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    Predefinito Altri Lezioni di Storia: Schiavi Cristiani

    Avvenire 13-05-03

    I marines in Algeri
    di Maurizio Blondet

    Quando Gioacchino Rossini compose "L'italiana in Algeri" (rappresentata a Venezia nel 1813 raccontò in chiave comico-sentimentale una tragedia plurisecolare. Il bey di Algeri , coi suoi pirati, rapiva ogni anno centinaia di italiane e italiani. Marinai, viaggiatori sulle navi europee, abitanti delle coste di Malta, Sicilia e Sardegna. E Algeri (che contava 50 mila abitanti) era soltanto la maggiore città dei pirati. In realtà, tutta la Costa di Barberìa, i 1.600 chilometri da Gibilterra alla Sirte in Libia, pullulava di pirati. Formalmente governatori provinciali dell'impero Ottomano, ma in realtà indipendenti, i bey di Algeri, Tripoli e Tunisi avevano creato una vera economia della corsa. Vivevano largamente dei riscatti che esigevano per il rilascio degli europei rapiti, del mercato dei marinai e viaggiatori bianchi presi e rivenduti come schiavi, del saccheggio delle navi "cristiane". Seguaci di un islam fondamentalista, trattavano gli "infedeli" catturati secondo vari gradi di barbarie. Nei momenti d'oro, Algeri poté contare oltre 25 mila schiavi europei.
    Per oltre tre secoli i popoli d'Europa convissero supinamente con questa ferocia sull'altra sponda. Nacquero persino ordini pii i cui membri raccoglievano denaro per riscattare i catturati, o si offrivano di sostituirsi ad essi. Persino gli inglesi, padroni del mare, s'adattarono. L'ammiraglio Edward Pellew, lord Exmouth, giunse a pagare 489.750 talleri di Maria Teresa per riscattare 1530 cristiani di varie nazionalità.
    L'Europa, insomma, si rassegnava. Non così la neonata repubblica d'America. Alla fine del '700, capitò che i pirati dei bey catturassero navi e marinai statunitensi in rotta nel Mediterraneo. Chiesero, come al solito, pingui riscatti. Fu allora che il presidente Jefferson, alla Casa Bianca, pronunciò la storica frase: "Milioni per la difesa, non un cent per un tributo". Gli Usa crearono la loro prima flotta da guerra, nel 1794, proprio per battere i pirati mediterranei. Fu il primo atto in cui l'America agì come poliziotto globale. Fu il primo intervento preventivo geopolitico. E il primo sangue scorso fra l'America e l'islam.
    Così nel 1805, soldati in divisa blu con bandoliere bianche che il Mediterraneo non aveva mai visto - fanti di marina, detti marines - sbarcarono in Egitto, marciarono a tappe forzate nel deserto lungo costa, e sorpresero alle spalle il bey di Tunisi, costringendolo a rilasciare i cittadini americani catturati. I barbareschi non capirono la lezione e continuarono a pirateggiare, anche contro beni galleggianti statunitensi. Così, nel 1815, una squadra a stelle e strisce, al comando dell'ammiraglio Stephen Decatur, ripiombò su Tunisi, costrinse il bey a pagare 46 mila dollari di penale e a rilasciare tutti i bianchi catturati, fra cui non mancavano napoletani e persino danesi. Nello stesso anno in giugno, un'altra squadra americana si presentò davanti ad Algeri. Il comandante, commodoro ,William Bainbridge, segnalò con le bandiere un ultimatum: il bey aveva tre ore per rilasciare tutti i catturati americani, e pagare un enorme compenso in contanti- oro per il disturbo. Algeri era, allora, la piazzaforte meglio fortificata del mondo, ma il bey intuì il primato tecnico occidentale. Ebbe il buon senso di capitolare. Appena la bandiera a stelle strisce scomparve all'orizzonte, i suoi pirati ripresero il mare.
    Ma ormai, il brutto incantesimo era rotto. Nel maggio 1816, pirati algerini massacrarono un centinaio di pescatori siciliani.
    La Sicilia era, formalmente, sotto protezione britannica. Stavolta, Londra ordinò a lord Exmouth di farla finita con quei barbari. Nella torrida fine d'agosto, Lord Exmouth si presentò davanti ad Algeri a bordo dell'ammiraglia, la Queen Charlotte, forte di cento cannoni. Lo seguiva una flotta anglo-olandese adattata scientificamente alla bisogna: murate rinforzate, armamento d'artiglieria che comprendeva razzi incendiari (antenati dei missili) e bombarde a mitraglia (l'equivalente delle bombe a grappolo). A bordo, gli ufficiali del 91° Royal Engineer avevano localizzato con precisione ognuno dei seicento cannoni nemici. Per nulla intimoriti, coraggiosi e feroci, i pirati si avventarono contro la flotta con 40 navi agili e leggere: 35 furono colate a picco in pochi minuti.
    Su Algeri piovvero 500 tonnellate di proiettili; i razzi incendiarono l'abitato. Alla fine della giornata, gli algerini contarono almeno ottomila morti, gli inglesi 141. Il bey dovette consegnare 1.642 schiavi e 382 mila talleri. In America, qualcuno componeva l'inno dei marines, nel quale si esalta il corpo che ha combattuto "dai palazzi di Montezuma alle spiagge di Tripoli". Era, come sappiamo, soltanto l'inizio.

  2. #2
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    Romolo ERCOLINO – Stefano ROCCO
    La frontiera di mare. Le torri di Massalubrense.


    Tra il VII e VIII secolo i Paesi del Mediterraneo furono sconvolti da profondi mutamenti geo-politici. L'improvvisa ed irresistibile avanzata araba portò alla conquista di tutta la fascia costiera nord-africana fino all'Atlantico, della Spagna, di Creta e della Sicilia. Da queste terre i fedeli di Allah volsero lo sguardo avido alle fertili e ricche «terre dei Rumi», come allora chiamavano l'Italia, e con improvvise e rapide scorrerie piratesche misero a ferro e fuoco le nostre contrade, avendo persino l'ardire di spingersi fino a Roma, che saccheggiarono nell'846, e a Monte Cassino. Il Meridione fu più esposto, anche nel tempo, alle continue scorrerie «barbaresche» per la mancanza di un valido sistema difensivo e per la vicinanza alle basi di partenza degli incursori poste in Sicilia, a Creta, nel nord Africa e in Spagna.
    Le discordie interne tra i vari stati cristiani ed in particolare tra i vari principi degli staterelli italiani, giovò moltissimo agli avidi e fanatici pirati saraceni che nell'880, dopo aver occupato Agropoli, vi si insediarono stabilmente. Due anni dopo costituirono un'altra colonia alla foce del Garigliano, che presidiarono fino al 915, muovendosi impunemente da queste basi sicure per le loro scorrerie lungo la costa tirrenica. Il sistema mercantile ed il traffico commerciale, che allora avveniva quasi esclusivamente per via mare, vennero sconvolti dalla loro presenza ostile e dai continui arrembaggi. I paesi rivieraschi vennero abbandonati per siti posti più in alto e più sicuri.

    Per porre fine a questo nuovo flagello di Dio, si cercò di organizzare un sistema di difesa costiero, anche se il notevole sviluppo delle coste, circa 2000 miglia, e la loro diversissima conformazione si dimostrarono alla realtà dei fatti come ostacoli ad un sistema organico ed omogeneo di difesa. Il primo sistema difensivo fu attuato dal Ducato (o Repubblica) di Amalfi che fortificò l'isola di Capri e l'arcipelago dei Galli ed impiegò navi militari per l'intercettazione di «fuste» saracene.

    Con la conquista normanna dell'Italia meridionale e della Sicilia le incursioni barbaresche diminuirono per la mancanza di basi avanzate e perché i Normanni iniziarono a munire le principali città di castelli e fortezze.

    Gli Svevi continuarono nella politica di rafforzamento delle difese costiere e lo stesso fecero gli Angioini, specie dopo la guerra del Vespro (1282-1302), quando ripresero con maggior vigore le incursioni di pirati saraceni, siciliani e pisani. Gli Angioini furono i primi a varare un piano organico e globale di difesa costiera del regno con la costruzione di numerose torri cilindriche di vedetta poste ognuna in vista dell'altra in modo che gli addetti potessero segnalare, con fumo di giorno e fuoco di notte, l'approssimarsi di naviglio nemico e la loro consistenza, per far sì che le popolazioni rivierasche si mettessero in salvo o si approntassero alla difesa. Alla realizzazione del piano diedero un notevole contributo anche i privati che, in cambio della nomina a Castellano, anticiparono spesso le spese per la costruzione delle torri che dovevano essere poi rimborsate dalle varie Università limitrofe. Il piano, per la sua vastità e per i problemi innanzi accennati, non poté essere realizzato se non in minima parte, anche perché le esauste casse dello Stato non poterono permettersi di finanziare le ingenti risorse necessarie per la sua totale realizzazione.

