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    Predefinito La politica clericale e la democrazia

    La politica clericale e la democrazia (1)

    di Romolo Murri

    “La politica Clericale e la Democrazia” è un volume che Romolo Murri pubblicò nel 1908, nella collana “I problemi dell’Italia contemporanea”, dagli editori Giuseppe Cesari di Ascoli Piceno e dalla romana Società Nazionale di Cultura. L’edizione era accompagnata da una nota esplicativa:

    “L’origine di questo volume spiegherà al lettore benevolo alcuni difetti di esso. Benché un’idea vi domini e vi sia logicamente svolta, il fatto che esso non fu pensato né scritto sulla linea prefinta di un piano regolare spiega le lacune le ombre le ripetizioni che vi si trovano; spiega alcuni accenni a fatti che il velo del passato comincia a coprire, alcuni apprezzamenti che oggi non sarebbero più, almeno, esposti nella stessa maniera.

    I libri di battaglia invecchiano presto; felici quando non invecchiano senza veder rinnovato e cresciuto in altri libri e in altri programmi l’ardore che li animava; come la bandiera di un esercito che avanza vittorioso passa via via a mani più alacri ed è premuta alle spalle da più fervido clamore di combattenti.

    E questo è un libro di battaglia…Esso sa, quindi, anche, la sorte che lo attende.

    I clericali italiani non ci perdoneranno questo nuovo processo istruito ai loro principii ed alla loro condotta; ma la lotta è così aperta e dura, che essa non potrà essere, da questo, riaccesa più viva; e d’altra parte ci è indifferente che divampi più larga.

    Sappiamo come è vasta la rete di interessi minacciati, come sono profonde le abitudini, scosse, di inerzia e di servilità, come forti le passioni provocate ed irritate. Il nostro sforzo è come un corpo estraneo, elemento dissolvitore, introdotto a forza nella compagine politica del clericalismo italiano. Noi abbiamo dovuto attaccare non solo quelli che consapevolmente davano a questo il carattere di una politica di reazione e di resistenza alla democrazia, ma anche quelli che si lasciavano portare, dorando di pie illusioni l’inconsapevole servitù e la neghittosa viltà.

    Pel momento noi vogliamo dunque la divisione e la guerra. L’unità verrà dopo, quando l’organismo sano che è in fondo, che si agita nel nostro sforzo verso la vita, potrà, liberato dalle parti che sono putride e morte, ricomporre in pace i suoi tessuti.

    Ancora una parola. Sono note le difficoltà che l’autore di questo libro ha incontrato nella società ecclesiastica alla quale egli appartiene. Ora lo scopo e l’argomento di questo libro sono come il lettore vedrà, pressoché intieramente estranei a ciò che riguarda in proprio questa società religiosa; della quale non vi si parla che in quanto esse può essere, nel suo governo, momentaneamente solidale con una determinata politica; una politica che non era la sua, ieri, e può facilmente non essere la sua domani; che, ad ogni modo, potrebbe anche oggi essere molto diversa; senza che la vita e l’organizzazione ecclesiastica avessero in alcun modo a soffrirne.

    Comunque, poiché chi scrive non vuole in nessun modo prendere nella sua Chiesa atteggiamento di ribelle e di oppositore, gioverà avvertire che egli, se sente nel più profondo del suo animo la verità e la giustezza del programma generale di attività pubblica dei cattolici che ha intraveduto, pel quale ha lottato e che ha cercato di esporre in queste pagine, non intende in alcun modo di questo programma e dell’attuazione di esso far questione con coloro che governano la Chiesa ma con i cattolici laici, i quali hanno – e non possono allontanare da sé – la responsabilità prima e diretta della loro azione. Né egli rifiuta di ammettere, a priori, che qualche volta la parola possa aver ecceduto il suo pensiero e la sua critica andar più lontano di quel che egli avrebbe voluto.

    La pubblicazione di queste pagine può anzi essere riguardata, da parte sua, come un atto di sincerità; poiché, a proposito del suo pensiero politico, delle accuse gli sono state mosse da varie parti, le quali tuttavia non giunsero mai a prendere forma precisa così che a lui fosse possibile tenerne conto; ed egli offre ora modo, raccogliendo questi scritti, di un esame più sistematico e, spera, più concludente”.

    PREFAZIONE

    Il presente volume raccoglie articoli pubblicati in vari giornali e periodici, come apparisce dalle indicazioni apposte al titolo di ciascun capitolo. Ma tutti questi articoli furono scritti nello spazio di tempo di appena sei mesi, dopo una lunga preparazione sull’argomento, testimoniata da parecchi miei altri scritti precedenti (1) ed in quelli contenuti nella prima parte si afferma, logicamente e continuamente, un ordine di idee sul grave dei problemi che affatichino oggi i paesi lativi, e non essi soli, e che ha l’adesione, se si può dirlo, di tutto il mio pensiero e di tutto il mio spirito.

    Questo problema è quello della politica ecclesiastica; al quale si riconnettono, sia come mostra l’introduzione, l’altro dell’ufficio della religiosità e di quella religione positiva che è da tanti secoli la nostra, nella vita morale e sociale del nostro popolo, aia anche – come apparisce nei saggi raccolti nella seconda parte, quello della decadenza dei nostri istituti politici, per la corruttela morale che li insidia, e quello di un fecondo rinvigorimento di tutta quanta l’attività nazionale.

    Infine, nelle lettere sulla crisi religiosa in Francia, l’esempio della nazione vicina e delle vicende che vi hanno condotto alla separazione mostrerà come anche in Italia un processo in gran parte simile, debba condurre inevitabilmente a simili risultati, e permetterà quindi allo studioso di prevedere questi risultati probabili ed all’uomo di azione di meglio regolare la sua attività pratica.

    Né quest’ordine di idee, espresso nel volume, o questa visionerei rapporti fra la vita e la società religiosa e la vita e la società religiosa e la vita e la società civile, specialmente in riguardo all’Italia contemporanea, è frutto di una pura mediazione teorica, di una germinazione meramente dialettica da principii attinti a questa od a quella filosofia; essa si è venuta svolgendo, affermando e completando in una lunga e vivace attività pratica; il pensiero è sempre servito all’azione ed ha trovato nelle vicende di questa la riprova e lo stimolo ad ulteriori affermazioni. La critica, che nelle pagine di questo libro è la rivolta contro la concezione clericale dei rapporti fra Chiesa e Stato e le manifestazioni presenti e recentissime di questa concezione venne esercitandosi nelle lotte contro altri uomini ed altri istituti da oltre un decennio; essa non appartiene oggi, nuova ed ignota, ma ha già – non è vanto il dirlo – sconvolto dalle radici l’antica posizione dal cattolicismo italiano nella vita pubblica e dato luogo ad organiche e vivaci affermazioni pratiche degli elementi positivi e ricostruttivi che essa contiene.

    La lotta è tuttavia più che mai vivace fra il clericalismo politico della grande maggioranza dei cattolici italiani ed il nuovo programma, emergente perspicuo dalle idee espresse in queste pagine; né ciò farà meraviglia a chi pensi come un passato molte volte secolare, e tutto un sistema di rapporti che ha già creato e dominato una intiera civiltà, gravitino sulle coscienze dei cattolici italiani, e come l’atteggiamento nuovo che si chiede ad essi sia, in sostanza, la conversione da tutto un mondo, spiritualmente morto, a tutto un mondo che è ancora da creare, e che avrà per caratteristica una vasta e complessa democrazia, animata da uno spirito intensamente e profondamente cristiano.

