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    Cool Un articolo del "Tempo" senza commenti

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    Da "Il Tempo" 17/09/2006
    di FABRIZIO DELL’OREFICE
    TESO, bloccato. Parla piano, quasi sottovoce. Calibra le parole, nervoso. Ci vogliono sette minuti prima che arrivi il primo applauso sul primato della politica. È un esordio teso quello di Fausto Bertinotti nell’arena della festa dei giovani di An. Fuori piove, occorrono altri quattro minuti prima che il presidente della Camera, il Comunista, stia meno rigido sulla scomoda sedia che gli hanno lasciato alla festa di Azione giovani. Distende la schiena, si rilassa, le spalle si allargano. Mette un sigaro in bocca, lo mastica, i muscoli della faccia si allentano e preparano quello che molto soavemente pronuncerà il fondatore di Rifondazione. Un mea culpa sul comunismo in piena regola e a tutto campo. Parole dette davanti ai giovani di destra, a mentre parla Bertinotti guarda lo stato maggiore del suo parito seduto in prima fila. Giovanni Russo Spena si mette le mani nei capelli, Gennaro Migliore resta impietrito, Rina Gagliardi era sorridente ché finalmente aveva scoperto quanto è divertente fare le foto con il telefonino e ora s’incurva nelle sue spalle, la moglie Lalla annuisce. Bertinotti smonta il comunismo. Condanna i carri armati d’Ungheria, s’indigna sui fatti di Praga e alla fine deve anche cedere su Fidel Castro. È stata una mattinata storica quella dell’Eur. Bertinotti arriva rigido, Fini prova ad aiutarlo e tenta di metterlo a suo agio: «Ringrazio per il fatto di aver regalato un’emozione. Chi ha conosciuto gli anni di piombo può capire che cosa significa avere qui Bertinotti. Lo stimo per la coerenza delle idee e un certo rigore morale, cose rare in una società di voltagabbana». E Fausto mette subito in chiaro: «Io vengo dalla nuova Resistenza, dall’antifascismo. Sono nato politicamente nel 1960, quando si scendeva in piazza contro un congresso del Msi, la mia generazione si chiamava "nuova resistenza". Non nascondo che questo invito mi ha un po’ imbarazzato. Ma se sono qui come ho detto ieri ai familiari di Renato Biagetti (il giovane dei centro sociali ucciso a Focene il 27 agosto, ndr) è perché voglio contribuire a costruire le forme della convivenza sociale e civile tra noi. Vorrei che non tornassero mai più gli anni dello scontro fisico e violento». Picchietta la gamba sul pavimento, quindi spiega: «Sono venuto qui perché penso che la mia parte politica debba ancora confliggere per cambiare il mondo ma debba anche costruire le forme della convivenza civile. E questo si può fare solo gettando dei ponti». Prova a sottolineare i punti di contatto, ricorda quando arrivò a Roma, la prima casa a Vigna Clara, i manifesti del Msi «scritti a mano e con passione». «Leggevamo temi che ci sembravano vicini ai nostri sulla giustizia sociale, sull’ambiente». E avverte che oggi il vero nemico è il fondamentalismo. Poi tocca a Fini, si duella a colpi di fioretto sull’identità occidentale e sull’identità latina e mediterranea. Il leader di An fa finta di fronteggiarlo, Bertinotti non si sottrae. Rivendica con orgoglio: «Compagno è un termine che amo molto» e si becca qualche fischio. Si riprende: «Compagno vuol dire che abbiamo cose uguali all’altro». E si prende anche il lusso di sfottere Fini: «Io ho 66 anni e non mi sono mai fatto una canna». Il clima si scioglie, arrivano anche gli applausi, Bertinotti è ora disteso, agita le braccia, gesticola quando parla, ascolta pensieroso ma quasi stravaccato ormai nella sedia. Qualche volta sorride tra sè e poi al microfono dice che come presidente della Camera deve fare attenzione alle parole che usa. Arrivano le domande dei ragazzi e Fausto si confessa. la religione è davvero l’oppio dei popoli come diceva Marx? «Marx era pure bravo, anche per lui valga la formula "nessuno è perfetto"». Gli chiedono poi dei crimini del comunismo, e il presidente della Camera ammette: «Non trovo nessuna giustificazione per le vicende d’Ungheria del 1956 e ancora di meno per la Cecoslovacchia, dove a mio parere è finita la storia dei Paesi dell’Est. È finita lì, con i carri a Praga, e non con la caduta del Muro di Berlino. Comunismo e socialismo sono chiamati a indagare di nuovo il rapporto tra i mezzi e i fini. Non c’è alcuna possibilità di costruire un processo di liberazione nella contraddizione tra mezzi e fini. Nel ’900 non era maturata una soluzione che parlasse il linguaggio della liberazione senza incorrere nel suo opposto: l’oppressione». Si lascia andare e insiste: «Se mi diceste: ma voi dovevate perdere nel ’900; io vi dico: può essere che sì....». Associa il comunismo a «tragedie, errori e orrori», si scusa per le troppe erre e rivela: «Per me quei dirigenti dell’Urss erano dei mostri». Chiede quasi scusa per l’affezione nei confronti di Fidel Castro: «La nostra generazione è stata affascinata dalla rivoluzione cubana, che ci è sembrata anche una critica inveterata al monumentalismo che impediva la libertà nei Paesi dell’Est. Castro e Che Guevara ci affascinavano, perché erano eretici». Si giustifica, sembra dire «cercate di capirmi»: «Ancora oggi resta un elemento affettivo e sentimentale verso la difesa fatta da Castro dell’orgoglio di un popolo e della sua indipendenza, anche se abbiamo sempre criticato gli eccessi di autoritarismo e il ricorso alla pena di morte». E infine, ammette anche l’uso della repressione. Russo Spena sprofonda sotto la sedia. Bertinotti no, è contento. Se ne va soddisfatto. Dietro di lui qualche ragazzo di destra riconosce: «Avessimo lui come leader».

  2. #2
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  3. #3
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    Citazione Originariamente Scritto da c@scista Visualizza Messaggio
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    ...Dietro di lui qualche ragazzo di destra rinosce: «Avessimo lui come leader».
    Lo capisco, un voltagabbana opportunista come Bertinotti è difficile da trovare, mettere sotto i piedi la propria coerenza e la propria dignità in questa maniera è cosa veramente da pochi. Fini al confronto di un così squallido personaggio fa la figura dell'integerrimo oltranzista.

 

 

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