    Con l'avvento degli Aragonesi a Napoli il piano difensivo venne, per ordine dell'imperatore Carlo V, impartito al vicerè Don Pedro di Toledo, ripreso, ampliato e adeguato alle nuove esigenze scaturite dalla diffusione delle armi da fuoco.

    Il nuovo piano di difesa costiera fu proseguito dal viceré Don Parafan de Ribera, duca d'Alcalà, che nel 1563 decretò che tutte le fortificazioni preesistenti fossero espropriate «con giusto prezzo» e che le nuove torri fossero costruite dalle singole Università in maniera tale da essere non solo visibili l'una dall'altra, ma che con i loro pezzi d'artigleria «vedendo fuste facessero foco di continuo e che tutte dette torri, dovessero corrispondere l'una con l'altra nel tirar mascoli et nel far foco».

    Il nuovo sistema difensivo garantiva una certa sicurezza alla navigazione costiera anche se le lacune nel sistema erano notevoli; infatti nel 1590 il numero complessivo delle torri costruite ex novo o ripristinate, ascendeva a 339, e di queste molte erano già fatiscenti ed in rovina per mancanza di manutenzione o per le frodi commesse dai partitari. Nelle zone costiere più aspre, dove vi era maggiore possibilità per i pirati di celarsi nelle numerose calette esistenti, il numero delle torri si addensava per una più stretta sorveglianza ed una migliore e più sicura difesa; è questo il caso del Gargano, della penisola sorrentina ed in particolare del territorio di Massa Lubrense che rivestiva grande importanza strategica, data la vicinanza al porto di Napoli dove era diretta la maggior parte del traffico marittimo. Sulla costa vennero erette ben dieci torri: Crapolla, Recommone, Nerano, Montalto, Punta Campanella, Fossa di Papa, Vaccola (ora completamente distrutta), Punta S. Lorenzo, Capo Corbo e Capo di Massa, dislocate ad una distanza di poche centinaia di metri l'una dall'altra, ed un numero più che doppio di case fortificate e di case torri facenti capo al Castello che era posto nel casale di S. Maria, e che domina sia il golfo di Napoli che quello di Salerno.

    Anche se le incursioni barbaresche continuarono fino al XVIII secolo, tuttavia non riuscirono mai ad interrompere il flusso marittimo che riforniva Napoli via mare, e questo dimostra, contrariamente al parere di molti, la validità del sistema anche se era basato solamente su una difesa passiva in grado di fronteggiare limitate incursioni.

    Il drastico calo di schiavi cristiani che si ebbe a partire dal 1570 sulle piazze di Tunisi, Algeri, Tripoli e Costantinopoli, dimostra che un notevole numero di «fuste» corsare venne allontanato e fatto desistere dall'affettuare sbarchi lungo la nostra costa e principalmente lungo le coste a maggiore densità difensiva quale era il litorale della penisola sorrentino-amalfitana ed in particolare il territorio di Massa Lubrense.

    Qui alla costruzione di alcune torri furono sacrificate belle vestigie delle «villae maritimae» di epoca augustea e tiberina come a Puolo, Marina Lobra, Punta S. Lorenzo, Punta Campanella e Crapolla. In questa operazione non ci si preoccupò neppure di scindere gli elementi lapidei dalla malta di cocciopisto e senza grande sforzo, avendo la materia prima a disposizione, si pensò bene di «smontare» le mura romane trasformandole in torri, quasi fossero delle enormi scatole di costruzioni. La erezione delle torri contribuì, dunque, alla definitiva scomparsa di meravigliose «villae romanae» e così la costa sorrentina, massese e amalfitana, che pure era stata ameno luogo di villeggiatura, divenne un fronte di battaglie con feroci e fanatici assalitori.

    Dopo tante vicende, oggi le torri giacciono desolatamente abbandonate a se stesse e costituiscono semplice elemento del paesaggio costiero che le ha assorbite al punto di essere scorte con difficoltà. La vegetazione erbacea-arbustiva (l'elicriso, la centaurea, la barba di Giove, l'euforbia, l'agave, ecc. e perfino piante come le tamerici) ha colonizzato tratti della loro struttura contribuendo a celarne la parte bassa e in alcuni casi la copertura.

    Se da un lato la «cultura del rudere», quella che considera il monumento alla stregua di un essere vivente che nasce, vive e muore, consiglierebbe di lasciarle al loro destino, dall'altro molti si convincono sempre di più della necessità non solo di un recupero, ma anche di un riuso. Se il recupero rientra nella più ampia sfera del moderno restauro, il riuso pone non poche perplessità; dunque che fare? Per quelle interne il discorso sembra chiuso, in quanto quasi tutte malamente riutilizzate; per quelle costiere questo destino sembra al momento scongiurato, sia per la distanza che le separa dalle vie di collegamento che per la loro posizione lungo inaccessibili pendici e costoni rocciosi. Per queste ultime destinate, purtroppo, a scomparire, solo un uso intelligente e appropriato potrebbe restituirle all'uomo ed alla storia. [...]

    Senza far torto alla storia e senza snaturare il monumento, si può ipotizzare oggi la rivitalizzazione dell'intero sistema difensivo preesistente finalizzata ad una moderna ed efficace tutela e valorizzazione del binomio terra-mare sull'intera area della penisola sorrentino-amalfitana. Coraggiosa scelta questa da estendere a tutto il litorale campano, se si vuole salvarlo dal degrado e dai danni che vi arrecano i «nuovi pirati».
    Data inserimento: 2006-04-18

