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Discussione: Notizie dagli USA

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    Predefinito Notizie dagli USA

    La svolta che non c'è -inventata dai giornali italiani-

    New York. Gli americani hanno ricevuto informazioni un po’ bislacche su Guantanamo e sulla guerra al terrorismo, ha detto George W. Bush mercoledì pomeriggio alla Casa Bianca davanti a una platea di familiari di vittime dell’11 settembre. “Lasciatemi dire come stanno le cose”, ha chiesto Bush.
    Il presidente queste cose le ha dette, con uno dei discorsi meno ideologici e più fattuali del suo secondo mandato. E’ stato il terzo “major speech” in pochi giorni, il quarto con quello di ieri mattina in Georgia in cui ha spiegato nel dettaglio tutte le misure di prevenzione, di controllo e di intelligence adottate dal 2001 a oggi per rendere il paese più sicuro.
    Questa serie di discorsi pronunciati alla vigilia del quinto anniversario dell’attacco all’America, e a sessanta giorni dalle elezioni di metà mandato del 7 novembre, costituiscono una strategia precisa, attesa, quasi scontata, della Casa Bianca, studiata per ricordare agli americani la natura totalitaria dell’ideologia islamista, la pericolosità dell’Iran atomico, la centralità dell’Iraq in questa battaglia di libertà e l’efficacia degli strumenti usati fin qui per proteggere la sicurezza nazionale e distruggere la rete terrorista.
    I grandi giornali americani hanno riportato queste parole di Bush riconoscendo a denti stretti, ma unanimemente, il colpo da maestro inferto dal presidente ai leader democratici, costretti di nuovo all’angolo perché come sempre incapaci di decidere se appoggiare la politica di sicurezza del presidente, autoriducendosi le chance di vittoria a novembre, oppure mostrarsi deboli sulle questioni di difesa nazionale col rischio di fare ancora una volta il gioco di Karl Rove.
    Bush non ha cambiato di una virgola la sua politica sul trattamento dei “nemici combattenti”, né sulla necessità di istituire corti speciali per processare i terroristi, né sulla possibilità che la Cia continui a interrogare con metodi più ruvidi, né sui limiti evidenti della Convenzione di Ginevra, né tantomento su Guantanamo (dove, a mo’ di nota per Repubblica, va ricordato che “le gabbie” non esistono più da oltre tre anni).
    Non è nemmeno una notizia la cosiddetta “ammissione” di aver tenuto prigionieri all’estero alcuni capi di al Qaida, come per esempio l’architetto degli attacchi dell’11 settembre, Khalid Sheikh Mohammed.
    Si sapeva da anni che era detenuto all’estero, ovviamente in un luogo segreto gestito dalla Cia.
    La notizia vera, piuttosto, è che Bush ha sfruttato politicamente a suo favore una sentenza della Corte suprema di giugno che aveva reputato non sufficiente la semplice autorizzazione presidenziale per istituire corti speciali regolate da norme in violazione della Convenzione di Ginevra.
    In un solo colpo, Bush ha chiesto al Congresso di codificare in modo permanente le sue confermatissime scelte politiche e ha spiegato agli americani quanto siano state utili per arrestare i capi terroristi e smantellare il network dei kamikaze di al Qaida.

    Il rilancio della campagna elettorale
    I giornali italiani di ieri, Repubblica in testa, hanno raccontato tutta un’altra storia: prime pagine, editoriali e articoloni per spiegare che Bush avrebbe finalmente riconosciuto i suoi errori, ammesso i suoi fallimenti, seguito i consigli degli accorti alleati europei, deciso di chiudere “l’inutile orrore” di Guantanamo, abbandonato la definizione di “nemici combattenti” e, infine, di essere rientrato nei ranghi legali della Convenzione di Ginevra. Bush, invece, ha detto l’esatto contrario. Sarebbe bastato ascoltare il suo discorso o leggere il testo oppure, ieri mattina, sfogliare i grandi quotidiani liberal americani, per evitare la figuraccia e la disinformazione. Sarebbe stato sufficiente, peraltro, applicare un minimo di senso logico per capire al volo che l’aggressiva strategia bushiana antiterrorismo di cui hanno parlato tutti i giornali del mondo, compresi quelli italiani, mal si poteva conciliare con un clamoroso mea culpa e una dolorosa presa d’atto del fallimento delle medesime scelte.
    I commenti dei giornali liberal americani fanno a pugni con le frettolose conclusioni tratte nelle redazioni italiane. Il principale editoriale del Washington Post, per citarne uno molto critico e durissimo con Bush proprio perché non ha cambiato politica, ha ricordato che il presidente “ha difeso a spada tratta ‘le procedure alternative’ della Cia”, mentre “la proposta di legge che ha inviato al Congresso lo autorizza a riesumare alcuni dei peggiori eccessi degli ultimi cinque anni”.
    Al contrario di quanto hanno scritto i giornali italiani ieri mattina, il Washington Post ha ricordato che Bush, nel suo discorso di mercoledì, “non ha mostrato alcun segno di pentimento per le tecniche di interrogatorio usate”.
    A giugno, ha ricordato il Post, la Corte suprema aveva chiesto che le regole per i processi ai terroristi fossero scelte dal Congresso, “ma il regime detentivo e di interrogatorio che Bush ora vuole che il Congresso approvi è pessimo quasi quanto quello che la Corte gli aveva imposto di abbandonare”.
    Bush ha contestato apertamente le indicazioni di merito della Corte suprema, giudicando “inaccettabile” che, per effetto dell’applicazione dell’articolo 3 della Convenzione di Ginevra agli alqaidisti, gli ufficiali dei servizi americani in prima linea nella guerra al terrorismo possano essere processati per crimini di guerra.
    “Le regole di Ginevra sono vaghe e non definite, ciascuna delle quali può essere interpretata in modo differente dai giudici americani o stranieri”, ha detto Bush. Da qui la necessità di definire per legge ciò che è consentito fare agli agenti americani. E ciò che è consentito fare, secondo Bush, è esattamente quello che fin qui lui ha autorizzato. Bush ha rimarcato il concetto che i terroristi non possono avere gli stessi diritti concessi 60 anni fa ai prigionieri di guerra, al punto che la Casa Bianca ha ribadito con un comunicato che “né la proposta di legge presentata al Congresso né il trasferimento a Guantanamo dei 14 capi terroristi conferiscono ai detenuti lo status di prigionieri di guerra”.
    Bush ha inoltre specificato che il programma di detenzione segreto della Cia rimarrà in piedi, peraltro confermando che continuerà ad avere regole di interrogatorio e di detenzione speciali, e non meglio precisate, rispetto a quelle in vigore a Guantanamo.
    Bush non solo non ha cambiato linea, ma continua a considerare utile, efficace e addirittura indispensabile la possibilità di interrogare “con procedure dure, ma sicure, legali e necessarie” i capibastone di al Qaida.
    Soltanto dopo che sono state ottenute tutte le informazioni, i detenuti saranno trasferiti a Guantanamo (che non chiude, quindi) per poi poter essere processati, ma sempre con regole diverse rispetto a quelle previste da Ginevra.