    E forse questo nostro momento, così doloroso per la crisi che dilacera il cattolicismo e per l’assenza terribile di una sana e vivace religiosità dalla vita privata e pubblica del popolo italiano, questo momento drammatico nel quale all’orecchio esercitato sembra talora sentire il rumore sordo e pauroso di un mondo che crolla, mentre l’anima sollecita dei problemi spirituali vede l’orizzonte oscure colorirsi dei segni luminosi d’una rinascita religiosa che non ha precedenti altro che nel primo sorgere del cristianesimo, questo momento storico, diciamo, sarà considerata per l’Italia politica e per la religione antica del popolo italiano come principio di una novella storia.

    Possano queste pagine educare in qualche lettore attento, e specialmente nelle file, che mi sono particolarmente care per tanti motivi, dei giovani cattolici i quali hanno legato la loro attività politica al programma che è, come compendio del volume, in fondo a queste pagine, il senso vivo del passato, che crolla e dell’avvenire che sorge.

    1) Vedi specialmente i quattro volumi di “Battaglie d’Oggi”, il discorso “Libertà e Cristianesimo”, l’opuscolo “Una crisi d’anime nel Cattolicismo”, il volumetto “Democrazia e Cristianesimo”, la “Relazione del Consiglio direttivo della Lega D.N. al 1 congresso nazionale”, le collezioni della “Cultura sociale” (1898-1906) e della “Rivista di Cultura” (1906 e seguenti).

    1) Continua.
    Non credo nelle ideologie chiuse, da scartare e usare come un pacco che si ritira nell'ufficio postale (Marco Pannella)

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    Predefinito Rif: La politica clericale e la democrazia

    La politica clericale e la democrazia. (2)

    di Romolo Murri

    Introduzione



    Dei molti interessi che agitano le coscienze e stimolano le attività dei popoli ciascun uomo non può sentirne che pochi. Infelice chi non sente che i suoi. Grande e nato veramente per l’azione pubblica quegli che fa suoi i più vasti e gravi interessi del suo popolo. Io non so quali interessi senta più specialmente o quali idealità ami chi leggerà queste pagine; se egli sia uomo di Chiesa o uomo politico o uomo di scuola o uomo di affari. Ma da qualunque via egli venga, solo che viva la vita del nostro paese e segua le vicende esteriori e spirituali di questa, egli troverà qui trattato un argomento che deve richiamare la sua attenzione, agitato un dubbio un timore un problema che lo riguarda. Questo problema può nella maniera più semplice esser presentato così: l’Italia ha bisogno di energie morali; essa ha fatto e consolidato la sua unità politica, ha restaurato le sue finanze, ha ben avviato le sue industrie ed i suoi commercii; le più gravi questioni preliminari sono risolte. Ma essa manca di energie morali; un cattivo odore di guasto trasuda da tutti i pori della sua vita politica; nessuno, nell’enorme ingranaggio della attività collettiva, compie tutto e bene il suo dovere, solo per sentimento di dovere. La scuola non educa,la burocrazia ministeriale è sotto inchiesta perennemente, e sotto processo, nell’affare Nasi, lo scandalo Romano e C., rivela i guasti delle amministrazioni locali e dei rapporti degli avventurieri i quali se ne impossessano con il governo corruttore, la magistratura prevarica, i partiti politici o dormono o si dilaniano in futili querele intestine, il mezzogiorno è insanabilmente analfabeta ed inetto alle nuove forme di attività economica e civile, la compagine morale dell’esercito minaccia di sciogliersi, tutti gli organi di azione collettiva sono o fiacchi o malati; sintesi di tutte queste debolezze e miserie, un uomo governa l’Italia solo perché è opinione comune che non ci sia altri il quale saprebbe, non diciamo far meglio, ma, semplicemente, fare.



    Ora, un esame anche breve, di questa profonda crisi morale che travaglia il paese ci condurrà a questa conclusione; essa è dovuta al fatto che la religione, elemento necessario della vita spirituale delle coscienze e dei popoli, non compie l’ufficio suo; non dà, in uomini di tempra morale superiore, dei grandi centri vivi irradiatori di energie spirituali, non educa alla coscienza rigida del dovere, non prepara ad una vita più pura e più seria le anime dei giovani, non discute e non risolve, almeno per il popolo, i problemi morali dell’ora presente, non dà, insomma, quei molti vantaggi, di purezza, di energia di volere, di correttezza morale, di entusiasmi rinnovatori, che sarebbe giusto attendersene.



    La constatazione è, purtroppo, facile a fare; essa risulta non dal processo fatto alla religione cattolica od alla filosofia od alla scuola o che so altro, ma dal semplice esame delle condizioni presenti della vita pubblica. Se questi beni spirituali mancano, è evidente che nessuno li dà; e, quindi, che non li dà neanche la religione.



    Ma qui comincia la diversità dei pareri. Molti dicono: il cattolicismo non dà questi vantaggi spirituali e morali, esso si rivela anche inferiore, sotto questo aspetto civile, al protestantesimo o ad altre religioni, perché è una religione finita, spiritualmente morta. Altri, all’opposto, dicono: no, il cattolicismo è sempre la religione divina, che contiene in sé, nei suoi tesori, tutto quello che voi chiedete; ma nessuno va a chiedergliene; i magazzeni sono riboccanti, il magazziniere è pronto; ma mancano – peccato! – gli acquirenti.



    Ed altri dicono: sì, il cattolicismo potrebbe dare all’anima del popolo italiano quel che le manca, se fra esso e questa vi fosse maggior comunione di rapporti; ma, invece, i rappresentanti del primo si sono chiusi gelosamente nelle forme confessionali e rituali della vita religiosa cristiana ed il popolo che le ha sperimentate via via vuote ed inefficaci, queste forme esteriori, domanda ora, religiosità prima che religione positiva. E di quei primi i quali dicono che il cattolicismo è religione superata, altri credono che bisogno sgombrare di esso il terreno diremmo quasi col ferro e col fuoco, altri che convenga lasciarlo morire in pace ed intanto chiedere alla filosofia od alla scienza ed alla coscienza umana le nuove virtù morali e civili.



    Queste soluzioni sono tutte variamente interessanti ma molto generiche. Noi ci siamo posti un problema più limitato e per questo stesso più interessante: esso non è di indole teorica o astratta, ma d’indole nettamente positiva e pratica.