  3. #3
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    LA DOMINAZIONE ARABA IN SICILIA; QUALE CIVILTA’? BREVE ANALISI DI UN LUOGO COMUNE “ Sicilia erit in desolationem et qui habitant in ea in occisionem et captivitatem ducuntur ” (Metodio di Patara) PREMESSA Uno dei luoghi comuni più duri a morire, largamente diffuso in ambienti “colti” e non, dipinge ormai da secoli la dominazione araba in Sicilia come particolarmente illuminata, pacifica ed esemplare strizzando, a questo proposito, un occhio colpevole ad una coesistenza, ritenuta possibile, con gli attuali immigrati islamici discendenti di cotanti prestigiosi progenitori. Eppure, già nel 1875, non condividendo affatto l’opinione dei suoi colleghi lo storico tedesco Ferdinand Gregorovius così si esprimeva, con un giudizio controcorrente di straordinaria attualità, sull’argomento oggetto di questa breve analisi: “Storici italiani si compiacciono oggigiorno con una certa predilezione romantica del periodo arabo in Sicilia. Ma possiamo veramente dire che il dominio degli arabi laggiù fu diverso da quello dei selvaggi Stati africani? I saraceni furono perlomeno tanto incapaci di creare, in Sicilia e in Calabria, una nuova e significante cultura per l’Occidente, quanto non lo furono i turchi in Asia Minore e in Grecia. Essi vi distrussero, cosa deplorevolissima, i resti del mondo antico; con i conventi che misero a fuoco scomparvero anche numerosi tesori letterari dell’antichità” (1). Poco o nulla pare cambiato da quel lontano 1875 anzi, come spesso accade, l’opinione comune sulla “tolleranza” islamica si è tramutata in certezza popolare. Intellettuali e politici, siciliani e non, rivaleggiano monotoni nell’esaltare quel “laboratorio della tolleranza” che gli arabi avrebbero realizzato nella nostra Regione nel corso della loro lunga occupazione, riproponendone il modello per i tempi a venire. Ma possiamo veramente dire che il dominio degli arabi nella nostra isola sia stato pacifico, illuminato ed esemplare? O che il prezzo pagato dalle terre occupate al tocco civilizzante dell’Islam sia da considerarsi tutto sommato accettabile? Anche il massimo studioso della materia Michele Amari, autore di una monumentale “Storia dei musulmani di Sicilia”, fonte a cui tutti sono obbligati ad attingere, pur essendo sempre propenso a preferire le testimonianze dei vincitori non nasconde affatto molte sgradevoli verità. 1
    Ma su queste verità la massa degli storici successivi ha preferito minimizzare o addirittura tacere, spesso privilegiando i giudizi interessati dei cronisti arabi o scegliendo la via dell’esaltazione acritica del periodo in questione. PIRATI E MERCANTI DI SCHIAVI “ …..corrono la terra come locuste ed a narrare i guasti loro sarebbero necessarie tante lingue quante foglie hanno gli alberi di questi paesi. Le campagne sono diventate deserte, luogo di belve, rovinate le chiese, uccisi o imprigionati i sacerdoti, condotte in schiavitù le suore, abbandonate le ville….. ” (lettera di S.S. Giovanni VIII a Carlo il calvo 15-nov- 876) Dopo la morte di Maometto (632) la guerra santa contro gli “infedeli”da lui stesso avviata si indirizzò rapidamente fuori dall’Arabia interessando, oltre all’Oriente, tutto il Mediterraneo. Fu un evento travolgente e del tutto inatteso; “L’insegnamento coranico aveva […] tutti i crismi per far presa sui discendenti, semipagani, di Ismaele. Era…un giudaismo semplificato […]. Rigido monoteismo; paradiso e inferno; dottrina della predestinazione ridotta al fatalismo, sua estrema conseguenza. A tutto ciò si univa un’escatologia del tutto utilitaria, che assicurava la felicità celeste ai combattenti della fede: non occorreva altro per trasformare dei mercanti in guerrieri” (2). Numerosi erano i nomadi e i beduini; in essi violente pulsioni, odio verso tutti gli stranieri che, secondo le direttive del Profeta, bisognava sottomettere o sterminare si armonizzavano con le aspettative di bottino e con l’attesa di eterni e sensuali godimenti oltremondani. Ben presto anche la Sicilia, estrema propaggine d’un Impero bizantino in decadenza, divenne oggetto di sanguinose e rapaci scorrerie. Un primo grave episodio si verificò nel 652, quindi Siracusa subì un saccheggio con relativo massacro nel 669. Da allora con alterna regolarità l’isola, tra le più prossime terre cristiane, divenne meta privilegiata dei predoni maomettani. Dopo la caduta di Cartagine e l’occupazione di Pantelleria (700) il flagello si intensificò ulteriormente con il preciso intento “di catturare quanta più preda fosse possibile” (3). Di che genere di preda si trattasse, a danno dei popoli mediterranei, e in che quantità lo chiarisce l’Amari: “abbiamo da buone autorità che in coteste imprese del Mediterraneo e del continente d’Africa fosser fatti trecentomila prigionieri; …la maraviglia cesserà ove si pensi che gli uomini eran forse il più lucroso bottino…” (4). I saraceni vendevano infatti le prede umane al mercato degli schiavi e presso gli harem o chiedevano per esse lauti riscatti. Ma nel 740 questi rapaci predoni si spinsero oltre. Siracusa subì un nuovo assedio, ad opera come il precedente di aggressori provenienti dalla Tunisia, e fu costretta al pagamento di un tributo in cambio della cessazione degli atti di pirateria. Ciò costituì un precedente, gli arabi ricattarono così molte città costiere
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    approfittando delle scarse reazioni dell’Impero d’Oriente, impegnato in Italia anche contro i longobardi. Schiavismo e “mafia” dei mari, questo i nostri antenati conobbero della “civiltà islamica” fino a quel momento. E così fu anche durante il predominio Aghlabita: “…furono avviate nuove intese (805 – 813) sempre basate sul pagamento di tributi e su concessioni apparentemente non gravide di conseguenze ma in realtà tali da mettere sempre più la provincia sicula nelle mani dei musulmani” (5). CONQUISTA E CRUDELE AMMINISTRAZIONE AGHLABITA Regnante in Africa Minore e in Tunisia il terzo sovrano della dinastia Aghlabita, Zlhadat Allah e persistendo forti contrasti interni tra le fazioni e tra i notabili arabi, si giunse alla decisione di attaccare la Sicilia allo scopo di conquistarla. Un ruolo decisivo fu svolto dal giurista coranico (Kadì) Asad che pensò di placare gli animi dei suoi correligionari portando la “guerra santa” (jihad) sulla vicina isola. Lo spunto venne fornito dalla ribellione del comandante la flotta bizantina Eufemio. Questi sciaguratamente condusse i musulmani allo sbarco di Mazara (15 giugno 827), forse convinto che l’iniziativa avrebbe avuto solo il significato di una ripicca nei confronti di Costantinopoli. La conquista di Mazara fece da base per la successiva espansione. Sconfitte le ultime resistenze bizantine (il patrizio Teodato non riuscì ad emulare Carlo Martello) fu intrapreso il lungo assedio di Palermo conclusosi con la capitolazione della città nel settembre 831. La Sicilia divenne una provincia dello Stato Aghlabita. L’espansione nel resto dell’isola non fu però istantanea, da un lato perché essa servì d’appoggio per scorrerie e spedizioni verso altre mete (una per tutte Roma nell’846) secondo gli usi di conquista arabi, dall’altro per la tenace opposizione di alcune roccaforti cristiane quali Catania, Taormina o Rometta l’indomita, ultima a cedere nel 965. Tuttavia, dopo lunghi assedi, stragi, saccheggi e riduzioni in schiavitù molti importanti centri urbani caddero via via in mani islamiche: così fu per Agrigento, Enna o la martoriata Siracusa. La definitiva resa bizantina giunse nell’896 e la Sicilia e i siciliani furono abbandonati al proprio destino. L’amministrazione Aghlabita, secondo tutte le fonti, si distinse per la crudeltà del suo dominio, a poco valgono le scusanti che alcuni adducono addebitando gli eccessi alle necessità di conquista. Dall’831 al 912 si trattò di 81 anni di spietata oppressione, non mancarono le forzate apostasie e numerosi furono i martirii e le fughe. Esemplare fu l’uccisione del siracusano Niceta di Tarso, acerrimo nemico del Profeta di Allah e dei suoi seguaci. Catturato con molti altri nella chiesa del San Salvatore, fu scorticato dal petto in giù e gli venne strappato il cuore quindi si accanirono ulteriormente su di lui finendolo a morsi e a colpi di pietra. Nella sola Siracusa le fonti saracene parlano di quattromila morti. È necessario accennare qui anche alla vicenda relativa al martirio del monaco palermitano San Filarete (che alcune fonti collocano due secoli più tardi, nel 1070, ma che altre datano esattamente 8 Aprile 829). In seguito all’invasione dell’isola, con altri monaci basiliani si era rifugiato in un monastero calabrese e fu proprio in Calabria che andò incontro al martirio. Caduto nelle mani dei saraceni subì tremende torture venendo infine decapitato ; anche la sua storia testimonia sia nella fuga, evidentemente non si fidò della oggi conclamata “tolleranza” esercitata dai seguaci del Profeta, che nel martirio di che natura fosse ed è ancora (gli islamici non hanno perduto infatti il vizio delle decapitazioni) la loro cosiddetta civiltà.
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    FATIMIDI (912 – 948) E KALBITI (948 – 1040) Con l’avvento in Africa della dinastia sciita dei Fatimidi, pur acquisendo una certa indipendenza, l’isola mantenne sostanzialmente la propria condizione di “territorio di Guerra” (Dar al – Harb). Gli abitanti del “territorio di Guerra”…, gli “infedeli”,sono chiamati Harbì; essi non dipendono dall’autorità islamica e i loro beni sono Mubah, cioè alla mercé dei “credenti” (6). Quasi ad evidenziare la profonda differenza tra musulmani e cristiani, i Fatimidi costruirono a Palermo nel 937 un quartiere fortificato, una vera e propria cittadella (l’Halisah – l’Eletta, odierna Kalsa) simbolo inequivocabile della loro condizione di occupanti una terra abitata da “infedeli”. Durante il loro regno la durezza della dominazione provocò varie rivolte soffocate ferocemente. E’ ora giunto il momento di parlare del periodo che gli storici islamico – entusiasti esaltano maggiormente nel narrare le magnifiche sorti della dominazione araba in Sicilia. Si tratta del governo degli Emiri Kalbiti (948 – 1040); in questa fase (972) la capitale in Africa divenne Il Cairo e i siciliani passarono alle dipendenze dell’Egitto. All’isola venne concessa una maggiore autonomia e i Wudì Kalbiti iniziarono a comportarsi come principi di una terra propria. La Trinacria vide allora mutare la sua condizione in quella di “territorio dell’Islam” (Dar al – Islam) abitato anche da “infedeli protetti” (Dhimmi), questi dipendevano ora dall’autorità islamica, specie quella locale, la sola a godere in concreto della suddetta autonomia dalla nazione africana, in base ad un legame contrattuale (Dhimma). E’ bene precisare a questo punto che l’ “infedele” era e rimase un nemico e che lo status della Sicilia, anche sotto i Kalbiti , non fu dissimile da quello di altri territori soggetti agli arabi. “I musulmani affermano che la condizione della “Gente del Libro” (ebrei e cristiani) nello Stato islamico è privilegiata rispetto a quella degli appartenenti alle altre religioni.…Non si può tuttavia dimenticare che il patto di Dhimma prevede pesantissime limitazioni….” (7). La giurisprudenza islamica è infatti spietata nel decretare per gli “infedeli” uno status di indiscutibile inferiorità giuridica: “I non – musulmani non possono mai testimoniare....Tale rifiuto si fonda sulla natura perversa e menzognera dell’ “infedele” che persiste deliberatamente nel negare la superiorità all’Islam” (8). Ma “svantaggi” e “limitazioni” non finiscono qui, su di essi torneremo nelle conclusioni della presente analisi. Soffermiamoci adesso su alcuni fra gli aspetti “positivi” attribuiti alla storia degli Emiri Kalbiti nella nostra isola. “PALERMO DIVENNE LA SPLENDIDA CAPITALE DELLE 500 MOSCHEE”; Nessuno considera però che molte fra queste erano chiese cristiane profanate e trasformate in templi islamici. Cinquecento moschee, ma quante centinaia di chiese in meno? Anche l’antica cattedrale subì questa sorte sacrilega e ogni venerdì, a scanso di equivoci, vi si celebrava il trionfo di Allah su Cristo. “LA MITEZZA DEI TRIBUTI E L’AUTONOMIA DELLE CITTA”; Nella Val di Noto, ad esempio, le cose andavano così: “autonomia e tranquillità dietro il pagamento di una “tangente” almeno fino a quando le popolazioni non passarono all’Islam, magari sperando in condizioni più favorevoli,”…. “perdettero pure tali privilegi (ammesso che si possa chiamarli così) e fra il 962 e il 965, la categoria dei centri urbani tributari scomparve” (9). “ IL FIORIRE DELL’AGRICOLTURA”; Fece seguito, allo scopo di sfruttare le caratteristiche ambientali di un territorio conquistato, a quella che fu una vera e propria desertificazione delle campagne siciliane, ad onor del vero già ricche e produttive ben prima dell’invasione islamica.