    Christian Rocca su il Foglio del 8 settembre

    saluti

  2. #2
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    Predefinito Il falso scandalo

    Perché il Nigergate è svanito nel nulla? Il ruolo di Armitage e l’utilità del silenzio per il NYT

    Immaginiamoci che le indagini di Ken Starr avessero concluso che Monica Lewinsky si era inventata tutto e che avessero dimostrato, al di là di ogni possibile dubbio, che, proprio nello stesso momento in cui Monica sarebbe dovuta cadere in estasi nell’ufficio Ovale insieme a Bill Clinton, questo fosse in realtà nei quartieri residenziali della Casa Bianca, impegnato a riordinare con sua moglie Hillary vecchie fotografie del loro matrimonio.
    Immaginatevi questo e potrete anche iniziare a immaginare come il più grande scandalo dell’era Bush è svanito nel nulla.
    Questo scandalo è scoppiato il 28 gennaio 2003, in occasione del discorso sullo stato dell’Unione pronunciato da George W. Bush, nel quale disse, tra l’altro:
    “Il governo inglese ha appreso che recentemente Saddam Hussein ha cercato di acquisire dall’Africa notevoli quantità di uranio”.
    Sei mesi dopo, il 6 luglio 2003, il New York Times ha pubblicato un editoriale firmato da un certo Joseph Wilson, nel quale si accusava il presidente di avere distorto le informazioni.
    Wilson raccontava di essere stato inviato dalla Cia in Niger nel 2002, per indagare su un presunto acquisto di uranio da parte dell’Iraq, e di esserne tornato riferendo che si trattava di una bufala.
    Improvvisamente, tutta Washington si è posta la stessa domanda: chi diavolo è Joe Wilson?
    Wilson, un ex ambasciatore in Gabon che ora si guadagna la vita facendo il consulente finanziario, sembrava un personaggio davvero improbabile per condurre un’indagine su una transazione nucleare segreta.
    Una settimana dopo, l’editorialista Robert Novak fornì una risposta:
    Wilson era stato proposto per l’incarico da sua moglie, Valerie Plame, “un agente della Cia esperto di armi di distruzione di massa”.
    Gli avversari dell’amministrazione hanno immediatamente espresso la loro indignazione. “Importanti funzionari dell’amministrazione Bush hanno svelato l’identità di un agente segreto impegnato in un settore di vitale importanza per la sicurezza nazionale e hanno infranto la legge allo scopo di colpire un critico dell’amministrazione e intimidirne altri?”: così si è domandato David Corn sulla rivista The Nation.
    Da parte sua, l’ambasciatore Wilson ha categoricamente negato che sua moglie abbia avuto qualcosa a che fare con il suo incarico.
    L’Amministrazione si è arresa alla pressione dei media e ha nominato un pubblico ministero, Patrick Fitzgerald, per indagare sul caso. Dopo qualche tempo è apparso chiaro che quasi tutti i particolari della storia originaria di Joe Wilson erano falsi.
    La nomina di Wilson era stata effettivamente decisa grazie all’intervento della moglie.
    Il rapporto redatto da Wilson non scagionava affatto gli iracheni.
    Wilson non aveva scoperto alcun documento falso.
    E soprattutto: nel 1998 una missione irachena si era realmente recata in Niger in cerca di uranio.
    Insomma, il presidente aveva parlato citando accuratamente i fatti. Ciononostante, lo scandalo Plame è rimbalzato attraverso tutto il governo.
    Le politiche filodemocratiche e filoisraeliane dell’amministrazione Bush hanno incontrato la feroce opposizione di buona parte dell’apparato burocratico della sicurezza nazionale e soprattutto della Cia. Irritati dalle accuse rivolte nei loro confronti, i funzionari della Cia sono stati praticamente parte della campagna elettorale di Kerry per tutto il 2004.
    Dopo la sconfitta di Kerry, la scoperta dei presunti tradimenti dei segreti dell’Amministrazione da parte di elementi della Cia ha permesso al New York Times e al Washington Post di accaparrarsi un Pulitzer.

    Solo puerile pettegolezzo
    Poi, la scorsa settimana, la rivista Newsweek ha rivelato che lo scandalo Plame era partito non da Rove o da Cheney, ma da Armitage – e che Patrick Fitzgerald lo sapeva fin dal suo primo giorno di lavoro.
    E’ importante sapere che Armitage non è mai stato un falco all’interno dell’Amministrazione. Anzi, insieme al suo intimo amico Colin Powell, ha criticato la cosiddetta cabala neocon con la stessa veemenza di Joe Wilson. Armitage ha rivelato l’identità di Plame a Novak non per ottenere qualche vantaggio ma per un puerile gusto del pettegolezzo. Armitage, un ex marine, ha spesso messo in dubbio il coraggio fisico delle persone che non la pensavano come lui.
    Ma dopo lo scoppio dello scandalo, e proprio quando il presidente e i suoi colleghi nell’Amministrazione, ai quali doveva la propria fedeltà, erano esposti a enormi rischi legali dalle sue iniziative, ha preferito rimanere in silenzio per proteggere se stesso.
    Questa storia è stata definita una caccia all’oca selvatica, ma senza l’oca.
    Il che può spiegare perché i giornali come il New York Times e i blog di sinistra, che un tempo si godevano ogni nuovo dettaglio della saga, ora siano rimasti improvvisamente silenziosi proprio come lo stesso Armitage.