    Prescindiamo, pel momento, della questione religiosa come tale; mettiamoci solidamente sul terreno politico. Chi voglia in Italia dividere gli uomini secondo le loro opinioni tendenze abitudini associazioni politiche dovrebbe, ad una categoria di essi, dopo aver assegnato le etichette di moderati, liberali, radicali, repubblicani, socialisti, dare anche il nome di cattolici. Cattolici, ripetiamo, politicamente; dal punto di vista religioso potrebbero forse anche, molti di essi, esser qualificati atei o pagani e via dicendo. In altre parole, nella loro azione politica, questi cittadini che sono politicamente qualificati come cattolici subiscono l’influenza e spesso seguono passivamente le direzioni le quali vengono, per una via o per l’altra, da una confessione religiosa, dal clero, dalla gerarchia; hanno preso tutte le loro prime e fondamentali opinioni politiche in una scuola confessionale o in una chiesa, sono organizzati in associazioni economiche o politiche dipendenti dal clero, votano secondo che dice il loro parroco, sentono solo, delle innumerevoli questioni di attività pubblica, quelle che toccano la loro coscienza religiosa, e via dicendo.



    2) Continua.
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    Predefinito Rif: La politica clericale e la democrazia

    La politica clericale e la democrazia (3)

    di Romolo Murri

    Questi cattolici, in senso politico, esistono: nessuno dirà che noi li andiamo inventando ora, per comodo della nostra tesi. Esaminando bene si troverà anzi che essi sono il partito più numeroso, più compatto, meglio organizzato; non appariscono, perché nell’insieme, e in condizioni normali, sono piuttosto un partito di reazione che di azione: hanno il difetto di tutte le maggioranze vecchie, prive di energie di lotta, di idealità operose, che non si muovono se non quando toccate in ciò che le interessa più da vicino. Non è da sperare che questa vastissima clientela politica, organizzata intorno a una gerarchia diciotto volte secolare, tenuta insieme dalle abitudini che divengono nell’uomo le più profonde e tenaci, debba sciogliersi e sparire nel giro di pochi anni. Certo la propaganda antireligiosa e la scuola laica le infliggono ogni giorno delle perdite non leggere e il popolo italiano si va scristianizzando; ma il processo è assai meno rapido di quel che si creda; e chi, per avere la più grande Italia che egli desidera, attende che il cattolicismo abbia cessato di essere, dovrà ancora attendere molto: e forse intanto la lotta apertamente anticattolica non farà che risvegliare il cattolicismo militante o clericale. In un certo senso, l’Italia è ancora assai lontano dall’essere la Francia.



    Ora il problema che sorge è questo: in che senso, con quali idealità e con quali risultati si esercita in Italia l’attività politica di questo gruppo enormemente numeroso? Favorisce essa, nel paese, lo sviluppo così delle energie spirituali più sane come delle attività politiche più fresche ed operose? La sua opera politica è in opposizione o d’accordo con quella che dovrebbe essere la sua influenza religiosa? E, quindi, il malessere morale profondo del quale soffre oggi l’Italia non dipenderebbe per caso dal falso indirizzo e dalla falsa posizione di questo cattolicismo politico nella vita pubblica, dal perturbamento che esso introduce nel normale sviluppo sia delle attività politiche che delle attività religiose?



    Questo è il problema che noi esaminiamo nel presente volume. Del quale volume la conclusione, non espressa in termini aperti, ma, se non ci inganniamo, balzante fuori da ogni pagina, è questa: che il cattolicismo in Italia è troppo una politica e troppo poco una religione; che la politica di esso è antidemocratica e quindi in conflitto con le più vive e giovani aspirazioni del paese; che questa politica è come una catena legata al piede della vita religiosa, è la causa principale delle ostilità che sorgono contro la religione stessa, dei ritardi e degli impedimenti interni i quali ostacolano nel senso di questa la ripresa di una attività veramente religiosa; che, infine, non vale – ed anzi nuoce – combattere la religione, nel cattolicismo politico, e con lo scopo di nuocere ad esso; ma che conviene, invece, scindere in esso religione e politica, rompere e dissolvere questo presente aggruppamento politico che si chiama cattolico, per permettere agli elementi dissociati di esso di raggrupparsi in maniera più consona allo sviluppo della vita spirituale ed economica del paese.



    Alcuni diranno; se è così, non essendo io cattolico, il libro non mi interessa. E qui è il grande errore; come di uno che dicesse: io non sono soldato e tutto quello che riguarda l’esercito non mi interessa. Se si trattasse solo degli interessi di una confessione religiosa, questo lettore avrebbe ragione; ma qui si tratta così di interessi politici come di interessi religiosi: si tratta delle energie spirituali e morali del paese, nel loro insieme.



    Io non sono né un grosso proprietario di terre né un capitalista; eppure sarei ridicolo se dicessi che la condotta di queste classi di persone non mi interessa. Non sono moderato, ma, perché dei moderati vi devono essere, desidero, e faccio quel poco che posso affinché ciò sia, che i moderati sieno della razza migliore, intelligenti e trattabili; non sono socialista, ma, poiché anche il partito socialista c’è e ci sarà per del tempo ancora, desidero e, quanto è da me, faccio che esso sia il più possibilmente sincero e corretto e sano; non dilapidatore di energie morali, non energumeno, non affarista, non volgarmente plebeo.



    Che i cattolici agiscano pubblicamente in un modo o nell’altro non può essere indifferente ad alcuno, in Italia; poiché, nei più importanti problemi politici economici e sociali la linea di condotta da essi seguita ha ripercussioni profonde e spesso decisive.



    Voi, ad esempio, riflettete alla questione del mezzogiorno, e vi rammaricate fra voi di queste popolazioni incolte rudi primitive, che emigrando ottengono così poco, per la coltura italiana e per sé, che in patria sono vittime perpetue di camorre di clientele di ambizioni politiche deplorevolmente utilitarie e poco scrupolose, è ovvio che vi chiediate: e il clero che fa? In che senso si esercita la sua enorme influenza e quella della religione che esso ha in mano?



    Lamentate l’inefficacia educativa della scuola, la minaccia di generazioni che vengono su senza nobili idealità e senza riserve di energie morale. Come potete non chiedervi se il dissidio fra Chiesa e Stato non dissocii nelle anime giovani elementi di vita e di azione che dovrebbero vivere e crescere associati?



    O deplorate lo Stato di anarchia spontanea che domina le giovani organizzazioni proletarie. Come non pensare in tal caso, se la pretesa confessionale e clericale di staccare da esse tutti i credenti e di abbandonarle così, facile preda, ai più audaci e violenti predicatori dell’odio di classe ed eccitatori delle cupidigie animali non crei un pericolo profondo e permamente per tutta la vita economica del paese?



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    Predefinito Rif: La politica clericale e la democrazia

    La politica clericale e la democrazia. (4)

    di Romolo Murri

    Osservate con dolore questa apatia ed inerzia politica che pesa come cappa di piombo, sulla vita parlamentare italiana. E’ ovvio che vi chiediate subito se mai ciò non provenga dalla coscienza, diffusa in tutti, che ci sono dei grandi problemi di ordine spirituale e morale da affrontare e che si è incapaci ad affrontarli e risolverli; e che essi pesano come un vizio organico latente, su tutto il sistema delle nostre attività pubbliche.



    Potremmo continuare nell’esemplificazione. E tuttavia queste sono ancora considerazioni superficiali. Per intendere che cosa significhi, nella vita di un popolo, questa assenza di religiosità viva, accompagnata non raramente ad una esuberante religione esteriore, converrebbe esaminare così l’ufficio della religione nella coscienza come i danni di una religione che è fuori di posto e che, esteriorizzata in costumanze ed in forme vuote di contenuto morale, sembra dispensare dalla religiosità vera e conservarne tuttavia l’aspetto e le pretese, e che l’osservanza esterna e ufficiale vede servire a scopri estranei di superiorità e di dominio; onde l’ipocrisia, che è il vizio di tutte le religioni praticate ma non sentite; il che vuol dire solo estrinsecamente praticate.