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    Sulla “SCIENZA E CULTURA ARABA” universalmente celebrate vale la pena citare Régine Pernoud: “La scienza e il pensiero arabi non han fatto che attingere a fonti preesistenti, ai manoscritti che hanno permesso loro questa conoscenza di Aristotele e di altri scrittori antichi. Sarebbe una vera assurdità supporre il contrario […] ” (10). Persino l’arco moresco, comunemente attribuito agli arabi, era già presente in Spagna oltre cento anni prima della loro dominazione (avviata nel 711) e quindi solo dopo poté essere utilizzato anche nell’architettura islamica in Sicilia; inventato sì in Spagna ma non dagli arabi spagnoli. Dopo il mille l’autorità degli Emiri Kalbiti venne messa in discussione, d’altra parte gli arabi non raggiunsero mai, nonostante l’Islam, una vera unione a causa delle divisioni religiose fra sciiti e sunniti e delle rivalità etnico – tribali fra arabi, che si ritenevano eletti, e berberi. La fine dei Kalbiti, coincidente con un grande attacco bizantino (1038 –1040), inaugurò aspre lotte per la successione tra signori locali; fu proprio uno di essi a chiedere aiuto ai Normanni, i quali del resto ricevettero una precisa autorizzazione alla conquista dal Papa nel 1059, avviando così dopo il 1060 la riconquista cristiana dell’isola. “Di ‘na finestra s’affaccia la luna e ‘nta lu mezzu la stidda Diana. Su tanti li splendura ca mi duna, lampu mi parsi di la tramuntana. C’è lu Kadì e gran pena mi duna Voli arrinunzi a la fidi cristiana Nun vi pigghiati dubbi patruna L’amanti ca v’amau, v’assisti e v’ama” (antico canto popolare) 5
    CONCLUSIONI “Combattete quelli che non credono in Allah (…). Combatteteli finché non paghino Con umiliazione il tributo” (Cor. 9,29) A chi dobbiamo in definitiva i giudizi entusiasti che, a furia di essere ripetuti, hanno assunto l’aspetto di verità storica? A chi le colpevoli sottovalutazioni, specie in materia di tributi e limitazioni della libertà? Osserviamo alcuni esempi tra i tanti: “…Il proselitismo musulmano fu assai blando e indiretto, si contentò di un assai mite tributo…” (F. Gabrieli) (11); “…La popolazione soggetta soffriva di alcuni svantaggi” (D. Mack Smith) (12); “Certo, però, la loro [di ebrei e cristiani] condizione era di inferiorità giuridica…rispetto a quella degli islamiti…” (L. Gatto) (13); “Furono oltre duecento anni di un incivilimento e una prosperità ignoti ad altre regioni italiane” (N. Muccioli) (14). Tutte queste difese d’ufficio e questi elogi hanno probabilmente origine dai giudizi benevoli di Michele Amari, liberale e anti – cattolico, che tra bizantini e arabi parteggia per i secondi, in nome di una sorta d’ansia di rinnovamento ad ogni costo e di un’idea della dignità umana laicista e preconcetta: “…La Sicilia era divenuta dentro e fuori bizantina; ammorbata dalla tisi d’un impero in decadenza; sì che, contemplando le misere condizioni sue, non può rincrescerci il conquisto musulmano che la scosse e rinnovò.” (15). Di sicuro per i siciliani si trattò di una bella scossa, “…non possono elevare costruzioni più alte di quelle dei musulmani, devono procedere all’inumazione dei loro morti in segreto, senza pianti e lamenti; a loro è vietato suonare le campane, esporre un qualsiasi oggetto di culto, proclamare davanti a un musulmano le credenze cristiane” (16). Sui tributi poi varrebbe la pena di specificare. Il testatico (la Djizya) veniva pagato per sfuggire all’apostasia e riscosso “…nel corso di una cerimonia umiliante; mentre paga il dhimmi viene colpito alla testa o alla nuca” (17). C’era poi un’ imposta fondiaria il Kharadj “giustificata in base al principio secondo cui la terra sottratta dall’Islam agli “infedeli” viene considerata come appartenente di diritto alla comunità musulmana. In forza di questo principio ogni proprietario è in realtà ridotto alla condizione di un tributario che detiene la sua terra in qualità di mero usufruttuario […]. La tassa si carica di un simbolo sacro: è il diritto inalienabile attribuito da Allah ai vincitori sul suolo nemico” (18). E tra gli “svantaggi” a cui alludeva Mack Smith non bisogna dimenticare i segni di riconoscimento sulle case e sui vestiti o l’obbligo di alzarsi se un musulmano entrava in una stanza e quello di cedergli il passo se lo si incrociava per via. Per non parlare poi della condizione delle donne cristiane che non avevano libero accesso ai bagni in presenza di donne islamiche o del divieto per gli “infedeli” di portare armi, andare a cavallo, sellare muli o allevare maiali. Si trattò in definitiva di un impero di eletti tra gli “infedeli”, un’ autentica segregazione etnico-religiosa. E furono proprio questi “infedeli” a lasciare aperta dall’interno una porta della Kalsa permettendo a Roberto il Guiscardo di penetrare agevolmente nella fortezza. Ma gli storici filo – arabi si dicono sorpresi “…che anche con tanti aspetti positivi la Sicilia abbia rinunciato ad essere araba e sia tornata verso la Christianitas […]” (19). Ma fu proprio il cristianesimo, questa forte identità religiosa che aveva sempre consentito ai siciliani di non mescolarsi e sottomettersi all’Islam e agli islamici, e furono i cristiani re normanni con l’aiuto di Dio a restituire la Sicilia alla Cristianità. 6
    APPENDICE ABBIAMO LO STESSO DIO DEI MUSULMANI ? “…Il figlio di Dio è venuto e ci ha illuminato per conoscere il vero Dio.” ( Ia lettera di S. Giovanni 5,20) Pur senza affrontare in modo approfondito un argomento che richiederebbe una particolare e specialistica trattazione (coinvolgendo inoltre il giudaismo oggetto estraneo al presente studio) ci sembra comunque importante rispondere, seppure in breve e senza vantare conoscenze teologiche, ad una domanda a cui purtroppo anche eminenti personalità della Chiesa rispondono affermativamente. NON E’ SUFFICIENTE ESSERE MONOTEISTI PER RITENERE DI AVERE LO STESSO DIO! La cosa più semplice ci pare sia iniziare col ricordare, a chi sembra averlo dimenticato, che l’Islam nega decisamente le principali verità della fede che ogni cattolico dovrebbe possedere: Unità e Trinità di Dio, Incarnazione, Passione e Morte di Gesù Cristo, Maternità Divina di Maria, Rivelazione Divina del Vangelo, Divina Istituzione della Chiesa Cattolica. Non solo, verità imprescindibile e fondante della Religione Cattolica è costituita dalla Divinità di Gesù Cristo. Se come crediamo Gesù è Dio, e i musulmani così come gli ebrei non lo credono conseguentemente non adorandoLo come tale, come può trattarsi dello stesso Dio? Ma cosa pensano i musulmani? Per l’Islam i cristiani sono innanzitutto “politeisti” e “idolatri” proprio per la fede nella Santissima Trinità e nel Verbo incarnato ( il Figlio di Dio, Dio Egli stesso, fattosi uomo). L’Islam nega inoltre la distinzione basilare tra ordine naturale e soprannaturale, confondendo così Stato e Chiesa. Esso sostiene dunque una visione totalizzante della Società, antitetica a quella proposta dalla Civiltà Cristiana e con essa decisamente inconciliabile, come del resto ci pare sia emerso anche dalle pagine che hanno preceduto questa breve appendice. “Tutti i princìpi e le istituzioni su cui è fondata la Civiltà Cristiana, dalla famiglia alla proprietà, vengono rifiutati;i diritti più elementari conculcati; la donna mortificata; la schiavitù riproposta; […]” (20). Per concludere è necessario accennare al “paradiso”islamico. Il catechismo della Chiesa Cattolica così recita: “Il Paradiso è il godimento eterno di Dio, nostra felicità e in Lui, di ogni altro bene senza alcun male”. Volgarmente materialistica è invece la concezione islamica: cibi squisiti, bevande, coppieri, vergini e donne bellissime; i “beati”vedranno Allah senza tuttavia potergli parlare (cfr Corano 75,23 – 78,37). Come potrebbe uno stesso Dio promettere due così diverse tipologie di paradiso? “Del resto, prima d’ora, a nessuno era mai passato per la mente che Maometto avesse scoperto e indicato ai suoi seguaci il vero Dio, conosciuto e adorato dai cristiani. Egli, anzi, 7
    comandò di combattere il Cristianesimo proprio per la diversità del concetto che di Dio hanno i cristiani […]” (21) . Giuseppe Provenzale Palermo 30 Marzo a.d. 2004 S. Amedeo NOTE (1) FERDINAND GREGOROVIUS, CIT. DA ROMANO BRACALINI IN: “ISLAM E ITALIA, LA MEZZALUNA CHE OSCURAVA IL SUD” IL GIORNALE 15/09/2000 (2) ALESSANDRO MASSOBRIO: “STORIA DELLA CHIESA”, P. 53 ED. NEWTON & COMPTON 1997 (3) LUDOVICO GATTO: “SICILIA MEDIEVALE”, P. 16 ED. NEWTON & COMPTON 1992 (4) MICHELE AMARI: “STORIA DEI MUSULMANI DI SICILIA”, P. 89 ED. GIANNOTTA 1983 (5) L. GATTO: OP. CIT. , P. 17 (6) STEFANO NITOGLIA : “ISLAM, ANATOMIA DI UNA SETTA”, P. 50 ED. EFFEDIEFFE 1994 (7) IBIDEM (8) IBIDEM, P. 51 (9) L. GATTO: OP. CIT. , P. 20 (10) REGINE PERNOUD: “MEDIOEVO - UN SECOLARE PREGIUDIZIO”, P. 53 ED. BOMPIANI 1999 (11) F. GABRIELI: “STORIA E CIVILTA’ MUSULMANA”, P. 26 NAPOLI 1947 (12) D. MACK SMITH: “STORIA DELLA SICILIA MEDIEVALE E MODERNA”, ED. LATERZA 1983 (13) L. GATTO: OP. CIT. , P. 21 (14) N. MUCCIOLI: “BREVE STORIA DI PALERMO”, P. 15 ED. NEWTON & COMPTON 1995 (15) M. AMARI: OP. CIT. , P. 15 (16) S. NITOGLIA: OP. CIT. , P. 51 (17) IBIDEM, P. 52 (18) IBIDEM (19) L. GATTO: OP. CIT. , P. 22 (20) S. NITOGLIA: OP. CIT. , P. 80 (21) DON GIORGIO MAFFEI: “EBREI E MUSULMANI NON HANNO LO STESSO DIO DEI CRISTIANI” P. 2
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    INDICE - PREMESSA …………………………………………………………… PAG. 1 - PIRATI E MERCANTI DI SCHIAVI ………………………………… PAG. 2 - CONQUISTA E CRUDELE AMMINISTRAZIONE AGHLABITA PAG. 3 - FATIMIDI E KALBITI ………………………………………………… PAG. 4 - CONCLUSIONI ……………………………………………………….. PAG. 6 - APPENDICE ………………………………………………………….. PAG. 7 - NOTE ………………………………………………………………….. PAG. 8 - INDICE ………………………………………………………………… PAG. 9 9
    statua di Santiago Matamoros fino a poco tempo fa esposta nella Basilica di Santiago di Compostela, recentemente sacrificata in nome di un idiota ecumenismo “politicamente corretto” che temeva, con l’immagine dell’Apostolo, di “offendere” gli islamici. Finito di stampare a Palermo Il 14/02 A.D. 2005 10