    David Frum
    (traduzione di Aldo Piccato) su il Foglio del 6 settembre

    saluti

  3. #3
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    Predefinito La grande battaglia ideoligica del XXI secolo

    Pubblichiamo ampi stralci del discorso che il presidente degli Stati Uniti, George W, Bush, ha tenuto martedì 5 settembre a Washington davanti alla platea dell’Associazione degli ufficiali.

    Sono onorato di trovarmi tra gli uomini e le donne dell’Associazione americana ufficiali. (…) Sono orgoglioso di essere qui, con i membri attivi delle forze armate statunitensi. Grazie per il servizio che rendete. Sono orgoglioso di essere il vostro comandante in capo.
    Inoltre, sono lieto di essere con i membri del corpo diplomatico, molti dei quali rappresentano nazioni che hanno subito attacchi da al Qaida e dai suoi alleati terroristi dopo l’11 settembre 2001. La vostra presenza qui ci ricorda che siamo impegnati in una guerra globale contro un nemico che minaccia tutte le nazioni civilizzate. E oggi il mondo civilizzato è unito per difendere la nostra libertà, sconfiggere i terroristi, e collabora per garantire la pace alle generazioni future. (…) La prossima settimana, l’America celebrerà il quinto anniversario degli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001. L’avvicinarsi di questa data richiama alla memoria molti ricordi dolorosi. Ricordiamo l’orrore provato alla notizia dello schianto degli aerei contro il World Trade Center e vedendo le torri crollare proprio davanti ai nostri occhi. Ricordiamo la vista del Pentagono, distrutto e in fiamme. Ricordiamo i soccorritori che si sono precipitati dentro gli edifici in fiamme per salvare vite umane, sapendo che forse non ne sarebbero mai più usciti. Ricordiamo i coraggiosi passeggeri che hanno occupato la cabina dell’aereo dirottato, impedendo ai terroristi di raggiungere il loro obiettivo e uccidere altri civili innocenti. Ricordiamo la fredda brutalità del nemico, che ha inflitto questo dolore al nostro paese, un nemico il cui leader, Osama bin Laden, quel giorno ha definito il massacro di quasi tremila persone –cito – “un’impresa valorosa magnifica e senza precedenti, mai uguagliata da nessun appartenente al genere umano prima di loro”. Nei cinque anni successivi all’attacco subito dalla nostra nazione, al Qaida e i terroristi che ha ispirato hanno continuato a sferrare attacchi in tutto il mondo. Hanno ucciso innocenti in Europa, in Africa e in medio oriente, in Asia centrale, in estremo oriente e oltre.
    Più di recente, hanno tentato di colpire di nuovo, con un disegno più ambizioso dagli attacchi dell’11 settembre, un piano che prevedeva di fare esplodere aerei passeggeri diretti in America sull’oceano Atlantico.
    A cinque anni da quell’aggressione, il pericolo terroristico rimane.
    Siamo una nazione in guerra, e l’America e i suoi alleati combattono questa guerra con implacabile determinazione, ovunque nel mondo. Assieme ai partner della coalizione, abbiamo eliminato i rifugi dei terroristi, ne abbiamo distrutto le finanze, ucciso e catturato gli agenti principali, disgregato le cellule terroristiche in America e in altri stati e abbiamo sventato nuovi attacchi prima che venissero messi in atto. Stiamo contrastando i terroristi su ogni fronte e ci fermeremo soltanto quando avremo conseguito una vittoria completa. Nei cinque anni successivi agli attacchi contro la nostra nazione, abbiamo acquisito tantissime informazioni sul nemico che affrontiamo in questa guerra: (…) sulla sua ideologia, le ambizioni e la strategia per sconfiggerci. Conosciamo le intenzioni dei terroristi, perché sono stati loro a comunicarcele e dobbiamo prenderle in seria considerazione. Quindi, oggi descriverò – usando le parole dei terroristi – ciò in cui essi credono, cosa sperano di ottenere e come intendono raggiungere il loro obiettivo.
    Parlerò di come il nemico si sia adattato in risposta alla nostra sostenuta offensiva nei suoi confronti e della minaccia posta dalle diverse forme di violento radicalismo islamico. Spiegherò la strategia che stiamo mettendo in atto per proteggere l’America, sconfiggendo i terroristi sul campo di battaglia e sbaragliandone l’odiosa ideologia nella lotta delle idee. I terroristi che ci hanno attaccato l’11 settembre 2001 sono uomini privi di coscienza, ma non sono pazzi. Essi uccidono nel nome di un’ideologia chiara e determinata, un insieme di credenze malvagie, ma non folli. I terroristi di al Qaida e coloro che ne condividono l’ideologia sono violenti estremisti sunniti, guidati da una visione radicale e pervertita dell’islam che rifiuta la tolleranza, reprime ogni dissenso e giustifica l’assassinio di uomini, donne e bambini innocenti sulla strada della conquista del potere politico. Essi sperano di instaurare in tutto il medio oriente una violenta utopia politica, che chiamano “califfato”, in cui tutti sarebbero sottomessi alla loro odiosa ideologia.
    Osama bin Laden ha definito gli attacchi dell’11 settembre – citando le sue parole – “un grande passo avanti verso l’unità dei musulmani e l’affermazione del legittimo califfato”.
    Tale califfato sarebbe un impero islamico totalitario comprendente tutte le terre musulmane attuali e passate e si estenderebbe dall’Europa al nord Africa, fino al medio oriente e al sud-est asiatico. Lo sappiamo perché ce l’ha comunicato al Qaida.
    Circa due mesi fa, il terrorista al Zawahiri – il numero due in comando di al Qaida –ha dichiarato che al Qaida intende imporre il proprio governo in “ogni terra che ha accolto l’islam, dalla Spagna all’Iraq”. Quindi, ha proseguito affermando: “L’intero mondo è un campo aperto per noi.” Sappiamo come questo impero radicale verrebbe realizzato nella pratica, perché siamo stati testimoni di come i radicali abbiano imposto la loro ideologia sulla popolazione dell’Afghanistan.
    Sotto il governo dei talebani e di al Qaida, l’Afghanistan era un incubo totalitario, una terra in cui le donne erano prigioniere dentro le loro case, gli uomini venivano picchiati per aver mancato agli incontri di preghiera, le ragazze non potevano andare a scuola e ai bambini erano preclusi i piaceri più semplici, come far volare un aquilone. La polizia religiosa girava per le strade, picchiando e detenendo i civili per presunti reati. Le donne venivano frustate pubblicamente. Esecuzioni sommarie venivano eseguite nello stadio di calcio di Kabul, davanti a folle acclamanti. E l’Afghanistan era diventato una piattaforma di lancio per attacchi raccapriccianti diretti contro l’America e altre parti del mondo civilizzato, incluse molte nazioni musulmane. L’obiettivo degli estremisti sunniti è ricreare l’intero mondo musulmano secondo la loro immagine radicale. Nel perseguire le loro mire imperiali, gli estremisti affermano che non può esistere un compromesso o dialogo con coloro che chiamano “infedeli”, una categoria che include l’America, le nazioni libere del mondo, gli ebrei e tutti i musulmani che rifiutano la loro visione estrema dell’islam. Essi respingono la possibilità di una coesistenza pacifica con il mondo libero. Ancora una volta, cito le parole usate da Osama bin Laden all’inizio di quest’anno: “Meglio morire, che vivere su questa terra tra i miscredenti.” Questi radicali hanno dichiarato la loro intransigente ostilità nei confronti della libertà. E’ assurdo pensare che sia possibile avviare trattative con loro. (…) Secondo quanto affermano pubblicamente, le nazioni cui mirano si estendono dal medio oriente all’Africa, fino al sud-est asiatico. Tramite questa strategia, al Qaida e i suoi alleati intendono creare numerose basi operative decentralizzate in tutto il mondo, da cui possano pianificare nuovi attacchi e far avanzare la loro visione di uno stato islamico unificato e totalitario in grado di affrontare e, infine, distruggere il mondo libero.