    Per intendere che cosa è la religione nella vita noi possiamo riferirci a quella rinascita di idealismo alla quale assistiamo da qualche anno anche in Italia; rinascita la quale vuol dire questo: che, nella vita degli individui come de’ popoli, lo spirito e la volontà, con tutto quello che li riguarda, tornano ad apparire come la realtà maggiore, anzi come la sola realtà vera nella quale e per la quale tutte le cose pregiate e cercate acquistano senso e valore, divengono energia che si protende, consapevole e forte, a nuove conquiste sulla natura sulle istituzioni sociali sullo spirito stesso. Ma questo è, oggi, risveglio di pochi; i più, in Italia soffrono ancora di due cose, di un grande impoverimento di ideali nelle file dei cattolici, che per lunghi decennii parvero accentrare tutte le loro forze nella difesa di un territorio e di alcuni benefici e privilegi; e del materialismo positivista che l’animo dei giovani, già così proclivi ad occuparsi solo delle cose esteriori, persuase la materia e la natura e l’economia esser tutto, e lo spirito, o niente, o un qualche cosa che si sarebbe tirato di impiccio da sé, senza che valesse la pena di occuparsene; e così, soppressa la coscienza interiore, era soppressa la religione vera, la quale non ha né luogo né ufficio se non l’ha innanzi tutto nella coscienza interiore. E anche oggi i peggiori nemici del popolo italiano sono tuttavia quelli che commettono questo doppio peccato: dall’una parte coloro che richiamano sulla religione cattolica le avversioni insorgenti; contro una politica inetta e senile e un pagano spirito di dominio, dall’altra, i superstiti di questo volgare materialismo positivista, dilapidatori spensierati e crudeli del grande patrimonio spirituale e morale del paese.



    Invece non si può ristabilire, come le migliori correnti della filosofia e della cultura tendono oggi a fare, la supremazia dello spirito, non si può ricondurre tutte queste cose esteriori che attraggono ed empiono di sé l’animo empirico e superficiale a riacquistare il loro essere vero e valore nello spirito che se ne giova ai suoi fini, non rifare al paese un animo virile, una coscienza netta dei fini da raggiungere e una volontà eroica senza rimettere in onore la religione; la quale è la consapevolezza, che lo spirito acquista, del suo posto nell’universo, del fluire di tutto ciò che è labile e relativo per delle occulte ragioni assolute di una finalità immanente al corso degli esseri e dell’essere nel senso della quale debbono disporsi le finalità individuali, perché nell’individuo l’essere stesso fluisca più abbondante e più rapido; infine, della possibilità, per lo spirito stesso, di farsi in sé medesimo una sua interna vita di pensiero e di bontà la quale faccia della vita individuale una possente energia benefica e dell’insieme degli individui di un grande fascio di energie cospiranti verso i supremi ideali comuni. Se questo è, la religione ha quindi un posto centrale, nella vita della coscienza; come la posizione, in questa, di una visione generale della vita e dell’essere, di una norma che risulta da questa finalità, che, essendo universale e immanente, apparisca all’uomo come superiore al suo volere, e quindi come doverosa; come tendenza e sforzo continuo a possedere, secondo la magnifica frase del vangelo, l’anima propria, e ad affinare molte anime, per le grandi opere di solidarietà e di unità nazionale.



    Quindi il cattolicismo è, innanzi tutto, e dovrebbe essere, in ognuno che lo segue, una filosofia della vita; della quale, certo, considerata nelle sue fonti originarie ed autentiche, nessuno oserà dire che non sia una pura e nobile ed altamente spirituale filosofia della vita, una dottrina di vita interiore di purezza di libertà di altruismo di sacrificio, anche se alcuni ne contestano – oggi – ingiustamente, come mostriamo altrove – le basi teoriche (1). Oltre di che, questa dottrina si è raccolta intorno, per la virtù originaria che la ha assistita nel suo sviluppo, elementi meravigliosi di successo, così da poter essere, ed essere in verità, per l’ampiezza e la coesione della sua gerarchia per la bellezza espressiva del suo rituale, per l’efficacia della sua attività sacramentarla, per la umana soavità dei suoi simboli, adatta meravigliosamente ad essere la filosofia della vita, pratica e viva, non di pochi solitarii asceti, ma di un popolo intiero e di tutta una vasta consociazione di genti.



    1) Mostriamo altrove in: La filosofia nuova e l’enciclica contro il modernismo, come il cattolicismo abbia una base filosofica (realismo dualistico) solidissima; nei discorsi sulla vita religiosa nel cristianesimo abbiamo cercato di presentare questo punto come una filosofia pratica della vita.



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    Predefinito Rif: La politica clericale e la democrazia

    La politica clericale e la democrazia. (5)

    di Romolo Murri

    Adunque, essendo il cattolicismo la religione alla quale un grandissimo numero di italiani non aderiscono, anche se poi ne seguono più o meno difettosamente lo spirito, potendo esso dare pur sempre preziosi frutti di educazione morale e di energie volitive, ed essendo, d’altra parte, molto più facile condurre questi cattolici che non condurli ad abbandonare la religione de’ padri ed a convertirsi a norme filosofiche le quali rimarranno per sempre difficili ed astruse, anche posto che avessero l’efficacia la quale viene dalla verità, ognuno vede l’importanza politica di questo proposito: utilizzare più efficacemente quella che è ancora la religione di tanti italiani, rinvigorendo in essa l’interno spirito religioso, riducendo a giusta misura la religione esteriore, separando dalla confessione religiosa elementi estranei e nocivi, presentandola e facendola vivere come religione dello spirito e della libertà, combattendo, insomma, il clericalismo, a vantaggio della religione: e questo, innanzi tutto, distaccando questa religione da una sopravvivenza multiforme e tenace di abitudine politiche parassitarie; che è quello che noi facciamo.



    Ma è poi poco dire essere il cattolicismo una filosofia della vita. Esso è immensamente di più. Esso è la comunione stessa, viva e diretta, con la fonte originaria della vita interiore e di ogni esistenza; è la trasmissione la diffusione la distribuzione normale delle energie divine nell’umanità, Per noi, almeno, esso è questo: e tale noi abbiamo il diritto di volere che sia per tutti coloro che lo seguono: il cattolicismo è la nostalgia, è l’ansia, è l’opera eroica di una ascensione divina dello spirito. Nulla di più vile, di più triste, di più penoso per noi che chiamare cattolicismo altre cose, che farlo sete di dominio, complotto di interessi, agenzia di collocamento o di assicurazioni varie, non raramente anche, come avviene nel mezzogiorno, complice di brutture e di brutalità vergognose. E si ha il diritto di sdegnarsi e di insorgere contro queste profanazioni; e si ha il diritto di dire che molti uomini odiano il cattolicismo perché non lo conoscono e che non lo conoscono perché troppo spesso ne veggono intono a sé solo delle contraffazioni.