    LA DOMINAZIONE ARABA IN SICILIA; QUALE CIVILTA’ ? BREVE ANALISI DI UN LUOGO COMUNE Q U A D E R N I D I C O N T R O S T O R I A n. 2 REALIZZAZIONE E RIPRODUZIONE A CURA DI : FORZA NUOVA - PALERMO Cuib C.Z. Codreanu
    LA DOMINAZIONE ARABA IN SICILIA; QUALE CIVILTA’? BREVE ANALISI DI UN LUOGO COMUNE “ Sicilia erit in desolationem et qui habitant in ea in occisionem et captivitatem ducuntur ” (Metodio di Patara) PREMESSA Uno dei luoghi comuni più duri a morire, largamente diffuso in ambienti “colti” e non, dipinge ormai da secoli la dominazione araba in Sicilia come particolarmente illuminata, pacifica ed esemplare strizzando, a questo proposito, un occhio colpevole ad una coesistenza, ritenuta possibile, con gli attuali immigrati islamici discendenti di cotanti prestigiosi progenitori. Eppure, già nel 1875, non condividendo affatto l’opinione dei suoi colleghi lo storico tedesco Ferdinand Gregorovius così si esprimeva, con un giudizio controcorrente di straordinaria attualità, sull’argomento oggetto di questa breve analisi: “Storici italiani si compiacciono oggigiorno con una certa predilezione romantica del periodo arabo in Sicilia. Ma possiamo veramente dire che il dominio degli arabi laggiù fu diverso da quello dei selvaggi Stati africani? I saraceni furono perlomeno tanto incapaci di creare, in Sicilia e in Calabria, una nuova e significante cultura per l’Occidente, quanto non lo furono i turchi in Asia Minore e in Grecia. Essi vi distrussero, cosa deplorevolissima, i resti del mondo antico; con i conventi che misero a fuoco scomparvero anche numerosi tesori letterari dell’antichità” (1). Poco o nulla pare cambiato da quel lontano 1875 anzi, come spesso accade, l’opinione comune sulla “tolleranza” islamica si è tramutata in certezza popolare. Intellettuali e politici, siciliani e non, rivaleggiano monotoni nell’esaltare quel “laboratorio della tolleranza” che gli arabi avrebbero realizzato nella nostra Regione nel corso della loro lunga occupazione, riproponendone il modello per i tempi a venire. Ma possiamo veramente dire che il dominio degli arabi nella nostra isola sia stato pacifico, illuminato ed esemplare? O che il prezzo pagato dalle terre occupate al tocco civilizzante dell’Islam sia da considerarsi tutto sommato accettabile? Anche il massimo studioso della materia Michele Amari, autore di una monumentale “Storia dei musulmani di Sicilia”, fonte a cui tutti sono obbligati ad attingere, pur essendo sempre propenso a preferire le testimonianze dei vincitori non nasconde affatto molte sgradevoli verità. 1
    Ma su queste verità la massa degli storici successivi ha preferito minimizzare o addirittura tacere, spesso privilegiando i giudizi interessati dei cronisti arabi o scegliendo la via dell’esaltazione acritica del periodo in questione. PIRATI E MERCANTI DI SCHIAVI “ …..corrono la terra come locuste ed a narrare i guasti loro sarebbero necessarie tante lingue quante foglie hanno gli alberi di questi paesi. Le campagne sono diventate deserte, luogo di belve, rovinate le chiese, uccisi o imprigionati i sacerdoti, condotte in schiavitù le suore, abbandonate le ville….. ” (lettera di S.S. Giovanni VIII a Carlo il calvo 15-nov- 876) Dopo la morte di Maometto (632) la guerra santa contro gli “infedeli”da lui stesso avviata si indirizzò rapidamente fuori dall’Arabia interessando, oltre all’Oriente, tutto il Mediterraneo. Fu un evento travolgente e del tutto inatteso; “L’insegnamento coranico aveva […] tutti i crismi per far presa sui discendenti, semipagani, di Ismaele. Era…un giudaismo semplificato […]. Rigido monoteismo; paradiso e inferno; dottrina della predestinazione ridotta al fatalismo, sua estrema conseguenza. A tutto ciò si univa un’escatologia del tutto utilitaria, che assicurava la felicità celeste ai combattenti della fede: non occorreva altro per trasformare dei mercanti in guerrieri” (2). Numerosi erano i nomadi e i beduini; in essi violente pulsioni, odio verso tutti gli stranieri che, secondo le direttive del Profeta, bisognava sottomettere o sterminare si armonizzavano con le aspettative di bottino e con l’attesa di eterni e sensuali godimenti oltremondani. Ben presto anche la Sicilia, estrema propaggine d’un Impero bizantino in decadenza, divenne oggetto di sanguinose e rapaci scorrerie. Un primo grave episodio si verificò nel 652, quindi Siracusa subì un saccheggio con relativo massacro nel 669. Da allora con alterna regolarità l’isola, tra le più prossime terre cristiane, divenne meta privilegiata dei predoni maomettani. Dopo la caduta di Cartagine e l’occupazione di Pantelleria (700) il flagello si intensificò ulteriormente con il preciso intento “di catturare quanta più preda fosse possibile” (3). Di che genere di preda si trattasse, a danno dei popoli mediterranei, e in che quantità lo chiarisce l’Amari: “abbiamo da buone autorità che in coteste imprese del Mediterraneo e del continente d’Africa fosser fatti trecentomila prigionieri; …la maraviglia cesserà ove si pensi che gli uomini eran forse il più lucroso bottino…” (4). I saraceni vendevano infatti le prede umane al mercato degli schiavi e presso gli harem o chiedevano per esse lauti riscatti. Ma nel 740 questi rapaci predoni si spinsero oltre. Siracusa subì un nuovo assedio, ad opera come il precedente di aggressori provenienti dalla Tunisia, e fu costretta al pagamento di un tributo in cambio della cessazione degli atti di pirateria. Ciò costituì un precedente, gli arabi ricattarono così molte città costiere
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    approfittando delle scarse reazioni dell’Impero d’Oriente, impegnato in Italia anche contro i longobardi. Schiavismo e “mafia” dei mari, questo i nostri antenati conobbero della “civiltà islamica” fino a quel momento. E così fu anche durante il predominio Aghlabita: “…furono avviate nuove intese (805 – 813) sempre basate sul pagamento di tributi e su concessioni apparentemente non gravide di conseguenze ma in realtà tali da mettere sempre più la provincia sicula nelle mani dei musulmani” (5). CONQUISTA E CRUDELE AMMINISTRAZIONE AGHLABITA Regnante in Africa Minore e in Tunisia il terzo sovrano della dinastia Aghlabita, Zlhadat Allah e persistendo forti contrasti interni tra le fazioni e tra i notabili arabi, si giunse alla decisione di attaccare la Sicilia allo scopo di conquistarla. Un ruolo decisivo fu svolto dal giurista coranico (Kadì) Asad che pensò di placare gli animi dei suoi correligionari portando la “guerra santa” (jihad) sulla vicina isola. Lo spunto venne fornito dalla ribellione del comandante la flotta bizantina Eufemio. Questi sciaguratamente condusse i musulmani allo sbarco di Mazara (15 giugno 827), forse convinto che l’iniziativa avrebbe avuto solo il significato di una ripicca nei confronti di Costantinopoli. La conquista di Mazara fece da base per la successiva espansione. Sconfitte le ultime resistenze bizantine (il patrizio Teodato non riuscì ad emulare Carlo Martello) fu intrapreso il lungo assedio di Palermo conclusosi con la capitolazione della città nel settembre 831. La Sicilia divenne una provincia dello Stato Aghlabita. L’espansione nel resto dell’isola non fu però istantanea, da un lato perché essa servì d’appoggio per scorrerie e spedizioni verso altre mete (una per tutte Roma nell’846) secondo gli usi di conquista arabi, dall’altro per la tenace opposizione di alcune roccaforti cristiane quali Catania, Taormina o Rometta l’indomita, ultima a cedere nel 965. Tuttavia, dopo lunghi assedi, stragi, saccheggi e riduzioni in schiavitù molti importanti centri urbani caddero via via in mani islamiche: così fu per Agrigento, Enna o la martoriata Siracusa. La definitiva