    Questi violenti estremisti sanno che per concretizzare tale visione devono prima eliminare il principale ostacolo che intralcia loro la strada: gli Stati Uniti d’America. Secondo al Qaida, la strategia da mettere in atto per sconfiggere l’America deve prevedere due fasi: innanzitutto, stanno intraprendendo una campagna del terrore in tutto il mondo. Essi colpiscono le nostre forze all’estero, sperando che la popolazione americana si stanchi delle vittime e abbandoni la lotta. Inoltre, sferrano attacchi contro i centri finanziari e le infrastrutture economiche americane all’interno del paese, sperando di terrorizzarci e di provocare un crollo della nostra economia. Bin Laden lo definisce un “piano per far sanguinare l’America fino alla bancarotta”. E ha citato gli attacchi dell’11 settembre come riprova del fatto che tale piano può avere successo. Per gli attacchi dell’11 settembre, sostiene Osama bin Laden, “al Qaida ha speso 500 mila dollari, mentre l’America ne ha persi – secondo la stima più bassa – 500 miliardi”.
    Quindi, a ogni dollaro di al Qaida corrisponde un milione di dollari dell’America. Basandosi su questa prova, bin Laden conclude che “l’America è senza dubbio una grande potenza, con un’incredibile forza militare e un’economia vivace, le cui fondamenta però sono molto deboli e vuote”. E aggiunge: “Pertanto, è molto facile individuarne la base fragile e concentrarci sui suoi punti deboli. Se riusciremo anche soltanto a colpire un decimo di quei punti deboli, saremo in grado di annientarla e distruggerla”. In secondo luogo, assieme a questa campagna del terrore, il nemico ha in programma una strategia di propaganda. Osama bin Laden ha delineato tale strategia in una lettera indirizzata al leader talebano, Mullah Omar, che le forze della coalizione hanno trovato in Afghanistan nel 2002. In essa, bin Laden afferma che al Qaida intende “(lanciare)”, citando le sue parole, “una campagna mediatica per creare disaccordo tra la popolazione americana e il suo governo”.
    Tale campagna, come sostiene bin Laden, prevede l’invio alla popolazione americana di un certo numero di messaggi, compreso quello secondo cui “il loro governo causerà ulteriori perdite, sia finanziarie sia in termini di vite umane”. E bin Laden prosegue dichiarando che “la popolazione americana viene sacrificata sull’altare dei grandi investitori, soprattutto gli ebrei”. Bin Laden sostiene che, con l’invio di questi messaggi, al Qaida “mira a far sì che la popolazione americana eserciti pressione sul proprio governo affinché questo sospenda la campagna contro l’Afghanistan”. Bin Laden e i suoi alleati sono assolutamente convinti che riusciranno a costringere l’America al ritiro e a causare il nostro crollo economico. Essi credono che la nostra nazione sia debole e decadente e che manchi di pazienza e risolutezza. E si sbagliano.
    Osama bin Laden ha scritto che la “sconfitta delle (…) forze americane a Beirut” nel 1983 è la prova che l’America non ha il coraggio di rimanere in battaglia. Ha dichiarato che “in Somalia, gli Stati Uniti si sono ritirati, con disappunto, sconfitta e fallimento”. E l’anno scorso, il terrorista al Zawahiri ha affermato che gli americani “sanno meglio di altri di non avere speranza di vittoria. Lo spettro del Vietnam preclude ogni via di uscita”.
    Questi terroristi sperano di allontanare l’America e la nostra coalizione dall’Afghanistan, in modo da poter restaurare il porto sicuro che hanno perso cinque anni fa, quando furono cacciati dalle forze della coalizione. Ma hanno precisato che il fronte più importante nella loro battaglia contro l’America è l’Iraq, la nazione che bin Laden ha dichiarato la “capitale del califfato”. (…)
    Ecco cosa prevede al Qaida se riuscirà a mandarci via dall’Iraq: il terrorista al Zawahiri ha affermato che al Qaida procederà con “diversi obiettivi progressivi. Prima fase: l’espulsione degli americani dall’Iraq. Seconda fase: la creazione di un emirato o di un’autorità islamica, da sviluppare e sostenere fino a quando avrà raggiunto il livello di califfato. Terza fase: l’allargamento dell’ondata del jihad ai paesi secolari che confinano con l’Iraq. E quarta fase: il conflitto con Israele”. Questi uomini malvagi sanno che un Iraq democratico, in grado di governarsi, sostenersi e difendersi, rappresenta una minaccia fondamentale alle loro aspirazioni. Essi sanno che, potendo scegliere, la popolazione irachena non vorrà mai vivere nello stato totalitario che gli estremisti sperano di instaurare. Ed è per questo che non dobbiamo permettere, e non permetteremo che, approfittando di un nostro abbandono della popolazione irachena, il nemico vinca in Iraq. L’anno scorso il terrorista al Zarqawi, in un messaggio via Internet, ha dichiarato che la democrazia “rappresenta essenzialmente infedeltà e devianza dal giusto cammino”. Il popolo iracheno lo ha smentito e lo scorso dicembre ben quasi 12 milioni di iracheni, di tutte le comunità etniche e religiose, si sono messi in fila per votare nella terza elezione libera tenutasi nel paese in meno di un anno. L’Iraq ora ha un governo di unità nazionale che rappresenta le varie componenti della popolazione, e il leader di al Qaida in Iraq ha smesso di respirare. Nonostante queste sconfitte strategiche, il nemico continuerà a combattere contro il progredire della libertà in Iraq, perché è ben conscio della posta in gioco (…).
    Ora, io so che molti nostri concittadini, ascoltando le dichiarazioni dei terroristi, albergano la speranza che questi non vogliano o possano eseguire quello che promettono. Ma la storia ci insegna quanto sia un terribile errore sottostimare le parole di uomini ambiziosi e malvagi. Agli inizi del 1900, un avvocato europeo esiliato dal suo paese pubblicò un documento intitolato:
