le convenzioni internazionali che dettano le regole minime di rispetto dei diritti umani. E quindi non si possono fucilare i prigionieri catturati né si può sparare sulle ambulanze. Basta leggere l´articolo 191 del Codice penale militare di guerra che lo dice chiaramente : "chiunque fa uso delle armi contro ambulanze, ospedali, formazioni mobili sanitarie, stabilimenti fissi per il servizio sanitario (...)e ogni altro luogo di ricovero o cura di infermi o feriti (...) è punito, se il fatto non costituisce un più grave reato, con la pena della reclusione militare non inferiore a dieci anni".
Insomma anche secondo il codice di guerra quello che hanno commesso i nostri militari è un reato gravissimo punito severamente?.
«Sì, la pena di diceci anni prevista lo conferma. Per questo è normale che la procura militare abbia aperto un´inchiesta su un'ipotesi di reato. Mentre, ribadisco, è assolutamente scandaloso che i vertici militari e politici abbiano cercato di insabbiare e nascondere questo evento come se non fosse mai accaduto. Come avvenne ad Ustica».
Il testo del codice penale militare di guerra
Il video trasmesso da Rai News 24 e girato dai soldati
Pubblicato il: 15.09.06
Modificato il: 16.09.06 alle ore 12.37




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