resa bizantina giunse nell’896 e la Sicilia e i siciliani furono abbandonati al proprio destino. L’amministrazione Aghlabita, secondo tutte le fonti, si distinse per la crudeltà del suo dominio, a poco valgono le scusanti che alcuni adducono addebitando gli eccessi alle necessità di conquista. Dall’831 al 912 si trattò di 81 anni di spietata oppressione, non mancarono le forzate apostasie e numerosi furono i martirii e le fughe. Esemplare fu l’uccisione del siracusano Niceta di Tarso, acerrimo nemico del Profeta di Allah e dei suoi seguaci. Catturato con molti altri nella chiesa del San Salvatore, fu scorticato dal petto in giù e gli venne strappato il cuore quindi si accanirono ulteriormente su di lui finendolo a morsi e a colpi di pietra. Nella sola Siracusa le fonti saracene parlano di quattromila morti. È necessario accennare qui anche alla vicenda relativa al martirio del monaco palermitano San Filarete (che alcune fonti collocano due secoli più tardi, nel 1070, ma che altre datano esattamente 8 Aprile 829). In seguito all’invasione dell’isola, con altri monaci basiliani si era rifugiato in un monastero calabrese e fu proprio in Calabria che andò incontro al martirio. Caduto nelle mani dei saraceni subì tremende torture venendo infine decapitato ; anche la sua storia testimonia sia nella fuga, evidentemente non si fidò della oggi conclamata “tolleranza” esercitata dai seguaci del Profeta, che nel martirio di che natura fosse ed è ancora (gli islamici non hanno perduto infatti il vizio delle decapitazioni) la loro cosiddetta civiltà.
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    FATIMIDI (912 – 948) E KALBITI (948 – 1040) Con l’avvento in Africa della dinastia sciita dei Fatimidi, pur acquisendo una certa indipendenza, l’isola mantenne sostanzialmente la propria condizione di “territorio di Guerra” (Dar al – Harb). Gli abitanti del “territorio di Guerra”…, gli “infedeli”,sono chiamati Harbì; essi non dipendono dall’autorità islamica e i loro beni sono Mubah, cioè alla mercé dei “credenti” (6). Quasi ad evidenziare la profonda differenza tra musulmani e cristiani, i Fatimidi costruirono a Palermo nel 937 un quartiere fortificato, una vera e propria cittadella (l’Halisah – l’Eletta, odierna Kalsa) simbolo inequivocabile della loro condizione di occupanti una terra abitata da “infedeli”. Durante il loro regno la durezza della dominazione provocò varie rivolte soffocate ferocemente. E’ ora giunto il momento di parlare del periodo che gli storici islamico – entusiasti esaltano maggiormente nel narrare le magnifiche sorti della dominazione araba in Sicilia. Si tratta del governo degli Emiri Kalbiti (948 – 1040); in questa fase (972) la capitale in Africa divenne Il Cairo e i siciliani passarono alle dipendenze dell’Egitto. All’isola venne concessa una maggiore autonomia e i Wudì Kalbiti iniziarono a comportarsi come principi di una terra propria. La Trinacria vide allora mutare la sua condizione in quella di “territorio dell’Islam” (Dar al – Islam) abitato anche da “infedeli protetti” (Dhimmi), questi dipendevano ora dall’autorità islamica, specie quella locale, la sola a godere in concreto della suddetta autonomia dalla nazione africana, in base ad un legame contrattuale (Dhimma). E’ bene precisare a questo punto che l’ “infedele” era e rimase un nemico e che lo status della Sicilia, anche sotto i Kalbiti , non fu dissimile da quello di altri territori soggetti agli arabi. “I musulmani affermano che la condizione della “Gente del Libro” (ebrei e cristiani) nello Stato islamico è privilegiata rispetto a quella degli appartenenti alle altre religioni.…Non si può tuttavia dimenticare che il patto di Dhimma prevede pesantissime limitazioni….” (7). La giurisprudenza islamica è infatti spietata nel decretare per gli “infedeli” uno status di indiscutibile inferiorità giuridica: “I non – musulmani non possono mai testimoniare....Tale rifiuto si fonda sulla natura perversa e menzognera dell’ “infedele” che persiste deliberatamente nel negare la superiorità all’Islam” (8). Ma “svantaggi” e “limitazioni” non finiscono qui, su di essi torneremo nelle conclusioni della presente analisi. Soffermiamoci adesso su alcuni fra gli aspetti “positivi” attribuiti alla storia degli Emiri Kalbiti nella nostra isola. “PALERMO DIVENNE LA SPLENDIDA CAPITALE DELLE 500 MOSCHEE”; Nessuno considera però che molte fra queste erano chiese cristiane profanate e trasformate in templi islamici. Cinquecento moschee, ma quante centinaia di chiese in meno? Anche l’antica cattedrale subì questa sorte sacrilega e ogni venerdì, a scanso di equivoci, vi si celebrava il trionfo di Allah su Cristo. “LA MITEZZA DEI TRIBUTI E L’AUTONOMIA DELLE CITTA”; Nella Val di Noto, ad esempio, le cose andavano così: “autonomia e tranquillità dietro il pagamento di una “tangente” almeno fino a quando le popolazioni non passarono all’Islam, magari sperando in condizioni più favorevoli,”…. “perdettero pure tali privilegi (ammesso che si possa chiamarli così) e fra il 962 e il 965, la categoria dei centri urbani tributari scomparve” (9). “ IL FIORIRE DELL’AGRICOLTURA”; Fece seguito, allo scopo di sfruttare le caratteristiche ambientali di un territorio conquistato, a quella che fu una vera e propria desertificazione delle campagne siciliane, ad onor del vero già ricche e produttive ben prima dell’invasione islamica.
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    Sulla “SCIENZA E CULTURA ARABA” universalmente celebrate vale la pena citare Régine Pernoud: “La scienza e il pensiero arabi non han fatto che attingere a fonti preesistenti, ai manoscritti che hanno permesso loro questa conoscenza di Aristotele e di altri scrittori antichi. Sarebbe una vera assurdità supporre il contrario […] ” (10). Persino l’arco moresco, comunemente attribuito agli arabi, era già presente in Spagna oltre cento anni prima della loro dominazione (avviata nel 711) e quindi solo dopo poté essere utilizzato anche nell’architettura islamica in Sicilia; inventato sì in Spagna ma non dagli arabi spagnoli. Dopo il mille l’autorità degli Emiri Kalbiti venne messa in discussione, d’altra parte gli arabi non raggiunsero mai, nonostante l’Islam, una vera unione a causa delle divisioni religiose fra sciiti e sunniti e delle rivalità etnico – tribali fra arabi, che si ritenevano eletti, e berberi. La fine dei Kalbiti, coincidente con un grande attacco bizantino (1038 –1040), inaugurò aspre lotte per la successione tra signori locali; fu proprio uno di essi a chiedere aiuto ai Normanni, i quali del resto ricevettero una precisa autorizzazione alla conquista dal Papa nel 1059, avviando così dopo il 1060 la riconquista cristiana dell’isola. “Di ‘na finestra s’affaccia la luna e ‘nta lu mezzu la stidda Diana. Su tanti li splendura ca mi duna, lampu mi parsi di la tramuntana. C’è lu Kadì e gran pena mi duna Voli arrinunzi a la fidi cristiana Nun vi pigghiati dubbi patruna L’amanti ca v’amau, v’assisti e v’ama” (antico canto popolare) 5