    “Che cosa è necessario fare?”, nel quale esponeva il suo piano per scatenare una rivoluzione comunista in Russia. Il mondo non si è preoccupato delle parole di Lenin, pagando poi un prezzo terribile. L’impero sovietico da lui creato ha ucciso decine di milioni di persone e portato il mondo sull’orlo di un conflitto termonucleare. Negli anni Venti, un pittore fallito di nazionalità austriaca pubblicò un libro nel quale spiegava la sua intenzione di creare un superstato ariano in Germania, vendicandosi dell’Europa ed eliminando gli ebrei. Il mondo ha ignorato gli scritti di Hitler, pagando di nuovo un prezzo terribile. Il suo regime nazista ha eliminato nelle camere a gas milioni di persone e messo il mondo a ferro e fuoco prima di essere sconfitto a prezzo di tantissime vite umane. Bin Laden e i terroristi suoi alleati hanno espresso intenzioni altrettanto chiare come fatto in precedenza da Hitler e Lenin. La domanda è: sapremo ascoltare? Sapremo prestare attenzione a quello che questi uomini malvagi affermano? L’America e i suoi partner della coalizione hanno scelto: prendiamo queste parole sul serio. Siamo all’offensiva e non ci fermeremo, non indietreggeremo e non ci ritireremo dalla lotta prima che questa minaccia alla nostra civiltà non sia stata rimossa. A cinque anni dall’inizio della lotta, è importante fare il punto della situazione, considerando quello che è stato fatto e il compito difficile che rimane da terminare.
    Al Qaida è stata indebolita dalla nostra continua offensiva e oggi è più difficile per i suoi leader agire liberamente, spostare capitali e comunicare con i suoi esecutori e sostenitori. Ma al Qaida resta un’organizzazione pericolosa e ben determinata. Bin Laden e al Zawahiri continuano a restare ben nascosti in regioni remote del nostro pianeta. Al Qaida si evolve continuamente a seguito della campagna globale che stiamo conducendo contro di loro. Inoltre, sta sempre più utilizzando le tecnologie di Internet per la propria propaganda, reclutando e addestrando “virtualmente” nuovi terroristi (…)
    Mentre al Qaida si evolve, contemporaneamente sta cambiando anche il movimento terroristico, sta diventando più frammentato e autonomo. Sempre più ci troviamo a dover affrontare minacce provenienti da celle terroristiche create localmente che si ispirano all’ideologia e agli obiettivi di al Qaida, senza essere necessariamente legati a loro per finanziamenti e addestramento. Alcuni di questi gruppi sono formati da terroristi “autoctoni”, estremisti militanti nati e cresciuti in paesi occidentali, indottrinati da islamici radicali o attratti dalla loro ideologia violenta di cui abbracciano la causa. Queste cellule, create localmente, sembrano essere responsabili di numerosi attentati e piani terroristici, quali gli attacchi avvenuti a Madrid e in Canada, oltre che in altri paesi nel mondo. Mentre stiamo continuando a combattere al Qaida e questi estremisti sunniti che si ispirano alla sua ideologia radicale, dobbiamo far fronte anche alla minaccia che ci viene dagli estremisti sciiti che, prendendo esempio da al Qaida, si stanno facendo sempre più arroganti e minacciosi. Come la maggioranza dei sunniti, anche la maggioranza degli sciiti nel mondo non è d’accordo con questa visione estremista – e in Iraq milioni di sciiti hanno sfidato le minacce dei terroristi e sono andati a votare nelle prime elezioni libere, dimostrando così il proprio desiderio di libertà. Gli estremisti sciiti vogliono negare loro questo diritto.
    Il movimento sciita che si rifà al radicalismo islamico è altrettanto pericoloso, altrettanto ostile all’America e altrettanto determinato ad affermare la propria egemonia in tutto il medio oriente. Inoltre gli estremisti sciiti hanno ottenuto qualcosa che al Qaida, finora, non è riuscita a raggiungere: nel 1979 sono riusciti a prendere il controllo di una grande nazione, l’Iran, sottomettendo la sua fiera popolazione a un regime tirannico e usando le risorse del paese per finanziare la diffusione del terrorismo e il raggiungimento dei loro obiettivi radicali. Come al Qaida e gli estremisti sunniti, anche il regime iraniano ha obiettivi molto chiari: vuole cacciare l’America dalla regione, distruggere Israele e dominare l’intero medio oriente. Per raggiungere questi obiettivi sta finanziando e armando gruppi come Hezbollah, in modo da poter attaccare Israele e l’America tramite questi accoliti (…).
    Così come prendiamo sul serio le enunciazioni degli estremisti sunniti, dobbiamo prendere sul serio quelle degli estremisti sciiti. Sentite cosa proclama il leader degli Hezbollah, il terrorista Nasrallah, che ha pubblicamente dichiarato il suo odio per l’America. “Che il mondo intero mi ascolti. La nostra ostilità al Grande satana (l’America) è totale. Nonostante il mondo sia cambiato dopo l’11 settembre, il nostro slogan potente e imperituro resta: morte all’America”. Anche i leader iraniani, che appoggiano Hezbollah, hanno dichiarato la loro assoluta ostilità all’America. Lo scorso ottobre il presidente iraniano ha letteralmente detto in un suo discorso che “alcune persone si chiedono se sia possibile ottenere un mondo senza gli Stati Uniti e il sionismo (…) io dico che questo (…) obiettivo è raggiungibile”. L’America non si piegherà ai tiranni.
    Il regime iraniano e i suoi accoliti terroristi hanno manifestato e dimostrato l’intenzione di uccidere gli americani – e ora il regime iraniano sta cercando di dotarsi di armi nucleari. Il mondo sta collaborando per impedire che il regime iraniano possa acquisire armi di distruzione di massa. La comunità internazionale ha presentato una proposta ragionevole ai leader iraniani, dando loro la possibilità di indirizzare il paese su una strada più proficua. Fino a questo momento hanno respinto l’offerta. Finora, la loro scelta è stata quella di isolare sempre più la grande nazione iraniana dalla comunità internazionale e di negare al popolo iraniano l’opportunità di migliorare la propria situazione economica. E’ tempo che i leader iraniani facciano una scelta diversa. E noi abbiamo fatto la nostra scelta. Noi continueremo a lavorare assiduamente con i nostri alleati per trovare una soluzione diplomatica. I paesi liberi del nostro pianeta non permetteranno all’Iran di sviluppare il nucleare. Estremisti sciiti e sunniti rappresentano facce diverse di uno stesso problema. Traggono ispirazione da fonti diverse, ma ambedue aspirano ad imporre su tutto il medio oriente la visione cupa del radicalismo islamico più violento. Si oppongono all’avanzata della libertà e vogliono ottenere il controllo di armi di distruzione di massa. Se riescono a destabilizzare democrazie ancora fragili, come quella irachena, e a cacciare le potenze liberatrici dalla regione, avranno campo libero per perseguire i loro scopi. Ogni movimento islamico radicale violento rinvigorirebbe i propri tentativi di rovesciare i governi più moderati e instaurare rifugi sicuri per i terroristi. Immaginate un mondo in cui fossero in grado di controllare i governi, un mondo inondato di petrolio e loro in grado di usare le risorse petrolifere per punire i paesi industrializzati. E userebbero queste risorse come combustibile per realizzare i loro piani radicali e per acquisire armi di distruzione di massa. Armati di armi nucleari, sarebbero in grado di ricattare il mondo libero, di diffondere il loro odio ideologico e costituire un pericolo mortale per il popolo americano.
