Manovre angloamericane contro l’Eni
Manovre angloamericane contro l’Eni :: Andrea Angelini › Osservatorio Economia :: Rinascita
Si fa sempre più pressante l’azione delle compagnie petrolifere anglo-americane e della Commissione europea per obbligare l’Eni a vendere la Snam con la sua rete di distribuzione del gas. Tale azione in Europa e in Italia ha trovato interlocutori pronti a sposare una simile richiesta in nome di una pretesa difesa della libertà di un mercato sul quale l’Eni eserciterebbe una sorta di monopolio. Anche l’Autorità garante per l’energia ha presentato la richiesta con la giustificazione che ciò assicurerà migliori opportunità di accesso al mercato ad altri operatori. Gli attacchi specie da Bruxelles si sono intensificati in particolare dopo che l’Eni e la russa Gazprom hanno stabilito importanti contratti di fornitura da qui fino al 2040 anche in conseguenza degli ottimi rapporti tra Berlusconi e Putin. Un approccio, quello del Cavaliere, in chiave euroasiatica che come tale non può essere gradito oltre Atlantico ed oltre Manica perché prelude ad un asse Europa-Russia che Washington vede come il fumo negli occhi in quanto svincolerebbe l’Unione europea dalla dipendenza dei Paesi arabi molto legati agli Usa.
Di conseguenza si è fatto sentire un’altra volta il fondo di investimento americano Knight Vinke, azionista dell’Eni con l’1%, che ha ripresentato la richiesta di dividere in due il gruppo italiano ritenendolo sottovalutato dalla Borsa per almeno 50 miliardi di euro. I manager del fondo hanno nuovamente scritto all’amministratore delegato, Paolo Scaroni, una lettera recapitata per conoscenza anche al ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, nella quale il piano di riassetto viene presentato in maniera più appetibile agli occhi del primo azionista dell’Eni, appunto il Tesoro con il 30%. In realtà l’Eni e la Snam rappresentano per il nostro Paese una sorta di secondo Ministero degli Esteri, in grado di indirizzare come ai tempi di Enrico Mattei la nostra politica estera in maniera autonoma ed indipendente dagli interessi anglo-americani.
Da parte sua la Commissione europea ha aperto un altro fronte di lotta contro l’Eni e contro l’Italia ammonendo il nostro Paese sul fatto che la “golden share”, il meccanismo che permette all’azionista pubblico, il Tesoro, di indirizzare la politica dell’Eni, anche grazie alla nomina dei vertici, amministratore delegato e presidente, sarebbe contrario alle legge comunitarie in materia di mercato. Bruxelles ha fatto anche di più ammonendo il governo italiano che non va bene nemmeno la norma che prevede che la direzione strategica dell’Eni debba restare sempre e comunque in Italia. I burocrati europei hanno parlato infatti in questo caso di violazione della “libertà di stabilimento”, un termine che potrebbe preludere ad un’azione più “incisiva” con multe e sanzioni. Una svolta, tanto per cambiare, perfettamente funzionale ai desiderata delle ex Sette Sorelle.
Mercoledì 23 Dicembre 2009








