Il figlio Sirio sul palco con il Senatur. E la signora Massarotto espone al balcone il tricolore
Una battuta del capo scalda il popolo del Carroccio: "In Scozia quando piove come ora si dice che c´è bel tempo"
Pochi i veneti presenti in Riva dei Sette Martiri, dei lumbard la maggior parte degli interventi dal palco
alberto statera
quando finalmente cessa l´ossessivo rimbombo del Rondò Veneziano, sparato dagli altoparlanti a milioni di "gigawatt", e parte Va´ pensiero, gli elementi si scatenano con una furia inconsueta su Riva dei Sette Martiri. Il Dio Po, inclemente, manda giù tonnellate di acqua per centimetro quadrato. Nella notte, qui vicino, sono straripati i fiumi Dese e Marzenego, la Laguna si gonfia, la flotta padana rinforza gli ormeggi, il popolo leghista, soprattutto di accento lombardo e piemontese, oscilla fradicio, i 6 mila panini preparati per gli affamati padani giacciono inzuppati e invenduti sotto i settanta gazebo.
Il Sole delle Alpi, simbolo protocristiano che Umberto Bossi vide a Roma vicino a casa sua, nella Chiesa di Sant´Antonio dei Portoghesi, e che volle a simboleggiare la secessione, è definitivamente ammainato sotto al diluvio, insieme alla secessione.
Quel 15 settembre 1996 erano in settantamila a Venezia e piansero e giurarono con Bossi: federalismo entro un anno o indipendenza della Padania. Dieci anni dopo, 17 settembre, mille o duemila persone trasportate di notte dai pullman padani fino a Piazzale Roma, vagano implasticate di verde e sconcertate sotto l´alluvione: «Bisogna aver fede nella devolusciòn», sospira una donna lombarda.
E un uomo con zaino: «Sì ma l´anno scorso eravamo come i capelli in testa, quest´anno sembriamo la pelata del tenente Kojak».
Tra tanto sconforto, se la ride la signora Lucia Massarotto dietro lo stesso tricolore, esposto alla sua finestra di fronte al palco, che Bossi la invitò ad andare a riporre nel cesso, se la ridono i venetisti del tanko e i secessionisti del padovano, che fanno nuovi proseliti.
C´era a Treviso Bertilla, una pasionaria padana, un´icona leghista, forse meno popolare soltanto del sindaco - sceriffo Giancarlo Gentilini, quello che sparerebbe agli immigrati come ai leprotti: se ne è andata anche lei. Non se la ride affatto, invece, Fabrizio Comencini, che nel 1998 era stato estromesso da Bossi e si era portato via otto consiglieri regionali veneti su nove. Aveva fatto affiggere ieri decine di manifesti per la convocazione degli "Stati generali dei Veneti", l´inizio della vera secessione veneta dalla Lega di Bossi, per il 15 ottobre prossimo. Strappati nella notte. Come lo striscione di protesta che il servizio di sicurezza ha portato via con la forza dalle mani dei leghisti fregati da Credieuronord, la banca del politburo bossiano, fallita in una girandola di riciclaggi e ruberie.
Per non dire del pessimismo cosmico di Franco Rocchetta, storico fondatore della Liga Veneta: «Avevano in mano tutto, un potere immenso, possibilità infinite, sono stati al governo per cinque anni e guardate i risultati».Dov´è la River Queen? È arrivato Bossi? Parlano gli ex ministri, prima Castelli, che inneggia alla pioggia: ci sta benedicendo, perché è segno di fertilità. Poi Bobo Maroni, forse l´unico che esprime un concetto politico significativo: con la Casa delle Libertà è finita. Senza storia, come sempre, gli altri discorsi, se non per la statistica venetista: dieci interventi, di cui otto lombardi e soltanto due veneti, il segretario regionale Fabio Gobbo e il vicepresidente della Regione Luca Zaia, accolti con umido gelo. Quanti erano i veneti in Riva dei Sette Martiri? Ben pochi, valuta Rocchetta, che nella sua ansia storicistica non smette di raccontare come il Sole delle Alpi sia stato inventato da Bossi solo per scalzare il Leone di Venezia.
Bossi finalmente arriva sul palco quando già le osterie traboccano di padani infreddoliti. E Giove Pluvio pare che se ne accorga. Cresce la "fertilità" bagnata osannata da Castelli, scoppiano i tombini, irrompe un fiume d´acqua. Ma, nonostante tutto, al vecchio leader malato scappa, con la voce roca e affannata che gratta nei mega-altoparlanti, la battuta migliore della giornata: «In Scozia quando piove come ora si dice che c´è bel tempo». Per il resto, niente secessione, federalismo fatto all´interno delle istituzioni, conquista dell´autonomia delle regioni, come ha capito il caro amico Giancarlo Galan, riapertura del parlamento del Nord, una riesumazione esangue, quasi da ultima spiaggia. Non più sfide eversive, non più la rivoluzione, come dieci anni fa, ma progetti minimali, in cravatta verde, al solicello romano, le cose normali di un partito normale di un milione e ottocentomila voti che deve pur vivere. Il partito eversivo e montante nelle urne che due lustri fa avrebbe dovuto marciare su Roma per fare la secessione, che aveva nelle valli trecentomila doppiette pronte a far fuoco, adesso si accontenta di fare la devolution con la Costituzione modificata nel 2001 dal centrosinistra. Un deficit di missione, come lo chiama Ilvo Diamanti, che indigna i venetisti duri e puri. Ma anche i leghisti veneti ragionevoli, che non avevano mai apprezzato l´apparato simbolico bossiano, quelli che, via via, Bossi ha espunto negli anni dal partito e che preconizzavano il disastro fin dal lancio del verbo secessionista.
La secessione, la devolution? Tutti falsi obiettivi, perché Bossi, secondo Rocchetta, è stato sempre un "riduttore" della Lega, fin da quando - e sono tanti anni - è nelle mani di Berlusconi, che ora, attraverso Brancher e altri "consulenti", gestisce la "ritualizzazione" della sua malattia.
Tutti gli oratori, pure i più timidi come Zaia, sotto l´alluvione di Riva dei Sette Martiri, intercalano i loro interventi con: «Bossi, Bossi, Bossi..». Lui usa il solito armamentario lessicale, ma questa volta di più, rivolto ai padani, la parola «fratelli».
Finché, in un empito di commozione, esclama: «Vieni qui figlio mio!», e compare sul palco il figlioletto Sirio, il ragazzo che gli ex leghisti veneti, i Comencini, i Covre, i Rocchetta sembrano considerare il delfino designato di una progettata successione monarchica. Berlusconi - disse una volta Bossi, che dalla monarchia è stato sempre affascinato - è come Vittorio Emanuele, io come Garibaldi.Garibaldi?
Domani il leader malato e in «deficit di missione» compie sessantacinque anni e il bravo direttore della Padania, quel giovanotto esangue che imperversa in tutte le trasmissioni televisive e che è il prototipo del perfetto democristiano di qualche decennio fa, gli ha dedicato un ditirambo con questo incipit: «Dieci anni. Auguri, Padania. E auguri anche a te, Umberto, che martedì di anni ne fai un po´ di più. Sessantacinque e sarebbe ora che i leghisti ti dicessero bravo e grazie».
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Ritualizzazione del capo e della malattia, soprattutto la malattia della Lega




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