    Noi non dobbiamo insistere in questo argomento, perché esso ci porterebbe su di un altro terreno. Comunque, un accenno era necessario perché il lettore nuovo a questo argomento intendesse meglio che cosa cercano e che cosa sono quelli che si dicono democratici e cristiani, quelli che vogliono la sintesi di tutte le attività umane in un alto e nobile concetto religioso della vita, nell’interno della coscienza, e, nell’attività esterna, non la confusione delle varie attività, ma a ciascuno il suo.



    Ed egli, il lettore nuovo a questi argomenti, vedrà, anche da questi brevi e rapidi accenni, perché nell’Italia d’oggi il clericalismo, vizio assai più diffuso e potente di quel che molti credano, ci apparisca come il maggior pericolo per la democrazia; esso, come queste pagine mostreranno, è insieme antidemocratico ed anticristiano.



    Ed ora mi sia permesso di finire con una calda e sincerissima professione di italianità. Dire: amo l’Italia, è poco, più giusto forse è dire: io mi sento italiano nelle più intime profondità della mia coscienza, sento di vivere di respirare di muovermi in una tradizione di cultura di genialità di volontà robusta e possente che è tutta italiana, che è l’italianità stessa; e non c’è programma o proposito di nuovi avanzamenti civili, di più vaste sintesi mentali, di più fervida cooperazione umana che non mi sembri dover essere, nella sostanza sua, come una estensione un incremento uno slancio vitale di questa medesima italianità.



    Sino il mio amore per la Chiesa è interessante italiano; poiché la Chiesa non è un sistema astratto di formale e di gesti ma è tradizione viva di pensiero e di energie spirituali, depositata già nel centro delle tradizioni e delle anime nostre, fatta luce e calore del nostro genio nazionale, vita della nostra vita spirituale, dove essa sì è fusa con l’altra tradizione della romanità classica, perché di qui si estenda per il mondo e lo agiti e lo riempia di un potere divino, lievito immortale di spiritualità e di progresso.



    Questo senso vivo di amore e di fiducia ha dettato le pagine che seguono; esso mi spinge a dedicarle più particolarmente ai giovani gruppi di amici che il programma delineato in esse ripigliano come proprio e lo difendono e lo promuovono nelle lotte della propaganda e dell’attività pubblica.



    Troppo triste sarebbe questo ufficio grave di critica e di opposizione, contro un così potente e maligno avversario, questo agitare acque putride e morte, se l’occhio e l’animo non potessero riposare con compiacenza e con desiderio fiducioso nella tenue vena ripullulante, fresca e pura, dall’origine antica.



    5) Continua.
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    Predefinito Rif: La politica clericale e la democrazia

    La politica clericale e la democrazia. (6)

    di Romolo Murri

    DA UN PAPA A UN ALTRO*



    Al periodo classico del risorgimento italiano conviene risalire per ritrovare le origini della presente politica ecclesiastica in Italia: poiché allora si disegnarono più chiaramente le due opposte tendenze che da quel giorno hanno tenuto il campo con alterna fortuna, la radicale battagliera e la moderata conciliatorista.



    Cadde, dopo l’allocuzione pontificia del 29 aprile 1848, il sogno e l’ideale neo-guelfo, che voleva ritessere su d’una unica trama i destini d’Italia e del papato; e quanti volevano l’unità della patria si persuasero che era inutile contare sul concorso della Chiesa di Roma, o della Santa Sede. Ma uomini, i più, intimamente religiosi, dalle condizioni dello Stato pontificio e dal contrasto d’interessi fra Roma e l’unità d’Italia sotto casa Savoia trassero la conclusione che il raggiungere l’unità fosse anche un liberare la Chiesa dal peso sempre più grave del potere temporale; e, molta parte del popolo italiano consentendo spontaneamente in questa opinione, gli avvenimenti fra il ’60 3 il ’70 poterono compiersi senza che la protesta prima e poi l’astensione sdegnosa degli intransigenti assorgessero alla gravità di una profonda e insanabile lotta religiosa. Raggiunta l’unità d’Italia, gli animi ostili alla Chiesa si quietarono, come stanchi del grande sforzo, e la conservazione dello stato di cose raggiunto parve la migliore politica. L’anticlericalismo riapparve solo superficialmente ed a sbalzi, o come residuo retorico e passionale di movimenti caduti o come indizio precoce di movimenti non ancora maturi.



    E sinché la Destra rimase al potere, i rapporti del nuovo Stato con la Chiesa si ispirarono stabilmente a questo concetto: che l’atteggiamento di protesta del Vaticano fosse cosa passeggera e contraria alle tendenze stesse e agli interessi veri del cattolicismo; che la sistemazione data dalla legge delle guarentigie ai rapporti fra i due poteri fosse per l’Italia e per la Chiesa fosse egualmente un reale vantaggio, cui, anche quando il Vaticano non vi accedesse, era, non soltanto buona norma di opportunità politica, un interesse duraturo dello Stato rimaner fedele, regolando i suoi rapporti con la Chiesa a concetti di larga e paziente liberalità ed evitando nell’indirizzo generale della politica offese ed attentati alla coscienza religiosa del popolo.



    Salita al potere la Sinistra, le cose non mutarono, nei primi tempi, per l’influenza sempre notevole dell’opinione delle classi medie, aliene da eccessi, sulla Camera, e della parte temperata di questa sul Governo stesso e sulla sinistra: l’Italia versava inoltre, in quegli anni, in gravi difficoltà interne ed urgeva il compito di riordinare le finanze e l’amministrazione dello Stato.



    Morto il Depretis, e succedutogli l’on. Crispi le cose accennarono talora a mutare; in quel breve periodo, le sorti d’Italia parevano abbastanza sicure e lo Stato forte così da poter tentare una nuova politica ed attendere a problemi che erano sino allora rimasti in seconda linea; e l’on. Crispi oscillò, pare – tanto incerte erano le designazioni dell’opinione pubblica e delle forze politiche organizzate e militanti – fra la conciliazione tentata e l’anticlericalismo della statua a Giordano Bruno e delle dimostrazioni contro i pellegrini francesi del 1901. Ma allora, come sotto Depretis, la Sinistra non era base solida e coerente di governo e di parte e i ministri dovevano, con frequenti rimaneggiamenti, adattarsi a scegliere amici ed appoggi presso i varii settori; all’Estrema cavallottiana noceva ancora troppo l’imbarazzo delle vecchie formule repubblicane perché essa potesse darsi ad un’azione positiva d’influenza sullo Stato e di operosità parlamentare. L’on. Giolitti fallì nel suo vacuo tentativo di risuscitare la Sinistra, l’on. Di Rudinì esitò incerto tra le varie tendenze, sinché poi finì coll’’impaurirsi del pericolo clericale, influendovi forse l’irritazione di parecchi per l’atteggiamento battagliero del Vaticano e dei clericali del quale diremo ora.