    CONCLUSIONI “Combattete quelli che non credono in Allah (…). Combatteteli finché non paghino Con umiliazione il tributo” (Cor. 9,29) A chi dobbiamo in definitiva i giudizi entusiasti che, a furia di essere ripetuti, hanno assunto l’aspetto di verità storica? A chi le colpevoli sottovalutazioni, specie in materia di tributi e limitazioni della libertà? Osserviamo alcuni esempi tra i tanti: “…Il proselitismo musulmano fu assai blando e indiretto, si contentò di un assai mite tributo…” (F. Gabrieli) (11); “…La popolazione soggetta soffriva di alcuni svantaggi” (D. Mack Smith) (12); “Certo, però, la loro [di ebrei e cristiani] condizione era di inferiorità giuridica…rispetto a quella degli islamiti…” (L. Gatto) (13); “Furono oltre duecento anni di un incivilimento e una prosperità ignoti ad altre regioni italiane” (N. Muccioli) (14). Tutte queste difese d’ufficio e questi elogi hanno probabilmente origine dai giudizi benevoli di Michele Amari, liberale e anti – cattolico, che tra bizantini e arabi parteggia per i secondi, in nome di una sorta d’ansia di rinnovamento ad ogni costo e di un’idea della dignità umana laicista e preconcetta: “…La Sicilia era divenuta dentro e fuori bizantina; ammorbata dalla tisi d’un impero in decadenza; sì che, contemplando le misere condizioni sue, non può rincrescerci il conquisto musulmano che la scosse e rinnovò.” (15). Di sicuro per i siciliani si trattò di una bella scossa, “…non possono elevare costruzioni più alte di quelle dei musulmani, devono procedere all’inumazione dei loro morti in segreto, senza pianti e lamenti; a loro è vietato suonare le campane, esporre un qualsiasi oggetto di culto, proclamare davanti a un musulmano le credenze cristiane” (16). Sui tributi poi varrebbe la pena di specificare. Il testatico (la Djizya) veniva pagato per sfuggire all’apostasia e riscosso “…nel corso di una cerimonia umiliante; mentre paga il dhimmi viene colpito alla testa o alla nuca” (17). C’era poi un’ imposta fondiaria il Kharadj “giustificata in base al principio secondo cui la terra sottratta dall’Islam agli “infedeli” viene considerata come appartenente di diritto alla comunità musulmana. In forza di questo principio ogni proprietario è in realtà ridotto alla condizione di un tributario che detiene la sua terra in qualità di mero usufruttuario […]. La tassa si carica di un simbolo sacro: è il diritto inalienabile attribuito da Allah ai vincitori sul suolo nemico” (18). E tra gli “svantaggi” a cui alludeva Mack Smith non bisogna dimenticare i segni di riconoscimento sulle case e sui vestiti o l’obbligo di alzarsi se un musulmano entrava in una stanza e quello di cedergli il passo se lo si incrociava per via. Per non parlare poi della condizione delle donne cristiane che non avevano libero accesso ai bagni in presenza di donne islamiche o del divieto per gli “infedeli” di portare armi, andare a cavallo, sellare muli o allevare maiali. Si trattò in definitiva di un impero di eletti tra gli “infedeli”, un’ autentica segregazione etnico-religiosa. E furono proprio questi “infedeli” a lasciare aperta dall’interno una porta della Kalsa permettendo a Roberto il Guiscardo di penetrare agevolmente nella fortezza. Ma gli storici filo – arabi si dicono sorpresi “…che anche con tanti aspetti positivi la Sicilia abbia rinunciato ad essere araba e sia tornata verso la Christianitas […]” (19). Ma fu proprio il cristianesimo, questa forte identità religiosa che aveva sempre consentito ai siciliani di non mescolarsi e sottomettersi all’Islam e agli islamici, e furono i cristiani re normanni con l’aiuto di Dio a restituire la Sicilia alla Cristianità. 6
    APPENDICE ABBIAMO LO STESSO DIO DEI MUSULMANI ? “…Il figlio di Dio è venuto e ci ha illuminato per conoscere il vero Dio.” ( Ia lettera di S. Giovanni 5,20) Pur senza affrontare in modo approfondito un argomento che richiederebbe una particolare e specialistica trattazione (coinvolgendo inoltre il giudaismo oggetto estraneo al presente studio) ci sembra comunque importante rispondere, seppure in breve e senza vantare conoscenze teologiche, ad una domanda a cui purtroppo anche eminenti personalità della Chiesa rispondono affermativamente. NON E’ SUFFICIENTE ESSERE MONOTEISTI PER RITENERE DI AVERE LO STESSO DIO! La cosa più semplice ci pare sia iniziare col ricordare, a chi sembra averlo dimenticato, che l’Islam nega decisamente le principali verità della fede che ogni cattolico dovrebbe possedere: Unità e Trinità di Dio, Incarnazione, Passione e Morte di Gesù Cristo, Maternità Divina di Maria, Rivelazione Divina del Vangelo, Divina Istituzione della Chiesa Cattolica. Non solo, verità imprescindibile e fondante della Religione Cattolica è costituita dalla Divinità di Gesù Cristo. Se come crediamo Gesù è Dio, e i musulmani così come gli ebrei non lo credono conseguentemente non adorandoLo come tale, come può trattarsi dello stesso Dio? Ma cosa pensano i musulmani? Per l’Islam i cristiani sono innanzitutto “politeisti” e “idolatri” proprio per la fede nella Santissima Trinità e nel Verbo incarnato ( il Figlio di Dio, Dio Egli stesso, fattosi uomo). L’Islam nega inoltre la distinzione basilare tra ordine naturale e soprannaturale, confondendo così Stato e Chiesa. Esso sostiene dunque una visione totalizzante della Società, antitetica a quella proposta dalla Civiltà Cristiana e con essa decisamente inconciliabile, come del resto ci pare sia emerso anche dalle pagine che hanno preceduto questa breve appendice. “Tutti i princìpi e le istituzioni su cui è fondata la Civiltà Cristiana, dalla famiglia alla proprietà, vengono rifiutati;i diritti più elementari conculcati; la donna mortificata; la schiavitù riproposta; […]” (20). Per concludere è necessario accennare al “paradiso”islamico. Il catechismo della Chiesa Cattolica così recita: “Il Paradiso è il godimento eterno di Dio, nostra felicità e in Lui, di ogni altro bene senza alcun male”. Volgarmente materialistica è invece la concezione islamica: cibi squisiti, bevande, coppieri, vergini e donne bellissime; i “beati”vedranno Allah senza tuttavia potergli parlare (cfr Corano 75,23 – 78,37). Come potrebbe uno stesso Dio promettere due così diverse tipologie di paradiso? “Del resto, prima d’ora, a nessuno era mai passato per la mente che Maometto avesse scoperto e indicato ai suoi seguaci il vero Dio, conosciuto e adorato dai cristiani. Egli, anzi, 7
    comandò di combattere il Cristianesimo proprio per la diversità del concetto che di Dio hanno i cristiani […]” (21) . Giuseppe Provenzale Palermo 30 Marzo a.d. 2004 S. Amedeo NOTE (1) FERDINAND GREGOROVIUS, CIT. DA ROMANO BRACALINI IN: “ISLAM E ITALIA, LA MEZZALUNA CHE OSCURAVA IL SUD” IL GIORNALE 15/09/2000 (2) ALESSANDRO MASSOBRIO: “STORIA DELLA CHIESA”, P. 53 ED. NEWTON & COMPTON 1997 (3) LUDOVICO GATTO: “SICILIA MEDIEVALE”, P. 16 ED. NEWTON & COMPTON 1992 (4) MICHELE AMARI: “STORIA DEI MUSULMANI DI SICILIA”, P. 89 ED. GIANNOTTA 1983 (5) L. GATTO: OP. CIT. , P. 17 (6) STEFANO NITOGLIA : “ISLAM, ANATOMIA DI UNA SETTA”, P. 50 ED. EFFEDIEFFE 1994 (7) IBIDEM (8) IBIDEM, P. 51 (9) L. GATTO: OP. CIT. , P. 20 (10) REGINE PERNOUD: “MEDIOEVO - UN SECOLARE PREGIUDIZIO”, P. 53 ED. BOMPIANI 1999 (11) F. GABRIELI: “STORIA E CIVILTA’ MUSULMANA”, P. 26 NAPOLI 1947 (12) D. MACK SMITH: “STORIA DELLA SICILIA MEDIEVALE E MODERNA”, ED. LATERZA 1983 (13) L. GATTO: OP. CIT. , P. 21 (14) N. MUCCIOLI: “BREVE STORIA DI PALERMO”, P. 15 ED. NEWTON & COMPTON 1995 (15) M. AMARI: OP. CIT. , P. 15 (16) S. NITOGLIA: OP. CIT. , P. 51 (17) IBIDEM, P. 52 (18) IBIDEM (19) L. GATTO: OP. CIT. , P. 22 (20) S. NITOGLIA: OP. CIT. , P. 80 (21) DON GIORGIO MAFFEI: “EBREI E MUSULMANI NON HANNO LO STESSO DIO DEI CRISTIANI” P. 2
    8
    INDICE - PREMESSA …………………………………………………………… PAG. 1 - PIRATI E MERCANTI DI SCHIAVI ………………………………… PAG. 2 - CONQUISTA E CRUDELE AMMINISTRAZIONE AGHLABITA PAG. 3 - FATIMIDI E KALBITI ………………………………………………… PAG. 4 - CONCLUSIONI ……………………………………………………….. PAG. 6 - APPENDICE ………………………………………………………….. PAG. 7 - NOTE ………………………………………………………………….. PAG. 8 - INDICE ………………………………………………………………… PAG. 9 9
    statua di Santiago Matamoros fino a poco tempo fa esposta nella Basilica di Santiago di Compostela, recentemente sacrificata in nome di un idiota ecumenismo “politicamente corretto” che temeva, con l’immagine dell’Apostolo, di “offendere” gli islamici. Finito di stampare a Palermo Il 14/02 A.D. 2005 10