    Io non permetterò che tutto ciò accada –e nessun futuro presidente americano lo permetterà mai. Non è stata l’America a volere questo scontro globale, ma siamo pronti ad rispondere all’appello della storia con fiducia e con una precisa strategia. Oggi abbiamo pubblicato un documento dal titolo “National Strategy for Combating Terrorism”, (Strategia nazionale per la lotta al terrorismo). Questo documento rappresenta una versione pubblica della strategia che abbiamo adottato dall’11 settembre 2001. Questa strategia è stata resa pubblica per la prima volta nel febbraio 2003; è stata poi aggiornata per tener conto della natura evolutiva di questo avversario.
    (…) La nostra strategia di lotta al terrorismo è costituita da cinque punti base:
    Primo: siamo decisi a prevenire attacchi terroristici prima che si scatenino. Ecco perché stiamo portando la lotta nel campo nemico. La miglior maniera di proteggere l’America è di stare all’offensiva. (…) Stiamo anche combattendo il nemico qui da noi. Abbiamo dotato le nostre leggi e i nostri professionisti dell’intelligence degli strumenti di cui necessitano per fermare i terroristi che si trovano sul nostro territorio.
    (…)
    Secondo: siamo decisi a impedire che regimi illegali e terroristi si possano dotare di armi di distruzione di massa, dato che sappiamo che li userebbero senza alcuna esitazione. Grazie alla collaborazione con la Gran Bretagna e il Pakistan e altre nazioni, gli Stati Uniti sono riusciti a sconfiggere il più pericoloso cartello di commercio nucleare, la rete AQ Khan. Questo gruppo era riuscito a fornire l’Iran, la Libia e la Corea del nord con attrezzature e knowhow per sviluppare i propri programmi nucleari. Abbiamo costituito la Proliferation Security Iniziative, una coalizione di più di settanta paesi che collaborano per fermare gli invii di armi di distruzione di massa sia via terra sia via aria sia via mare. Il pericolo maggiore che minaccia il mondo è costituito dalla possibilità che estremisti e terroristi si possano dotare di armi di distruzione di massa – e questo è un rischio che l’America non può affrontare da sola. Approviamo gli sforzi decisi che tanti paesi in tutto il mondo fanno per fermare la diffusione di queste pericolose armi.
    (…)
    Terzo: siamo decisi a impedire che regimi illegali aiutino i terroristi. Dopo l’11 settembre ho elaborato la seguente dottrina: l’America non fa distinzione fra coloro che compiono atti terroristici e coloro che danno loro rifugio o li appoggiano, perché sono altrettanto colpevoli. Grazie ai nostri sforzi ci sono oggi nel mondo meno stati sosostenitori del terrore di quanto non ce ne fossero prima dell’11 settembre 2001. Afghanistan e Iraq da stati terroristi sono diventati nostri alleati nella guerra al terrore. E la Libia ha rinunciato al terrorismo, bloccando il proprio programma di armi di distruzione di massa e lo sviluppo del nucleare.
    (…)
    Quarto: siamo decisi a impedire alla rete dei terroristi di controllare qualsiasi paese e anche parti di territorio di un paese. Così, assieme alla coalizione e al governo iracheno impediremo ai terroristi di prendere il controllo dell’Iraq e di costruirsi una nuova base sicura dalla quale attaccare l’America e il mondo libero. E stiamo lavorando con amici e alleati per impedire ai terroristi di installarsi in zone non controllate del mondo. Aiutando i governi a riconquistare la piena sovranità e il controllo dei loro territori, rendiamo il mondo più sicuro anche per noi.
    (…)
    Quinto: stiamo lavorando per impedire ai terroristi di reclutare nuovi accoliti, ostacolando la loro ideologia dell’odio e portando la speranza di libertà in tutto il medio oriente. Per decenni la politica dell’America è stata quella di cercare di portare la pace in medio oriente perseguendo la stabilità alle spese della libertà. La mancanza di libertà in quella regione ha creato condizioni tali per cui sono cresciuti rabbia e risentimento sulle quali è prosperato il radicalismo, procurando reclute entusiaste al terrorismo. E ne abbiamo visto le conseguenze l’11 settembre, quando i terroristi hanno portato morte e distruzione in questo paese. Quella politica non ha funzionato. L’esperienza dell’11 settembre ci ha insegnato che, alla lunga, l’unico modo di rendere la nostra nazione più sicura è quello di cambiare la situazione in medio oriente. Ecco perché l’America si è impegnata a usare la propria influenza nel mondo per far progredire libertà e democrazia quali grandi vere alternative a repressione e radicalismo.
    Ecco perché siamo alleati dei leader democratici, moderati e riformatori di tutto il medio oriente. (…) Sappiamo in che cosa credono i terroristi, sappiamo che cosa hanno fatto, e sappiamo che cosa intendono fare. E ora le nazioni libere del mondo devono raccogliere le forze per fare fronte a questa grande sfida. La strada che abbiamo davanti sarà difficile richiederà altri sacrifici. Eppure, possiamo sperare nella riuscita, perché abbiamo già visto la libertà conquistare la tirannide e il terrore. Nel ventesimo secolo, nazioni libere hanno affrontato e sconfitto la Germania nazista. Ai tempi della Guerra fredda abbiamo affrontato il comunismo sovietico e oggi tutta l’Europa è libera e in pace. E oggi, la pace si trova di nuovo ad affrontare le forze oscure della tirannia. Questa volta, lo scontro si svolge in un nuovo terreno – in tutto il medio oriente. Questa volta non aspettiamo che il nostro nemico raccolga le sue forze. Questa volta lo affronteremo prima che possa sviluppare la capacità di infliggere perdite inimmaginabili al mondo e stiamo affrontando la sua odiosa ideologia prima che prenda piede del tutto.
    Possiamo immaginare un giorno quando i popoli del medio oriente avranno governi che li tratteranno con dignità, dando spazio alla loro creatività e contando i loro voti. Immaginiamo un giorno quando, attraverso la regione, ai cittadini sarà permesso di esprimersi liberamente, le donne avranno pieni diritti, i bambini avranno accesso all’educazione e saranno dati loro i mezzi per avere successo nella vita. E prevediamo che arrivi il giorno in cui tutti i paesi del medio oriente saranno alleati per la causa della pace. Noi ci battiamo perché questo giorno arrivi, consapevoli che la sicurezza dei nostri concittadini dipende da ciò. Questo è il grande scontro ideologico del ventunesimo secolo ed è la sfida che aspetta la nostra generazione. Tutte le nazioni civilizzate sono unite in questa lotta tra moderati e estremisti. Restando uniti riusciremo a respingere questa grave minaccia alla nostra esistenza. Aiuteremo i popoli del medio oriente a conquistare la libertà e lasceremo ai nostri figli e nipoti un mondo più sicuro e pieno di speranza.
    Che Dio ci benedica.