    Dopo il ’98 le cose non mutarono; il Governo Pelloux si occupava d’altro, ed occupò d’altro l’attenzione del paese; l’on. Saracco passò brevemente al governo; l’on. Zanardelli, che voleva una politica ecclesiastica forte ma rispettosa della libertà, e che pose fra le promesse del discorso della Corona il divorzio, era già troppo fiacco, per avere in ciò, come mel resto, un indirizzo risoluto e sicuro, e il progetto di legge pel divorzio, fiaccamente sostenuto dal Governo, fu occasione di un sollevamento d’animi, che impedì di tentare le sorti d’un serio dibattito in Parlamento, e cadde ingloriosamente; la tarda età del Pontefice Leone XIII, la cui figura solenne si imponeva anche agli avversarii, invitava ad attendere l’avvenire e il mutamento avvenuto nella persona del monarca non fu tale da portare variazioni rapide e recise nell’indirizzo generale della politica italiana.



    *Pubblicato nel n.1 febbraio 1905 della “Nuova Antologia”, col titolo: “La nuova politica ecclesiastica in Italia”. Questo e gli altri scritti, già pubblicati, che entrano a far parte del presente volume, sono stati solo leggermente ritoccati.



    6) Continua.
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    La politica clericale e la democrazia. (7)

    di Romolo Murri

    Dall’altro lato invece, da parte cioè della Santa Sede, si eseguì una politica opposta; radicale e militante nella forma, benché seriamente minacciosa, mai, Pio IX, sinché visse, ebbe segretario di Stato l’Antonelli, l’uomo che aveva preparata e rappresentata la politica di lotta tenace e ad oltranza alla “rivoluzione”, della quale lo Stato italiano era considerato come l’incarnazione; l’uomo che prima distrusse abilmente – egli che alla sua volta era strumento d’una tradizione e d’un indirizzo antichi e potenti – la politica liberale e neoguelfa dei primi tempi di Pio IX, poi volle condotte le cose all’assurdo della repubblica romana perché più vicina fosse la catastrofe, quindi si oppose tenacemente – sfidando anche il corrucio di potenti protettori – ad ogni piano di indirizzo costituzionale e modernizzante nel governo degli Stati della Chiesa, aspettò imperturbabile la catastrofe del 1870 e continuò sino alla fine a considerare l’Italia nuova come un’invasione passeggera, innanzi alla quale non ci fosse che da aspettare, con dignitosa protesta, la fine.



    Salito al trono Leone XIII si pensò che le cose dovessero mutare; ma il nuovo papa, se aveva rappresentato l’opposizione ai metodi antonnelliani, quanto al contenuto e alle aspirazioni della politica precedente la sua elezione al trono, si trovò poi come preso da uno stato di cose dal quale non si poteva escire che inaugurando una politica radicalmente nuova: l’accettazione del fatto compiuto, quando questo era troppo recente perché gli fosse venuta dagli anni stessi e dal suo consolidarsi una tale apparenza di forza da giustificare un rilassamento nella protesta che gli si elevava contro, avrebbe avuto si vaste e radicali ripercussioni in tutta la politica vaticana, che chi, come Leone XIII, in quella politica era cresciuto, e dei mezzi e delle risorse consuete e tradizionali di essa aveva si alta opinione, non si sentì di affrontare il nuovo: del resto la riserva e la protesta, se offrivano poca speranza di successo, erano ancora così piene di dignità e così utili all’istituto politico della diplomazia pontificia e all’internazionalità del papato, che Leone XIII poté, sino all’ultimo rimanere fedele, se non fiduciosamente, almeno decorosamente, alla politica alla quale aveva legato oramai tutta la sua attività pontificale. Nei riguardi dell’Italia, caratteristica di quella politica era ancora il considerare il potere politico papale, non come l’indice e il fatto di un periodo storico che si andava chiudendo, ma come necessario al governo della Chiesa e divinamente dato per questo; il giudicare la situazione fatta al pontificato romano come “intollerabile”; il supporre, quindi, in coloro che l’avevano creata e la mantenevano, un animo ostile, un proposito fieramente avverso alla Chiesa ed alla religione stessa; e quindi anche il divider la propria causa da quella della rivoluzione e dei nemici della Chiesa, invitando i cattolici fedeli a staccarsi da quella e ad unirsi a questa, attendendo e pregando. Tuttavia anche in questa politica radicale e militante, che supponeva e che perciò stesso tendeva a provocare uno stato d’animo avverso e persecutore nello Stato, maggiore era l’apparenza che la sostanza della lotta, dal punto di vista del conflitto vero e reale di interessi, di correnti e di parti nella vita pubblica. Come i cattolici i quali militarono per la restaurazione del potere pontificio furono sempre pochi, e si chiusero in forme di lotta accademiche, o quasi, così dall’altra parte, coloro che additavano nel clericalismo il nemico e volevano anche essi la lotta ad oltranza e lo sterminio, furono sempre né molti né molto ascoltati.



    In questa bonaccia, che ebbe rare e brevi tempeste, maturavano nel profondo gli indirizzi nuovi, che oggi appariscono sempre più manifesti, nell’autonomismo dei giovani democratici cristiani, nel modernismo, nell’anticlericalismo rinascente, nel problema dell’educazione ed in altri mille segni ed indirizzi; e dei quali è o sarà questo effetto: ricondurre le agitazioni religiose alla superficie della vita pubblica, ma dando ad esse una forma interamente nuova; quella di lotta, non più per il privilegio e per il potere politico dell’istituzione ecclesiastica, ma per l’influenza del principio cristiano e dello spirito religioso nella coscienza interiore e, per essa, nella vita intellettuale e morale dell’umanità.



    7) Continua.
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    La politica clericale e la democrazia. (8)

    di Romolo Murri

    Ma intanto, sinché questi tempi nuovi maturano, ciò che avviene oggi, se ha una grande importanza nel prepararli, significa pel momento un ritorno ai concetti ed alle vedute dei cattolici liberali che, dal ’48 al ’70, pensarono e vollero, come dicevamo, rendere anche un servizio alla religione col liberarla dal peso del potere spirituale; e che desiderarono e preconizzarono l’accordo fra un Vaticano che, nel loro giudizio, rinsavisse, e l’Italia nuova, custode rispettosa, fra l’altro, della libertà religiosa e dello stesso pontificato romano. Contro le intemperanze e gli eccessi dell’estrema mazziniana alla Camera e nel paese, e contro il pericolo sempre rinascente d’una politica anticlericale dello Stato, dall’una parte, come contro gli eccessi e le proteste degl’intransigenti, dall’altra, questi cattolici, numerosi ed influenti, sostennero la necessitò dell’accordo fra tutte le forze dell’ordine e l’identità o almeno la non difformità d’interessi dell’Italia una e della Chiesa; ed è appunto questo pensiero che oggi trionfa e riassume ed espone l’indirizzo della politica ecclesiastica in Italia nel momento che corre.



    Questa nuova condizione di fatti, rivelatasi, più che per positivo e manifesto proposito d’uomini, per una prepotente e come ineluttabile logica delle cose, contiene ed indica nel laicato cattolico una rinunzia compiutasi silenziosamente, all’ombra della formule esteriormente intatte d’una politica passata che essa rinnega e supera, e che pur tuttavia, in qualche senso, continua e rinnova, come permettono le mutate esigenze dei tempi.