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    Marco RESPINTI
    I pirati di Bin Laden (gli schiavi dei musulmani)
    tratto da Tempi, anno XI, 4 agosto 2005, n. 32.

    Un romanzo americano racconta la poco conosciuta vicenda del traffico di schiavi bianchi operato per secoli dai musulmani. In attesa di traduzione



    Capita che pochissimi abbiano sentito anche solo nominare l'immondo traffico di schiavi bianchi effettuato per secoli dai musulmani. Ignorati dai governi dei loro stessi paesi e costretti a sopportare le condizioni più disumane, di quegli schiavi dimenticati sopravvissero poche persone. Per questo Giles Milton si è preso la briga di raccontarne le vicende attraverso il libro White Gold: The Extraordinary Story of Thomas Pellow and Islam's One Million White Slave, fresco di stampa per i tipi della newyorkese Farrar, Straus and Giroux, che rievoca le traversie di un mozzo della Cornovaglia, Thomas Pellow, capitato nelle avide grinfie dei sottomessi ad Allah.

    Milton, che scrive di un milione di europei ridotti in catene e messi in vendita nei mercati dell'Africa settentrionale, è uno degli storici britannici contemporanei più apprezzati. Soprattutto perché racconta l'"history" come fosse una "story". Specialista di marinerie, piraterie, colonie britanniche nel mondo e commerci del Sei-Settecento, il suo titolo italiano più recente è targato Rizzoli 2003, Il samurai che venne dall'Europa. L'avventura di un inglese nel Giappone del Seicento: storia del naufrago William Adams, il primo inglese giunto in un "Cipango" in mano ai trafficoni e divenuto poi consigliere del grande shogun Ieyasu Tokugava. La storia del suo nuovo White Gold è invece questa.
    Correva l'estate del 1716. Pellow e 51 suoi compagni vennero abbordati in mare dai corsari della Barberia di Ali Hakem. Hakem era un duro, uno convinto. Aveva dichiarato guerra alla cristianità, tutta e intera, e conseguentemente si era preso sul serio. Appena poteva, infliggeva colpi ferali alla Francia, alla Spagna, alla Gran Bretagna e all'Italia, attaccandone i navigli, distruggendone i commerci, uccidendone gli uomini e schiavizzandone i prigionieri. Osava Hakem, e molto. Tanto da spingersi a prelevare pure alcuni europei direttamente nelle loro abitazioni. La sua grandiosa e capillare rete schiavistica ad Algieri, Tunisi e Salé in Marocco era solo una delle armi con cui aveva deciso di scagliare la spada dell'islam contro gli odiati "crociati".

    Pellow e i suoi amici finirono così di fronte al sultano del Marocco, Moulay Ismail, impegnato nella costruzione di un sontuoso palazzo imperiale. Di dimensioni mai viste e interamene costituito con la manodopera prestata dagli schiavi cristiani. Le condizioni di vita e di lavoro erano insopportabili, e gli schiavi perivano come mosche. Per sopravvivere, Pellow si convertì, almeno nominalmente, all'islam e così le sue condizioni migliorarono un poco. Divenne cioè uno dei servi personali del sultano. E un testimone diretto dei suoi sistemi di governo e di amministrazione, poco più che bestiali. Il Marocco era infatti al tempo un regime di terrori quotidiani.

    Dopo la bellezza di 20 anni, Pellow riuscì a fuggire e a tornare in Gran Bretagna. Fu uno dei pochi sopravvissuti di quell'ecatombe, uno dei pochissimi che ebbe la possibilità di raccontare all'Occidente i dettagli di un incubo. Quella della pirateria schiavista islamica fu una tragedia che funestò il mare Mediterraneo a lungo, troppo a lungo.

    L'Al Qaeda del 1800
    Fu per questo che, due secoli dopo, il neoeletto presidente Thomas Jefferson (quello che ancora ostinatamente si continua a definire un "progressista") scatenò contro i corsari di Barberia la flotta degli Stati Uniti nella prima guerra "imperialista" e "neocon" della storia del Nuovo Mondo. Senza discuterne al Congresso né in pubblico, lanciandola da basi straniere con alleanze di breve termine e combattendola con metodi non-convenzionali (commando, indigeni e servizi segreti), il presidente "pacifista" dichiarò nel 1801 la prima guerra contro il terrorismo islamista: quello che colpiva l'Occidente massacrandone i commerci e i commercianti secondo una strategia a dire il vero ben poco dissimile da quella di Al Qaeda che con le Torri Gemelle ha travolto le comunicazioni e il cuore finanziario del "free-trade" statunitense. La straordinaria offensiva di Jefferson si concluse dopo quattro anni di guerra con una scena da film di John Wayne. William Eaton, console americano a Tunisi, percorse 520 miglia nel deserto alla testa di arabi disillusi, mercenari europei e 8 marine, prese il nemico alle spalle e trionfò a Derna, la seconda città nemica per importanza.

    Era il 27 aprile 1805. La pace duratura venne poi con il regime change. Racconta tutto il bellissimo libro di Joseph Wheelan, Jefferson's War: America's First War on Terror, 1801-1805 (Carroll & Graf, New York 2003).

 

 

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