    (Traduzione di Studio Brindani e Giovanna Bellasio) da il Foglio del 7 settembre

    saluti

  4. #4
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    Predefinito Un altro rinvio

    Bruxelles. Il segretario generale dell’Onu, Kofi Annan, dice che c’è ancora spazio per la diplomazia nella crisi nucleare iraniana. Nonostante l’umiliazione
    subita nel fine settimana a Teheran – il ministro degli Esteri iraniano, Manuchehr Mottaki, ha definito “illegale” la risoluzione 1.696 del Consiglio di sicurezza per la sospensione dell’arricchimento” – il segretario generale dell’Onu chiede ai mullah di dimostrare che le “loro intenzioni sono pacifiche”. In tutta risposta, l’incontro di ieri a Vienna tra il negoziatore iraniano, Ali Larijani, e il capo della diplomazia europea, Javier Solana, è slittato, forse a venerdì.
    Sebbene fosse scaduto l’ultimatum onusiano del 31 agosto, l’Ue aveva concesso all’Iran le ennesime due settimane per rispondere all’offerta di incentivi in cambio della sospensione dell’arricchimento dell’uranio.
    La tempistica è tutto – oggi si riuniscono a Berlino i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza più la Germania (i “5+1”) – e quella iraniana è una replica del balletto fatto di ambiguità e rinvii.
    A metà luglio, alla vigilia delle riunioni dei “5+1” e del G8, una serie di appuntamenti cancellati e cene in tête-à-tête tra Larijani e Solana sembrava aver esasperato la comunità internazionale.
    Oggi come allora, la Russia alza moderatamente i toni ed è pronta a studiare sanzioni economiche che “escludano l’uso della forza”, dice il ministro degli Esteri Sergei Lavrov.
    Ma il Parlamento iraniano ha compiuto i primi passi per bloccare le ispezioni dell’Onu in caso di sanzioni. Tra gli europei, soltanto la cancelliera tedesca, Angela Merkel, è uscita dai ranghi della mollezza, perché “la risposta dell’Iran non è soddisfacente. Non staremo a guardare senza agire mentre l’Iran nuoce alle regole dell’Onu”.
    Invece, per il ministro degli Esteri francese, Philippe Douste-Blazy, “mai come adesso” c’è la possibilità di “aprire un dialogo con Teheran”, ma con “una linea graduale”.
    Il pericolo, secondo Douste-Blazy, è “uno scontro di civiltà” causato dall’accostamento di George W. Bush – che è stato sfidato a dibattito davanti all’Assemblea generale dell’Onu da Mahmoud Ahmadinejad – tra il regime degli ayatollah e al Qaida.
    Il ministro degli Esteri italiano, Massimo D’Alema, continua a “sperare che la missione europea di Solana possa riaprire la via di una soluzione pacifica e
    negoziata”.
    Ma a metà luglio lo scenario era simile.
    Il giorno dopo l’ultimo incontro, il 12 luglio, Hezbollah rapì due soldati israeliani e ultimatum, irritazioni internazionali e possibili sanzioni contro l’Iran
    furono accantonati.

    saluti

  5. #5
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    Ancora che non si vergognano per aver diffuso notizie false, è incredibile.