    Singolare incalzarsi d’eventi! La Francia, che aveva protetto negli ultimi decenni, dalla presa di Roma nel 1849 a Sédan, il potere politico della Chiesa, e che, dopo Napoleone III, era pur stata l’ultimo sperato presidio ed appoggio delle rivendicazioni pontificie, è divenuta, nel breve tratto d’anni che divide il ministero Méline dall’attuale, la più fervida propugnatrice del laicismo contro la Chiesa; mentre l’Italia che, inseguendo alle calcagna gli ultimi soldati francesi i quali si ritiravano da Roma, aveva tolto questa al papa e insediato di contro al Vaticano la monarchia, coglie prima i frutti della politica nuova, e vede accorrere i cattolici, trattenuti per tanti anni a far da scolta al Vaticano militante per il riacquisto di Roma, alla difesa della monarchia e dello Stato, con un impeto singolarmente spontaneo e vivace. E mentre Leone XIII, percorrendo in parte e timidamente i tempi, aveva tentato di chiamar la giovine e saliente democrazia alla difesa dei diritti storici del papato, più che su Roma, su la civiltà e la cultura occidentale, lui morto, l’atteggiamento della Chiesa, dinanzi all’Italia e al diritto nuovo dei popoli del quale la terza Roma s’era proclamata rappresentante, muta notevolmente; e questa conversione dal passato all’avvenire si compie con l’apparente e momentaneo sacrificio, da pare dei cattolici, della democrazia e dei democratici, a vantaggio delle classi conservatrici e dei loro rappresentanti e nel reale cordoglio dei più antichi e tenaci campioni della “causa papale”.



    Uno studioso di sociologia avrebbe largo campo di esaminare in questi ultimi avvenimenti il rapporto delle soprastruzioni ideali, fissate nel concetto e nell’opera augusta degli uomini, alla sottostante realtà chele vuota lentamente e le “rivoluziona”; noi noteremo qui solo la singolare importanza di questa silenziosa rivoluzione, dalla quale il posto della Chiesa e del Vaticano nella vita pubblica dei popoli cristiani, e nello svolgersi parallelo del pensiero e dell’attività religiosa e civile dei popoli, esce rinnovato. Caduto il potere politico dei papi, la protesta della Santa Sede, ravvalorata ed espressa dall’astensione dei cattolici italiani dalle urne politiche, rappresentava ancora la continuità nel cattolicismo ufficiale, di quello stato d’animo, di ideazioni, di rapporti costituiti, che del dominio temporale aveva fatto come il suo pernio e la sua base. Reclamare noi Roma o la libertà territoriale della Santa Sede significava evidentemente muovere ancora nella nostra vita pubblica, e innanzi alla coscienza religiosa, dall’antico concetto della necessità, per il cattolicismo, di un intimo accordo con lo Stato, e di un dominio politico; il titolo, più che esiger la cosa, la sostituiva e la continuava. Ma era intima necessità di quel titolo, o cambiarsi di nuovo in fatto, o esaurirsi e venir meno anch’esso, riconosciuto, come si è fatto ora, che era inutile sperare che i cattolici potessero direttamente agire per il ritorno di un reale ed effettivo dominio politico del papato, non c’era da abbandonare l’astensione e incominciare a tener conto, nella vita, delle necessità d’una revisione della condotta politica che si appoggiava su di esso; ricominciare da capo (1)



    1) Mostreremo più innanzi come lo spirito della politica vaticana per rispetto all’Italia, e allo Stato in genere, abbia mutato tattica, ma non sia sparito.



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    La politica clericale e la democrazia. (9)

    di Romolo Murri

    Né ci si dica che la protesta della Santa Sede contro le condizioni fatte ad essa da colui che detiene Roma, e la non avvenuta abolizione del non expedit conservino immutato, per essi, quel titolo storico; noi possiamo bene spiegarci, dato lo stato d’animo della Curia romana per rispetto ai problemi generali di cultura e di vita sociale, il fatto e il significato che hanno queste riserve, riserve si un passato che non può sparire d’un tratto, e su di un avvenire che non è possibile prevedere oggi nei suoi minuti particolari; ma è evidente oramai che esse riverse hanno cessato di essere il pernio e la norma d’una politica astensionista; e questo a noi importa di constatare. La Santa Sede non rinuncia al suo diritto – storico;“ ma non è meno vero che essa ha visto con tacito ed operoso silenzio le forze dei cattolici volgersi a consolidare la posizione e la forza di coloro contro i quali quelle riserve sono mantenute; e ciò senza l’illusione, recente ancora fra cattolici laici e colti (1), che ad una Italia e ad una monarchia forti fosse più facile venire ad accordi col papato, e definire amichevolmente la questione del possesso della città setticolle. Così la Santa Sede mantiene il non expedit; ma vedremo innanzi in qual modo e con quale scopo.



    Noi non intendiamo entrare qui a discutere del grado e delle forme di libertà che sieno necessarie al governo della Chiesa per l’esercizio delle sue funzioni nella vita dei popoli cristiani e dei possibili modi di ottenerle; dovendo limitarci per questa parte a segnalare il mutevole aspetto che certe questioni assumono, col correr dei tempi, dinanzi alla coscienza religiosa, e il divenire dei rapporti storici, egualmente mutevoli, della religione in genere e della Chiesa cattolica, e in essa e per essa del papato, con i problemi della civiltà e della cultura, con le costituzioni civili e con la vita dei popoli.



    Ma non possiamo neanche, per dovere di sincerità, trarci fuori dalla questione presente con facile disinvoltura, dicendo, come alcuno fece, che le rivendicazioni sulle quali si imperniava sinora la politica pontificia per rispetto all’Italia riguardino puramente la Santa Sede: dove invece conviene notare che, se ieri l’effettiva permanenza del non expedit indicava una stretta solidarietà costituita nel fatto fra l’azione politica dei cattolici e quelle rivendicazioni, poiché oggi tale solidarietà di fatto cessa di esistere, convien pure che un mutamento, e non leggero, sia avvenuto nel modo di intendere e di far valere i diritti, nativi o storici, della Chiesa e del pontificato romano: o, più genericamente, nel modo di intendere i rapporti fra l’attività religiosa dell’associazione ecclesiastica e l’attività civile e sociale dei cittadini e dello Stato; ridotto questo, assai borghesemente, ad essere l’interprete e il rappresentante di coalizioni di interessi e di lotte di partiti, nei governi parlamentari.



    Per chi consideri come la questione religiosa-politica, più che sul diritto delle religioni e delle Chiese (prima fra queste la cattolica, che sola, anzi, si sottrae al geloso controllo diretto dello Stato) a reclamare e governare una parte dell’attività umana e la coscienza interiore, verte appunto sulla distinzione e sul crescente differenziarsi delle funzioni della società religiosa e della civile, e sulla portata del rivolgimento operatosi nei loro mutui rapporti, vedrà facilmente quale ricco significato e quanto larga importanza acquisti la scissione praticamente iniziatasi nel novembre scorso, non dissenziente il Pontefice, fra l’azione politica dei cattolici e le rivendicazioni, anche se d’indole politica e territoriale della Santa Sede; scissione la quale e nelle sue cause indica e nella sua efficacia prepara un più reale e positivo concetto, largamente operoso negli animi, del meccanismi vitale della società civile e della società religiosa; i cui culmini ed esponenti, lo Stato e la Chiesa, sono sempre più considerati, invece che come enti giuridici astratti e dittature sociali lottanti pel dominio dell’uomo, come funzioni ed esponenti di diverse attività ed esigenze di quelli che compongono insieme l’una e l’altra società; e la lotta classica fra i due istituti, smettendo l’apparato drammatico di altri tempi, si traduce sempre più chiaramente in differenziazione d’uffici e in contrasto di principi ideali della coscienza e di esigenze pratiche della vita.