  6. #6
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    Citazione Originariamente Scritto da yurj Visualizza Messaggio
    Ancora che non si vergognano per aver diffuso notizie false, è incredibile.
    Eh già... è proprio falso che l'Iran sta arricchendo l'uranio.
    Ma tanto lo fa per scopi civili, scherzi? Per poter esportare più greggio!

  7. #7
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    Citazione Originariamente Scritto da yurj Visualizza Messaggio
    Ancora che non si vergognano per aver diffuso notizie false, è incredibile.
    ----------------------------------------------------
    Yuri, hai commesso due piccoli errori:
    al posto del "si" devi mettere "ci" e dove hai messo la seconda "n" nella parola vergognano ci va la lettera "m".
    Ecco: questa sì che è una onestissima ammissione di colpa.
    Come vedi il "bamboccetto" sta crescendo
    Bravo.

  8. #8
    Hanno assassinato Calipari
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    Citazione Originariamente Scritto da UgoDePayens Visualizza Messaggio
    Eh già... è proprio falso che l'Iran sta arricchendo l'uranio.
    Si parlava dell'Iraq, babbeo

    L'Iran l'ha dichiarato ed è una pratica normalissima.

  9. #9
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    "ancora che non ci vergognamo" non è un gran italiano, puoi fare di meglio.

  10. #10
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    Predefinito In tv gli errori di Clinton su Osama.....

    ....i liberal chiedono la censura

    New York. Domani e lunedì la rete televisiva americana Abc trasmetterà un film di cinque ore dal titolo “The Path to 9/11”. La miniserie riesamina gli otto anni precedenti l’11 settembre 2001, caratterizzati da numerosi attacchi di Osama bin Laden agli Stati Uniti e da una completa sottovalutazione della minaccia da parte della Casa Bianca di Bill Clinton.
    La serie si è subito trasformata in un caso politico, ben prima di andare in onda.
    Un gruppo di ex funzionari clintoniani, da Madeleine Albright a Sandy Berger, hanno scritto una lettera alla Abc chiedendo di cancellare alcune scene altamente lesive della loro reputazione.
    Il caso è finito sulle prime pagine dei giornali e ricorda quello scoppiato un paio d’anni fa a proposito di una miniserie su Ronald Reagan, chiaramente poco generosa nei confronti dell’ex presidente. Allora i conservatori protestarono e riuscirono a bloccare lo sceneggiato, mentre i liberal gridarono alla censura e alla morte della libertà di espressione negli Stati Uniti.
    Ora sta accadendo più o meno la stessa cosa, ma a parti invertite. Commentatori e politici di sinistra chiedono di non trasmettere o, perlomeno, di tagliare le scene più infamanti, mentre quasi tutti i conservatori difendono l’opera televisiva.
    “The Path to 9/11”, di cui è protagonista Harvey Keitel, si basa essenzialmente sul famoso rapporto bipartisan sull’11 settembre elaborato dal Congresso americano, tanto che uno dei due presidenti di quella commissione, il repubblicano Thomas Kean, ne è il produttore esecutivo.
    L’amministrazione Clinton ne esce a pezzi, perché rappresentata come intenta a spendere risorse ed energie per difendersi dal sexgate, piuttosto che preoccupata dalle minacce e dalle stragi compiute da bin Laden.
    Questa ricostruzione è contenuta nel rapporto sull’11 settembre, sebbene Clinton fosse impegnato a difendere la sua vita privata perché costretto dalla macchina da guerra repubblicana.
    Ci sono però due episodi nella serie, stando almeno alla ricostruzione di chi ha visto il programma in anteprima, che hanno convinto i democratici a mobilitarsi.
    Nel primo caso l’attrice che impersona Madeleine Albright dice che prima di far partire l’operazione di cattura di Osama dovrà avvertire il Pakistan. Naturalmente, dopo aver fatto circolare la voce che Washington era sulle sue tracce, bin Laden è scomparso.
    Nella realtà, questo fatto non è mai accaduto; quantomeno non è stata la Albright ad avvertire l’alleato pachistano, ma un alto funzionario dell’Amministrazione Clinton.
    L’altro caso riguarda l’ex consigliere per la Sicurezza nazionale, Sandy Berger.
    Lo si vede rispondere a una telefonata di un dirigente della Cia che lo avverte di aver a portata di grilletto bin Laden: “Possiamo sparare?”, gli chiede l’agente Cia. E Berger: “No, non siete autorizzati”. Anche questo episodio, nella realtà, non è mai accaduto, però è vero che a causa della gran confusione regnante nella Casa Bianca di Clinton in quell’occasione l’amministrazione gettò al vento la possibilità di uccidere bin Laden e quindi di prevenire l’11 settembre.
    La Abc ha deciso di intervenire e di modificare queste due scene, ma non le taglierà del tutto. Inoltre nei titoli di testa si leggerà che “The path to 9/11” si basa soltanto “in parte” sul rapporto finale del Congresso.
    Le lobby liberal e il Partito democratico restano mobilitati, tanto che cinque senatori hanno inviato una lettera vagamente intimidatoria alla Disney, ricordando che “se la rete violasse il suo dovere di servire l’interesse pubblico” potrebbe perdere la licenza per trasmettere.

    Da il Foglio del 9 settembre

    saluti

 

 
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