    E questo è il mutamento radicale che si va oggi manifestando nelle esteriori contingenze della nuova politica ecclesiastica e tende a dare a questa, pel ritorno a una religiosità più personale e più spirituale, un carattere più intimamente democratico.



    Così quel che fu doveva essere: e fu appunto per la forza irrompente e soverchiante delle cose. Bergamo, che per le sue possenti organizzazioni cattoliche, per le sue amministrazioni comunale e provinciale in mano ai clericali, per la sua astensione esemplare era detta la Vandea d’Italia, fece essa appunto, alla vigilia delle ultime elezioni, con la presente inesistente dei suoi più vitali interessi, traboccare la bilancia a favore della “coscienza sicura” nel votare, ed aprì la breccia verso la quale si precipitarono poi i cattolici in massa: tanto era oramai il contrasto fra la realtà e le soprastruzioni giuridico-ecclesiastiche alle quali accennavano innanzi.



    1) Era poi una illusione? O una poco abile manovra?



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    La politica clericale e la democrazia. (10)

    di Romolo Murri

    Non ci rimane ora che notare il diverso atteggiamento dei cattolici e delle varie categorie politiche nelle quali è diviso il corpo dei cittadini italiani innanzi alla nuova politica e dei cattolici e della Santa Sede; e cogliere così, nella varia graduazione dei colori che la compongono, la iridescente politica ecclesiastica apparsa sul cielo di Italia nel novembre 1904.



    I cattolici moderati, quelli che per lungo tempo avevano sostenuto l’utilità della caduta del potere politico pontificio e il dovere per i cattolici di prendere il loro posto a difesa dell’ordine e della monarchia, ci videro la loro piena vittoria: ed un rappresentante laico di questo gruppo, il marchese Cornaggia, entrò, circondato da un’aura invidiabile di successo, in Parlamento, e fece intorno alla questione politico-ecclesiastica dichiarazioni personali lodevolmente sincere; un altro, non laico, espresse nella “Rassegna nazionale” la sua soddisfazione e diede consigli, il cui succo è tutto in questo, nel voler fatta oramai definitiva, anche nel terreno delle lotte politiche costituzionali, la separazione fra religione e politica; nel proporre, non un partito nuovo, ma che i cattolici penetrino, con convincimenti e propositi religiosi, tutte le varie gradazioni del partito dell’ordine in Italia; devota maniera di proclamare l’accordo fra cattolici e moderati contro i partiti detti del disordine e rimetter così su nuove basi quell’altro accordo diplomatico e contrattuale fra religione e politica che si voleva abolito.



    Quelli dell’estremo opposto, i clericali intransigenti, o si erano opportunamente eclissati nel frattempo, come la “Voce della Verità”, o si trovarono confusi e sperduti, colti in flagrante reato di una papalità che si levava, oramai, contro il papa medesimo; e si vanno sforzando, con la minor mala grazia possibile, di mutar tono.



    I cattolici dalle tendenze mediane, che non si preoccupavano molto di scrutare queste loro tendenze, non stettero a guardar molto pel sottile; e, contenti della nuova via aperta, si gittarono alacremente in essa, portati, da convinzioni oscure e da interessi lampanti, a far uso dall’arma politica contro gli avversarii imprudenti provocatori; e lasciarono sul campo delle lotte politiche e amministrative distesi i corpi freddi di molti socialisti e repubblicani: e si divisero lietamente il bottino con i moderati, e arrotarono l’arma per nuovi combattimenti.



    I democratici cristiani si trovarono male, da principio, per una singolare ragione. Quel mutarsi dei tempi e degli ideali, quel premere delle cose verso la vita pubblica, quell’entrar dei cattolici nell’agone politico essi l’avevano preveduto e preparato; ma preparato alla luce di un programma consapevole ed organico, pel quale la conversione dal passato all’avvenire sarebbe stata sicura ed intiera, ed alla politica antica, fatta di tradizioni ed avida di privilegio, se ne sarebbe prontamente sostituita un’altra, di libertà e di democrazia. E non si erano contentati di pensare e prevedere: ma prima per sé, poi – facendo di necessità virtù – nell’Opera dei congressi rinnovata, avevano preparato l’esecuzione di questo praticissimo piano. Nel breve corso di pochi mesi, quanti ne passano dalla caduta definitiva dell’Opera dei Congressi al 6 novembre 1904, essi videro sparire gli organismi già preparati o trasformati come per far luogo a questo caotico e precipitoso erompere ed irrompere nella vita pubblica di forze poco consapevoli e disciplinate, in un momento in cui un senso spontaneo e legittimo di reazione contro la dittatura di pochi facinorosi sulle giovani organizzazioni proletarie annebbiava negli animi la chiara visione dei doveri sociali incombenti sullo Stato e sull’azione pubblica dei cittadini, fonte e controllo dell’attività legislativa.



    E, del resto, chiunque, pur non essendo democratico, si preoccupasse della dignità e delle esigenze d’un normale sviluppo della nostra azione verso idealità più elevate, doveva sentire rammarico di quel dileguarsi nel nulla d’una politica alla quale, dacché era virtualmente superata dallo svolgersi della vita, rimase pure negli ultimi anni l’ufficio come di riparo all’ombra del quale si dovessero raccogliere e disciplinar le forze giovani e sane del cattolicismo italiano, per entrare con una azione consapevole e vigorosa nella vita pubblica; e ciò spiega e giustifica la condotta dei giovani e della “Cultura sociale” in quelle elezioni.



    Fuori del nostro campo, il pubblico non vide malvolentieri l’ingresso dei cattolici nella vita pubblica. Le prevenzioni e le ostilità tenute vive, prima che un largo e profondo movimento di cultura e di democrazia apparisse tra i cattolici italiani, degli estremi dei due opposti partiti, con mezzi molto diversi ma con eguale risultato, sono in parte scomparse, per far luogo a più equi apprezzamenti. I moderati si rallegrarono incondizionatamente del fatto che dava reclute nuove ai loro uomini, molto a corto di elettori, e alla loro rappresentanza alla Camera. I socialisti ne trassero motivo di inveire contro il prete e contro la Chiesa, mostrando, con la consueta esagerazione di animi appassionati e violenti, e senza tener conto, come sono usi fare, dacché il rivoluzionarismo s’è insediato all’ “Avanti!”, degli sforzi sinceri e vivaci dei democratici cristiani, il pericolo che da quella riscossa di un partito per lunga tradizione storica proclive a servire e a seguire, più che ad agire, veniva alla causa della democrazia e del proletariato in Italia: il Governo, rappresentando in ciò la maggioranza del pubblico, prese atto, con mossa né lieta né triste, della presenza dei nuovi venuti: i quali erano giudicati uomini meno proclivi a passioni di parte e gare d’ambizione, ma che sarebbe stato per questo stesso più pericoloso avere nemici.



    10) Continua.
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